Lesioni muscolari: si può giocare a tennis con uno strappo all'addome? Il caso di Djokovic

Focus

Lesioni muscolari: si può giocare a tennis con uno strappo all’addome? Il caso di Djokovic

All’Australian Open si sono fatti male all’addome Berrettini, Ruud, Muchova e Djokovic, che ha vinto il torneo dominando la finale. Una lunga analisi e diversi pareri medici, tra cui quello del prof. Parra

Pubblicato

il

Novak Djokovic - Australian Open 2021 (foto © Peter Staples_ATP Tour)

L’Australian Open 2021 è stato il torneo della quarantena, degli allenamenti nelle camere d’albergo, di Naomi Osaka e Novak Djokovic, ma è stato anche il torneo dei guai muscolari all’addome. Dopo aver sollevato il trofeo, Djokovic ha dichiarato in conferenza stampa di aver convissuto con uno strappo al muscolo obliquo, così come Karolina Muchova – eliminata in semifinale da Brady – ha raccontato di aver giocato con uno strappo persino più grave di quello di Nole. Sono stati meno fortunati Casper Ruud e Matteo Berrettini, che a causa di infortuni addominali hanno dovuto rispettivamente abbandonare a metà l’ottavo con Rublev e lasciare strada a Tsitsipas prima di scendere in campo. Nel frattempo, il tennista italiano ha dovuto rinunciare ad altri due tornei ai quali aveva intenzione di partecipare (Rotterdam e Marsiglia) per le conseguenze dell’infortunio.

Con l’obiettivo di fare un po’ di chiarezza sulla natura e sulla frequenza delle lesioni muscolari, in particolar modo quelle a carico dei muscoli addominali, abbiamo avviato una piccola indagine tra i professionisti del settore. Abbiamo ascoltato i pareri di medici, fisioterapisti e osteopati per cercare di rispondere a queste domande:

  • Cosa sono e come vengono classificate le lesioni muscolari?
  • In quale circostanza è corretto parlare di strappo muscolare?
  • Quanto è frequente, per un tennista, infortunarsi all’addome?
  • Quante sono le possibilità di competere ad alti livelli con una lesione muscolare?

L’argomento è vasto e cercheremo di affrontarlo dalle angolazioni più utili a fare chiarezza. La prima puntualizzazione riguarda la classificazione delle lesioni muscolari, sulla quale c’è molta confusione – una confusione che viene spesso alimentata dalle affermazioni poco consapevoli dei ‘non sanitari’, compresi dunque gli stessi atleti e noi giornalisti. Il parere unanime degli esperti è il seguente: in assenza di un referto o dell’interpretazione di un medico, quello che dice un atleta vale quel che vale – tendenzialmente abbastanza poco. Questo perché è già difficile dialogare tra addetti ai lavori, in ragione delle diverse classificazioni che sono state utilizzate nel tempo per diagnosticare le lesioni muscolari e delle diverse interpretazioni che è possibile dare di una stessa lesione. 

 

Partiamo col dire che nel tennis ci si imbatte soltanto in lesioni muscolari di tipo indiretto – quelle dirette sono dovute a colpi o traumi contusivi, assenti in uno sport che non prevede contatti. Secondo una classificazione del 2013 (il Munich Consensus Statement), accettata in modo più o meno diffuso nella diagnostica sportiva, le lesioni muscolari sono classificate in quattro gradi di gravità crescente, i primi tre dei quali suddivisibili in due sotto-livelli:

  • 1 (A e B)
  • 2 (A e B)
  • 3 (A e B; iniziano a comparire evidenze all’esame diagnostico)
  • 4

In medicina non si parla dunque più di contrattura, elongazione, stiramento o distrazione/strappo. Il ricercatore in Medicina Fisica e Riabilitativa alla Sapienza di Roma Francesco Agostini ha definito lo strappo una definizione ormai un po’ ‘barbara’, con la quale siamo costretti a confrontarci perché è ancora molto utilizzata. Tendenzialmente, le lesioni di grado 1 e 2 non danno alcuna evidenza agli esami diagnostici, che per le lesioni muscolari sono l’ecografia e la risonanza magnetica. Seguendo la vecchia terminologia, corrispondono a contratture ed elongazioni – al limite stiramenti. Non è presente una lesione apprezzabile ma può comparire del dolore, comunque contenuto.

La situazione si complica dalle lesioni di terzo grado perché sopraggiunge una vera rottura delle fibre che corrisponde alle ‘vecchie’ definizioni di distrazione e strappo. Sia l’ecografia che la risonanza mostrano chiaramente l’interruzione delle fibre, che può riguardare una porzione meno (lesione 3A) o più ampia (3B e 4) del ventre muscolare, fino all’interruzione sub-totale che compromette quasi interamente la funzione del muscolo.

Occorre infatti specificare che nella maggior parte delle lesioni l’atleta si ferma per il dolore o per il timore di aggravare la situazione, piuttosto che per l’effettiva disfunzione del muscolo. Per arrivare al punto in cui un muscolo è sostanzialmente inutilizzabile serve che la lesione sia davvero molto grave, e questo succede pochissime volte.

Il professor Pier Francesco Parra, che da anni ricopre il ruolo di responsabile medico delle squadre italiane di Davis e Fed Cup, oltre che dei centri tecnici di Tirrenia e Formia, ci ha parlato di una classificazione in tre gradi nella quale il primo grado corrisponde ai primi due illustrati in precedenza, caratterizzati dall’assenza di evidenza diagnostica. I gradi 2 e 3 corrispondono dunque a distrazione e strappo, sebbene di strappo si possa già iniziare a parlare in caso di lesione di grado 2 ‘severa’. Giova infatti ricordare che l’ecografia – l’esame più indicato in caso di lesione muscolare – è operatore-dipendente, ovvero il referto dipende da chi svolge l’esame, e le diagnosi di uno stesso quadro clinico possono leggermente differire.

