Camila Giorgi, positiva al coronavirus, non parteciperà alla Billie Jean Cup

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Camila Giorgi, positiva al coronavirus, non parteciperà alla Billie Jean Cup

“Ci tenevo tantissimo a giocare con la maglia della nazionale” dice l’azzurra ora in isolamento a Charleston

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Camila Giorgi non sarà in campo per il tie di Billie Jean Cup contro la Romania a Cluj-Napoca il 16 e 17 aprile prossimi. Secondo quanto riporta il sito della Federtennis, infatti, Camila è in isolamento a Charleston per essere risultata positiva al Covid-19. L’azzurra era in tabellone al WTA 500 della Carolina del Sud, ma da ieri risulta ritirata per un malessere ed è quindi stata sostituita da una lucky loser.

“Mi dispiace molto non poter partecipare alla sfida in Romania al fianco delle mie compagne, ci tenevo tantissimo a giocare con la maglia della nazionale e dare il mio apporto alla squadra” ha detto Camila. Tathiana Garbin, capitano della nostra rappresentativa, ha commentato: “So quanto ci tenesse a questa partecipazione. È stata indispensabile nel conquistare questo importante traguardo. Proveremo a vincere anche per lei. Ora c’è da augurarle solo una pronta ripresa”.

Anche Trevisan e Gatto-Monticone, impegnate rispettivamente a Charleston e Bogotà, hanno fatto eco alle parole di Garbin che ha allora convocato per la prima volta Bianca Turati. In campo contro la Romania di Simona Halep per la sfida di play-off che vale la possibilità di giocarsi i qualifiers del prossimo anno e quindi l’opportunità di accedere alle Finali, ci saranno allora Martina Trevisan, Jasmine Paolini, Elisabetta Cocciaretto, Giulia Gatto-Monticone e Bianca Turati. A Camila va un augurio di pronta guarigione anche da parte della redazione di Ubitennis.

 

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Challenger: la bella favola di Jason Kubler che torna al successo a Lexington

Terzo titolo per Zapata Miralles e Benjamin Bonzi, mentre il 19enne Lehecka sfiora il bis

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Jason Kubler (via Twitter, @ATPChallenger)

Al Challenger 80 di Lexington la finale vede di fronte il mancino cileno Alejandro Tabilo (n.174 ATP) e l’australiano Jason Kubler (n.272 ATP) che riesce a spuntarla alla fine di un match drammatico (7-5 6-7 7-5) durato quasi tre ore. Fondamentalmente Kubler ha quasi sempre avuto il controllo, a parte il tie-break del secondo set (perso nettamente 7-2) e un passaggio a vuoto nel decimo game del parziale decisivo quando subisce il contro-break che potrebbe riaprire la partita. Cosa che, fortunatamente per lui, non succede. Infatti si riprende immediatamente il maltolto e conduce in porto l’incontro, non senza qualche ulteriore patema quando, servendo per l’incontro, spreca tre match point consecutivi.

Ricordiamo che l’australiano nel 2010 fu n.1 del mondo a livello junior, salvo scoprire che le sue ginocchia di cristallo (cinque operazioni al sinistro e una al destro) gli avrebbero reso la vita molto complicata. Adesso, a 28 anni compiuti, sembra finalmente ristabilito e addirittura capace di tornare competitivo anche sul cemento, dopo che per anni le sue poche partite erano sempre state sulla terra battuta, superficie, in teoria, più gentile con le sue malconce articolazioni. Per lui è la sesta vittoria a livello Challenger e soprattutto la chance di riproporsi ai livelli che più gli competono (ricordiamo che nel 2018 arrivò alla posizione n.91). 

Al Challenger 90 di Segovia (cemento) il francese Benjamin Bonzi (n.111 ATP e seconda testa di serie) ha la meglio (7-6 3-6 6-4) sull’olandese Tim Van Rijthoven (n.290 ATP) al termine di una partita combattutissima, nella quale il primo set è stato probabilmente decisivo. Nel tie-break infatti il 24enne olandese si è ritrovato avanti 6-1 e si è rilassato: un paio di risposte sparacchiate e un doppio fallo e si è fatto raggiungere sul 6-6. Due ulteriori set point non avrebbero cambiato la situazione, ormai era scritto che il parziale se lo aggiudicasse il francese (12-10). Van Rijthoven è comunque bravo a rimanere in partita e a strappare il servizio all’avversario nel quarto game, portando l’incontro al set decisivo. In cui i servizi dettano legge (molto buone le percentuali per entrambi) fino al decimo gioco quando l’olandese perde il servizio, infilato sul primo match point da un bel passante di Bonzi che può alzare le braccia al cielo.

