Lesioni muscolari: si può giocare a tennis con uno strappo all'addome? Il caso di Djokovic

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Lesioni muscolari: si può giocare a tennis con uno strappo all’addome? Il caso di Djokovic

All’Australian Open si sono fatti male all’addome Berrettini, Ruud, Muchova e Djokovic, che ha vinto il torneo dominando la finale. Una lunga analisi e diversi pareri medici, tra cui quello del prof. Parra

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Novak Djokovic - Australian Open 2021 (foto © Peter Staples_ATP Tour)

L’Australian Open 2021 è stato il torneo della quarantena, degli allenamenti nelle camere d’albergo, di Naomi Osaka e Novak Djokovic, ma è stato anche il torneo dei guai muscolari all’addome. Dopo aver sollevato il trofeo, Djokovic ha dichiarato in conferenza stampa di aver convissuto con uno strappo al muscolo obliquo, così come Karolina Muchova – eliminata in semifinale da Brady – ha raccontato di aver giocato con uno strappo persino più grave di quello di Nole. Sono stati meno fortunati Casper Ruud e Matteo Berrettini, che a causa di infortuni addominali hanno dovuto rispettivamente abbandonare a metà l’ottavo con Rublev e lasciare strada a Tsitsipas prima di scendere in campo. Nel frattempo, il tennista italiano ha dovuto rinunciare ad altri due tornei ai quali aveva intenzione di partecipare (Rotterdam e Marsiglia) per le conseguenze dell’infortunio.

Con l’obiettivo di fare un po’ di chiarezza sulla natura e sulla frequenza delle lesioni muscolari, in particolar modo quelle a carico dei muscoli addominali, abbiamo avviato una piccola indagine tra i professionisti del settore. Abbiamo ascoltato i pareri di medici, fisioterapisti e osteopati per cercare di rispondere a queste domande:

  • Cosa sono e come vengono classificate le lesioni muscolari?
  • In quale circostanza è corretto parlare di strappo muscolare?
  • Quanto è frequente, per un tennista, infortunarsi all’addome?
  • Quante sono le possibilità di competere ad alti livelli con una lesione muscolare?

L’argomento è vasto e cercheremo di affrontarlo dalle angolazioni più utili a fare chiarezza. La prima puntualizzazione riguarda la classificazione delle lesioni muscolari, sulla quale c’è molta confusione – una confusione che viene spesso alimentata dalle affermazioni poco consapevoli dei ‘non sanitari’, compresi dunque gli stessi atleti e noi giornalisti. Il parere unanime degli esperti è il seguente: in assenza di un referto o dell’interpretazione di un medico, quello che dice un atleta vale quel che vale – tendenzialmente abbastanza poco. Questo perché è già difficile dialogare tra addetti ai lavori, in ragione delle diverse classificazioni che sono state utilizzate nel tempo per diagnosticare le lesioni muscolari e delle diverse interpretazioni che è possibile dare di una stessa lesione. 

 

Partiamo col dire che nel tennis ci si imbatte soltanto in lesioni muscolari di tipo indiretto – quelle dirette sono dovute a colpi o traumi contusivi, assenti in uno sport che non prevede contatti. Secondo una classificazione del 2013 (il Munich Consensus Statement), accettata in modo più o meno diffuso nella diagnostica sportiva, le lesioni muscolari sono classificate in quattro gradi di gravità crescente, i primi tre dei quali suddivisibili in due sotto-livelli:

  • 1 (A e B)
  • 2 (A e B)
  • 3 (A e B; iniziano a comparire evidenze all’esame diagnostico)
  • 4

In medicina non si parla dunque più di contrattura, elongazione, stiramento o distrazione/strappo. Il ricercatore in Medicina Fisica e Riabilitativa alla Sapienza di Roma Francesco Agostini ha definito lo strappo una definizione ormai un po’ ‘barbara’, con la quale siamo costretti a confrontarci perché è ancora molto utilizzata. Tendenzialmente, le lesioni di grado 1 e 2 non danno alcuna evidenza agli esami diagnostici, che per le lesioni muscolari sono l’ecografia e la risonanza magnetica. Seguendo la vecchia terminologia, corrispondono a contratture ed elongazioni – al limite stiramenti. Non è presente una lesione apprezzabile ma può comparire del dolore, comunque contenuto.