UNA LESIONE MUSCOLARE FA MALE – ANCHE ALL’ATLETA?

Ora che abbiamo risposto alle prime due domande dal punto di vista diagnostico, soffermiamoci su quello che ci interessa di più – come un paziente avverte una lesione muscolare e in particolar modo come l’avverte l’atleta, che in letteratura medica occupa una posizione a sé stante. L’efficienza muscolo-scheletrica di un atleta d’élite, infatti, non è paragonabile a quella di un comune mortale così come le metodiche riparative a disposizione, i tempi di recupero previsti e spesso anche la capacità di sopportare il dolore.

Prima puntualizzazione. Identificare il grado di una lesione non è sufficiente a determinarne il decorso clinico. Per una diagnosi completa, occorre valutare in quale misura il muscolo infortunato è implicato nel gesto sportivo dell’atleta e quali siano le altre caratteristiche della lesione. In particolar modo:

  • localizzazione (la lesione può essere più o meno profonda, più o meno vicina al tendine)
  • direzione (la lesione può essere longitudinale o trasversale)

Senza addentrarci troppo, possiamo dire che in linea di massima una lesione muscolare profonda è più grave, così come una lesione trasversale – che ‘interrompe’ il decorso delle fibre invece che andare nella stessa direzione – è molto più preoccupante di una longitudinale.

Ma a prescindere dal quadro clinico, una lesione muscolare ‘fa male’? Sì, sempre o quasi sempre. Dalla lesione di terzo grado in poi, il dolore è ben presente e di solito si accentua alla palpazione e con la contrazione muscolare. Diciamo ‘quasi’ perché le eccezioni, come in ogni settore, non mancano. Il dott. Agostini ha citato l’esempio di un atleta di medio livello che si è presentato all’attenzione del medico con una lesione della cuffia dei rotatori (giunzione muscolo-tendinea della spalla) pur senza avvertire sintomi di alcun tipo. Il prof. Parra ci ha addirittura parlato di un tennista che qualche hanno fa ha raggiunto gli ottavi a Wimbledon nonostante una lesione al polpaccio (distrazione di secondo grado avanzato) di oltre due centimetri, senza alcun tipo di bendaggio e senza accusare sintomi importanti – tra lo stupore generale dei fisioterapisti che si erano dedicati al suo caso.

Stiamo parlando di miracoli? Tutt’altro. Esistono condizioni più o meno ‘favorevoli’ per una lesione muscolare, che possono ridurre al minimo la sintomatologia, ed esistono atleti che sopportano il dolore meglio di altri. Maria Grazia Rubenni, responsabile medico del Settore Tecnico della FIGC, dice che la lunghezza del periodo di riabilitazione dopo un infortunio muscolare dipende dal soggetto. “Una stessa lesione può guarire in 15 giorni in un atleta e in 30 giorni in un altro, c’è molta variabilità. La riabilitazione procede per step: quando il paziente non sente più dolore, si passa allo step successivo”. Anche Rubenni ci fa l’esempio di un giocatore della nazionale italiana che ha giocato una manifestazione internazionale convivendo con uno strappo a un muscolo non così fondamentale per la pratica calcistica.

Il che ci porta all’ultima parte della nostra analisi: quanto sono importanti per il gesto tennistico i muscoli dell’addome, e in particolar modo i muscoli obliqui – quelli interessati dalle lesioni occorse a Matteo Berrettini e Novak Djokovic?

‘L’ADDOME DEL TENNISTA’: QUANT’È FREQUENTE QUESTO INFORTUNIO?

I muscoli dell’addome sono molto sollecitati nelle nostre attività quotidiane, poiché li utilizziamo per stabilizzare la colonna vertebrale quando dobbiamo compiere uno sforzo importante di qualsiasi tipo. Sollevare una cassa d’acqua, correre, tirare un pugno, tirare un dritto. I muscoli obliqui dell’addome – sono quattro, uno interno e uno esterno per ogni lato – hanno uno spessore di circa un centimetro e servono sia a sostenere l’espirazione, sia a flettere il torace sull’addome e a ruotarlo, sia ad aumentare la pressione addominale. Quest’ultimo accorgimento, ci spiega il dott. Agostini, serve a ‘schiacciare la colonna d’aria che è all’interno dell’addome e allevia il carico sulla schiena prima di sostenere uno sforzo importante‘. Considerando che il tennis è uno sport in cui il busto viene ruotato in modo violento innumerevoli volte durante una partita, concludiamo che sì, i muscoli addominali (obliqui compresi) sono fondamentali nella pratica tennistica. E non è raro che siano interessati da lesioni.

In ogni caso, la letteratura medica sportiva – lo conferma anche un documento rilasciato dall’ITF nel novembre 2019 – non è zeppa di esempi e riferisce come infortunio più frequente quello al muscolo retto dell’addome. In questo articolo comparso nel 2006 sul British Journal of Sport Medicine, l’autore si riferisce alla lesione del muscolo obliquo interno di un tennista come a una ‘lesione poco comune che si manifesta di solito sul lato non dominante (muscolo obliquo sinistro per un destro, per capirci). A Djokovic invece è capitato il contrario; da destro, si è fatto male all’obliquo destro.

Come mai, dunque, la letteratura medica sembra smentire il parere di medici e fisioterapisti che lavorano nel mondo del tennis? Una possibile spiegazione ce la offre il prof. Parra. “La lesione addominale è sempre più frequente nel tennis in relazione al fatto che il servizio diventa sempre più importante. Il retto è molto utilizzato, forse più dell’obliquo – ma nei cambi di direzione l’obliquo diventa cruciale“. Galeotto fu l’avvento dei big server, dunque, anche se nel caso di Djokovic il dolore si è presentato dopo una sfortunata scivolata sulla scritta ‘Melbourne’ della Rod Laver Arena.