 

Per il 25enne francese è la terza vittoria Challenger in carriera, tutte ottenute quest’anno (PotchOpen in febbraio e Ostrava in maggio), che gli regala anche il nuovo best ranking e l’ingresso in top 100 (n.95 ATP). Qualche buon motivo di soddisfazione anche per l’olandese che, pur dovendo rimandare l’appuntamento con la sua prima vittoria Challenger, ottiene il nuovo best ranking al n. 260. 

Al Challenger 90 di Poznan (terra) finale a senso unico tra lo spagnolo Bernabé Zapata Miralles (n.121 ATP) e Jiri Lehecka (n.213 ATP), fresco vincitore a Tampere e finalista a Salisburgo. Il 19enne ceco sta attraversando un momento di forma incredibile, ma Zapata Miralles si è dimostrato semplicemente più esperto, superando senza apparente difficoltà, i pochi momenti difficili. Il punteggio finale 6-3 6-2 definisce bene i termini della questione, consegnando allo spagnolo la terza vittoria Challenger (Cordenons 2020 e Heilbronn 2021), nonché il nuovo best ranking (n.110 ATP). Buon progresso in classifica anche per Lehecka che al n. 188 migliora ulteriormente il proprio record, e siamo convinti che questo sia solo l’inizio di una bella storia.

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Challenger

Al Challenger di Trieste troppo Etcheverry per Tirante: secondo titolo e ingresso in top 150

Il 22enne di La Plata domina la finale tutta argentina del “Città di Trieste” e conquista il secondo titolo Challenger in carriera, tre settimane dopo la vittoria di Perugia. Entra così tra i primi 150 al mondo

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Thiago Tirante e Thomas Etcheverry - ATP Challenger "Città di Trieste" 2021

La finale della seconda edizione del Challenger “Città di Trieste” (montepremi €44.820) è stato un derby argentino. Per la precisione addirittura una stracittadina, dato che i due finalisti Thomas Etchverry e Thiago Tirante sono entrambi originari di La Plata. La sfida tra i due platensi ha però deluso le aspettative del pubblico, giunto in buon numero per vedere l’ultimo atto del torneo, che durante la settimana aveva avuto modo di apprezzare il tennis di pressione del 20enne Thiago e soprattutto dopo la sua bella vittoria in semifinale contro il n. 1 del seeding Dzumhur si immaginava di assistere ad un match interessante ed equilibrato.

Invece ha assistito ad un monologo di Etcheverry, che ha superato con un doppio, nettissimo, 6-1 il più giovane concittadino. Tirante ha forse pagato la stanchezza accumulata in settimana sui campi del TC Triestino – la finale è stata la settima partita in otto giorni, visto che ha disputato le qualificazioni – non riuscendo mai ad imporre il suo pressing da fondo e a far partire quelle accelerazioni di dritto che avevano entusiasmato il pubblico triestino nei giorni scorsi (tanto da farlo diventare il beniamino di molti). Merito anche di Etchverry, che ha messo in mostra una volta di più la sua estrema solidità da fondo, che unita all’ottima capacità di variare profondità e angolazione dei colpi non ha mai consentito all’avversario di impostare il match sui binari a lui più consoni.

Thomas Etcheverry durante la finale – ATP Challenger “Città di Trieste” 2021

La partita ha avuto un piccolo sussulto solo all’inizio del secondo parziale, quando Tirante, dopo un primo set assolutamente abulico (solo 11 punti vinti), dava qualche segno di risveglio. Il 20enne argentino annullava due palle break nel primo gioco grazie ad un paio di bei vincenti di dritto e subito dopo arrivava per la prima volta ai vantaggi sul servizio dell’avversario. Ma si trattava in realtà di un fuoco fatuo. Che si esauriva subito, prima che in tribuna iniziasse a farsi strada la speranza di iniziare ad assistere ad un incontro equilibrato. Nel game successivo infatti, il più lungo dell’incontro (16 punti), alla quarta occasione il n. 2 del tabellone otteneva il break. Etcheverry non si voltava più indietro e con un parziale di cinque giochi a zero chiudeva il match e conquistava il suo secondo torneo Challenger, tre settimane dopo la vittoria di Perugia.