La situazione si complica dalle lesioni di terzo grado perché sopraggiunge una vera rottura delle fibre che corrisponde alle ‘vecchie’ definizioni di distrazione e strappo. Sia l’ecografia che la risonanza mostrano chiaramente l’interruzione delle fibre, che può riguardare una porzione meno (lesione 3A) o più ampia (3B e 4) del ventre muscolare, fino all’interruzione sub-totale che compromette quasi interamente la funzione del muscolo.

Occorre infatti specificare che nella maggior parte delle lesioni l’atleta si ferma per il dolore o per il timore di aggravare la situazione, piuttosto che per l’effettiva disfunzione del muscolo. Per arrivare al punto in cui un muscolo è sostanzialmente inutilizzabile serve che la lesione sia davvero molto grave, e questo succede pochissime volte.

Il professor Pier Francesco Parra, che da anni ricopre il ruolo di responsabile medico delle squadre italiane di Davis e Fed Cup, oltre che dei centri tecnici di Tirrenia e Formia, ci ha parlato di una classificazione in tre gradi nella quale il primo grado corrisponde ai primi due illustrati in precedenza, caratterizzati dall’assenza di evidenza diagnostica. I gradi 2 e 3 corrispondono dunque a distrazione e strappo, sebbene di strappo si possa già iniziare a parlare in caso di lesione di grado 2 ‘severa’. Giova infatti ricordare che l’ecografia – l’esame più indicato in caso di lesione muscolare – è operatore-dipendente, ovvero il referto dipende da chi svolge l’esame, e le diagnosi di uno stesso quadro clinico possono leggermente differire.

UNA LESIONE MUSCOLARE FA MALE – ANCHE ALL’ATLETA?

Ora che abbiamo risposto alle prime due domande dal punto di vista diagnostico, soffermiamoci su quello che ci interessa di più – come un paziente avverte una lesione muscolare e in particolar modo come l’avverte l’atleta, che in letteratura medica occupa una posizione a sé stante. L’efficienza muscolo-scheletrica di un atleta d’élite, infatti, non è paragonabile a quella di un comune mortale così come le metodiche riparative a disposizione, i tempi di recupero previsti e spesso anche la capacità di sopportare il dolore.

Prima puntualizzazione. Identificare il grado di una lesione non è sufficiente a determinarne il decorso clinico. Per una diagnosi completa, occorre valutare in quale misura il muscolo infortunato è implicato nel gesto sportivo dell’atleta e quali siano le altre caratteristiche della lesione. In particolar modo:

  • localizzazione (la lesione può essere più o meno profonda, più o meno vicina al tendine)
  • direzione (la lesione può essere longitudinale o trasversale)

Senza addentrarci troppo, possiamo dire che in linea di massima una lesione muscolare profonda è più grave, così come una lesione trasversale – che ‘interrompe’ il decorso delle fibre invece che andare nella stessa direzione – è molto più preoccupante di una longitudinale.

Ma a prescindere dal quadro clinico, una lesione muscolare ‘fa male’? Sì, sempre o quasi sempre. Dalla lesione di terzo grado in poi, il dolore è ben presente e di solito si accentua alla palpazione e con la contrazione muscolare. Diciamo ‘quasi’ perché le eccezioni, come in ogni settore, non mancano. Il dott. Agostini ha citato l’esempio di un atleta di medio livello che si è presentato all’attenzione del medico con una lesione della cuffia dei rotatori (giunzione muscolo-tendinea della spalla) pur senza avvertire sintomi di alcun tipo. Il prof. Parra ci ha addirittura parlato di un tennista che qualche hanno fa ha raggiunto gli ottavi a Wimbledon nonostante una lesione al polpaccio (distrazione di secondo grado avanzato) di oltre due centimetri, senza alcun tipo di bendaggio e senza accusare sintomi importanti – tra lo stupore generale dei fisioterapisti che si erano dedicati al suo caso.

