Tennis e fisica: il campo è lento o veloce? Dipende dal colpo che giochi!

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Tennis e fisica: il campo è lento o veloce? Dipende dal colpo che giochi!

Le superfici sono diverse, ma il topspin le fa sembrare tutte uguali. Una (lunga) analisi sulla fisica della palla da tennis porta a una scoperta interessante

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Le superfici non sono tutte uguali. Ogni tanto a qualcuno viene il dubbio che non sia (più) così, ma ci sono i dati a dimostrare che le differenze che un tempo apparivano più evidenti esistono anche oggi. L’erba è diventata meno veloce rispetto a un paio di decadi fa, questo è confermato, ma la distanza tra terra e cemento non sembra essersi appianata. 

Del resto, a fronte di iper-campioni come Djokovic e Nadal che hanno trovato il modo di eccellere anche sulla superficie che offre loro meno vantaggi naturali, ci sono tanti giocatori che continuano a faticare sui campi che meno digeriscono. Va da sé quindi che il tennis sul duro non è identico al tennis sulla terra, perché il comportamento della palla (proprio a livello fisico) è differente. Altrimenti le prestazioni di tutti i giocatori sarebbero uniformi, le partite sarebbero più o meno tutte uguali e i dati relativi agli ace – la metrica migliore per confrontare indirettamente la velocità dei campi – si manterrebbero nello stesso range su tutte le superfici. Invece i dati della carriera di Nadal dicono che lo spagnolo colpisce in media 2 ace a partita sulla terra e 3,5 sul cemento (+75%); Federer rispettivamente 5,9 e 7,9 (+34%); Djokovic 3,7 e 5,6 (+51%). 

Dunque sulla terra battuta, la superficie sulla quale è attualmente impegnato il Tour, il tennis cambia. Ma esattamente in che modo? Come cambiano il modo di stare in campo e la resa dei colpi? Quali sono le difficoltà che i giocatori devono affrontare rispetto al cemento e quali invece i vantaggi? Il discorso è lungo, ma prima di addentrarci nelle considerazioni tattiche – dove subentra anche un po’ di soggettività – ci dedicheremo a una premessa di ordine fisico-teorico, al fine di avere una solida base di partenza per la nostra digressione. Tireremo le conclusioni in un secondo articolo, che verrà pubblicato tra una settimana.

 

I ringraziamenti per la stesura di questo articolo vanno tutti a Matthew Willis (che su Substack cura un blog tennistico assai interessante) per averci fatto scoprire le pubblicazioni di Rod Cross, ex professore del dipartimento di Fisica dell’Università di Sydney che ha dedicato gran parte della sua carriera alla ricerca nell’ambito della fisica applicata allo sport. Trovate un po’ del suo materiale qui, qui e qui, se l’argomento vi stuzzica. In questo pezzo cercheremo di fornirvi le indicazioni principali delle sue ricerche, spezzettate in concetti semplici. Se non vi interessa la fisica e volete leggere direttamente le conclusioni, saltate il primo blocco e volate al secondo.

PRIMO BLOCCO: LA TEORIA DEI RIMBALZI SULLE SUPERFICI

Per farla molto semplice, il rimbalzo di una palla da tennis è un sistema fisico in cui un corpo sferico è dotato di una velocità divisibile in due componenti: la velocità orizzontale (vx1, deriva dal colpo inferto con la racchetta) e la velocità verticale (vy1, deriva dal colpo e ‘combatte’ con la gravità). Dopo l’impatto con la superficie a un determinato angolo di incidenza (θ1), le due velocità risultano ovviamente ridimensionate (vx2 e vy2); questo significa che la palla perde un po’ della sua spinta e della sua velocità, e ne perde un po’ di più o un po’ di meno in base alla superficie sulla quale rimbalza. 

Rappresentazione grafica del rimbalzo della palla (credit to Rod Cross)

Partiamo dal principio. Nel 1984 Howard Brody aveva messo a punto un primo modello per studiare la fisica della palla da tennis, immaginandola come un corpo rigido – che a contatto con la superficie di impatto non si deforma. Questo modello, rivelatosi inesatto e incompleto, ipotizza che la velocità orizzontale della pallina dopo il rimbalzo sia sempre il 64,5% di quella precedente al rimbalzo, a prescindere dalla superficie e dell’angolo di impatto (purché sia superiore a 16°).

In realtà la palla si deforma eccome. Questo è il motivo per cui la fisica del rimbalzo è molto più complessa (‘il peggior esame di calcolo che vi troverete a svolgere in vita vostra‘, secondo David Foster Wallace) e di conseguenza le superfici non sono tutte uguali. Per qualche frazione di secondo, infatti, la palla – che arriva con una rotazione trascurabile – inizia a scivolare sul campo, percorrendo una micro-distanza (D in figura) che corrisponde allo spostamento dell’asse della forza N, ovvero quella che combatte con l’attrito (F) per spingere la palla verso l’alto. Superata questa fase di transizione, la palla riprende il moto di rotazione e spicca il volo verso la fase successiva al rimbalzo. 

La durata di questa fase di transizione, e quindi la resistenza che la superficie offre alla pallina, dipende dall’attrito della superficie stessa e dalla tipologia di colpo (portate pazienza, qui ci arriveremo tra poco). Sulla terra dura un po’ di più, quindi la distanza D è più grande e la superficie ‘ruba’ più inerzia alla palla che ne esce rallentata; sul cemento dura di meno, quindi la distanza D è più piccola e la palla riprende prima il moto verso l’alto, risultando più veloce dopo il rimbalzo. Decade quindi la regola ideale del 64,5%.