Scendendo nel particolare, Djokovic ha parlato di uno strappo esteso per 1.7 centimetri al momento della mia prima risonanza, che si sarebbe aggravato fino a raggiungere i 2.5 centimetri di fine torneo. Durante una conferenza a Bercy nel 2019, Nadal ha parlato dell’infortunio all’addome patito dieci anni prima allo US Open – uno strappo che si sarebbe esteso dai 6 millimetri di inizio torneo ai 26 dell’ultimo esame effettuato, dopo la netta eliminazione in semifinale contro Del Potro. Come abbiamo già detto, in relazione alle dichiarazioni degli atleti c’è un problema di correttezza formale – in fondo il loro mestiere è giocare a tennis, non interpretare e parlare di ecografie e risonanze – a cui si aggiunge un problema di terminologia aggravato dalla traduzione. Se Djokovic ha parlato espressamente di ‘tear nelle sue dichiarazioni dopo l’Australian Open, volendo intendere chiaramente uno strappo, Nadal aveva parlato sia a New York nel 2009 che a Parigi nel 2019 di ‘strain‘, un termine che ha un ventaglio di significati più ampio. Il contesto, però, ci consente di dedurre che anche Rafa intendesse proprio parlare di strappo.

Adesso ci manca soltanto l’ultimo step. Si può giocare a tennis con uno strappo muscolare ai muscoli dell’addome, e in particolar modo si può riuscire a farlo a un livello tanto alto da vincere un torneo dello Slam?

A questa domanda è difficile rispondere perché le lesioni muscolari sono molto particolari e non sempre sono correlate al dolore nello stesso modo“, è il parere del dott. Agostini. Il parere del prof. Parra è molto articolato: “Se non ci sono armi per intervenire sulla lesione, è meglio non rischiare. Anche se oggi, tendenzialmente, le armi ci sono. Bisogna cercare sempre di intervenire per salvaguardare l’integrità fisica del giocatore, non pensando soltanto al torneo ma al prosieguo della stagione. I miracoli non esistono, esistono terapie ben fatte ma sempre con lo scopo di ottenere una restitutio ad integrum che permetta di proseguire l’attività sportiva. Se le lesioni di Djokovic e Berrettini sembravano lo stesse, evidentemente quella di Matteo era una lesione vera e propria. Capisco che Djokovic abbia avuto un grande fisioterapista, ma in presenza di una lesione vera e propria il tempo a disposizione per il recupero era troppo poco. Sono convinto che Nole abbia avuto una qualche lesione iniziale sulla quale, in qualche modo, sono intervenuti in modo efficace. Probabilmente, si trattava più che altro di uno stiramento“.

Giovanni Teoli, fisioterapista di Fognini dall’aprile del 2019 e presente quest’anno a Melbourne, racconta di aver visto Djokovic piuttosto in forma a ridosso delle ultime partite del torneo. Sulla possibilità di competere con uno strappo è cauto ma esprime ugualmente il suo parere: “Bisogna conoscere la localizzazione e la profondità di una lesione per giudicare. Per la mia esperienza, però, con lo strappo non ti muovi e devi fermarti per evitare che il periodo di stop si allunghi. A uno strappo si accompagna spesso un coinvolgimento vascolare e questo può tenerti fermo anche per un mese e mezzo o due mesi“. C’è proprio il caso di Fabio Fognini, che nel febbraio 2016 si ritirò dal torneo di Rio de Janeiro per un infortunio apparentemente simile a quello sofferto da Djokovic – uno strappo al muscolo obliquo, a seguito del quale fu costretto a rispettare un periodo di riposo di quasi due mesi. “Me lo ricordo quell’infortunio” racconta il prof. Parra. “Fabio era lontano da casa, la lesione era grossa e molto profonda e non ha avuto modo di intervenire subito come è abituato a fare. Ci sono state delle difficoltà oggettive. In ogni caso il recupero è stato nei tempi canonici, dato il tipo di lesione”.

C’è poi un ultimo tema da introdurre, che riguarda la differenza tra il tennis e gli sport di squadra. Facciamo l’esempio del calcio: un mese di stop, soprattutto in un periodo della stagione non particolarmente decisivo, può essere facilmente tollerato. Innanzitutto si gioca in undici, quindi c’è sempre qualcuno pronto a subentrare al tuo posto, e poi lo stipendio arriva comunque. A tennis, se non giochi non guadagni. E, va da sé, non vinci. Se giochi per migliorare record già leggendari, come nel caso di Djokovic che certo non sta a contare i milioni prima di andare in campo, la pressione a competere è persino maggiore.

Djokovic al termine della finale con Medvedev (AP Photo/Mark Dadswell)

Teoli ci spiega che una volta comunicato allo staff medico del torneo l’esistenza di un problema muscolare, si possono assumere antidolorifici per via orale – ma non è consentito fare iniezioni, sarebbe doping – e ce ne sono alcuni che agiscono abbastanza bene sui tessuti molli, dunque sul dolore associato all’infortunio. “L’eccesso di antidolorifici in fase acuta, però, può dare vasodilatazione e quindi aumentare la lesione” precisa il dott. Agostini. Si può utilizzare anche il neurotaping, quei cerotti colorati che stimolano il processo di auto-guarigione. “Io sono dell’idea che sulle lesioni muscolari si deve intervenire subito” dice il prof. Parra, che ha messo appunto una metodica laser per trattare le lesioni muscolari sulle quali le terapie tradizionali sono poco efficaci e la terapia chirurgica risulterebbe troppo invasiva. “Se nel tennis si aspettassero le 48 ore per intervenire, ci sarebbe un grosso svuotamento dei tabelloni!.