Stiamo parlando di miracoli? Tutt’altro. Esistono condizioni più o meno ‘favorevoli’ per una lesione muscolare, che possono ridurre al minimo la sintomatologia, ed esistono atleti che sopportano il dolore meglio di altri. Maria Grazia Rubenni, responsabile medico del Settore Tecnico della FIGC, dice che la lunghezza del periodo di riabilitazione dopo un infortunio muscolare dipende dal soggetto. “Una stessa lesione può guarire in 15 giorni in un atleta e in 30 giorni in un altro, c’è molta variabilità. La riabilitazione procede per step: quando il paziente non sente più dolore, si passa allo step successivo”. Anche Rubenni ci fa l’esempio di un giocatore della nazionale italiana che ha giocato una manifestazione internazionale convivendo con uno strappo a un muscolo non così fondamentale per la pratica calcistica.

Il che ci porta all’ultima parte della nostra analisi: quanto sono importanti per il gesto tennistico i muscoli dell’addome, e in particolar modo i muscoli obliqui – quelli interessati dalle lesioni occorse a Matteo Berrettini e Novak Djokovic?

‘L’ADDOME DEL TENNISTA’: QUANT’È FREQUENTE QUESTO INFORTUNIO?

I muscoli dell’addome sono molto sollecitati nelle nostre attività quotidiane, poiché li utilizziamo per stabilizzare la colonna vertebrale quando dobbiamo compiere uno sforzo importante di qualsiasi tipo. Sollevare una cassa d’acqua, correre, tirare un pugno, tirare un dritto. I muscoli obliqui dell’addome – sono quattro, uno interno e uno esterno per ogni lato – hanno uno spessore di circa un centimetro e servono sia a sostenere l’espirazione, sia a flettere il torace sull’addome e a ruotarlo, sia ad aumentare la pressione addominale. Quest’ultimo accorgimento, ci spiega il dott. Agostini, serve a ‘schiacciare la colonna d’aria che è all’interno dell’addome e allevia il carico sulla schiena prima di sostenere uno sforzo importante‘. Considerando che il tennis è uno sport in cui il busto viene ruotato in modo violento innumerevoli volte durante una partita, concludiamo che sì, i muscoli addominali (obliqui compresi) sono fondamentali nella pratica tennistica. E non è raro che siano interessati da lesioni.

In ogni caso, la letteratura medica sportiva – lo conferma anche un documento rilasciato dall’ITF nel novembre 2019 – non è zeppa di esempi e riferisce come infortunio più frequente quello al muscolo retto dell’addome. In questo articolo comparso nel 2006 sul British Journal of Sport Medicine, l’autore si riferisce alla lesione del muscolo obliquo interno di un tennista come a una ‘lesione poco comune che si manifesta di solito sul lato non dominante (muscolo obliquo sinistro per un destro, per capirci). A Djokovic invece è capitato il contrario; da destro, si è fatto male all’obliquo destro.

Come mai, dunque, la letteratura medica sembra smentire il parere di medici e fisioterapisti che lavorano nel mondo del tennis? Una possibile spiegazione ce la offre il prof. Parra. “La lesione addominale è sempre più frequente nel tennis in relazione al fatto che il servizio diventa sempre più importante. Il retto è molto utilizzato, forse più dell’obliquo – ma nei cambi di direzione l’obliquo diventa cruciale“. Galeotto fu l’avvento dei big server, dunque, anche se nel caso di Djokovic il dolore si è presentato dopo una sfortunata scivolata sulla scritta ‘Melbourne’ della Rod Laver Arena.