 

Con questa vittoria il 22enne tennista argentino – che durante la premiazione ha ringraziato il pubblico triestino e Trieste, ricordando che questa per lui è stata la terza apparizione nel capoluogo giuliano, dopo la sconfitta al primo turno nel Future del 2019 e quella nei quarti lo scorso anno contro il futuro vincitore Alcaraz – entra per la prima volta tra i primi 150 del mondo. E non sarebbe una sorpresa vederlo tra i primi cento entro fine stagione. Anche per Tirante la seconda finale in un torneo del circuito cadetto, dopo quella del novembre scorso a Lima, porta in dote l’ingresso in un club mai frequentato prima: la top 300 ATP.

Finale:
[2] T. Etcheverry b. T. Tirante 6-1 6-1

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Tokyo 2020, la solita strana Olimpiade. Un po’ della sua storia fino a Djokovic che dice: “Stavo male”

TOKYO – L’edizione di Londra 2012 la migliore fra tutte. Djokovic confessa ai colleghi serbi di aver dovuto prendere dei medicinali, consentiti, per scendere in campo, ma Carreno Busta, vittorioso sul n.1 e il n.2 del mondo, ha meritato di vincere giocando benissimo. E Bencic riesce dove ha fallito Federer

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Succede in tante discipline, le sorprese in queste Olimpiadi sembrano all’ordine del giorno, i favoriti spesso perdono, semi sconosciuti si affermano, gli strascichi della pandemia – fra chi ha subito il Covid, chi non si è potuto allenare come al solito, chi si è trovato addosso al certificato anagrafico un anno di troppo, chi un anno di meno – hanno inciso su tanti risultati.

Eppoi il torneo olimpico di tennis è decisamente un torneo sui generis, lo è quasi sempre stato, non lo si scopre oggi. Dacché, dopo 60 anni di Purgatorio (1924 Parigi sì con la medaglia per De Morpurgo,1928 Anversa no fino al 1988 Seul sì), il tennis è ridiventato sport olimpico ne abbiamo viste un po’ di tutti i colori e quest’edizione non smentisce l’assunto.

Il fatto che, ed è solo un esempio, Nuova Zelanda (doppio maschile: Venus-Daniell) e Brasile (doppio femminile: Stefani-Pigossi che sembrano tanto italiane ma non lo sono) abbiano vinto una medaglia in quest’Olimpiade e tante nazioni di maggior tradizione e consistenza tennistica – Italia compresa in oltre 30 anni eh – non riescano a vincerla da decenni, la dice lunga.

 

Del resto se scorriamo l’albo d’oro del tennis basterebbe già quello delle medaglie d’oro per far arricciare il naso in diverse edizioni.

Consentitemi qui – prima di un commento su quest’edizione ancora in corso – di fare un brevissimo ripasso, anche se ho chiesto alla redazione di preparare un articolo che uscirà domenica e raccolga l’elenco di tutte le medaglie olimpiche del tennis, nelle cinque specialità. Nell’88 vinse Steffi Graf, di cui si è scritto quest’anno più di sempre per via del Golden Slam (mancato…) di Djokovic, ma “Gattone” Mecir non era un campionissimo anche se è stato per un breve periodo n.4 del mondo. Né erano campionissimi i finalisti di Barcellona ’92, lo svizzero Rosset (best ranking n.10) e lo spagnolo Jordi “Medalla” Arrese, ma almeno la sedicenne Jennifer Capriati che sorprese Steffi Graf dette vita a una finale degna d’esser ricordata anche per il nome delle protagoniste.