Per questo motivo il tennis, come tutti gli sport individuali, porta con sé un carico di difficoltà ulteriore. I tennisti sono costretti a decidere se è il caso di rischiare di compromettere una fetta di stagione per la prospettiva di vincere una partita in più, un titolo in più. “In un altro torneo mi sarei ritirato” ha detto Djokovic al termine della partita contro Raonic, quella successiva all’infortunio contro Fritz. Dal momento in cui ha accusato il dolore e si è fermato per farsi trattare sul campo, Nole è stato in campo circa altre dodici ore divise in quattro partite e mezzo – nelle quali ha battuto un top 20 (Raonic) e due top 10 (Zverev e Medvedev). Non sono mancati i momenti di difficoltà, e anzi contro Zverev ha giocato anche piuttosto male, ma non è mai apparso in particolare difficoltà fisica nel corso di queste partite.

Fonti interne al suo staff riportano un generico fastidio nell’esecuzione del dritto durante gli ultimi match a Melbourne, con scarsa influenza sull’esecuzione del servizio, e confermano la diagnosi di strappo. Ma ad eccezione di quanto dichiarato da Vajda, Ivanisevic e dallo stesso Djokovic, non ci sono state altre dichiarazioni ufficiali né conferme di carattere clinico sull’infortunio.

Pur prendendo atto che la letteratura medica non esclude la possibilità di proseguire l’attività sportiva in presenza di una lesione muscolare, quella di Djokovic non è stata una ‘semplice’ performance. Sembra lecito, anche alla luce dei pareri raccolti dagli esperti e in assenza della dichiarazione diretta di un membro dello staff medico di Nole o del torneo, ipotizzare che la lesione fosse in realtà meno grave di quanto reso pubblico dal numero uno del mondo. Ricordiamo che a fine anno sarà pubblicato un documentario nel quale, per conferma dello stesso Djokovic, verrà illustrato il processo di riabilitazione che ha portato il fenomeno serbo a vincere il suo nono Australian Open.

Continua a leggere
Commenti

Editoriali del Direttore

Su Jannik Sinner e gli altri azzurri a Montecarlo la penso così

8 k.o. su 9, ma quali sorprese? Molte analisi e qualche diagnosi. Cecchinato sottovalutato dall’opinione pubblica. Berrettini e Sonego diversi trend. Per Sinner pretese assurde

Pubblicato

il

Jannik Sinner - ATP Montecarlo 2021 (ph. Agence Carte Blanche / Réalis)

Solo il vecchio guerriero Fabio Fognini è in ottavi a Montecarlo, ma non è una sorpresa anche se gli azzurri al via e in tabellone di questo Masters 1000 erano nove (record). La tentazione di inserire qui un link all’articolo di presentazione al torneo nel giorno del sorteggio è irresistibile. Però quanto è successo, con quattro azzurri sconfitti contro avversari molto meglio classificati merita forse un’analisi e magari pure una diagnosi. Più facile la prima che la seconda.

Si è detto tanto volte che le classifiche, soprattutto con quelle “congelate” di questi tempi, lasciano spesso il tempo che trovano. Ma non proprio sempre quando il divario, sia di classifica sia di esperienza, è tanto alto. Fra Djokovic e Sinner 21 posti, da n.1 a n.22. Fra Goffin e Cecchinato 77 posti da n.15 a n.92. Fra Zverev e Sonego 22 posti da n.6 a n.28. Fra Rublev e Caruso 81 posti da n.89 a n.8. Insomma, tanta roba. E guarda caso l’unico a vincere Fognini su Thompson, 45 posti da n.18 a n.63. Avevano perso secondo classifica anche Musetti 84 con Karatsev 29, Fabbiano 171 con Hurkacz 16, Travaglia 67 con Carreno Busta 12. Quindi, a ben guardare, il solo ad aver perso contro un avversario peggio classificato è stato Matteo Berrettini, n.10 “congelato” con Davidovich Fokina n.58 in chiara ascesa.

Ai lettori di Ubitennis è inutile ricordare l’infortunio australiano di Matteo, lo stop di oltre due mesi, la diversa fatica che normalmente fa un giocatore d’un metro e 96 a ritrovare la miglior condizione psicofisica. Appena ha cominciato a giocare ha subito il break e non è mai stata la risposta la prerogativa tecnica che ha fatto le fortune del tennista romano. Che gli sia riuscito fare un break è già tanto. Ma se lui perde tre volte il servizio in due set, la maggior parte delle volte la campana suona a morto. Il trend sembra in discesa, ma certo quando sei n.10 e hai tanti cagnacci che ti vogliono mordere i polpacci è più facile scendere che salire.

 

Della sconfitta patita da Caruso con Rublev non c’è molto da analizzare. La differenza tecnica è troppo netta al momento. E non vedo come possa attenuarsi in prospettiva, perché il russo è pure più giovane di cinque anni. Vero che noi italiani siamo abituati a venire fuori alla distanza, ma è semmai Rublev che dovrebbe avere margini di progressi. Gli manca, ad oggi, un po’ di varietà e fantasia in più. Gioca bene, ma sempre uguale. Troppo prevedibile per fare quel salto di qualità che corrisponde ad un’affermazione in uno Slam.

Cecchinato si è detto contento di aver giocato alla pari con Goffin, a dispetto del 64 60: “Nel secondo set non ho mollato come parrebbe suggerire il punteggio, perché avremmo potuto essere 3 pari, non 6-0!”. Resta il fatto che credevo che Goffin fosse un po’ in calo e invece corre invece ancora come una spia. Ha ripreso come se nulla fosse – grazie anche all’indiscutibile intuito – anche alcune micidiali smorzate, specialità della casa Cecchinato. Certo a ripensare a quel “miracoloso” Roland Garros 2018 in cui Cecchinato battè proprio Goffin, sembra trascorso un secolo e non a favore del più giovane siciliano emigrato alla corte di Max Sartori. Ha vinto qualche partita però, dopo le delusioni australiane, e allora pian piano ritroverà la fiducia che gli serve. Tutti ricordano – è scontato – l’exploit parigino.