Scendendo nel particolare, Djokovic ha parlato di uno strappo esteso per 1.7 centimetri al momento della mia prima risonanza, che si sarebbe aggravato fino a raggiungere i 2.5 centimetri di fine torneo. Durante una conferenza a Bercy nel 2019, Nadal ha parlato dell’infortunio all’addome patito dieci anni prima allo US Open – uno strappo che si sarebbe esteso dai 6 millimetri di inizio torneo ai 26 dell’ultimo esame effettuato, dopo la netta eliminazione in semifinale contro Del Potro. Come abbiamo già detto, in relazione alle dichiarazioni degli atleti c’è un problema di correttezza formale – in fondo il loro mestiere è giocare a tennis, non interpretare e parlare di ecografie e risonanze – a cui si aggiunge un problema di terminologia aggravato dalla traduzione. Se Djokovic ha parlato espressamente di ‘tear nelle sue dichiarazioni dopo l’Australian Open, volendo intendere chiaramente uno strappo, Nadal aveva parlato sia a New York nel 2009 che a Parigi nel 2019 di ‘strain‘, un termine che ha un ventaglio di significati più ampio. Il contesto, però, ci consente di dedurre che anche Rafa intendesse proprio parlare di strappo.

Adesso ci manca soltanto l’ultimo step. Si può giocare a tennis con uno strappo muscolare ai muscoli dell’addome, e in particolar modo si può riuscire a farlo a un livello tanto alto da vincere un torneo dello Slam?

A questa domanda è difficile rispondere perché le lesioni muscolari sono molto particolari e non sempre sono correlate al dolore nello stesso modo“, è il parere del dott. Agostini. Il parere del prof. Parra è molto articolato: “Se non ci sono armi per intervenire sulla lesione, è meglio non rischiare. Anche se oggi, tendenzialmente, le armi ci sono. Bisogna cercare sempre di intervenire per salvaguardare l’integrità fisica del giocatore, non pensando soltanto al torneo ma al prosieguo della stagione. I miracoli non esistono, esistono terapie ben fatte ma sempre con lo scopo di ottenere una restitutio ad integrum che permetta di proseguire l’attività sportiva. Se le lesioni di Djokovic e Berrettini sembravano lo stesse, evidentemente quella di Matteo era una lesione vera e propria. Capisco che Djokovic abbia avuto un grande fisioterapista, ma in presenza di una lesione vera e propria il tempo a disposizione per il recupero era troppo poco. Sono convinto che Nole abbia avuto una qualche lesione iniziale sulla quale, in qualche modo, sono intervenuti in modo efficace. Probabilmente, si trattava più che altro di uno stiramento“.

Giovanni Teoli, fisioterapista di Fognini dall’aprile del 2019 e presente quest’anno a Melbourne, racconta di aver visto Djokovic piuttosto in forma a ridosso delle ultime partite del torneo. Sulla possibilità di competere con uno strappo è cauto ma esprime ugualmente il suo parere: “Bisogna conoscere la localizzazione e la profondità di una lesione per giudicare. Per la mia esperienza, però, con lo strappo non ti muovi e devi fermarti per evitare che il periodo di stop si allunghi. A uno strappo si accompagna spesso un coinvolgimento vascolare e questo può tenerti fermo anche per un mese e mezzo o due mesi“. C’è proprio il caso di Fabio Fognini, che nel febbraio 2016 si ritirò dal torneo di Rio de Janeiro per un infortunio apparentemente simile a quello sofferto da Djokovic – uno strappo al muscolo obliquo, a seguito del quale fu costretto a rispettare un periodo di riposo di quasi due mesi. “Me lo ricordo quell’infortunio” racconta il prof. Parra. “Fabio era lontano da casa, la lesione era grossa e molto profonda e non ha avuto modo di intervenire subito come è abituato a fare. Ci sono state delle difficoltà oggettive. In ogni caso il recupero è stato nei tempi canonici, dato il tipo di lesione”.

