Quali sono gli infortuni più frequenti nei tornei dello Slam?

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Quali sono gli infortuni più frequenti nei tornei dello Slam?

Strappi o tendinite? Abbiamo dato un’occhiata ai numeri di Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e US Open con l’aiuto di una specialista

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(AP Photo/Andy Brownbill)

Nelle scorse settimane ci siamo occupati della definizione dei vari tipi di infortunio addominale che possono colpire un atleta. Oggi invece proveremo ad allargare lo spettro dell’analisi mostrando degli studi statistici inerenti al numero e al tipo di infortuni registrati nel tennis moderno. Per farlo abbiamo contattato la Dottoressa Babette Pluim, già presidente della STMS (Società di medicina e scienza del tennis) e autrice di numerose ricerche in materia, la quale ha gentilmente risposto inviandoci undici articoli sul tema delle lesioni nel tennis pubblicati in riviste scientifiche come il “British Journal of Sport and Medicine” e “Medicine and Science in Tennis”. Ne abbiamo selezionati quattro, uno per ogni torneo dello slam, chiarendo obiettivi, periodo temporale, esposizione, calcolo dell’incidenza, risultati e conclusioni di ogni ricerca.

DEFINIZIONE DI STANDARD TERMINOLOGICI E METODOLOGICI

A seguito di discussioni tra diversi organi di governo del tennis nazionali e internazionali, l’ITF facilitò la creazione di un gruppo di undici membri (fra cui la Dottoressa Pluim) per elaborare dei parametri standard per il controllo di infortuni e malattie specifiche per il tennis ad ogni livello, seguendo l’esempio di altri sport come calcio, rugby e cricket. La riunione del gruppo si svolse nell’aprile 2009 presso gli uffici ITF di Roehampton, vicino a Londra (dove si giocano le quali di Wimbledon), e produsse questo documento. Di seguito alcuni degli standard terminologici e metodologici elaborati dal gruppo:

 
  • Si parla di condizione medica piuttosto che di infortunio, dato che si comprendono anche le malattie. Le condizioni possono essere classificate in base al modo in cui si presentano. Una condizione di esordio acuto deriva da un evento specifico e identificabile o quando si verifica un’improvvisa comparsa di dolore o disabilità (relativamente grave). Una condizione a insorgenza graduale si manifesta per un periodo di tempo prolungato, oppure quando si verifica un aumento graduale dell’intensità del dolore o della disabilità senza che un singolo evento identificabile sia responsabile della condizione. Esempi di condizioni di esordio acuto includono strappi muscolari e fratture, mentre le condizioni di esordio graduale includono tendinopatia e sindrome da sovrallenamento.
  • Il tipo di lesione è stato classificato come (1) osso, (2) articolazione (non ossea) e legamento, (3) muscolo e tendine, (4) pelle, (5) sistema nervoso centrale/periferico o (6) altro. La posizione della condizione medica è stata raggruppata nelle seguenti categorie: (1) testa e collo, (2) arti superiori, (3) tronco, (4) arti inferiori e (5) altro. Ogni condizione medica è stata quindi classificata in base a queste due categorie. Ad esempio, le lesioni che raggruppano muscoli e tendini sono state suddivise in (1) rottura muscolare, strappo, spasmo o crampo (RTSC) o (2) strappo tendineo, tendinopatia o borsite (TTB).
  • L’esposizione alla partita (ME) è definita come misura unitaria di un incontro (compreso il riscaldamento in campo) tra giocatori in competizione. Tuttavia, l’esposizione può anche essere riferita alle sessioni di allenamento. Altre metriche possono essere le ore di esposizione dell’atleta o i set totali giocati oppure ancora il numero di giochi totali, che fanno aumentare la ME totale.
  • L’incidenza di infortunio è determinata in base all’esposizione di un atleta a un evento, sia esso partita o allenamento, ed è calcolata come il quoziente di infortuni per 1000 esposizioni di partita (ME). Il calcolo del tasso di incidenza varierà a seconda del tipo di metrica posta a denominatore.
  • I moduli di raccolta dei dati standardizzati, che possono essere presentati in formato elettronico o cartaceo, dovrebbero essere utilizzati in modo coerente durante tutto lo studio e guide d’uso per completare i documenti dovrebbero migliorare notevolmente l’accuratezza e l’affidabilità con cui vengono completati i moduli di relazione, garantendo l’anonimato e la riservatezza degli atleti.