La premessa si completa specificando che alla superficie sono attribuibili due caratteristiche fisiche.

  • Il coefficiente di frizione (µ), che misura l’attrito della superficie sottraendo la velocità orizzontale post-rimbalzo a quella pre-rimbalzo. In pratica, ci dice quanta velocità la palla perde sul piano orizzontale. Più è alto, più la superficie fa attrito (accade sulla terra) e quindi rallenta il colpo
  • Il coefficiente di restituzione (e), che invece misura quanto la superficie ‘aiuta’ la pallina a rimbalzare ed è il rapporto tra velocità verticale finale e velocità iniziale. Più è alto, più la superficie è generosa con il rimbalzo (accade sulla terra)

Se è più semplice intuire perché l’aumento del coefficiente di frizione rallenta il colpo (e quindi la partita), occorre forse specificare perché un campo che ‘restituisce’ di più viene considerato più lento. Un rimbalzo più alto concede al giocatore più tempo per colpire e trovare il punto di impatto ideale, laddove un rimbalzo basso costringe il ribattitore ad agire in un intervallo di tempo più piccolo.

Lorenzo Musetti (Acapulco 2021/foto AMT2021): esempio di impatto sotto il livello delle anche

Queste due caratteristiche fisiche sono state inglobate in una formula messa a punto dalla ITF per calcolare il Court Pace Rating (CPR), un indicatore della velocità dei campi. La formula è la seguente:

CPR = 100 (1-µ)+150(0,81-e)

Questo rating, che sostanzialmente ci dice quanta velocità ha la palla prima di rimbalzare e quanta ne ha dopo, si ottiene dopo misurazioni di laboratorio in condizioni fisse: su un campione della superficie viene scagliato un colpo a circa 108 km/h, privo di topspin e con un angolo di 16°. 

Si tratta però di una dato parziale, perché non tiene conto di quello che succede quando la pallina impatta sulla superficie con un angolo maggiore, ovvero quando è dotata di topspin. E come vi abbiamo anticipato, quando la palla arriva con una forte rotazione le cose sono diverse (non preoccupatevi: ci siamo quasi). Il dato è parziale anche perché non tiene conto degli altri fattori che influenzano la velocità del campo: su tutti le condizioni atmosferiche e la totalità degli strati che compongono il campo, non soltanto la parte superficiale su cui si svolge il gioco.

Il CPR non va confuso con il CPI (Court Pace Index), che si basa sulle stesse premesse fisiche ma non viene calcolato in laboratorio, bensì semplicemente dedotto dalle misure di velocità offerte dai dati Hawkeye (Slam, Masters 1000 e ATP Finals). In un certo senso è una misura più veritiera, poiché si basa su dati di gioco di tornei effettivamente disputati e su un campionario di colpi più ampio.

SECONDO BLOCCO: COSA CAMBIA DAVVERO TRA LE SUPERFICI

Adesso che vi abbiamo fornito una chiave di lettura, possiamo spiegarvi… perché è sbagliata. O meglio, perché il mantra dell’analisi della velocità dei campi deve essere ’dipende dal colpo che giochi. Per anni abbiamo imprecato contro la presunta cospirazione dei tornei, che avrebbero reso le superfici tutte uguali per favorire i giocatori più forti. La verità potrebbe essere un po’ diversa, e la ‘colpa’ (se di colpa si può parlare) sembra attribuibile molto di più ai produttori di racchette, che hanno brevettato attrezzi con i quali è molto più semplice giocare in topspin, e agli allenatori, che hanno spinto perché si diffondesse uno stile di gioco basato sulle rotazioni.

Se i campi ci sembrano tutti simili, è perché tutti giocano con molte rotazioni. Il punto sembra questo. Sia le simulazioni effettuate al computer dal formidabile utente Twitter @fogmount (date un’occhiata qui) che le analisi effettuate – con una videocamera – dal team del succitato Rod Cross confermano una verità abbastanza taciuta: c’è molta più differenza tra le superfici se prendiamo in esame i colpi piatti (angolo di impatto piccolo) di quanta ce ne sia confrontando la resa dei colpi in topspin (angolo di impatto più grande).

Ci serviamo dei dati e degli schemi pubblicati da @fogmount, ma possiamo confermarvi che lo stesso risultato emerge dalle ricerche di Rod Cross., che si basano su dati ottenuti da esperimenti reali.

Simulazione: un colpo senza topspin



Questa è la simulazione computerizzata di un colpo senza topspin scagliato a 80 miglia orarie (circa 130 km/h) sulla terra e sull’erba. Sul rosso, la palla raggiungerebbe la linea di fondo a una velocità inferiore di circa 8 km/h (-14%), con circa 0,05 secondi di ritardo e più alta di 30 centimetri. 

Simulazione: un colpo con topspin

Questa è invece la simulazione di un colpo eseguito con 4000 rpm (rotazioni per minuto, Nadal può raggiungere anche le 5000), scagliato sempre a circa 130 km/h. Come potete vedere, e come forse non avreste mai immaginato, la palla raggiunge la linea di fondo dopo il rimbalzo praticamente alla stessa velocità e dopo lo stesso tempo (la differenza è di appena un millisecondo). Permane soltanto uno scarto di circa 30-50 centimetri in altezza (1 piede o poco più), sempre in favore della terra battuta.