Nel ’96 ad Atlanta almeno i due campioni furono invece di grande noblesse, Andre Agassi (che battè Bruguera, l’attuale capitano di Coppa Davis spagnola che ho intervistato qui oggi a Tokyo per essere anche il “capo” di Carreno Busta) e Davenport (che sconfisse Arantxa Sanchez)

Nel 2000 vinse a Sydney il “principino” di Sochi Yevgeny Kafelnikov sul tedesco d’America cresciuto da Nick Bollettieri Tommy Haas (battendo Khachanov Sasha Zverev potrebbe diventare il primo tedesco di sempre a conquistare una medaglia d’oro in singolare uomini (Becker-Stich vinsero il doppio a Barcellona, Boris aveva perso in singolo da Santoro al terzo turrno e Stich da Steeb al secondo… ma d’altra parte gli anni migliori di Boris Becker erano venuti a metà anni ’80). Fra le donne l’oro andò a Venus Williams (su Elena Dementieva, la mia tennista russa prediletta… prima dell’avvento di Maria Sharapova) che ne conquistò un altro in coppia con Serena (che avrebbe vinto il suo in singolare 12 anni dopo, a Londra).

Nel 2004 a Atene il torneo più…inattendibile, quello che decretò lo storico doppio oro cileno, in singolare per Nicolas Massu (il coach oggi un po’ discusso di Thiem battè in finale Mardy Fish, non una finale di prime stelle) e in doppio per lo stesso Massu con Fernando “Mano de Pedra” Gonzalez. Il modesto torneo maschile (con Federer battuto inopinatamente al primo turno da Tomas Berdych) fu riscattato da quello femminile, grazie a Justine Henin che conquistò l’oro a spese di Amelie Mauresmo.

Nel 2008 a Pechino beh, Rafa Nadal è riuscito dove non sono riusciti né Roger Federer né, a questo punto, Nole Djokovic. Nole ha detto di volerci riprovare a Parigi 2024 quando avrà 37 anni! Ma sulla terra battuta del Roland Garros si può giurare che Rafa Nadal a 38 anni non sarà più in circolazione e competitivo? Nadal battè in finale Gonzalez (mica male il curriculum olimpico di Mano de Pedra: un oro, un argento e un bronzo), ma fu molto più dura – e bella – la sua semifinale contro Novak Djokovic. Fra le donne ci fu una tris russa e vinse la Dementieva, che negli Slam non la spuntò mai, ma lì si tolse la sua più bella soddisfazione dopo l’argento di 4 anni prima.

Direi che in campo maschile l’edizione più bella di sempre sia stata quella di Londra 2012, e non solo perché giocata nel tempio di Wimbledon. Ma, al di là della sede super-prestigiosa, sia la finale, sia le semifinali, sia il nome dei quattro protagonisti, la fecero brillare più di qualunque altra: i britannici esultarono alla grande per il trionfo di Andy Murray in finale su Roger Federer che era arrivato a quel traguardo sfinito dopo una vittoriosa maratona con del Potro 3-6,7-6,19-17 d’oltre 4 ore. Quel match fra Roger e Juan Martin lo ricordo come uno dei migliori cui ho ho avuto la fortuna di assistere. Federer aveva vinto il suo 17° Slam e il settimo Wimbledon poche settimane prima. Murray aveva battuto in semifinale Djokovic. Ma non aveva ancora vinto il Wimbledon “vero”, quello che avrebbe vinto l’anno successivo e poi anche nel 2016, e le celebrazioni britanniche del 2012 furono entusiaste perché si temeva la maledizione di Fred Perry, campione all’All England Club nel triennio 1934-1936. Andy sfatò il tabù 77 anni dopo. Ho già detto che l’oro donne andò a Serena Williams: battè Maria Sharapova dalla quale aveva perso un paio di volte nel 2004 (proprio a Wimbledon e poi a Los Angeles nelle finali WTA: per l’appunto ero presente ad entrambe, e se per Wimbledon era normale che fosse così, invece allo Staples Center di Los Angeles ci andai solo quella volta e non ricordo più perchè…forse stavo facendo il giro del mondo da quella parte per andare o tornare dalla Nuova Zelanda e dall’America’s Cup di vela, di Prada, Alinghi etcetera) ma poi mai più.