Le definizioni e la metodologia proposte all’interno di questa dichiarazione di consenso portarono alla raccolta di dati medici più coerenti e comparabili per il tennis. Gli anzidetti standard sono stati aggiornati due anni fa nel luglio 2019 su proposta del CIO. La revisione della dichiarazione di consenso contiene raccomandazioni specifiche per il tennis che riguardano le dinamiche di infortunio, le modalità di insorgenza, la classificazione delle lesioni, la durata dell’infortunio, l’acquisizione e la segnalazione, l’esposizione del rischio e la popolazione di studio. È stato per esempio raccomandato di esprimere il rischio come il numero di infortuni per 1000 ore e per 1000 giochi giocati, in quanto ciò consentirà il confronto tra i sessi e le superfici di gioco. Tuttavia, potrebbe non essere possibile raccogliere dati così dettagliati in ambito ricreativo, quindi gli infortuni per 1000 set o partite potrebbero essere sufficienti.

Il tennis prevede il carico della parte superiore e inferiore del corpo, in netto contrasto con sport come il calcio, la corsa e il pattinaggio, dove il carico interessa principalmente la parte inferiore del corpo. Poiché sono coinvolti sia gli arti superiori che quelli inferiori, è fondamentale monitorare il carico sia sulla parte superiore che su quella inferiore del corpo per fare inferenze significative sul carico effettivo e sui conseguenti impatti sulla salute dell’atleta. Questo monitoraggio è un’enorme sfida nella pratica, ma in futuro sensori e video-analisi potrebbero apportare vantaggi.

US Open

Obiettivi: conoscere la tendenza delle lesioni e del tipo di lesioni nel tennis professionistico esaminando un periodo temporale il più possibile ampio di anni in cui il torneo si è disputato.

Periodo temporale: 16 anni (1994-2009) 

Esposizione: per questo studio è stata utilizzata l’esposizione di un atleta a un evento sia esso partita o allenamento ed è stata calcolata come il quoziente di infortuni per 1000 esposizioni di partita (ME). Le esposizioni alla partita hanno considerato due esposizioni per ciascuna partita di singolare (due giocatori per partita) e quattro esposizioni per ogni incontro di doppio (quattro giocatori per partita).

Incidenza: si sono registrati nel periodo 1219 casi, di cui 515 riferiti alle donne e 704 agli uomini, con 701 casi di lesioni acute e 495 casi di lesioni a insorgenza graduale.

Risultati: secondo questa analisi si è verificata una fluttuazione statisticamente significativa degli infortuni nel periodo di tempo analizzato (p <0,05). Ci sono stati in media 76,2 ± 19,6 infortuni totali, con un tasso di incidenza medio del 55,56 per 1000 partite di esposizione per gli uomini e di 40,64 per le donne (Figura 1). Il tasso di lesioni agli arti inferiori è stato più alto di 1,3 volte rispetto alle lesioni agli arti superiori e del triplo rispetto alle lesioni al tronco (p <0,01), con una tendenza uguale tanto per uomini e donne (Figura 2). Le lesioni muscolari o tendinee sono state il tipo più comune sia di lesione acuta che di lesione graduale. Le caviglie sono i punti del corpo dove si sono registrate le lesioni più comuni, seguite da polso, ginocchio, spalla/clavicola e piede/alluce. Il maggior numero di lesioni acute correlate a RTSC si è verificato nelle regioni dell’addome, della coscia e delle spalle, mentre la maggior parte delle lesioni TTB si sono verificate alla caviglia, al polso e al ginocchio. (Figura 3).

Conclusioni: il numero di casi di lesioni correlate a RTSC è stato significativamente superiore agli infortuni correlati al TTB (13,02 vs 10,22 per 1000 ME, p <0,05), sebbene nel complesso siano state osservate differenze minime (20,71 vs 19,85 per 1000 ME).

Figura 1. Tassi di infortunio per 1000 partite giocate allo US Open 1994-2009.
Figura 2. Andamento temporale delle lesioni degli arti inferiori, arti superiori, tronco e collo/testa.
Figura 3. Incidenza per 1000 partite giocate allo US Open (1994-2009) delle lesioni muscolari e delle lesioni tendinee suddivise per la parte del corpo dove si sono manifestate.

Wimbledon

Obiettivi primari: descrizione del tipo di lesione e delle modifiche al profilo degli infortuni durante dieci edizioni di Wimbledon. Obiettivi secondari: descrizione della differenza di genere nei tassi distribuzione e nella patologia di lesioni.

Periodo temporale: edizioni di Wimbledon dal 2003 al 2012.

Esposizione: per questo studio è stato utilizzato il numero di set giocati per singoli, doppi e doppi misti (ancora una volta, i singoli contano come due esposizioni e i doppi come quattro esposizioni per set).

Incidenza: a denominatore è stato posto il numero di set totali giocati da giocatori e giocatrici. Come numeratore sono stati usati i giocatori che si presentano con infortuni verificatisi sia in precedenza che durante il torneo. Un totale di 700 infortuni è stato registrato nel tabellone principale del periodo considerato su un totale di 12.212 set giocati.