TERZO BLOCCO: ANALISI DEI COLPI IN TOPSPIN E BACKSPIN

Siamo finalmente arrivati al punto. Non è soltanto il campo a ‘fare’ la velocità di gioco, ma anche lo stile adottato dai giocatori. Ricordate la fase di transizione di cui vi abbiamo parlato per spiegare la fisica del rimbalzo? Ora è il momento di spiegare quella parentesi: un colpo in topspin, che raggiunge il terreno con un angolo più ampio e in forte rotazione, affronta una fase di transizione molto più breve e dunque viene frenato molto di meno dall’attrito della superficie. Per spiegare cosa accade durante il rimbalzo di un colpo dotato di un topspin apprezzabile, diventa cruciale prendere in esame le componenti rotazionali della velocità della palla: parliamo nello specifico della velocità angolare (ω1 nella prima figura, ovvero quanto rapidamente la palla gira su sé stessa) e della velocità tangenziale, cioè l’effetto che la rotazione della palla imprime al moto globale della palla stessa.

Nonostante ogni punto della circonferenza della palla abbia una sua velocità angolare, che punta in una direzione diversa, per semplicità di analisi consideriamo quella della parte alta della palla e quella della parte bassa. Nel caso di una palla in forte rotazione, la velocità tangenziale della parte superiore della pallina è maggiore della velocità orizzontale complessiva al momento dell’impatto con la superficie; in qualche modo, è come se la palla stesse ‘più ruotando su sé stessa che spostandosi’.

Durante l’impatto, la velocità tangenziale superiore si riduce (perché la palla diminuisce il suo moto di rotazione) fino a eguagliare quella orizzontale complessiva; a questo punto la palla riprende a rotolare e riparte verso l’alto dopo aver subito l’effetto dell’attrito della superficie in modo considerevolmente minore rispetto a un colpo piatto. Anzi, in questo caso l’attrito di una superficie come la terra battuta gioca a favore del colpo in topspin, aiutando la palla a conservare gran parte della sua velocità orizzontale.

Per sintetizzare, la terra rallenta molto di più i colpi piatti di quanto non faccia con quelli dotati di rotazione. È un po’ come se il topspin fosse un modo per aggirare l’attrito della terra battuta e generare picchi di velocità che, con un colpo piatto della stessa forza, sarebbe più difficile raggiungere.

Excursus: i colpi in backspin

Avendo scoperchiato il vaso di Pandora dei colpi dotati di spin, apriamo una piccola parentesi su quelli in backspin, ovvero con rotazione all’indietro. In questo caso, la fase di transizione del rimbalzo è molto più lunga perché la forza di attrito esercitata dalla superficie deve agire per più tempo sulla palla affinché inverta il verso della sua rotazione e rimbalzi, ruotando in avanti, verso l’avversario che aspetta di colpirla.

Rispetto ai colpi piatti e in topspin, le due differenze principali a livello fisico riguardano la velocità complessiva, che risulta diminuita in misura maggiore (la palla ‘frena’ di più), e l’angolo successivo al rimbalzo – che in questo caso è superiore a quello di incidenza. Non ce ne accorgiamo perché il back arriva già molto basso, con angolo di incidenza molto piccolo, e ci sembra che l’angolo di rimbalzo sia ugualmente piccolo; lo è in senso assoluto, ma è maggiore di quello di incidenza.

L’angolo di rimbalzo, differenze tra topsin e backspin (fonte: tennisindustrymag.com)

Su quale superficie il back è più efficace? A livello fisico sul cemento e sull’erba, perché l’attrito è inferiore e quindi sia l’effetto sulla diminuzione della velocità che sull’aumento dell’angolo di rimbalzo sono inferiori. La palla rimbalza più bassa e più rapida, costringendo l’avversario ad abbassarsi per colpire. Sulla terra, l’attrito esercita un effetto complessivo enorme sul back e la palla rimbalza più alta e più lenta; l’avversario ha quindi più tempo per colpirla, ma la difficoltà diventa quella di imprimere forza e velocità a una palla che praticamente non ne ha più. In soldoni, non c’è alcuna inerzia a cui appoggiarsi.

CONCLUSIONI: VERSO IL SECONDO ARTICOLO

Quest’ultima è una delle ragioni per cui alcuni giocatori fanno molta fatica sulla terra. Ce ne sono però anche altre, oltre a quelle meramente tattiche; riguardano la meccanica dei colpi (leggasi: ampiezza delle aperture), il comportamento della palla durante la sua traiettoria da un campo all’altro e quello che in fisica si chiama ‘effetto Magnus’. Ma è una storia che vi racconteremo nella seconda parte di questo articolo, in cui chiuderemo il cerchio e faremo qualche ipotesi sulle caratteristiche che servono per fare bene sulla terra. 

Oggi vi lasciamo con questo grafico (del nostro solito utente Twitter, in pratica un angelo custode) e una considerazione. 

Ci sembra corretto suggerire che l’analisi della velocità dei campi dovrebbe includere anche il comportamento in occasione dei colpi ricchi di topspin (ampio angolo di rimbalzo). Non è sufficiente ipotizzare quanto sia veloce un campo basandosi soltanto sui colpi che arrivano con angoli ristretti (l’assetto utilizzato in laboratorio per il calcolo del CPR).