Rio 2016 è storia recente: cominciò tutto con Djokovic che perse al primo turno da del Potro…e furono calde, struggenti lacrime. L’oro in quel memorabile 2016 che lo condusse a chiudere l’anno da n.1 del mondo con un sorpasso ai danni di Djokovic nell’ultimo match delle ATP Finals, lo prese per la seconda volta consecutiva Andy Murray. Andy lo abbiamo rivisto anche qui a Tokyo, sia pur rinunciatario in singolare – faceva davvero troppo caldo e troppo umido per uno scozzese! – ma ci ha provato in doppio al fianco di Salisbury…senza troppo successo.

Quanto accadde nel singolare femminile, con il successo assolutamente sorprendente della portoricana Puig, capace di battere fra le altre, Pavluychenkova, Muguruza, Kvitova e Kerber in finale, quindi di venir fuori da un percorso accidentato, mi aveva dato speranze quest’anno per un percorso analogo di Camila Giorgi una volta che aveva sconfitto due finaliste di Slam, sia la Brady (runner-up in Australia) sia la Pliskova (idem poche settimane fa a Wimbledon). Purtroppo Camila è incappata in una Svitolina – poi premiata dal bronzo – in giornata di vena.

E lei, Camila, purtroppo meno soprattutto all’avvio dei due set. In uno è stata sotto 4-0 e 5-1, nell’altro 4-1 e due break. Insomma, anche nel tennis femminile dove il servizio e i break non hanno tutta questa importanza, sono handicap troppo pesanti…se l’avversaria quel giorno non è disponibile a darti una mano. Io avevo detto, per l’appunto, a Camila il giorno prima… che Svitolina era stata capace di perdere il primo set con Sakkari pur essendo stata avanti per 5-1…ma non mi aspettavo che per tutta risposta Camila la lasciasse salire a 5-1 per provarsi a fare la stessa rimonta! Scherzo, naturalmente.

E, dall’88 al 2021, siamo così arrivati a oggi. All’ennesima delusione olimpica patita da Novak Djokovic. Va subito precisato, a scanso di equivoci, che Carreno Busta ha giocato benissimo, stando sempre con i piedi sulla riga di fondo – mentre Novak invece “remava” un metro e mezzo oltre – e tenendo il pallino del gioco. Chiudendo tantissimi punti con il dritto che non è sempre così incisivo. In questo aspetto il suo match ha ricalcato un pochino quello di Zverev ieri, perché anche il tedesco di dritto era stato molto più incisivo del solito.

Pablo Carreno Busta – Olimpiadi Tokyo 2020 (via Twitter, @ITFTennis) (1)

Avrete forse già lettà nell’articolo di cronaca di Vanni Gibertini le prime dichiarazioni che ho registrato andando a porre una delle due domande concesse a tutto il contingente di lingua non serba ai giornalisti qui a Tokyo in mixed zone.

Mi era parso giusto congratularmi con lui per la scelta di essere venuto comunque a Tokyo, quando tanti glielo avevano sconsigliato. E gli avevo detto: -Penso che tu debba essere orgoglioso della scelta che hai fatto anche se i risultati non sono stati quelli che speravi e mi auguro che tu non sia pentito di averla fatta – E lui: “Sono molto dispiaciuto per non aver vinto neppure una medaglia per il mio Paese…Non ho portato a termine l’incarico che avevo, sia ieri che oggi. Il mio livello di tennis è calato, anche a causa della stanchezza fisica e mentale. Ma non rimpiango il fatto di essere venuto alle Olimpiadi. Credo che nella vita non ci siano cose che accadono per caso, ma tutto accada invece per un motivo. Ho sofferto alcune sconfitte molto dolorose alle Olimpiadi, ma anche nei grandi tornei e so che quelle mi hanno in genere reso più forte, solitamente e sotto tutti i punti di vista. So che mi riprenderò…”.