C’è poi un ultimo tema da introdurre, che riguarda la differenza tra il tennis e gli sport di squadra. Facciamo l’esempio del calcio: un mese di stop, soprattutto in un periodo della stagione non particolarmente decisivo, può essere facilmente tollerato. Innanzitutto si gioca in undici, quindi c’è sempre qualcuno pronto a subentrare al tuo posto, e poi lo stipendio arriva comunque. A tennis, se non giochi non guadagni. E, va da sé, non vinci. Se giochi per migliorare record già leggendari, come nel caso di Djokovic che certo non sta a contare i milioni prima di andare in campo, la pressione a competere è persino maggiore.

Djokovic al termine della finale con Medvedev (AP Photo/Mark Dadswell)

Teoli ci spiega che una volta comunicato allo staff medico del torneo l’esistenza di un problema muscolare, si possono assumere antidolorifici per via orale – ma non è consentito fare iniezioni, sarebbe doping – e ce ne sono alcuni che agiscono abbastanza bene sui tessuti molli, dunque sul dolore associato all’infortunio. “L’eccesso di antidolorifici in fase acuta, però, può dare vasodilatazione e quindi aumentare la lesione” precisa il dott. Agostini. Si può utilizzare anche il neurotaping, quei cerotti colorati che stimolano il processo di auto-guarigione. “Io sono dell’idea che sulle lesioni muscolari si deve intervenire subito” dice il prof. Parra, che ha messo appunto una metodica laser per trattare le lesioni muscolari sulle quali le terapie tradizionali sono poco efficaci e la terapia chirurgica risulterebbe troppo invasiva. “Se nel tennis si aspettassero le 48 ore per intervenire, ci sarebbe un grosso svuotamento dei tabelloni!.

Per questo motivo il tennis, come tutti gli sport individuali, porta con sé un carico di difficoltà ulteriore. I tennisti sono costretti a decidere se è il caso di rischiare di compromettere una fetta di stagione per la prospettiva di vincere una partita in più, un titolo in più. “In un altro torneo mi sarei ritirato” ha detto Djokovic al termine della partita contro Raonic, quella successiva all’infortunio contro Fritz. Dal momento in cui ha accusato il dolore e si è fermato per farsi trattare sul campo, Nole è stato in campo circa altre dodici ore divise in quattro partite e mezzo – nelle quali ha battuto un top 20 (Raonic) e due top 10 (Zverev e Medvedev). Non sono mancati i momenti di difficoltà, e anzi contro Zverev ha giocato anche piuttosto male, ma non è mai apparso in particolare difficoltà fisica nel corso di queste partite.

Fonti interne al suo staff riportano un generico fastidio nell’esecuzione del dritto durante gli ultimi match a Melbourne, con scarsa influenza sull’esecuzione del servizio, e confermano la diagnosi di strappo. Ma ad eccezione di quanto dichiarato da Vajda, Ivanisevic e dallo stesso Djokovic, non ci sono state altre dichiarazioni ufficiali né conferme di carattere clinico sull’infortunio.

Pur prendendo atto che la letteratura medica non esclude la possibilità di proseguire l’attività sportiva in presenza di una lesione muscolare, quella di Djokovic non è stata una ‘semplice’ performance. Sembra lecito, anche alla luce dei pareri raccolti dagli esperti e in assenza della dichiarazione diretta di un membro dello staff medico di Nole o del torneo, ipotizzare che la lesione fosse in realtà meno grave di quanto reso pubblico dal numero uno del mondo. Ricordiamo che a fine anno sarà pubblicato un documentario nel quale, per conferma dello stesso Djokovic, verrà illustrato il processo di riabilitazione che ha portato il fenomeno serbo a vincere il suo nono Australian Open.