Il risultato che si ottiene confrontando la resa di un colpo piatto e di un colpo in topspin su terra e cemento, si può ottenere anche operando lo stesso confronto su campi in cemento di diverso tipo. Come indica il grafico, si va da quelli – area blu, in alto a sinistra – molto rapidi (poco attrito) con rimbalzo generoso (alto coefficiente di restituzione) a quelli – andando verso destra – tendenzialmente lenti per quanto riguarda la velocità (molto attrito) ma con un rimbalzo meno accentuato (basso coefficiente di restituzione).

Ci sono, in definitiva, campi in cemento che rallentano i colpi piatti ma lasciano viaggiare abbastanza quelli arrotati, un po’ come accade sulla terra battuta. Campi lenti… ma allo stesso tempo veloci, e il fatto che ci sembrino in un modo o nell’altro dipende (anche) da chi ci gioca. Anche per questo motivo non è infrequente che il parere dei tennisti su una stessa superficie sia difforme. Un esempio tra tanti, durante le Finals 2013 Nadal era convinto che i campi di Londra fossero più lenti di quelli di Bercy, per Djokovic invece erano più veloci. Insomma, fidatevi con moderazione di quello che dicono i tennisti e del CPR. A sabato prossimo!

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ATP Tel Aviv: Djokovic un treno non dirottabile, Andujar evita quantomeno il doppio cappotto

Pablo esulta nell’ottavo game del match, quando finalmente si sblocca, come se avesse compiuto l’impresa del secolo. Pospisil, prossimo avversario di Novak, non sarà contento

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Novak Djokovic - Laver Cup 2022 Londra (foto Twitter @lavercup)

[1] N. Djokovic b. P. Andujar 6-0 6-3

Era affamato, lo si era già compreso appieno durante la Laver Cup, almeno finché le energie fisiche lo hanno sostenuto. Era voglioso di riconquistarsi il terreno perduto, in termini di partite giocate ed eventi a quali non ha potuto prendere parte nel 2022, era motivato a dimostrare a tutti i costi che lui non ci pensa minimamente a cedere lo scettro. L’adrenalina del campo, poi, è cresciuta a dismisura a causa del mancato esordio in doppio in Israele, dove avrebbe dovuto accompagnare al canto del cigno il padrone di casa e specialista Erlich. Dunque arrivati al suo match di singolare, tutta l’essenza del campione che ha in corpo non poteva non essere sprigionata travolgendo tutto quello che incontrava.

Così si racconta il 6-0 6-3 in neanche un’ora e mezza, di una mattanza “quasi” totale, che la tds n. 1 del Watergen Tel Aviv Open Novak Djokovic ha inflitto al veterano castigliano Pablo Andujar; al cui spirito combattivo, oltre che alla lucida abilità nel saper modificare il piano partita strada facendo, si deve il mancato – non per molto – doppio capotto. Un “one Nole show“, caratterizzato principalmente da una prima di servizio ed in generale da una battuta massacrante – per gli avversari – per costanza ed efficacia: 8 ace scagliati, il 66% di prime in campo, l’81% di trasformazione, ma anche un invidiabile 71% di realizzazione con la seconda (10/14) e dulcis in fundo 0 palle break concesse. Ma ciò che più di tutto impressiona, è l’enorme ventaglio di opzioni del fondamentale d’inizio gioco balcanico: ogni taglio, ogni angolo, all’interno di una costante variazione per non dare punti di riferimento. A sottolineare, infine, le difficoltà incontrate dal 36enne di Cuenca; l’incredibile – in negativo – dato di punti vinti sulla prima nel parziale d’apertura: solo 6 e addirittura 0 sino al 5-0. In quarti di finale Vasek Pospisil è avvisato, il problema al polso è ormai solo un lontano ricordo.

 

IL MATCH – A discapito di quello che potrebbe far pensare la nomea di Andujar, derivante dall’etichetta appiccicatagli agli albori della sua carriera di solido regolarista fondocampista della terra battuta, caratteristiche riscontrabili nel tipico giocatore di formazione spagnola; il 36enne castigliano è un tennista che ben si adatta ai campi veloci. E’ vero che il suo “titolo” di specialista del rosso, il n. 115 ATP se l’è guadagnato non solo per via delle sue origini iberiche o del proprio stile di gioco, ma anche a suon di successi sulla terra; infatti i quattro tornei vinti in singolare, nella sua longeva carriera, – nonostante sia sta profondamente martoriata dagli infortuni – da parte del classe ’86 nativo di Cuenca sono stati conquistati tutti sul mattone tritato. Eppure andando a scandagliare approfonditamente gli anni trascorsi nel circuito dal veterano Pablo, si ci rende conto di come abbia ottenuto i risultati più prestigiosi, negli appuntamenti di maggiore rilevanza del Tour, sul cemento: in veneranda età, tre anni fa, si è spinto sino agli ottavi dello US Open raggiungendo il proprio miglior risultato negli Slam. Ma purtroppo per lui, oggi, si sapeva che le cose sarebbero state alquanto – per usare un eufemismo – complicate; questo non perché nel secondo turno dell’ATP 250 di Tel Aviv trovava dall’altra parte della rete un 21 volte campione Slam, recordman di settimane – e stagioni concluse – al n. 1 del ranking mondiale e di svariati altri primati della storia di questo sport: ma semplicemente un giocatore come Andujar non può minimamente impensierire un atleta delle qualità di Djokovic. Terzo confronto diretto tra i due, vittorie balcaniche a Umago 2007 e ad Indian Wells 2012, in California successo al set finale.