Ancora Djokovic: “So quindi che recupererò da questa delusione. Proverò ad esserci a Parigi 2024 per vincere una medaglia. Mi dispiace aver deluso molti tifosi in Serbia, ma questo è lo sport, ho dato tutte le energie che avevo, che non erano molte. Spero che le conseguenze fisiche non siano un problema in vista dello US Open. Non ne sono sicuro al momento…ma non ci sono rimpianti: quando c’è la tua patria in ballo, bisogna dare tutto…”

Un collega gli ha poi chiesto del suo lancio di racchetta in tribuna all’inizio del terzo set, poi della racchetta fracassata con rabbia sul paletto di sostegno della rete sul 3-0 per Carreno Busta. Sul primo episodio Novak sorprendentemente non era stato ammonito. Forse perché non era sembrato tanto un gesto rabbioso ma semmai di resa per una palla al volo giocata da Carreno e irrecuperabile. Tuttavia quel lancio d’istinto era stato pericoloso. E se avesse colpito qualcuno? Poteva ripetersi quel che gli era successo con il lancio di palla che colpì la giudice di linea americana all’US Open e che gli procurò la squalifica proprio mentre giocava anche quella volta contro Carreno Busta!

“E’ stato un crescendo di emotività… Succede. Sentivo della pressione sul campo in piena lotta. Non è stata la prima volta, di sicuro non sarà l’ultima. Non è simpatico, ma fa parte di quel che sono, penso. Non mi piace fare quelle cose e sono dispiaciuto di mandare questo tipo di messaggi, ma siamo esseri umani. A volte è difficile controllare le proprie emozioni…”.

Con gli amici serbi Nole si è trattenuto un poco di più, ma nel giustificare le sue cattive prestazioni – e giustificandosi anche per il ritiro nel misto e con Nina Stojanovic che non era presente al suo percorso in mezzo alle troupes televisive – ha però aggiunto qualcosa che non era emerso riguardo alle sue condizioni fisiche: ”. “So che non ho giocato bene, soprattutto ieri, ma ho dato tutto e non credo di dovermi rimproverare nulla. Anche se tre insuccessi su quattro tentativi olimpici sono tanti in rapporto al mio standard abituale. Ho tuttavia fatto quel che potevo, date le circostanze. Magarici riuscirò a Parigi, dove vorrei proprio esserci…chissà? Ho dovuto prendere delle medicine per poter giocare…e non ero quindi nelle condizioni migliori. Né fisiche, né poi mentali. Purtroppo il mio corpo questa volta mi ha tradito, non avevo un dolore ma più d’uno – non ha però specificato quali – ma io sono comunque orgoglioso di quello che ho scelto di fare per il mio Paese anche se mi spiace aver deluso i miei tifosi…”

I colleghi serbi con i quali ho sviluppato ottimi rapporti durante Wimbledon – e cui ho inviato il nastro della intervista registrando anche quella in serbo, piccoli trucchi del mestiere… – mi hanno detto che Djokovic ha dovuto prendere antidolorifici in questi giorni per dolori molto forti che però non ha voluto specificare. E a fine serata, dopo le 23,30 per un torneo che avrebbe dovuto rispettare una sorta di coprifuoco – almeno stando alle intenzioni degli organizzatori che avevano programmato tutto al mattino e al primo pomeriggio fino alla protesta “sindacale” di Djokovic (beffato dalla sua stessa iniziativa), ecco che la Bencic vince quell’oro che aveva vinto a Barcellona nel ’92 un altro svizzero, Marc Rosset, e in doppio a Pechino Roger Federer e Stan Wawrinka in doppio, ma che neppure Sua Maestà Roger era stato capace di vincere in singolare. 7-5 2-6 6-3 per Belinda – il cui best ranking è stato n.4 nel febbraio 2020 – su Vondrousova che sul 4-4 al terzo ha pensato bene di perdere il servizio a zero.

Questa domenica Belinda, figlia di genitori slovacchi come era anche Martina Hingis – e proprio la mamma di Martina, Melanie Molitor è stata la sua prima coach dall’età di 7 anni – potrà cercare addirittura la doppietta in doppio. Lei e Golubic non sono davvero favorite contro Krejcikova e  Siniakova, n.1 del mondo e del seeding, ma – come detto – nei tornei olimpici può accadere di tutto. Anche che Bencic vinca un torneo da testa di serie n.9, il più importante torneo della sua carriera. Ne aveva vinti solo quattro da ‘adulta’, dope essersi imposta da junior in due Slam, a Wimbledon e Roland Garros. Ma il nostro esperto di tennis femminile AGF, su Belinda ha scritto di tutto e di più. E sono sicuro che lo farà ancora questo martedì.

Belinda Bencic – Olimpiadi Tokyo 2020 (via Twitter, @ITFTennis)

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