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ATP

ATP San Pietroburgo, avanzano Bublik e Korda

Giornata di riscaldamento in Russia, in attesa di Rublev, Shapovalov, RBA e Aslan

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Sebastian Korda – ATP 250 Delray Beach 2020 (foto via Twitter @DelrayBeachOpen)

Un classico lunedì tranquillo al St. Petersburg Open, con tre soli incontri di singolare del tabellone principale. Sebastian Korda viene impegnato più del previsto da Nino Serdarusic, wild card croata che cede in due set molto tirati, con un solo break in tutto il match. Il primo parziale si decide al tie-break, con Korda che prende subito il largo aiutato dall’imprecisione del n. 248 ATP e mette a referto il 7-2. Nel secondo set, sul 5 pari, un paio di ottime risposte su altrettante seconde di Serdarusic e due gratuiti consentono a Korda di chiudere con la battuta. “Penso che lui abbia assolutamente giocato a un livello molto superiore alla sua classifica” spiega il classe 2000 di Bradenton. “Entrambi abbiamo servito molto bene, con tante prime in campo”. Tre su quattro, infatti, con percentuali di trasformazione più alte per Sebi, ma di tutto rispetto anche quelle di Nino che ha annullato 6 palle break delle 7 concesse. Non è invece mai riuscito a rendersi pericoloso in risposta e avrebbe forse dovuto provare a cambiare la posizione in ribattuta, sempre molto vicina al campo sulla prima statunitense e raramente aggressiva sulla seconda, contrariamente a quanto proposto da Korda, che ora affronterà il vincente fra van de Zandschulp e Nishioka, un duello tra qualificati.

Prima di loro, Jan-Lennard Struff ha fatto suo in due set il confronto inedito con James Duckworth, il ventinovenne di Sydney tormentato da mille infortuni che ha iniziato la stagione fuori dai primi 100 e ora è un solo passo dal varcare per la prima volta la soglia della top 50. Nell’occasione, ha faticato eccessivamente sulla propria seconda e non è riuscito a prendersi il primo parziale pur servendo sul 5-3 anche per merito della reazione tedesca. Struff si scatena anche nel tie-break per poi incamerare 6-3 la seconda partita in virtù dello strappo in un quarto gioco da ventisei punti. Al secondo turno troverà Alexander Bublik che senza alcun problema apparente supera Evgenii Tiurnev con un break per set in poco più di un’ora. Il numero 304, wild card alla seconda apparizione nel Tour, è in realtà coetaneo e concittadino del naturalizzato kazako nativo però di Gatchina, in Russia, e il bell’abbraccio sorridente fra i due a fine match fa intuire che qualcosa li lega: “Non ci volevo giocare” dirà infatti Bublik. “Siamo cresciuti insieme, è stato un incontro difficile e molto emotivo”.

Risultati:

 

J-L. Struff b. J. Duckworth 7-6(3) 6-3
[8] S. Korda b. [WC] N. Serdarusic 7-6(2) 7-5
[7] A. Bublik b. [WC] E. Tiurnev 6-3 6-4

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ATP

Jannik Sinner vince ad Anversa il quarto titolo dell’anno: best ranking e Torino più vicina

Ancora una prestazione impeccabile dell’azzurro che regola Schwartzman con un doppio 6-2

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Jannik Sinner - Anversa 2021 BELGA PHOTO KRISTOF VAN ACCOM

[1] J. Sinner b. [2] D. Schwartzman 6-2 6-2

Con un’altra prestazione maiuscola, Jannik Sinner mette le mani sul trofeo di Anversa regolando Diego Schwartzman con lo stesso doppio 6-2 con cui si era imposto sabato contro Harris. Nell’ora e un quarto di gioco, il pur rapidissimo e solido argentino è stato travolto dal ritmo imposto agli scambi da un Sinner dominante su entrambe le diagonali e incontenibile nelle accelerazioni in parallelo; molto bene anche al servizio nonostante l’usuale non altissima percentuale di prime, ma dalle quali ha ricavato 21 punti su 23, piantando anche otto ace.

L’occhio va subito alla classifica, con quel numero 11, a soli 55 punti dalla top ten, che è anche best ranking. E, altrettanto importante, è il passo avanti nella Race, con il sorpasso su Norrie che vale il nono posto (non contando Nadal, fermo per il resto della stagione), a 110 punti Hurkacz. Dopo il bis a Sofia, avevamo accennato alla possibilità ancora aperta di diventare il primo azzurro a vantare quattro titoli in una stagione. Non sappiamo se Jannik si sia distrattamente soffermato a pensare “possibilità?” con la giusta e necessaria dose di presunzione, ma di sicuro il nostro non se l’è fatta sfuggire.