Se poi la versione del 35enne di Belgrado, è quella magnifica ammirata già settimana scorsa contro Tiafoe in Laver Cup, è presto fatto che il match sostanzialmente è soltanto un’utopia. E’ più corretto definirlo un one man show. Chiaramente, inoltre, il livello dell’avversario odierno è inferiore rispetto a quello che può esprimere un tennista. come Frances, capace di raggiungere la semifinale a New York meno di un mese fa: ciò vuol dire score ancora più a senso unico. Un 6-0 in 29 minuti, che ha mostrato tutti i limiti dello spagnolo e, allo stesso tempo, tutti i punti di forza leggendari del campione serbo. L’ex n. 32 nel ranking ci ha provato, ma nell’incontro odierno la tattica che normalmente utilizza contro qualsiasi avversario, ovvero allungare lo scambio sfiancando il duellante attraverso l’impermeabile solidità, al cospetto del n. 7 al mondo è unicamente controproducente. Infatti se c’è uno stile, con il quale Novak va a nozze è proprio quello che viene prodotto dalla racchetta di un regolarista da fondo, poiché lui da contro attaccante – celeberrima invenzione del Poeta Clerici, per definire Andre Agassi – raffinatissimo qual è, in parole povere fa le cose in campo in maniera migliore. Pablo può contare su un ottimo equilibrio tra i due fondamentali, non ha un colpo a rimbalzo nettamente superiore all’altro, ma manca dell’esecuzione definitiva; di quella “castagna” in grado di destabilizzare il punto per incisività, velocità o potenza – per capirsi il drittone alla Berrettini, o alla Del Potro -. Possedere una arma definitiva, provoca come conseguenza il restringimento del rettangolo di gioco per l’avversario, banalmente la porzione di campo da poter – dover – centrare visto che non ci si può permettere di mandare la sfera di feltro nella metà campo “infestata” dalla mazzata altrui.

Dunque in questo contesto tattico, il ribattitore per antonomasia non può che sguazzarci con il proprio tennis. Andujar però, purtroppo per lui, deve fare i conti anche con una giornata in cui non perviene la profondità nei suoi colpi. Ebbene se poi il 36enne di Cuenca, considerando il suo gioco, offre palle comode da spingere dalla linea del servizio; a Nole viene servita sul piatto d’argento l’opportunità di dominare in lungo e largo. E’ uno spettacolo della natura tennistica, il sette volte campione di Wimbledon: monumentale in risposta, implacabile nell’anticipo, robotico – nel senso di non umano, non di poco stilistico – nell’efficacia dei suoi colpi, imbarazzante – per l’iberico – nella consistenza, elegante e mortifero nei tocchi sopraffini. L’ex n. 1 del mondo regala perle, da fare invidia ai più grandi: accelerazioni in contro-balzo di rovescio magnifiche, stop-volley e drop-shot inavvicinabili dai comuni mortali.

L’assolo non cenna ad arrestare la sua corsa. Ma quantomeno nel secondo parziale Djokovic trova un minimo di resistenza in più che regala qualche, seppur isolato ed effimero, bagliore di equilibrio che possa giustificare la dicitura “partita”: la quale dovrebbe presuppore due avversari che si affrontano cercando di superarsi a vicenda. E’ portatore di tratti addirittura drammatici ed eroici, il secondo game della “nuova” frazione: la bellezza di 27 punti giocati, 20 minuti di durata, cinque palle break sfumate che avrebbero significato l’ottavo gioco consecutivo vinto dalla tds n. 1. Soprattutto, però, a svettare su tutti gli altri numeri, le sei chance non concretizzate dal castigliano prima che si materializzasse la settima opportunità per, finalmente, ottenere il tanto agognato e sospirato primo game della sua partita. Boato del pubblico, anche Nole è costretto a boccheggiare. Pablo alza le braccia al cielo come se avesse vinto un torneo, quando invece ha solo cancellato lo zero dalla propria casella, che tuttavia forse oggi è veramente un’impresa di cotale importanza. In verità anche sul 5-0 del primo, qualcosa si era iniziata a smuovere, con un altro turno di servizio maratona da 17 punti, con il n. 115 che ha messo tutto se stesso per iscriversi al match. Tuttavia un affamato Novak non si è dimostrato caritatevole in alcun modo, mettendo in mostra la propria micidiale capacità – quasi unica del suo genere, l’unico a poterne replicare le gesta è Nadal – di coprire il campo a tutto tondo; da sopra a sotto e viceversa. Emblematico, un quindici, nel quale Nole recupera il lob spagnolo, e subito dopo, s’intasca il punto grazie ad un scatto bruciante in avanti con cui riprende la volée stoppata dall’ex n. 32. Di fronte a questa ennesima prodezza, Andujar si accovaccia sulla rete in segno disperazione e lesa maestà: la fotografia della prima parte della sfida, insieme all’espressione – da meme social – di Ivanisevic sorpreso e sbalordito dal suo allievo.

Per fortuna, come detto, con grande forza d’animo il veterano della Castiglia riesce a liberarsi della scimmia, che si era posseduta della sua “spalla”, e questo finalmente lo slega dal peso che avvertiva su di sé permettendogli di lasciare andare il braccio. Ciò unito ad un atteggiamento decisamente più propositivo e offensivo, dettato dall’assunta e assoluta consapevolezza del classe ’86 della Roja del fatto che non avrebbe avuto praticamente nessuna occasione di mettere in cascina alcuno dei restanti game; cambia piano tattico verticalizzando maggiormente e prendendo la via della rete con più continuità. Questo, quindi, ci omaggia almeno di un secondo set disputato sulla stessa onda, con una “specie” di equilibrio che si manifesta. Di fatto un vero e proprio nuovo incontro, che raggiunge il suo acme a metà parziale. Sul 3-3, per la prima volta nel match – e seconda, visto che si ripeterà nell’ultimo gioco della partita ma da 40-0 – Andujar si arrampica a 30 sul servizio serbo, ma nell’unico momento di reale pathos della sfida; Djokovic chiama a raccolta la sua prima e si toglie d’impiccio. E’ l’ultimo sussulto del duello, perché Novak dà la sgasata finale portando a casa gli ultimi due game della contesa: 6-3 dopo meno di un’ora e mezza.