Risultati: il tasso complessivo medio di esposizione alle lesioni per tutti i giocatori nel periodo è stato di 20,7 per 1000 set giocati. I tassi di infortunio sono stati inferiori per i giocatori di sesso maschile (17.7 rispetto a 23,4 infortuni per 1000 set giocati, Figura 4). Infortuni agli arti inferiori (47% e 49%), seguiti da arti superiori (28%) e tronco sono le lesioni più frequenti (Figura 5). I giocatori maschi hanno tassi uguali di stiramento/strappo muscolare e tendinopatia, mentre le giocatrici sembrano soffrire relativamente meno di lesioni muscolari rispetto alle lesioni ai tendini (Figura 6).

Conclusioni: i tassi di incidenza delle lesioni in questo Slam variano sia a livello di genere che temporale. Sistemi più robusti di raccolta dati sono richiesti nel tennis professionistico per consentire un’analisi più sofisticata dei dati sugli infortuni tra sessi, anni e diverse superfici di gioco.

Figura 4. Tassi di infortunio per 1000 set giocati a Wimbledon, 2003-2012.
Figura 5. Distribuzione percentuale tra arti inferiori, tronco, arti superiori di uomini e donne.


Figura 6. Tipologia di lesione in percentuale nei giocatori in alto e nelle giocatrici in basso.

Australian Open

Obiettivo: esaminare l’epidemiologia e la frequenza di trattamento delle lesioni durante l’Open d’Australia.

Periodo Temporale: sei edizioni, dal 2011 al 2016.

Esposizione: al fine di conservare tutti i dati di corrispondenza disponibili, una misura dell’esposizione che era fortemente e positivamente correlata alla durata della partitaè stata scelta. Si è optato per il numero di giochi, calcolando la frequenza per 10.000 giochi (GE), diversamente da quanto fatto a Wimbledon e allo US Open. Per i singolari ogni gioco equivaleva a due GE poiché entrambi i giocatori erano esposti allo stesso gioco, mentre per doppio e doppio misto si sono calcolati quattro GE per gioco. Nel caso di doppi misti conclusisi con un super tie-break del terzo set, i punti totali sono stati sommati e divisi per il numero medio di punti per game (sei) per calcolare il GE.

Incidenza: l’incidenza delle lesioni è stata definita come una consultazione medica verificatasi durante l’Australian Open con un medico nominato dal torneo. I dati sono stati raccolti per sesso, tipologia di lesioni e localizzazione, e sono stati riportati come frequenze per 10.000 giochi di esposizione.

Risultati: durante il periodo considerato, le giocatrici hanno registrato un tasso di incidenza di infortuni per 10.000 GE più elevato rispetto agli uomini (201,7 vs 148,6). Le donne hanno inoltre sperimentato un’incidenza assoluta più alta rispetto ai maschi per ogni singolo Australian Open (Figura 7). Lesioni degli arti superiori e inferiori hanno colpito in egual misura le donne, mentre le lesioni agli arti inferiori sono state predominanti nei maschi. Le parti del corpo maschili più frequentemente infortunate sono state il ginocchio (3,5 ± 1,6), seguito dalla caviglia (2.3 ± 1.3) e dalla coscia (2.3 ± 1.5), come illustrato dalla Figura 8. La spalla (5,1 ± 1,1 lesioni all’anno) è stata la più comune regione di lesione nelle femmine seguita dal piede (3,2 ± 1,1), polso (3,1 ± 1,5) e ginocchio (3,1 ± 1,1), come da Figura 8. Le lesioni muscolari, per entrambi i sessi, sono state il tipo prevalente di lesioni con un totale di 45,9 ± 3,3 e 56,5 ± 1,3 rispettivamente per maschi e femmine, seguite da lesioni ai tendini e distorsioni articolari (Figura 9).

Conclusioni: lo studio sugli infortuni registrati alle edizioni dell’Australian Open suggerisce che le donne si infortunano più frequentemente rispetto ai maschi. Con riferimento alla localizzazione delle lesioni e alla tipologia, i dati della ricerca sono in linea con i risultati di precedenti ricerche dei tornei dello US Open e Wimbledon. Si è registrato un incremento di fratture da stress durante il periodo di osservazione.

Figura 7. Incidenza totale di lesioni maschili e femminili (± DS) per 10000 giochi di esposizione.
Figura 8. Distribuzione media dell’incidenza delle lesioni tra le regioni anatomiche di uomini e donne.
Figura 9. Distribuzione media dell’incidenza delle lesioni per tipologia tra uomini e donne.