Però sul conto di Cecchinato e delle sue qualità mi sono accorto che serpeggia ovunque una certa sfiducia. Invece sarebbe giusto anche ricordare che uno che vince Budapest e Umago 2018, Buenos Aires 2019, fa finale a Cagliari al Forte Village 2020 e si comporta più che dignitosamente a Roma e al Roland Garros (dopo aver centrato in passato anche semifinali a Doha e Monaco 2019) scarso non è. Magari quel suo best ranking n.16 non lo centrerà mai più per il fatto che il suo miglior tennis sembra troppo circoscritto alla terra battuta e la stagione sul “rosso” è diventata troppo corta rispetto a un tempo, però che sotto la guida di una persona seria come Sartori Marco possa riguadagnare una cinquantina di posti secondo me è possibilissimo. Non è che i 40 che gli stanno davanti siano tutti fenomeni.

Per quanto concerne Sonego la testa è buona, il fisico anche, il coach è quanto di più serio e preparato ci sia in giro, i progressi per salire qualche posizione ancora ci sono. Magari non troppe. Ma i trentenni e over 30 che gli stanno davanti – augurando lunga vita agonistica a tutti – non sono pochi: a cominciare dai 3 Fab Four Djokovic, Nadal e Federer, per proseguire con Bautista Agut, Monfils, Goffin, Dimitrov, Fognini, Raonic, Wawrinka. Solo questi sono in dieci. Per carità, gli arriveranno tre, quattro o cinque che oggi gli stanno dietro (Musetti? Alcaraz? Karatsev?), però fategli fare qualche progresso che sicuramente farà e Lorenzo fra i primi 20 ci può arrivare, così come a suo tempo ci sono arrivati giocatori come Furlan, Gaudenzi, Seppi, Gaudenzi i quali avevano soprattutto nella testa, nella serietà, nella determinazione più che nelle caratteristiche tecniche la loro forza. Quindi il suo trend mi pare in ascesa, magari lenta, diesel, ma progressiva.

Lorenzo Sonego – ATP Cagliari 2021 (via Twitter, @atptour)

Arrivo al tennista cui sono dedicate le maggiori attenzioni, le profezie più lusinghiere: Jannik Sinner. La sua partita con Djokovic ha deluso chi stravedeva per lui, ma non chi conosce Djokovic e chi ha avuto modo di vedere quelle che sono ancora le carenze tecniche di Jannik. Carenze che Riccardo Piatti e lui conoscono benissimo, per fortuna.

Potrei partire dal post-match Djokovic-Sinner che, però, non dice in realtà niente che già non si sapesse o intuisse. Parla Djokovic e dice (come ampiamente titolato e riportato): “Sinner rappresenta il futuro del tennis, ma è già anche il presente”. Sinner, incassa il complimento, ma dice quel che pensa (lui e tutti…): “La strada è ancora lunga”. Farei qui una chiosa. Delle “investiture” (più o meno di cortesia) degli altri giocatori mi fido pochissimo. Ne ho sentite tante su tanti “prospect” che poi non si sono mai affermati. Da gran presuntuoso quale sono direi che mi fido più di me stesso. Perché su quei nomi che ho citato sopra non ricordo di avere avuto dubbi. Chissà, magari mi sono dimenticato invece quelli sui quali credevo di più. Ad ogni modo penso che la strada di Jannik sia più lunga di quanto pensi chi si illude anche se le premesse per un bel futuro ci sono tutte. Ho visto tanti dei migliori giocatori del mondo a 17-18-19-20 anni, come mi è capitato con Nadal, Federer, Djokovic e prima di loro, con Borg, McEnroe, Lendl, Noah, Wilander, Becker, Edberg, Chang. Non meno forte nelle giornate buone, Panatta. Forse un po’ d’occhio in tutti questi anni me lo sono fatto.

Sono proprio i limiti, ancora notevoli, di Sinner a farmi credere in lui. Moltissimi dei giocatori che ho citato sopra servivano proprio maluccio all’inizio della carriera. Penso in particolare a Borg, Lendl, Wilander, Sampras, Djokovic, Chang: tutti hanno fatto progressi enormi qualche anno dopo i loro primi exploit. A Jannik oggi manca la capacità di scendere a rete quando si è aperto il campo. Se trova uno che gli rilancia – e come glieli rilancia Djokovic! – quattro missili, al quinto tentativo sbaglia, inevitabilmente.

Borg sapeva a malapena volleare ai suoi debutti, e batteva maluccio. Si preoccupava di mettere più del 90% di prime, in molte occasioni, come quando giocò la finale di Parigi contro il paraguaiano Victor Pecci al quale voleva impedire gli attacchi sulla sua “seconda”. Lendl tirava forte, ma soprattutto di dritto. Il rovescio lo migliorò tantissimo tre o quattro anni dopo i primi successi. Mentre Wilander non tirava mai così forte. Semmai, soprattutto di rovescio, anticipava tantissimo. Non c’erano tanti giocatori capaci di giocare il lungolinea come lui. E anche i lob passanti. Però Wilander imparò ad andare a prendersi i punti a rete nell’88, nella finale dell’US Open in cui rovesciò contro Lendl l’esito della finale dell’anno precedente, sei anni dopo aver vinto il primo di tre Roland Garros. E dopo aver vinto un doppio a Wimbledon, lui che a rete all’inizio carriera non ci andava mai e fu perfino fischiato per i suoi asfissianti palleggi nella finale parigina con Vilas dell’82.

E Chang che si fece allungare la racchetta di qualche centimetro per migliorare l’efficacia del servizio, e cominciò a fare 7 o 8 ace a partita, sia pur sacrificando qualcosa nel controllo? E il rovescio di Sampras? Quando lo vidi perdere a Parigi da Chang, in una partita che credo di aver commentato insieme a Rino Tommasi, mi fece un’impressione per nulla positiva. Vero, peraltro, che Pete è stato un grandissimo giocatore dappertutto fuorché sulla terra rossa; uno che è stato n.1 di fine stagione per sei anni di fila, a Parigi ha raggiunto una sola semifinale. Come Cecchinato, mi verrebbe voglia di dire.