 

IL MATCH – Entrambi arrivano in finale senza aver ceduto alcun set, con el Peque che in semifinale ha fatto valere il peso dell’esperienza su un Brooksby peraltro al sesto incontro della settimana, mentre Sinner ha impressionato tenendo a bada il servizio di Lloyd Harris. Avversario ovviamente ben diverso da Harris, Schwartzman inizia tenendo la battuta, subito imitato da Sinner. Diagonale sinistra proposta dall’uno e volentieri accettata dall’altro, entrambi vogliono mettere in campo il loro miglior ritmo prendendosi l’opportuno margine di sicurezza per valutare se sia sufficiente a prevalere. L’azzurro tira più forte e sta più vicino al campo, quindi il ventinovenne di Buenos Aires può solo confidare negli errori del nostro – errori gratuiti, perché, costretto troppo lontano, ha poche chance di forzarli. Hanno invece il passaporto argentino i due brutti dritti che, seguiti da un paio di gran punti in accelerazione di Sinner, valgono il sorpasso già al terzo game, subito consolidato da un turno di servizio autoritario contro quello in vetta alla classifica dei migliori ribattitori delle ultime 52 settimane.

L’angolo della telecamera principale non rende giustizia alle traiettorie dell’azzurro che mette in mostra anche esiziali dritti stretti che aprono in campo quanto e più del rovescio sull’altro lato. Dopo un altro break che vale il 4-1, sembra esserci esserci un attimo di rilassamento, ma Jannik non ha intenzione di concedere nulla e da sinistra salva le due opportunità argentine di accorciare. Diego rimane aggrappato ai punti come un mastino, annulla due set point al settimo gioco e tenta di opporsi al 40-0 di quello successivo prima di capitolare alla quinta opportunità.

Sinner non si siede sugli allori del quarto 6-2 consecutivo inflitto agli avversari e parte fortissimo anche nel secondo parziale scatenando il rovescio lungolinea che, insieme al dritto micidiale, spiana la strada all’immediato vantaggio. Schwartzman può solo cercare di rimanere in scia, non perdere troppo campo e tenere la testa fuori dall’acqua in attesa di un calo dell’avversario che, viceversa, non accenna a lasciare la presa. Anzi, prosegue sullo stesso ritmo forsennato e ogni piccolo errore di Diego diventa pesante come un macigno nell’economia del punteggio. Inevitabile un altro break e un altro 6-2 per il nostro giovanissimo alfiere che alza il quinto trofeo ATP in carriera su sei finali disputate. Per quanto riguarda invece i rimpianti per quella persa a Miami, in attesa della conclusione della Corsa a Torino, di certo si affievoliranno sempre più fino a svanire di fronte a questo livello di tennis.

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ATP

ATP Mosca: a Karatsev il derby russo, Cilic a caccia del ventesimo titolo

Khachanov dura un set contro il connazionale. Acuto di fine stagione per il trentatreenne croato, che elimina Berankis

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Aslan Karatsev - Mosca 2021 (foto Telegram VTB Kremlin Cup)

La folta presenza di tennisti russi nel torneo ATP 250 di Mosca ha trovato in Aslan Karatsev il più valido rappresentante per conquistarsi un posto in finale. Il ventottenne infatti ieri ha sconfitto 7-6(7) 6-1 il connazionale Karen Khachanov in un incontro tanto equilibrato ed incerto nel primo set quanto rapido e a senso unico nel secondo. Nel tie-break che ha deciso la prima frazione Karatsev su è trovato sotto 6 punti a 3 e in totale è stato in grado di annullare 4 set point. “Ho cercato di non pensare al punteggio nel tie-break e di giocare un punto alla volta”, ha detto Karatsev nell’intervista in campo a fine partita. Sul 5-6 ho messo a segno una grande risposta e lui si è innervosito, ed è così che sono riuscito a vincere. Per me significa tantissimo raggiungere la finale; sono stato a questo torneo molte volte, quindi la finale di domani sarà speciale per me”.