Roland Garros

Obiettivi: descrizione del tipo di lesioni e della loro localizzazione suddivise per sesso, con una popolazione di oltre 700 giocatori (400 uomini e 300 donne).

Periodo Temporale: 3 edizioni, dal 2001 al 2003.

Esposizione: questo studio considera i numeri assoluti dei giocatori (uomini o donne) che hanno richiesto assistenza medica.

Incidenza: si sono conteggiati i valori assoluti e le percentuali di distribuzione degli eventi registrati.

Risultati: in media, il 20% degli uomini e il 17% delle donne hanno consultato la squadra di medici per controllare se avessero una lesione. Il numero di lesioni annotate ciascuna l’anno è stato relativamente stabile sia fra i giocatori che fra le giocatrici. Gli uomini hanno mostrato un maggior numero di infortuni totali ogni anno, dovuto anche al fatto che nella popolazione considerata vi erano più uomini che donne (Figura 10). Gli infortuni più comuni sono stati quelli agli arti inferiori con il 45%, seguiti da arti superiori (30%) e tronco (25% fra addome e colonna vertebrale), come da Figura 11. Con riferimento agli arti inferiori, gli uomini sono colpiti principalmente da lesioni ai tendini, mentre le donne da lesioni muscolari e articolari (Figura 12). La frequenza di caviglie slogate è la stessa per ambo i sessi. Come tendinopatie si considerano lesioni micro-traumatiche che rappresentano il 36% del totale delle lesioni di arti inferiori negli uomini e il 28% nelle donne. Per quanto concerne le lesioni agli arti superiori, sono dominate dalla tendinopatia sia negli uomini (17%) che nelle donne (16%), seguite da dolori articolari (Figura 12). Le lesioni muscolari sono state rilevate raramente.

Conclusioni: il tennis di alto livello può provocare lesioni dell’apparato locomotore. Le lesioni agli arti inferiori sono state riscontrate con maggior frequenza (45%).

Figura 10. Distribuzione dei valori assoluti delle lesioni tra uomini e donne.
Figura 11. Distribuzione dei valori assoluti delle lesioni tra arti inferiori, arti superiori e tronco di uomini e donne.
Figura 12. Distribuzione tipologia di lesioni arti inferiori di uomini e donne in alto e arti superiori in basso.

CONCLUSIONI

Le quattro ricerche hanno chiaramente confermato che le zone del corpo di un tennista a maggior rischio di lesione sono gli arti inferiori, seguiti dagli arti superiori e in minor misura dalla zona del tronco e della colonna vertebrale. Tre tipologie di lesioni spiccano in tutte e quattro le ricerche considerate, tanto per uomini quanto per le donne, e sono le lesioni muscolari, le lesioni ai tendini e infine le lesioni articolari.

Per quanto concerne il genere, non possiamo stabilire se un genere è più soggetto a lesioni dell’altro, poiché i dati hanno mostrato che tanto a Wimbledon quanto all’Australian Open gli uomini si sono infortunati meno delle donne, ma la ricerca dello US Open ha mostrato come le lesioni femminili siano state sensibilmente inferiori, dato che ha confermato quanto era emerso dal vecchio studio condotto al Roland Garros, che considerava solamente il numero delle lesioni da parte dei tennisti.

Le tre ricerche sullo US Open, Wimbledon e l’AO sono state benedette dalla dichiarazione di consenso del 2009 (poi aggiornata nel 2019) e mostrano infatti metriche e metodologie similari, ma non uguali, soprattutto con riferimento al calcolo dell’incidenza degli infortuni. I disparati metodi di calcolo del tasso di infortunio, infatti, complicano il confronto fra i tornei. Date le differenze nei rapporti, sarebbe utile un metodo di confronto standard. Ciò aiuterebbe anche con i confronti dei tassi di infortunio tra i sessi, dato che i maschi a livello Slam giocano al meglio dei cinque set, mentre le donne al meglio dei tre.

Quindi, in ultima analisi si rammenta come la coerenza nella rendicontazione e l’utilizzo di una metodologia standardizzata sia anche l’obiettivo di tutte le ricerche sulla salute degli atleti e dei programmi di prevenzione degli infortuni e delle malattie. L’esperienza personale di chi scrive lo porta a ricordare l’intervento del Prof. David Adams dell’NHGRI (National Human Genome Research Institute) al convegno “Rare diseases and big data, from research to clinical practise”, svoltosi a Barcellona il 26 e 27 di Ottobre 2017. In quella circostanza, Adams chiarì come il mondo medico fosse del tutto privo di standard di raccolta e condivisione dei dati dei pazienti con riferimento alle malattie rare, avendo questi dati criteri di misurazione e raccolta differenti a vari livelli costituiti dalle famiglie più propense alla condivisione, istituzioni regionali, enti nazionali, ed enti transnazionali.