LE ALTRE PARTITE (di Paolo Michele Pinto)

Cadono teste di serie a Tel Aviv. Fuori Schwartzman e Van De Zandschulp, ovvero i n. 3 e 5 del tabellone dell’ATP Tel Aviv 2022. L’argentino si fa ammaliare dai colpi potenti di Rinderknech, mentre l’olandese esce sconfitto nella sfida con Broady.

Tel Aviv, invece, continua a impreziosire la settimana di Constant Lestienne che supera nettamente Emil Ruusuvuori in due set, 6-4, 6-2. Il francese parte male ed è costretto ad annullare due palle break che avrebbero portato il finlandese sul 3-0.  Sul più bello si spegne la luce in casa Ruusuvuori che si passa dal 4-3 e servizio al 6-4 per il suo avversario. Il finlandese chiuderà con ben 29 errori non forzati che faranno tutta la differenza del mondo in negativo anche nel secondo set, condotto agevolmente da Lestienne e vinto 6-2. Adesso per il francese la sfida con Cressy, testa di serie n. 4.

L’impresa di giornata è di Liam Broady che batte Van De Zandschulp con il punteggio di 6-4, 4-6, 6-3 in 2he42’. Parte subito bene il n. 174 del ranking che ottiene il break e vola 3-0. L’olandese avrà sei palle per il controbreak ma riuscirà a concretizzare la settima solo nel nono gioco. Ma a sorpresa la testa di serie n. 5 non sfrutta la chance di agganciare il suo avversario e si ritrova sotto di un set. Nel secondo parziale arriva la reazione dell’olandese che potrebbe chiudere 6-2, ma sul finire del set subisce il rientro dell’avversario. Nel terzo set scappa subito via il britannico che ottiene il break e non sfrutta tre palle del possibile 4-0. Poi Broady si complica i piani quando va a servire per il match, ma è costretto ad annullare una palla del controbreak prima di alzare le braccia al cielo.

Tutto facile per Vasek Pospisil contro Edan Leshem, n. 446 del ranking ATP. Match durato 1he21’ con il padrone di casa che, sospinto dal tifo del pubblico, ha retto bene al servizio sino al 2-2. Poi Pospisil ha cominciato con una serie di colpi vincenti che hanno messo in difficoltà l’israeliano. Compito agevole nel secondo parziale chiuso con 5 ace, 11 vincenti e il 93% di punti ottenuti con la prima, ben 14/15. Dall’altra parte Leshem soffre soprattutto con la prima di servizio con la quale vince solo il 48% dei punti.

Il match più spettacolare è senza dubbio quello tra Rinderknech e Schwartzman durato 2he38’ e vinto dal francese con il punteggio di 6-3, 2-6, 7-6(9). Parte bene il n. 58 del ranking che vince ben 17 punti su 18 con la prima di servizio. L’argentino si innervosisce e non riesce mai a entrare in partita. Nel secondo set si invertono i ruoli, Schwartzman comincia a rispondere bene alla prima di servizio dell’avversario e infila una striscia di quattro giochi consecutivi e riequilibra il match. La striscia di game vinti dall’argentino si allunga a sei nel terzo set, con il break in apertura che sembra indirizzare una gara che, in realtà, è ancora lunga da vivere. Rinderknech ottiene il controbreak nel turno di battuta successivo e ne nasce una sfida molto equilibrata. La prima è un gran vantaggio per il francese, mentre l’argentino prova a chiamare a rete l’avversario e ottiene punti preziosi. Sul 5-4 0-30 Rinderknech ritrova la magia della sua prima e la gara si prolunga sino al tie break. In avvio entrambi commettono un doppio fallo. E’ sempre il francese ad ottenere il minibreak e a sprecare a rete quando con la volee distrugge quanto di buono costruito. Schwartman soffre e si spazientisce per le tante righe pescate dal francese. Ma fanno parte del gioco e anche l’ultimo dritto pizzica la riga laterale e regala il passaggio del turno al Rinderknech che chiude al secondo matchpoint.

IL TABELLONE DELL’ATP 250 DI TEL AVIV

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Il Park Genova si prepara ad affrontare da protagonista il prossimo campionato di serie A

Il circolo genovese si presenta ai nastri di partenza della massima competizione a squadre con rinnovate ambizioni e una squadra molto competitiva

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Lorenzo Musetti - Sofia 2022 (foto Ivan Mrankov)

Da anni, la Federazione Italiana Tennis ha puntato sul campionato di Serie A come strumento per far crescere ulteriormente il movimento in tutto il paese, sfruttando proprio la capillarità dei circoli sparsi in Italia.