Esploso in Australia quest’anno – dove al primo Slam giocato in carriera ha raggiunto la semifinale – Karatsev ha dimostrato ampiamente che non si trattava di un episodio isolato, ma bensì semplicemente un processo di maturazione avvenuto ad un’età particolarmente avanzata per uno sportivo. Attualmente è N.22 del mondo e addirittura matematicamente sarebbe ancora in corsa per un posto alle ATP Finals di Torino, occupando la posizione N.13 della Race (con 2.180 punti), 775 punti dietro Hurkacz l’ultimo giocatore qualificato. Al momento tutto questo discorso passa in secondo piano, tuttavia, perché per Aslan c’è qualcosa di più importante: alle 15 di domenica 24 ottobre giocherà la sua terza finale ATP – ovviamente raggiunte tutte in questa stagione – e l’obiettivo è portare a casa il secondo trofeo dopo quello di Dubai a marzo.

Piccola curiosità statistica su Karatsev: il russo è il primo tennista dal 1992 a disputare nella stessa stagione almeno due finali di singolare, doppio e doppio misto. L’ultimo a riuscirsi era stato 29 anni fa l’australiano Mark Woodforde, vincitore in carriera di 17 prove Slam tra doppio e doppio misto, e 4 titoli ATP di singolare. Karatsev invece quest’anno ha raggiunto la finale in doppio sempre al fianco del connazionale Andrej Rublev nell’ATP 250 di Doha perdendo, e più recentemente al Masters di Indian Wells portando a casa il titolo. Per quel che riguarda il doppio misto invece in entrambe le occasioni era al fianco di Elena Vesnina ma i due hanno perso sia al Roland Garros che alle Olimpiadi di Tokyo.

 

Ad opporsi al gioco d’anticipo del russo nella finale dell’ATP 250 di Mosca ci sarà il veterano Marin Cilic. Nonostante il trentatreenne croato abbia ormai abbandonato da un po’ di tempo i piani alti del tennis, il suo gioco potente gli permette ancora di togliersi tante soddisfazioni, e così in semifinale è arrivata la vittoria 6-3 6-4 sul lucky loser lituano Ricardas Berankis. Quest’anno Cilic, nonostante le prestazione opache negli Slam, è riuscito a togliersi qualche soddisfazione, tra cui il titolo vinto sull’erba di Stoccarda; se dovesse accaparrarsi anche il trofeo di Mosca arriverebbe al ragguardevole traguardo di 20 titoli in carriera su 35 finali disputate. Ricordiamo che in passato ha già vinto otto tornei sul cemento indoor, a dimostrazione di quanto il suo gioco sia adattabile ad ogni condizione e superficie.

In una notevole prestazione al servizio contro Berankis, Cilic ha messo a segno 10 ace e ha vinto l’83% (33/40) di punti con la sua prima di servizio per concludere l’incontro dopo un’ora e 31 minuti. “È stata una partita difficile, Ricardas ha giocato bene”, ha detto Cilic a fine gara. “Il primo set è stato fantastico da parte mia, ho servito alla grande, ma poi Ricardas ha iniziato a trovare il suo ritmo e ha giocato molto meglio nel secondo. Si è trattato di un incontro ostico e mentalmente difficile, ma sono riuscito a giocare il mio miglior tennis al momento giusto”. Oggi il croato scenderà in campo per la terza volta in carriera nell’atto conclusivo del torneo di Mosca, dove ha già trionfato due volte nel biennio 2014-15 battendo in entrambi i casi Bautista Agut. L’unico precedente tra Cilic e Karatsev è avvenuto ad agosto di quest’anno sul cemento di Cincinnati al primo turno, dove a vincere è stato Cilic per 7-5 6-3.

Qui il tabellone completo dell’ATP di Mosca e degli altri tornei della settimana

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