Va inoltre ribadito come sia fondamentale monitorare il carico sia sulla parte superiore che su quella inferiore del corpo per fare inferenze significative sul carico effettivo e sui conseguenti impatti sulla salute dell’atleta. Questa sfida potrà essere accolta nel prossimo futuro da sensori IMU, GPS e strumenti di video-analisi.

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ATP

Essere Roger Federer a bordo di un tram chiamato desiderio

Immaginaria intervista al fuoriclasse svizzero sul suo 2021 e sul futuro

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Roger Federer - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Ricordate la trama del film “essere John Malkovich”? Per chi non la ricordasse la riassumiamo in poche parole: un burattinaio di scarso talento trova un passaggio che gli permette di entrare nella mente di John Malkovich. Se un giornalista di scarso talento come il sottoscritto trovasse il passaggio per entrare nella mente di Roger Federer, quali pensieri incontrerebbe? Lo stesso Federer come giudica la sua stagione e come immagina le prossime?

In attesa di trovare quel passaggio, abbiamo immaginato di esserci trovati in sua compagnia in un rifugio immerso tra le nevi delle montagne svizzere e – favoriti dall’atmosfera di complicità creatasi a tavola tra generose porzioni di raclette e bicchieri di acquavite vallese – di averglielo chiesto e di avere ottenuto le risposte dalla sua viva voce.

Di seguito la trascrizione dell’intervista che non è mai avvenuta.

 

Roger, nel 2021 hai disputato complessivamente 5 tornei: Doha, Ginevra, Roland Garros, Halle e Wimbledon per un totale di 13 incontri, di cui 9 vinti e 4 perduti. A Parigi ti sei ritirato agli ottavia Wimbledon hai perso ai quarti di finale; nei tre restanti eventi non sei mai andato oltre il terzo turno…

R: Roberto, qual è la domanda? Se iniziamo così per la fine dell’intervista si saranno già sciolte le nevi e io un paio di sciatine vorrei ancora farmele, ginocchia permettendo.

Arrivo al punto: dal tuo punto di vista il bicchiere quest’anno è mezzo pieno o mezzo vuoto?

Ti rispondo da due punti di vista. Sotto quello personale il bicchiere è pieno. Come ho già detto in altre occasioni il primo motivo per il quale mi sono sottoposto a questi interventi chirurgici era quello di potermi garantire una vita normale sotto il profilo fisico una volta appesa la racchetta al chiodo e da questo punto di vista mi ritengo pienamente soddisfatto. Dal punto di vista sportivo invece faccio più fatica a risponderti. Ci sono giocatori maturi di alto livello che in tutta la loro carriera non sono mai andati oltre un ottavo di finale in un Major.

per esempio Basilashvili, un solido Top 20 che quest’anno si è pure preso il lusso di batterti a Doha ma che in carriera non è mai andato oltre un ottavo a New York..

….per esempio Basilashvili (grazie per avermi ricordato quella partita in cui ho anche avuto un match point). Ma – con tutto il rispetto per Nikoloz – io ho una storia e delle capacità diverse dalle sue e ciò che per un bravo giocatore può rappresentare un exploit per me non lo è. Quindi, tornando alla tua domanda, la stagione sotto il profilo sportivo per me è stata solo parzialmente soddisfacente. Anche perché speravo di essere presente allo US Open.

Da 1 a 10 che voto ti dai?

6.

Molti tuoi fan – io incluso – sognavano un tuo rientro trionfale come avvenne nel 2017. Ci avevi fatto un pensierino anche tu?

No. All’epoca rimasi assente dai campi per meno di sei mesi, ovvero dalla semifinale di Wimbledon 2016 sino all’esibizione di Perth nella Hopman Cup a gennaio 2017. Questa volta la mia assenza è durata oltre un anno, da febbraio 2020 a marzo 2021; tanto per un atleta in generale, tantissimo per un atleta di 40 anni con 23 anni di professionismo alle spalle come il sottoscritto.

Il momento più brutto e il più bello del tuo 2021 sportivo.

Cronologicamente sono quasi coincidenti: la sconfitta a Wimbledon contro Hurkacz e l’ovazione tributatami dalla folla mentre lasciavo il campo al termine di quella partita. Posso citare anche quello più surreale?

Prego.

Roland Garros: Koepfer che entra nel mio rettangolo di gioco e sputa sul segno lasciato dalla pallina dopo avere subìto un break. Incredibile. E non solo riferito al 2021.

Ne convengo. Partita migliore dell’anno.