Il massimo campionato italiano compie quest’anno il suo centesimo anniversario, almeno per quanto riguarda gli uomini: la prima edizione fu disputata infatti nel 1922 e vide il successo del Tennis Club Parioli Roma mentre il campionato femminile fece il suo esordio nel 1940 con la vittoria del Tennis Modena. Proprio al circolo capitolino appartiene il record di vittorie (13) in campo maschile, seguito da cinque club con quattro scudetti ciascuno: Virtus Bologna, Società Canottieri Olona Milano, CRB Club Bologna, Circolo Canottieri Aniene e Capri Sports Academy.

 Nelle rose ufficiali delle squadre ci sono quasi tutti i migliori giocatori italiani, ovviamente se ci sarà compatibilità con i loro impegni nel circuito internazionale. E sappiamo bene come il mese di ottobre sia spesso cruciale per guadagnare gli ultimi punti che potrebbero consentire la qualificazione alle ATP Finals di Torino o alla Next Gen di Milano.

 

Molte sono le squadre forti che puntano al successo finale. Il New Tennis Torre del Greco cerca al bis dopo lo scudetto conquistato nel 2021, con la forza del suo roster che comprende tennisti del calibro dello spagnolo Roberto Bautista Agut, del suo connazionale Pedro Martinez e dell’olandese Tallon Griekspoor, dominatore lo scorso anno del circuito Challenger, nonché degli italiani Lorenzo Giustino e Raul Brancaccio, anche se è dolorosa la perdita di Andrea Pellegrino.

 Ottime chance anche per il Tc Italia Forte dei Marmi di Jannik Sinner e Lorenzo Sonego, cui si aggiungono Jan-Lennard Struff, Stefano Travaglia e Yannick Hanfmann.

Ma, almeno sulla carta, la compagine più attrezzata è quella del Park Tennis Club Genova che è stato inserito nel Girone 1, un vero girone di ferro, dove si contenderà il primato con le corazzate Sporting Club Sassuolo e CT Vela Messina. Il quarto incomodo sarà il TC Prato e l’anno scorso la galoppata di Pistoia ci ha ricordato come le sorprese siano sempre all’ordine del giorno. Ricordiamo che si qualificherà per i play-off solo la squadra prima classificata nel proprio girone.

Il Park Tennis Genova affronterà il prossimo campionato con rinnovato entusiasmo e una rosa di qualità, se possibile, ancora superiore rispetto alla stagione precedente. Nel gruppo storico è rientrato Fabio Fognini che condividerà la nuova esperienza in A1 con un gruppo di giocatori “top” del Tennis italiano. In primis, Lorenzo Musetti, Simone Bolelli (tutti reduci dalla bella vittoria in Davis a Bologna) e Gianluca Mager, senza dimenticare Alessandro Giannessi e i giovani emergenti Alessandro Ceppellini e Luigi Sorrentino. Invidiabile anche il “parco stranieri” che presenta giocatori di grande qualità come Pablo Andujar, Marius Copil, Zdenek Kolar, Kimmer Coppejeans e Igor Sijsling.

Abbiamo sentito telefonicamente Tommaso Sanna, lo storico capitano non giocatore della squadra, ex top 500 ATP che ha smesso di giocare a livello professionistico nel 2006, suo ultimo anno di attività agonistica.

Quest’anno sei il Volandri della situazione visto che hai in formazione metà della squadra azzurra di Coppa Davis.

“Magari (ride, ndr), in realtà Volandri mi sta togliendo i giocatori. Scherzo ovviamente, in realtà sono felicissimo per loro e speriamo che a Malaga vada tutto per il meglio. Certo che Musetti, Fognini e Bolelli ci mancheranno proprio per le semifinali, sempre ammesso che ci arriviamo ovviamente.

Tra l’altro dovete prendervi la rivincita sull’anno scorso quando siete stati eliminati nel girone.

“Beh il 2021 è stato un anno molto particolare perché c’era la concomitanza con Indian Wells (posticipato causa Covid) e la cosa ci penalizzò tantissimo perché tanti giocatori non furono presenti e noi pareggiammo in casa con Pistoia, partita che poi, purtroppo per noi, risultò decisiva. Quest’anno dovrebbe essere un po’ diverso, anche se Musetti giocherà fino a Parigi Bercy e poi avrà la Next Gen e se va in finale, come ovviamente gli auguro, sarà impegnato sabato sera e non è detto che la domenica riesca a venire. Come vedi siamo sempre sul filo.”

Fognini e Bolelli pensi di farli giocare in doppio?

“Anche in singolo (ride, ndr). Ma anche qui dipende molto dai loro impegni, visto che sono ancora in corsa per qualificarsi alle ATP Finals. Ad es. lo scorso anno Simone non poté venire perché era riserva alle Finals dove poi non scese in campo, ma comunque non poteva muoversi. Speriamo che con qualche magico incastro possano esserci, soprattutto perché Fabio la scorsa settimana mi ha detto che gli farebbe davvero molto piacere.”

Poi bisogna sperare che vengano nelle giornate giuste.

“Sicuramente, se vengono tutti nella stessa giornata vorrà dire che quella domenica avremo una squadra imbattibile e casomai la settimana dopo saremo scoperti.”

La vostra è una specie di selezione ligure, considerando Musetti ligure ad honorem, visto che si allena a La Spezia con Tartarini.

“Sì, l’unico ‘straniero’ è Bolelli che però è molto amico sia di Giannessi che di Fognini e poi vive a Montecarlo…quindi è mezzo ligure anche lui (ride, ndr). Comunque, a parte gli scherzi, questa è proprio la nostra forza: ragazzi molto uniti che vivono un profondo senso di appartenenza al Club.”