Ma perché il rovescio di Federer, di Nadal, a 20 anni era efficace come quello che i due hanno fatto vedere dopo i 30 anni? Peter Lundgren, uno dei primi coach di Federer, mi disse una mattina all’aeroporto di Melbourne: “Roger a rete è ancora un pesce fuor d’acqua, anzi ci si muove come se fosse circondato dai pescicani!”.

Ora smetto di attraversare i miei amarcord che non interessano nessuno, ma suscitano tanti ricordi in me, e dico che Jannik poteva giocare già ieri certamente meglio contro Nole ma si è scontrato contro una muraglia che credeva di conoscere per averla vista in TV, ed essercisi allenato un paio di volte (con anche il set di esibizione ad Adelaide), ma in realtà non conosceva. Un conto è vedere uno che risponde benissimo ed è considerato il miglior ribattitore della sua epoca, un altro è – pur dopo essersi allenato con lui e con Nadal – è ritrovarsi la palla che ti torna addosso in pancia, oppure già negli angoli, quando non hai ancora finito di riprenderti dall’esecuzione del servizio.

Fare il punto negli scambi da fondocampo a Djokovic è roba vera, non si può pretendere che ci riesca anche un pur promettentissimo giovanotto che sta lavorando duro da vero professionista. In qualche modo, eppure, ho avuto l’impressione che Novak lo temesse, ne fosse preoccupato. Forse era preoccupato del suo esordio sulla terra dopo due mesi di stop, fatto sta che l’urlo che ha cacciato quando ha vinto il primo set la dicono lunga.

Novak Djokovic – ATP Montecarlo 2021 (via Twitter, @atptour)

Oggi come oggi Jannik gioca il suo tennis basandosi su due colpi, in particolare il rovescio. E qualche gran dritto, incrociati come lungolinea, se la palla non gli arriva troppo bassa. Ma il servizio è da migliorare, come percentuale di prime, come angoli, come potenza, come velocità, come lancio di palla. La volée è da migliorare, sia come posizione sia come tocco. La smorzata è da migliorare. Il lob è da migliorare. Lo smash, al volo come al rimbalzo, è da migliorare. La tenuta fisica è da migliorare (questo lo ha ammesso anche lui stesso, che negli scambi lunghi fa fatica). L’approccio alla partita è da migliorare. La strategia di gioco, che a volte può essere anche semplicemente pazienza, oppure scelta del momento per spingere o per tenere, la capacità di pensare a un attacco in controtempo, a un serve& volley al momento giusto, al fattore sorpreso, è da migliorare. Oggi si può spendere per lui ancora l’ossimoro caro a Rino Tommasi: “un regolarista falloso”. Ma va aggiunto un bel… per ora!

Con tutti questi limiti – di cui per fortuna Jannik e il suo team sono perfettamente consapevoli (il guaio sarebbe se non lo fossero) e quindi sono certo che non si offenderanno se li ho elencati impietosamente – Jannik è a ridosso dei top 10. Considerando validi soltanto i punti ATP da metà agosto – quando si è interrotta la pausa COVID – a oggi Jannik sarebbe lì lì.

Quelli accennati sono limiti soltanto per chi viene considerato capace di migliorarli tutti, con il tempo e la pazienza che invoca Riccardo Piatti, perché per uno che ha le sue caratteristiche – solidità, maturità, potenza, serietà, determinazione, convinzione nei propri mezzi, formidabile timing sulla palla con entrambi i fondamentali, naturalezza e fluidità straordinarie (che i pur bravi Thiem, Tsitsipas, Zverev a mio avviso non hanno altrettanto sviluppato su tutti e due i lati…) per un ragazzo di 19 anni – è giusto, anzi sacrosanto, porsi obiettivi ambiziosi di crescita, di progresso.

Ripeto: anche contro Djokovic – che si è potuto allenare sulla terra rossa e proprio su quei campi da più di una settimana – Jannik ha mostrato personalità. Ha giocato decisamente male un paio di game, quello finale del primo set su tutti, il settimo game del secondo set quando poteva recuperare sul 2-4 il break, e si sa che nel tennis un paio di game, a volte un paio di punti, bastano a farti perdere una partita. Ma negli scambi ha retto molto meglio di tanti altri giocatori di nome contro il n.1 del mondo. Se avesse avuto uno un tantino più debole, e per tale intendo un Bautista Agut n.11 già battuto due volte, un Carreno Busta n.12, un Goffin n.15 – per non scomodare paragoni con un top-ten – l’esito secondo me sarebbe stato diverso. La verità è che da lui si pretende troppo e troppo presto. Pretese oggi assurde.

Continua a leggere

ATP

Djokovic, lezione e investitura a Sinner: “È il presente e il futuro del tennis”

Nel match del giorno Jannik parte bene e va in vantaggio di un break, ma via via soffre la pressione di Nole, che domina alla distanza

Pubblicato

il

[1] N. Djokovic b. J. Sinner 6-4 6-2

Era stata presentata come la partita del giorno, e le attese non sono andate deluse, almeno per una buona oretta. Dopo il battesimo del fuoco ricevuto da Rafa Nadal sul Philippe Chatrier in autunno, il sacerdote Novak Djokovic ha somministrato il secondo segno sensibile al fenomeno nascente Jannik Sinner sotto la terrazza di Montecarlo. Sei quattro sei due per il primo favorito, un’ora e mezza abbondante molto lottata, giocata a ritmi esagerati e trapunta di scambi ad alta intensità. Poi Nole ha preso il sopravvento, e non sarebbe stato difficile prevederlo, ma chi voleva una partita – e un’altra conferma sulla crescita di Jannik – l’ha avuta.