Quella contro Gasquet a Wimbledon. Però devo essere sincero: se Richard non esistesse dovrei inventarlo. Sembra fatto apposta per farmi fare bella figura. Anticipo la tua domanda e ti dico anche la peggiore: quella contro Auger-Aliassime ad Halle. Ci sta perdere al terzo contro un giocatore molto forte che ha quasi 20 anni meno di me; ma Halle dopo Wimbledon è il torneo che amo di più, ed averci perso mi ha fatto male; inoltre quella sconfitta mi ha impedito di mettere nelle gambe un paio di partite in più sull’erba che a Wimbledon mi avrebbero fatto molto comodo. Peccato.

Roger, quest’anno la tua città – Basilea – ti ha dedicato un tram, il Federer-Express. Supponiamo che ti venga dedicato un altro tram e che a questo venga messo il nome “desiderio”, che cosa desidereresti ottenere ancora dal tuo talento?

La macchina del tempo per poter tornare al 14 luglio 2019 e giocarmi in modo diverso i due match point contro Djokovic. Più seriamente: la possibilità di poter ancora lanciare un Hurrà di vittoria (se poi sono due anche meglio).

Dove ti piacerebbe farlo?

Credimi, non ha poi tanta importanza dove. Ovvio che mi piacerebbe farlo a Wimbledon, ma l’idea di poter alzare un trofeo, sentire gli applausi del pubblico, vedere i flash dei fotografi, in sé ha un valore inestimabile, che supera il dove e il come. Ora che ci penso però devo dire però che anche a Torino non sarebbe male.

Visto che hai citato Novak prendo spunto per un’ultima domanda: per chi hai fatto il tifo nella finale degli ultimi US Open?

Ancora un goccio di acquavite?

Repetita iuvant: è un lavoro di mera fantasia. Non abbiamo mangiato raclette e bevuto acquavite vallese con Federer.

Per ora.

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evidenza

Il Guardian racconta “Citizen Ashe”, la storia di un campione del gioco e dell’attivismo

Il nuovo documentario, uscito il 3 dicembre, ripercorre i trionfi di Arthur Ashe allo US Open e a Wimbledon e il suo rapporto con il movimento per i diritti civili

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Arthur Ashe partecipa a un'udienza sull'apartheid alle Nazione Unite (ph. Bettman)

Qui il link all’articolo originale; qui, invece, la recensione del New York Times

La benzina del successo tennistico di Arthur Ashe è stata la fiducia: ha affermato che se avesse creduto abbastanza in sé stesso avrebbe potuto colpire la pallina spalle alla rete. Nel 1968 ebbe un grande momento di forma, inanellando una striscia di due mesi senza sconfitte. All’atto conclusivo dello US Open batté Tom Okker, diventando il primo uomo di colore a vincere un titolo dello Slam in singolare maschile. Nel frattempo Ashe si trovava ad affrontare pressioni interiori ed esterne affinché prendesse posizione sui diritti civili: essendo cresciuto nel Sud segregazionista, era preoccupato dalla possibilità di contraccolpi violenti. Ma dopo la vittoria a Forest Hills era pronto a esporsi e farsi sentire, stando a quanto riporta un nuovo documentario, “Citizen Ashe” [riprendendo il titolo originale del film “Quarto potere”, vale a dire “Citizen Kane”, ndt], diretto da Rex Miller e Sam Pollard.

Nel film Johnnie Ashe ricorda che il fratello diceva: “Adesso sono un campione, le persone ascolteranno ciò che ho da dire. Sono il primo nero a vincere lo US Open, sarò richiestissimo“. Miller afferma che la previsione di Ashe si sarebbe presto avverata. “Letteralmente alcuni giorni dopo il successo di New York, Arthur era ospite nel programma ‘Meet the Press’ e decise di non poter più restare ai margini. Considerando anche gli eventi della primavera e dell’estate 1968, con gli assassinii di Martin Luther King e Robert Kennedy, le proteste per la Guerra del Vietnam, i sit-in, tutto ciò che stava accadendo nel Paese, per lui era arrivato il momento di prendere la parola“.

 

“Citizen Ashe” è stato presentato sugli schermi al Doc New York City Film Festival il 13 novembre, prima dell’uscita ufficiale del 3 dicembre (negli Stati Uniti). Ci sono rari contributi audio e fotografie della stella del tennis; il film mostra l’impatto di Ashe dentro e fuori dal campo prima della sua morte, avvenuta a 49 anni nel 1993 a causa delle complicazioni dovute all’AIDS.