Parliamo degli stranieri, ne avete tanti e forti.

“Vero, poi anche qui bisogna vedere chi sarà realmente disponibile. Direi sicuramente Andujar che sono tanti anni che gioca con noi ed è il nostro punto di riferimento per quanto riguarda gli stranieri. L’anno scorso venne anche Kolar che speriamo possa essere dei nostri anche quest’anno. Sempre tenendo presente che può giocare un solo straniero per volta e che per essere utilizzato dalle semifinali in poi deve aver giocato in almeno due match, quindi anche qui dovremo fare dei conti.”

Parliamo dei vostri avversari. Iniziate il 23 ottobre in casa contro Sassuolo.

“Avversari durissimi, ma direi che tutte le squadre sono molto forti. Poi in Italia c’è una tale crescita che ogni anno quando si prepara la squadra scopro che dei nomi che non avevo mai sentito. E’ bello e spiazzante allo stesso tempo. Ad es. Messina avrà uno straniero molto forte da n.1 (Borges o Zapata, ndr) e poi uno dei fratelli Tabacco da n.2, quindi la squadra sarà molto competitiva. Sassuolo ha preso Agamenone e poi ha una marea di stranieri, alcuni dei quali fortissimi. Tra l’altro in casa giocano su un campo velocissimo e questo complica le cose. Spero comunque che Holger Rune non venga…anche se so che l’Italia gli piace molto. E come se non bastasse hanno Federico Bondioli, un under 18 molto forte.

Forse la più abbordabile è Prato.

“In teoria, ma l’esperienza dell’anno scorso ci insegna che sono proprio queste partite, sulla carta un po’ più facili, che possono riservare delle brutte sorprese.”

Ci sarà spazio per Sorrentino e Ceppellini?

“Penso proprio di sì, anche se egoisticamente mi piacerebbe avere sempre a disposizione Musetti e Mager:”

A proposito di Mager, il sanremese ha avuto una stagione difficile.

“Diciamo che con la nascita della figlia si è giustamente un po’ distratto. Ma proprio recentemente mi ha detto che, al di là dei risultati, lui si sente bene, sia fisicamente che di testa. Ma purtroppo, facendo tanti primi turni, finisce che giochi poco e che non riesci a trovare continuità.

E Giannessi, pensi che abbia ancora motivazione?

“Lui ci tiene molto al campionato a squadre, poi sono tanti anni che gioca con noi. Ha avuto recentemente un piccolo infortunio ma adesso è rientrato e penso che sia molto motivato. Sta decidendo se andare a giocare qualche Challenger in Sudamerica.”

Ho visto che i vostri giovani hanno appena ottenuto la promozione in serie B. Ma non te ne occupi tu, vero?

“Vero, il capitano è Dalla Giovanna. Però li seguo con interesse e i fratelli Verdese li ho anche inseriti nel roster della Serie A perché per loro anche solo allenarsi con la prima squadra potrebbe essere una bellissima esperienza.

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ATP

ATP Napoli, in corso i lavori per la costruzione dell’Arena da 4.000 posti

Iniziati i lavori per la costruzione dell’impianto principale del torneo, l’Arena da 4000 posti. “Nonostante il maltempo di questi giorni, saremo pronti” ha dichiarato l’organizzazione

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A poco meno di un mese dall’inizio del torneo di Napoli, a cui parteciperanno tra gli altri gli azzurri Musetti, Sonego e Fognini, oltre al numero 9 del mondo Rublev, sono a buon punto i lavori per la costruzione dell’Arena da 4.000 posti sul lungomare della città partenopea: sarà l’attrazione e il cuore pulsante della Tennis Napoli Cup, torneo ATP250 in programma dal 17 al 23 ottobre (qualificazioni il 15 e il 16 ottobre). Dopo la trasformazione della superficie di tre campi del Tennis Club Napoli, da terra rossa a cemento, è partita l’operazione principale, con l’allestimento dell’Arena che rappresenta il vero e proprio fiore all’occhiello di un evento molto importante per tutto il movimento tennistico italiano e per Napoli in particolar modo, città che ha ospitato per anni un torneo Challenger e che ora si prepara al salto di categoria: “Nonostante il maltempo di questi giorni che ci sta facendo inevitabilmente soffrire – ha spiegato l’organizzatore Cosimo Napolitano – saremo pronti. Contiamo per mercoledì 12 o giovedì 13 ottobre di effettuare le tanto attese prove tennistiche”.

Passaggi obbligati, una sorta di tabella di marcia fino al grande giorno: “Si tratta di passaggi uno successivo all’altro, obbligatori per la perfetta realizzazione del campo – illustra nei particolari Cosimo Napolitano –. Si provvederà a disegnare e gettare il bordo del perimetro del campo, che poi verrà riempito con degli inerti che creeranno la base per stendere la platea di legno, con il tappetino, il cemento e la relativa resina”.

L’Arena sarà una struttura ad alta tecnologia, tutto l’impianto perimetrale del campo sarà dotato di tecnologia Led con un backdrop di due metri sul lato corto del campo centrale, come nei grandi tornei dell’ATP Tour. “Durante il challenger del 2021 a Napoli abbiamo fatto intravedere le novità che metteremo in pratica nell’ATP 250 – ha aggiunto Napolitano -, qualcosa di bello che a Napoli non si è mai visto. Ora le stiamo realizzando tutte, con l’aggiunta di effetti grafici particolari e nuovi, tutto ad altissima tecnologia”.

 

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