Aveva iniziato molto bene il kid di Sesto Pusteria: secondo game in battuta molto sudato, offerto da un Djokovic intento a far intendere al ragazzo su quale pianeta fosse capitato, poi Sinner ha strappato il servizio al serbo nel terzo, complici un paio di vincenti da urlo, tra i quali ha particolarmente brillato un gran rovescio incrociato sulla linea, utile a provocare la sorpresa del numero uno. Jannik non ha però saputo consolidare, come si suol dire, e qui Djokovic non ha messo troppo di suo: un doppio fallo, un dritto tirato fuori con lo scambio in mano e un rovescio addosso alla star con il campo aperto sono valsi il pareggio: tanta ingenuità direbbero quelli che non hanno mai avuto a che fare con la pressione. Certo è che l’età verdissima in qualche modo può rappresentare un mismatch di non poco conto contro un avversario persino più famelico dei canoni quando deve inseguire. Si è un po’ disunito Jannik, ci mancherebbe: Djokovic gioca profondo come nessuno, si sa, e sulla seconda ha la bava alla bocca. Il combinato disposto, direbbe il giurista, ha costretto Sinner a forzare molte prime, con conseguenze problematiche sulle sue percentuali. Anche a questo è addebitabile il secondo break consecutivo Serbia, viatico al cinque due che pareva una precoce pietra tombale sulla frazione.

 

Detto questo, anche Nole di tanto in tanto pare umano, e Sinner certamente non vende la pelle a buon prezzo: gravato da un paio di errori di misura, dal trenta a zero a due punti dal set Djokovic ha subìto quattro punti consecutivi, consentendo al giovane collega di servire per il pareggio. Ma ribattitore migliore della storia del gioco non si diventa per caso: una manciata di palle a un palmo dal fondocampo hanno costretto Sinner a diversi fuori giri e a salvare un primo set point, prima che un nastro malandrino sul suo lungolinea, beffardo nell’apparecchiare il vincente al serbo, ne forzasse un secondo, stavolta raccolto da Nole con un forcing da dietro reiterato fino all’errore con il rovescio dell’italiano.

Jannik Sinner – ATP Montecarlo 2021 (ph. Agence Carte Blanche / Réalis)

Cinquantasei minuti, ritmi alti, lunghi scambi e una lotta tutt’altro che disprezzabile. Non male l’offerta di Jannik, forse un po’ troppo legata mani e piedi al vincente, con tutti i rischi del caso. Nole in giornata, lo è quasi sempre, quando impone la proverbiale pressione da fondo al momento è ancora un po’ troppo. E la sua giornata, già serena, è migliorata nel secondo set, a fronte della resistenza ora forse un po’ ammaccata del nostro: break Serbia nel quarto gioco. Sinner, puntiglioso, con il solito atteggiamento impeccabile, concentrato sul tema fino al parossismo, ora annaspante e sempre più ingarbugliato nella ragnatela. Poche chance per lui di rientrare; una, sostanzialmente, nel settimo game, quando Nole ha offerto palla break ingarbugliandosi con due doppi falli, ma qui è mancato Sinner, autore di una rispostaccia fuori di metri su una seconda attaccabile. La partita lì si è eclissata, insieme allo sguardo fattosi torvo del diciannovenne. Agli ottavi di domani, contro il campione di Miami Hubert Hurkacz o Dan Evans, andrà Djokovic, come sempre, come prevedibile. Per un’ora c’è stata partita, per il resto una lezione di cui Jannik saprà far tesoro.

Mi sento bene – ha detto Djokovic a Tennis TV -. Questo club è la mia base d’allenamento da 15 anni, mi sembra di giocare a casa. E’ stato un bell’esordio, non era una sfida semplice ma sono riuscito a trovare il ritmo e i colpi. Sinner colpisce la palla nel modo giusto più o meno su tutte le superfici, è polivalente, ha molto talento ed è in forma. E’ il futuro del nostro sport, e forse già il presente. Del resto ha già giocato la finale di un 1000 da teenager“. A diciannove anni Nole non era certamente prossimo a somigliare alla sua versione odierna.

Il tabellone aggiornato con tutti i risultati

Continua a leggere

ATP

A Thompson è inviso il rosso, Fognini in souplesse a Montecarlo. Fuori Cecchinato e Caruso

Fabio regola l’australiano con un doppio 6-3. Negli ottavi attende Krajinovic o Londero. Niente da fare per Salvatore Caruso, sconfitto da Rublev

Pubblicato

il

Fabio Fognini - Montecarlo 2021 (foto via Twitter @ROLEXMCMASTERS)

[15] F. Fognini b. J. Thompson 6-3 6-3

Fabio Fognini potrà continuare a difendere la sua corona nel Principato. Facile, tranquillo, senza alcun inghippo di sorta il match vinto dal campione in carica nel secondo turno contro Jordan Thompson, collega che, consideratone il curriculum on clay, nelle previsioni non sembrava costituire ostacolo eccessivamente scomodo. E infatti. Troppo leggero sul mattone tritato il baffuto australiano: a disagio negli scivolamenti, presto incerto sulla posizione da tenere in campo e provvisto di cilindrata infinitamente inferiore, Thompson è da subito finito nel tritacarne negli scambi da dietro, e quando ha provato a uscire dalla stretta accorciando il rettangolo ha sovente sbagliato pesi e misure.

Sicuro e sereno, per quanto possibile, a Fabio è in linea di massima bastato tenere la palla profonda e carica per volare sul quattro a zero in meno di venti minuti: di Thompson è pervenuto solo un certo scoramento, spesso catturato dai microfoni a bordocampo facilitati nel loro compito dall’assenza di pubblico. “Hit the ball”, “what is that?”, “so bad” le autocritiche carpite dai tristi soliloqui di un giocatore sin qui capace di vincere appena nove partite nel Tour maggiore sul rosso, solo una, quella di primo turno contro lo svogliatissimo Benoit Paire, in un Mille.