Il documentario mette in evidenza due vittorie nei Major arrivate all’inizio e verso la fine della sua carriera – US Open 1968 e Wimbledon 1975, quando sconfisse Jimmy Connors grazie al piano di gioco ideato con un gruppo di amici. Inoltre approfondisce il suo attivismo, anche in Sudafrica, dove sfidò l’apartheid una volta saputo che Nelson Mandela era finito in carcere per aver provato a votare. Dopo la diagnosi di AIDS, Ashe creò una fondazione dedicata alla sconfitta del virus.

Nel film sono presenti interviste a persone a lui vicine, come la moglie Jeanne Moutoussamy-Ashe, co-produttrice della pellicola, e il fratello Johnnie. “Tutto questo non sarebbe stato possibile se Jeanne non avesse partecipato attivamente“, dice Miller. “Era parte integrante del progetto, impegnata nella riuscita del film in prima persona“. Jeanne anche aiutato il regista a contattare giocatori quali Charlie Pasarell (parte del gruppo che stilò il piano per battere Connors) e John McEnroe, che ebbe un rapporto complicato con Ashe quando quest’ultimo fece da mentore per la squadra americana di Coppa Davis.

Secondo Pollard, “Arthur, insieme a Jim Brown, Kareem Abdul-Jabbar e Bill Russell, è stato una sorta di modello da seguire per le stelle odierne Colin Kaepernick, Serena e Venus Williams, Naomi Osaka, LeBron James. Ciò che fanno loro oggi non si pone in una tradizione inaugurata da loro“.

Questo film dà uno sguardo sui momenti che hanno formato Ashe da giovanissimo a Richmond, Virginia. Il tennista ha raccontato che era normale per i bambini di colore chiedersi se avrebbero mai potuto vivere bene in una società segregazionista e che ogni giovane con “più di un pizzico di intelligenza” se ne sarebbe andato. Anche Arthur lo fece – prima andò a Saint Louis per terminare le superiori, poi al college all’Università della California a Los Angeles (UCLA). Richmond rimaneva un triste ricordo per Ashe: aveva perso sua madre a sei anni. Suo padre faceva il custode in un campo sportivo per soli neri, dove il giovane Arhur imparò a giocare a tennis e fu scoperto dall’allenatore Robert Johnson, il quale aveva notato anche la promessa di colore e pioniera Althea Gibson.

Il documentario mostra quanto fu decisivo il 1968 sia per Ashe sia per gli Stati Uniti, da molteplici punti di vista. La carriera sportiva del futuro campione stava decollando: fu il primo uomo di colore ad essere selezionato per la squadra americana di Coppa Davis. Inoltre era entrato nell’esercito, come tenente di stanza a West Point, mentre suo fratello era impiegato in Vietnam. Johnnie si rese volontario per un altro turno di servizio in Asia, permettendo ad Arthur di rimanere in patria. “Fu un grande sacrificio“, dice Pollard. “Devi amare molto tuo fratello per fare una cosa del genere“. Ashe andò comunque in Vietnam, dove si trovò in prima linea e vide con i propri occhi militari feriti in servizio, cosa che lo colpì molto. Nel film Johnnie Ashe descrive quei momenti: “In qualche modo gli eventi lo riportarono a casa. Ho fatto la cosa giusta, al momento giusto per il giusto motivo“.

Nel frattempo Arthur Ashe si interrogava se quella fosse anche l’occasione opportuna per prendere posizione sui diritti civili. Atleti di colore come Muhammad Ali, Abdul-Jabbar [all’epoca ancora noto come Lew Alcindor, ndt], Russell e Brown appoggiavano il movimento, così Harry Edwards chiese ad Ashe di fare altrettanto, ma c’erano dei fattori a complicare la decisione. “Specialmente nel Sud non volevi creare ondate di protesta su basi razziali e mettere in questo modo la tua vita in pericolo“, continua Pollard. “C’era una sorta di segregazione molto netta in USA su determinate problematiche relative al colore della pelle, in special modo nel Sud. Ashe sapeva quali erano le regole del gioco e che se fosse voluto sopravvivere in America non avrebbe dovuto creare movimenti di protesta. Dovevi fare la cosa giusta. Questo è ciò che significava essere nero all’epoca“.

Comunque il regista aggiunge che “l’autostima di Arthur stava crescendo. Poteva dire la sua – non come Ali o Russell, l’avrebbe fatto a modo suo. Come dice nel film Edwards, gli afroamericani non sono monolitici: non fanno tutti le stesse cose alla stessa maniera. L’attivismo di Ashe avrebbe avuto un impatto potente“. A marzo Arthur tenne un discorso sui diritti civili alla Chiesa del Redentore di Washington, discorso che venne criticato dai ranghi più alti dell’esercito. In aprile stava guidando sul George Washington Bridge quando apprese dalla radio che Martin Luther King era stato assassinato. Nel corso della campagna presidenziale, chiacchierò di tennis con il candidato democratico Robert Kennedy prima che anche lui venisse ucciso a giugno. Qualche mese più tardi, Ashe vinse lo US Open e a quel punto era pronto a parlare delle cause che sosteneva: dai diritti civili all’educazione per abolire l’apartheid.

Stava cercando di cambiare il campo su cui giocare“, dice Miller. “Era ancora un patriota, era ancora nell’esercito e pensava che fosse la cosa giusta da fare. Era orgoglioso del servizio reso da suo fratello, e tutte queste cose andarono a incastrarsi quando conquistò il suo primo Slam – primo vincitore di colore in un Major e primo americano dell’era moderna a vincere a New York. Il trofeo gli garantì un palcoscenico dal quale poter dire la sua”.

Traduzione a cura di Lorenzo Andorlini

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Flash

WTA Awards 2021, annunciate le vincitrici: Ashleigh Barty giocatrice dell’anno

Doppio successo per Barbora Krejcikova: miglior doppista con Siniakova e singolarista più migliorata. Premiate anche Raducanu e Suarez Navarro

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Ashleigh Barty con il trofeo - Wimbledon 2021 (credit to AELTC_Thomas Lovelock)

Da St. Petersburg in Florida, sede del quartier generale della Women’s Tennis Association, arriva l’annuncio delle vincitrici dei WTA Awards 2021, i premi riservati alle migliori tenniste del Tour, suddivisi in cinque categorie. Migliore giocatrice dell’anno è la numero 1 del mondo Ashleigh Barty, premiata con il prestigioso riconoscimento già ottenuto nel 2019. Durante questa stagione, la venticinquenne di Ipswich ha vinto a Wimbledon il suo secondo titolo Slam dopo il trionfo al Roland Garros 2019. Ha inoltre alzato il trofeo a Miami dov’era campionessa uscente, a Cincinnati, allo Yarra Valley Classic e a Stoccarda. Prima anche nella Race, ha chiuso al primo posto la classifica per il terzo anno consecutivo – nel 2020 praticamente senza giocare, ma quelle erano le regole.

Dalla regina alle regine: le ceche Katerina Siniakova e Barbora Krejcikova vincono il premio per il doppio dell’anno. Rispettivamente numero 1 e 2 del ranking di specialità e prima coppia nella Race. Anche per loro si tratta di una seconda volta dopo il riconoscimento del 2018. Nel palmarès stagionale di Barbora e Katerina spiccano i titoli del Roland Garros e delle WTA Finals di Guadalajara, oltre alla medaglia d’oro olimpica.

Tocca adesso alla giocatrice più migliorata dell’anno, premio destinato alla tennista che “finisce l’anno in Top 50 dopo aver dimostrato significativi miglioramenti nell’arco della stagione”: è Barbora Krejcikova che, oltre a essersi fatta valere in doppio, in singolare ha alzato tre trofei, i primi della carriera. Protagonista dell’accoppiata vincente singolo/doppio al Roland Garros, ha vinto anche i tornei di Strasburgo e Praga. Più che in Top 50, Barbora ha chiuso l’anno in Top 5, dopo aver toccato persino la terza posizione in classifica.

 

Suona meglio in inglese, ma lo traduciamo comunque: il premio per la nuova arrivata del 2021 va a Emma Raducanu. Newcomer of the Year, “colei che è entrata in Top 100 e/o ha conseguito risultati degni di nota”; quindi, considerando che aveva finito il 2020 al 343° posto mentre ora è al 19° e che ha vinto lo US Open con una straordinaria cavalcata iniziata dalle qualificazioni, possiamo affermare che ha soddisfatto – e pure ampiamente – entrambe le condizioni, in barba alla possibilità ammessa da quel “e/o”. Inoltre, in Church Road, è stata la più giovane tennista britannica a raggiungere gli ottavi nella storia di Wimbledon. Come se non bastasse, in ottobre a Cluj-Napoca ha addirittura vinto il suo primo incontro in un torneo WTA.

Ultima nell’elenco delle categorie ma certo non nei cuori degli appassionati è Carla Suarez Navarro, premiata come Comeback Player of the Year, tennista al rientro dopo che la sua classifica era precipitata a causa di infortuni o motivi personali. Un ritorno particolarmente gradito, non solo perché una delle atlete più sportive e corrette del circuito, ma perché la scorsa stagione, quella in cui aveva programmato il ritiro, è stata interrotta dalla pandemia prima e dal linfoma di Hodgkin poi. La volontà di guarire e tornare a giocare per essere ricordata sul campo e “non in un letto di ospedale” è stata premiata e Carlita ha impugnato la racchetta a Parigi, Wimbledon, Olimpiadi, US Open e in Billie Jean King Cup.

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