 

Così l’unico duello degno di nota è stato quello, immancabile, innescatosi tra Fabio e la giudice di sedia, fiorito sull’unico break conquistato da Jordan nell’ottavo game con tre errori di dritto di Fognini. L’ultimo, largo di un millimetro, ha provocato la bagarre. “It’s a joke”, è uno scherzo, ha riferito all’arbitro il ligure, il quale, da quel momento, ha preteso il controllo a terra a ogni punto sospetto. Un minuto diversivo per dare un pizzico di pepe a un match proseguito senza sussulti anche nel secondo set, deciso da un break avvenuto nel quarto gioco e illuminato da un clamoroso passante vincente con il rovescio a una mano esibito da Fognini nel sesto, perla finale di una vittoria mai in discussione. Il suo percorso verso una difficile, nuova incoronazione proseguirà domani, negli ottavi, contro Filip Krajinovic. “È un giocatore con molto talento e gioca molto bene a tennis. Vale più della classifica che ha, infatti è stato tra i primi 30” ha commentato Fabio in conferenza. “Sarà una battaglia molto dura, 50-50. L’importante è stare in campo come in questi due giorni, atteggiamento giusto, per il resto il risultato è una conseguenza“.

[6] A. Rublev b. [Q] S. Caruso 6-3 6-2

La superiorità di Andrey Rublev nei confronti Salvatore Caruso si è palesata nella maniera più evidente in questo secondo turno che ha aperto il programma sul campo Rainer III. Il n. 8 del mondo è partito lanciatissimo e un break a freddo gli è bastato per far suo il primo set 6-3 senza concedere nulla. La potenza dei suoi colpi da fondo non ha minimamente risentito della superficie di gioco, e gli scambi sono sempre stati in suo controllo. La chance più grande per il siciliano c’è stata ad inizio secondo set quando il rovescio del russo ha fatto cilecca per un paio di volte: Caruso ha avuto le prime due palle break ma gli sono sfilate via in un attimo. Con il classico ‘occasione mancata, occasione subita’, Caruso ha poi perso la battuta nel game successivo, questa volta sbagliando lui sul lato del rovescio.

Nonostante ormai il punteggio fosse indirizzato in favore di Rublev, c’è stato comunque spazio per una piccola polemica. Sotto 1-3, 15-40, una prima di servizio di Caruso è stata chiamata fuori ma il giudice di sedia Bernardes è subito intervenuto, invitando l’italiano a ripetere la battuta. Quest’ultimo invece avrebbe voluto il punto e ne è scaturito un piccolo battibecco, rigorosamente in lingua italiana, culminato a fine game con un flebile “vaffa…” e punito con un code violation. Dopo 69 minuti di gioco è arrivata per 6-3 6-2 quella che può essere considerata una vittoria di routine per Rublev.

Ho fatto troppi errori, soprattutto in risposta – un fondamentale sul quale mi sento forte. Sono un po’ sorpreso da questo, anche perché lui non è il Bublik di turno che serve la seconda a 200 km/h. Contro un giocatore del genere non te lo puoi permettere” ha commentato Caruso in conferenza stampa. “Rispetto alla sfida dello US Open, nella quale ho giocato solo un set su tre, però sono stato più in partita. Sono comunque contento, anche perché la scorsa settimana sono stato male, mi sono allenato per la prima volta martedì scorso, in totale due volte e poi sono venuto qui“. Sul programma delle prossime settimane: “Giocherò sempre sulla terra, forse anche a Parma. Sono iscritto a Barcellona e Belgrado la prossima settimana, spero di entrare come alternate in uno dei due“.

[11] D. Goffin b. [Q] M. Cecchinato 6-4 6-0

Chi non ricattura i fasti del passato è Marco Cecchinato, che dopo aver lottato nel primo set cede di schianto il secondo contro un buon David Goffin, che si prende così gli ottavi del torneo monegasco. L’inizio di Marco non è dei migliori, il tennista italiano cede subito la battuta e si trova a rincorrere già dal terzo game. Le solite mancanze in risposta di Ceck si fanno sentire contro un Goffin particolarmente solido al servizio e chirurgico da fondo. Il momento per riprendere la partita in mano per Cecchinato arriva nel decimo game. Un bellissimo dritto diagonale di Goffin sulla riga gli nega la prima palla break, ma il belga commette un errore colossale con lo smash che concede una seconda palla break al suo avversario. Marco non riesce a prendere vantaggio nello scambio e Goffin chiude così game e set. La partita sostanzialmente finisce qui, il livello del tennis di Cecchinato cala vertiginosamente e il tennista belga non si fa problemi a chiudere la partita con un secco 6-0 in nemmeno mezz’ora.

Il secondo set mi è un po’ scivolato, ho avuto sempre palla game nei primi game; è finita 6-0, ma poteva essere 3-3″ ha raccontato Marco in conferenza. “Però non è stato un set che ho mollato. A livello di tennis è stato il match migliore dell’ultimo periodo, il primo set è stato alla pari e sul 5-4 ho avuto le chance per tornare in partita. Lui si muove bene e ha un tempo sulla palla pazzesco, ci conosciamo bene. La stagione comunque è lunga e ci sono molti tornei in cui posso fare bene. Parma? Sono contento, è un nuovo torneo in Italia. Da una parte spero di giocarlo, dall’altra… spero di non andarci e riposare prima del Roland Garros, perché significherebbe aver giocato abbastanza partite nei tornei precedenti“.

Goffin vendica così il 6-0 ricevuto da Cecchinato negli ottavi del Roland Garros 2018 e vola agli ottavi. Sulla sua strada potrebbe esserci un altro italiano, il nostro Lorenzo Sonego, oppure la testa di serie numero 5 Alexander Zverev.

Hanno collaborato Paolo Di Lorito e Giorgio Di Maio

Il tabellone di Montecarlo con tutti i risultati aggiornati

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement