Tennis e fisica: la traiettoria e gli effetti del caldo. Per un dritto più veloce, andate a Bogotá

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Tennis e fisica: la traiettoria e gli effetti del caldo. Per un dritto più veloce, andate a Bogotá

Sfatiamo un falso mito: l’umidità incide pochissimo sulla velocità della palla. Il caldo invece sì, ma l’altitudine ancora di più: provate a tenere in campo un drittone a Bogotá!

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Novak Djokovic - US Open 2018 (credit USA Sports)
 
 

Riapriamo il vastissimo libro della fisica della palla durante una partita di tennis. Nella prima parte di questa analisi ci siamo soffermati sostanzialmente sulla fisica del rimbalzo, che per forze e fattori in gioco è anche l’unica riproducibile in laboratorio e la più semplice da modellizzare. Ne conviene che è anche più agevole trarre delle conclusioni: ci siamo infatti accorti che l’utilizzo smodato del topspin diminuisce la differenza tra superfici, pure in presenza di caratteristiche fisiche (attrito, coefficiente di restituzione) apprezzabilmente differenti.

Come però hanno giustamente sottolineato molti lettori, non c’è solo il rimbalzo. Il comportamento globale della palla è influenzata da tantissimi altri fattori. I tornei utilizzano palle diverse. Una stessa superficie di gioco può essere ‘montata’ su strati profondi differenti che modificano il comportamento della palla. Ma soprattutto, ed è il tema che affronteremo in questo articolo, possono cambiare le condizioni atmosferiche: temperatura, pressione, umidità, altitudine.

Partiremo da una breve premessa sulle forze che regolano la traiettoria della palla per poi approfondire l’impatto delle condizioni atmosferiche. Nel terzo e ultimo articolo, che chiuderà questa mini-serie sulla fisica applicata al tennis, faremo qualche considerazione sulla terra battuta, la superficie sulla quale il circuito è attualmente impegnato.

 

Buona parte delle nostre considerazioni partono da questi paper (1 e 2) di Rod Cross e dall’articolo di approfondimento dell’utente Twitter @fogmount. Il resto è farina del nostro sacco, speriamo non troppo disprezzabile.

PRIMO BLOCCO: LE TRAIETTORIE DELLA PALLA

Nonostante possa sembrare banale tenere la palla in campo, in realtà dal punto di vista fisico esiste un range molto ristretto di angoli e di velocità a cui è necessario colpire la palla per far sì che superi la rete e atterri prima della riga di fondo. Ricordiamo che il campo è lungo poco meno di 24 metri (23.77), la distanza tra rete e riga di fondo è dunque di 11.887 metri e la rete è alta 0,914 m al centro e 1,07 m ai lati. Il nostro cervelletto e le nostre capacità coordinative visuo-motorie non sanno risolvere equazioni, ma svolgono in modo empirico i calcoli necessari a colpire la palla con successo.

La facciamo breve con un esempio: per una palla colpita da un metro d’altezza, dalla riga di fondo e a circa 108 km/h, esiste un range di 4,1° di inclinazione del colpo (rispetto al piano orizzontale) per tenerla in campo se colpiamo senza rotazione, e di 6,4° se utilizziamo un po’ di topspin (circa 1200 rpm).

Dal confronto tra i range si evince una prima verità intuibile anche senza consultare i manuali di fisica: un colpo in topspin è più sicuro, ovvero ha un margine d’errore più ampio. Possiamo aggiungere un altro mattoncini e dirvi che, ad esempio, servire dai lati del campo sembra soltanto più difficile; è vero che la rete da superare è leggermente più alta, ma è anche vero che aumenta la distanza dal quadrato dal servizio e con essa gli angoli disponibili.

Chiaramente la faccenda è più complessa di così. I dati del primo esempio provengono da un modello ideale in cui non si prende in considerazione l’attrito dell’aria. Che invece esiste, ha una grande importanza e soprattutto complica terribilmente il tutto.

Un po’ di fisica (non sbadigliate)

Per calcolare precisamente la traiettoria di un corpo in volo bisogna prendere in esame la componente orizzontale e la componente verticale dello spostamento (espresso sotto forma di accelerazione, orizzontale e verticale). Concettualmente il discorso è simile alla fisica del rimbalzo, ambito in cui avevamo però parlato solo di velocità, orizzontale e verticale. 

In entrambe le equazioni, quella dell’accelerazione orizzontale (eq.1) e quella dell’accelerazione verticale (eq.2) le variabili in gioco sono il raggio della palla (R), la sua velocità (v), la densità dell’aria (ρ) e il coefficiente di resistenza dell’aria (CD, o drag coefficient). Le variabili si combinano nelle equazioni (eq. 3 e 4) che servono a calcolare le due forze FD e FL, meglio note come Drag force e Lift force: sono le due componenti di forza che esprimono l’attrito dell’aria parallelamente al moto del corpo (FD) e perpendicolarmente (FL).

Lo ammettiamo, è abbastanza complicato, ma attraverso questo diagramma ci si può fare un’idea visiva delle forze in gioco. Aggiungiamo che nell’equazione dell’accelerazione verticale entra in gioco anche l’attrazione gravitazionale (mg), l’unico valore che dipende dalla massa della palla.

eq. 1 – ax = −FD cosθ − FL sinθ
eq. 2 – ay = FL cosθ − FD sinθ − mg
eq. 3 – FD = 1/2 CDρπR2v2
eq. 4 – FL = 1/2 CLρπR2v2

Volendola semplificare al massimo, una palla colpita da una racchetta è un corpo che cerca di fendere l’aria – la quale oppone una certa resistenza, poiché è a tutti gli effetti un fluido con un suo peso (una stanza di medie dimensioni piena d’aria arriverebbe a pesare anche un centinaio di chili). Se alle solite velocità di un match di tennis questa resistenza (espressa del coefficiente CD di cui vi abbiamo già parlato) è grossomodo indipendente dalle piccole differenze di velocità tra un colpo e l’altro, dunque più o meno costante, le cose cambiano (di nuovo!) se prendiamo in esame le rotazioni e dunque il coefficiente CL (lift coefficient). Cambiano perché entra in gioco l’effetto Magnus.

Quando una palla ‘fora’ l’aria, quest’ultima si precipita in qualche modo a riempire lo spazio lasciato vuoto dalla palla. Se la palla è in rotazione, però, il flusso dell’aria si comporta in modo diverso. Nel caso di un colpo in topspin, l’aria viene deviata maggiormente verso l’alto e questo crea una depressione che spinge la palla verso il basso, dunque ad atterrare prima; nel caso di un backspin avviene invece l’opposto, l’aria è spinta verso il basso e dunque la palla riceve una spinta verso l’alto, che la porta a ‘galleggiare’ di più nell’aria e atterrare più tardi. Questo è uno dei motivi per cui le difese disperate in back sono più efficaci (è più facile che superino la rete rispetto al top) ma tenere il controllo di un back offensivo è più difficile, perché la palla tende a scappare in lunghezza.

Inoltre la superficie delle palle da tennis, alquanto irregolare, contribuisce ad aumentare l’effetto Magnus rispetto a una palla liscia come può essere quella da baseball. La classica peluria contribuisce anche a normalizzare il drag coefficient, che abbiamo già assunto essere più o meno costante alle velocità comuni di un match di tennis; come risultato finale, per un tennista è un po’ più semplice intuire la traiettoria di un colpo rispetto, ad esempio, alle previsioni che è costretto a fare un catcher. Per capirci, in questo senso Jaden Agassi dovrà faticare più di papà Andre: per sua fortuna è un lanciatore, e sempre per sua fortuna dovrebbe aver ereditato una coordinazione mano-occhio di primissima classe.

SECONDO BLOCCO: LE CONDIZIONI ATMOSFERICHE

Esaurite le premesse fisiche, e sperando di essere stati chiari e di non avervi annoiato troppo, andiamo in campo. E affrontiamo la questione relativa alle condizioni atmosferiche partendo dalle tre caratteristiche principali dell’aria che circonda i tennisti: temperatura, umidità e pressione, che contribuiscono a far variare ρ (densità dell’aria).

Umidità, temperatura e pressione

È opinione piuttosto diffusa che l’aria umida sia più pesante, tanto da respirare quanto da perforare con un missile di dritto. Nulla di più sbagliato: l’aria umida, che contiene più molecole di vapore acqueo (H20, peso molecolare 18), è più leggera dell’aria secca che consiste quasi interamente in molecole di azoto (N2, pm 28) e ossigeno (02, pm 32). Semmai, dunque, per la palla è più facile fendere l’aria umida.

Oltre a essere opposto rispetto a quello che si immagina, l’effetto dell’umidità sulla velocità della palla è anche trascurabile. Considerando le condizioni di temperatura a cui abitualmente si gioca a tennis, un aumento di umidità dallo 0 al 100% in una giornata in cui ci sono 21°C produrrebbe una diminuzione della densità dell’aria di appena l’1% e aumenterebbe la velocità di un drittone da fondo di meno di mezzo chilometro orario. L’effetto diventerebbe un po’ più apprezzabile partendo da temperature più alte, ma sono condizioni in cui di solito non si gioca a tennis, e se per caso è in corso un torneo di solito gli incontri vengono fermati per effetto delle heat rules.

Nadal e una gocciolina di sudore

A voler essere davvero pignoli, l’umidità ha anche un lievissimo effetto sul diametro della palla (lo riduce, ma in modo appena misurabile e quindi ininfluente ai fini dei nostri calcoli) e sul suo peso, aumentandolo, poiché la palla umida assorbe qualche molecola d’acqua. Nulla che possa modificare in modo sostanziale le equazioni che vi abbiamo illustrato più in alto.

La temperatura incide invece molto di più sulla densità dell’aria. Passando da 10 a 38°C, la densità dell’aria diminuisce di circa il 10% e i colpi possono guadagnare anche 3-5 km/h di velocità. Anche la pressione atmosferica – abbassandosi – può far decrescere parecchio la densità dell’aria, ma sul pianeta Terra i valori di pressione sono così uniformi che il tennis non raccoglie i frutti di questo principio (quando si passerà a giocare su Marte, magari, ne riparleremo).

Conclusioni (e condizioni ‘pesanti’)

Riassumendo: quando fa caldo la palla viaggia più rapidamente e la differenza si sente, quando è umido la palla diventa (poco) più veloce ma la differenza è praticamente impercettibile.

Per contrasto, in condizioni di temperatura rigide i giocatori sperimentano una certa difficoltà nel generare velocità con la palla che è perfettamente in linea con quanto illustrato. Una difficoltà che si esacerba ulteriormente quando fa freddo e magari pioviggina anche un po’, come in occasione del Roland Garros 2020 che si è disputato in pieno autunno e in condizioni molto dure.

Se dal cielo vien giù qualche goccia, oltre al piccolo contributo di cui abbiamo già parlato se l’aria è anche umida, la palla può effettivamente appesantirsi. Applicando però l’aumento di massa compatibile con una leggera pioggerellina alle equazioni di cui sopra, non si ottiene un effetto tanto importante da spiegare la ‘selezione’ che è in grado di fare una giornata di tennis che si disputa in condizioni pesanti, simile a un tappone di montagna. Le avete presente, quelle giornate in cui restano in piedi solo i più strutturati fisicamente e quelli che hanno muscoli e chili per far viaggiare la palla?

L’ipotesi di @fogmount, che ci sentiamo di condividere, è che le palle ‘pesanti’ complichino i piani dei giocatori più nel senso del logoramento. Se la percentuale di forza in più che è necessario impartire alla palla per generare la stessa velocità è minima sul singolo colpo, non lo è più nell’arco di un set o di una intera partita. Banalmente, i giocatori meno preparati atleticamente accusano la fatica prima di chi ha chili e struttura per tirare pallate per tre ore, anche quando le palle sono dure come pietre e grandi come cocomeri.

L’altitudine

Prima di darvi appuntamento alla terza e ultima puntata, però, vorremmo dedicare due righe alla variabile che più di tutte sembra incidere sulle condizioni di gioco: l’altitudine. Dai quasi 600 metri sul livello del mare di Madrid agli oltre 2500 di Bogotá, c’è una manciata di altri tornei che si disputa in condizioni in cui l’aria è un pizzico più rarefatta e dunque meno densa. Come avete già appreso, ci aspettiamo che la palla viaggi più rapidamente: infatti accade, e l’aumento di velocità è percentualmente superiore a quello imputabile alla temperatura.

Vi proponiamo un’altra simulazione computerizzata al fine di comparare l’aumento di velocità per un colpo piatto e per un colpo in topspin (4000 rpm).

Partiamo da un drittone piatto tirato a circa 130 km/h sul livello del mare, a Madrid e a Bogotá. Il computer dice che in Colombia la sberla ha una velocità superiore di 6,5 km/h al momento del rimbalzo (rispetto al livello del mare) e di oltre 11 quando raggiunge lo sfortunato avversario; la differenza di altezza del rimbalzo è minima, mentre la rarefazione dell’aria incide anche sulla lunghezza del colpo che è più difficile da tenere in campo (perché l’aria esercita meno attrito).

Prima di esaminare cosa succede al drittone carico giocato sempre a 130 km/h, occorre sottolineare che per generare la stessa velocità e impartire allo stesso tempo tanta rotazione serve molta potenza in più, motivo per cui certe cose le vediamo fare soltanto a Nadal e pochi altri.

Ebbene, in questo caso il dritto colombiano arriva al ribattitore addirittura con una velocità superiore di quasi 13 km/h; una differenza molto importante, compensata però dal fatto che quel drittone, molto poco frenato dalla rarefatta aria sudamericana, finirebbe lungo di tre metri buoni. Insomma, è più facile tirare topponi veloci a Bogotá ma è più difficile tenerli in campo, quindi tocca tarare il braccio. Resta un dato incontrovertibile: se volete finalmente prendere a pallate quel vostro amico che vi porta all’esasperazione – e al gratuito sistematico – quando vi sfidate in primavera sul lungomare di Cattolica, più che aspettare il solleone estivo dovreste portarlo… a Bogotá. Magari voi andateci un mese prima: prima di tutto per acclimatarvi, perché respirare in quota è più dura, e poi per capire come domare i nuovi cavalli del vostro dritto!

Alla prossima puntata: come promesso, parleremo (quasi) solo di terra.

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ATP Tel Aviv: Djokovic un treno non dirottabile, Andujar evita quantomeno il doppio cappotto

Pablo esulta nell’ottavo game del match, quando finalmente si sblocca, come se avesse compiuto l’impresa del secolo. Pospisil, prossimo avversario di Novak, non sarà contento

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Novak Djokovic - Laver Cup 2022 Londra (foto Twitter @lavercup)

[1] N. Djokovic b. P. Andujar 6-0 6-3

Era affamato, lo si era già compreso appieno durante la Laver Cup, almeno finché le energie fisiche lo hanno sostenuto. Era voglioso di riconquistarsi il terreno perduto, in termini di partite giocate ed eventi a quali non ha potuto prendere parte nel 2022, era motivato a dimostrare a tutti i costi che lui non ci pensa minimamente a cedere lo scettro. L’adrenalina del campo, poi, è cresciuta a dismisura a causa del mancato esordio in doppio in Israele, dove avrebbe dovuto accompagnare al canto del cigno il padrone di casa e specialista Erlich. Dunque arrivati al suo match di singolare, tutta l’essenza del campione che ha in corpo non poteva non essere sprigionata travolgendo tutto quello che incontrava.

Così si racconta il 6-0 6-3 in neanche un’ora e mezza, di una mattanza “quasi” totale, che la tds n. 1 del Watergen Tel Aviv Open Novak Djokovic ha inflitto al veterano castigliano Pablo Andujar; al cui spirito combattivo, oltre che alla lucida abilità nel saper modificare il piano partita strada facendo, si deve il mancato – non per molto – doppio capotto. Un “one Nole show“, caratterizzato principalmente da una prima di servizio ed in generale da una battuta massacrante – per gli avversari – per costanza ed efficacia: 8 ace scagliati, il 66% di prime in campo, l’81% di trasformazione, ma anche un invidiabile 71% di realizzazione con la seconda (10/14) e dulcis in fundo 0 palle break concesse. Ma ciò che più di tutto impressiona, è l’enorme ventaglio di opzioni del fondamentale d’inizio gioco balcanico: ogni taglio, ogni angolo, all’interno di una costante variazione per non dare punti di riferimento. A sottolineare, infine, le difficoltà incontrate dal 36enne di Cuenca; l’incredibile – in negativo – dato di punti vinti sulla prima nel parziale d’apertura: solo 6 e addirittura 0 sino al 5-0. In quarti di finale Vasek Pospisil è avvisato, il problema al polso è ormai solo un lontano ricordo.

 

IL MATCH – A discapito di quello che potrebbe far pensare la nomea di Andujar, derivante dall’etichetta appiccicatagli agli albori della sua carriera di solido regolarista fondocampista della terra battuta, caratteristiche riscontrabili nel tipico giocatore di formazione spagnola; il 36enne castigliano è un tennista che ben si adatta ai campi veloci. E’ vero che il suo “titolo” di specialista del rosso, il n. 115 ATP se l’è guadagnato non solo per via delle sue origini iberiche o del proprio stile di gioco, ma anche a suon di successi sulla terra; infatti i quattro tornei vinti in singolare, nella sua longeva carriera, – nonostante sia sta profondamente martoriata dagli infortuni – da parte del classe ’86 nativo di Cuenca sono stati conquistati tutti sul mattone tritato. Eppure andando a scandagliare approfonditamente gli anni trascorsi nel circuito dal veterano Pablo, si ci rende conto di come abbia ottenuto i risultati più prestigiosi, negli appuntamenti di maggiore rilevanza del Tour, sul cemento: in veneranda età, tre anni fa, si è spinto sino agli ottavi dello US Open raggiungendo il proprio miglior risultato negli Slam. Ma purtroppo per lui, oggi, si sapeva che le cose sarebbero state alquanto – per usare un eufemismo – complicate; questo non perché nel secondo turno dell’ATP 250 di Tel Aviv trovava dall’altra parte della rete un 21 volte campione Slam, recordman di settimane – e stagioni concluse – al n. 1 del ranking mondiale e di svariati altri primati della storia di questo sport: ma semplicemente un giocatore come Andujar non può minimamente impensierire un atleta delle qualità di Djokovic. Terzo confronto diretto tra i due, vittorie balcaniche a Umago 2007 e ad Indian Wells 2012, in California successo al set finale.

Se poi la versione del 35enne di Belgrado, è quella magnifica ammirata già settimana scorsa contro Tiafoe in Laver Cup, è presto fatto che il match sostanzialmente è soltanto un’utopia. E’ più corretto definirlo un one man show. Chiaramente, inoltre, il livello dell’avversario odierno è inferiore rispetto a quello che può esprimere un tennista. come Frances, capace di raggiungere la semifinale a New York meno di un mese fa: ciò vuol dire score ancora più a senso unico. Un 6-0 in 29 minuti, che ha mostrato tutti i limiti dello spagnolo e, allo stesso tempo, tutti i punti di forza leggendari del campione serbo. L’ex n. 32 nel ranking ci ha provato, ma nell’incontro odierno la tattica che normalmente utilizza contro qualsiasi avversario, ovvero allungare lo scambio sfiancando il duellante attraverso l’impermeabile solidità, al cospetto del n. 7 al mondo è unicamente controproducente. Infatti se c’è uno stile, con il quale Novak va a nozze è proprio quello che viene prodotto dalla racchetta di un regolarista da fondo, poiché lui da contro attaccante – celeberrima invenzione del Poeta Clerici, per definire Andre Agassi – raffinatissimo qual è, in parole povere fa le cose in campo in maniera migliore. Pablo può contare su un ottimo equilibrio tra i due fondamentali, non ha un colpo a rimbalzo nettamente superiore all’altro, ma manca dell’esecuzione definitiva; di quella “castagna” in grado di destabilizzare il punto per incisività, velocità o potenza – per capirsi il drittone alla Berrettini, o alla Del Potro -. Possedere una arma definitiva, provoca come conseguenza il restringimento del rettangolo di gioco per l’avversario, banalmente la porzione di campo da poter – dover – centrare visto che non ci si può permettere di mandare la sfera di feltro nella metà campo “infestata” dalla mazzata altrui.

Dunque in questo contesto tattico, il ribattitore per antonomasia non può che sguazzarci con il proprio tennis. Andujar però, purtroppo per lui, deve fare i conti anche con una giornata in cui non perviene la profondità nei suoi colpi. Ebbene se poi il 36enne di Cuenca, considerando il suo gioco, offre palle comode da spingere dalla linea del servizio; a Nole viene servita sul piatto d’argento l’opportunità di dominare in lungo e largo. E’ uno spettacolo della natura tennistica, il sette volte campione di Wimbledon: monumentale in risposta, implacabile nell’anticipo, robotico – nel senso di non umano, non di poco stilistico – nell’efficacia dei suoi colpi, imbarazzante – per l’iberico – nella consistenza, elegante e mortifero nei tocchi sopraffini. L’ex n. 1 del mondo regala perle, da fare invidia ai più grandi: accelerazioni in contro-balzo di rovescio magnifiche, stop-volley e drop-shot inavvicinabili dai comuni mortali.

L’assolo non cenna ad arrestare la sua corsa. Ma quantomeno nel secondo parziale Djokovic trova un minimo di resistenza in più che regala qualche, seppur isolato ed effimero, bagliore di equilibrio che possa giustificare la dicitura “partita”: la quale dovrebbe presuppore due avversari che si affrontano cercando di superarsi a vicenda. E’ portatore di tratti addirittura drammatici ed eroici, il secondo game della “nuova” frazione: la bellezza di 27 punti giocati, 20 minuti di durata, cinque palle break sfumate che avrebbero significato l’ottavo gioco consecutivo vinto dalla tds n. 1. Soprattutto, però, a svettare su tutti gli altri numeri, le sei chance non concretizzate dal castigliano prima che si materializzasse la settima opportunità per, finalmente, ottenere il tanto agognato e sospirato primo game della sua partita. Boato del pubblico, anche Nole è costretto a boccheggiare. Pablo alza le braccia al cielo come se avesse vinto un torneo, quando invece ha solo cancellato lo zero dalla propria casella, che tuttavia forse oggi è veramente un’impresa di cotale importanza. In verità anche sul 5-0 del primo, qualcosa si era iniziata a smuovere, con un altro turno di servizio maratona da 17 punti, con il n. 115 che ha messo tutto se stesso per iscriversi al match. Tuttavia un affamato Novak non si è dimostrato caritatevole in alcun modo, mettendo in mostra la propria micidiale capacità – quasi unica del suo genere, l’unico a poterne replicare le gesta è Nadal – di coprire il campo a tutto tondo; da sopra a sotto e viceversa. Emblematico, un quindici, nel quale Nole recupera il lob spagnolo, e subito dopo, s’intasca il punto grazie ad un scatto bruciante in avanti con cui riprende la volée stoppata dall’ex n. 32. Di fronte a questa ennesima prodezza, Andujar si accovaccia sulla rete in segno disperazione e lesa maestà: la fotografia della prima parte della sfida, insieme all’espressione – da meme social – di Ivanisevic sorpreso e sbalordito dal suo allievo.

Per fortuna, come detto, con grande forza d’animo il veterano della Castiglia riesce a liberarsi della scimmia, che si era posseduta della sua “spalla”, e questo finalmente lo slega dal peso che avvertiva su di sé permettendogli di lasciare andare il braccio. Ciò unito ad un atteggiamento decisamente più propositivo e offensivo, dettato dall’assunta e assoluta consapevolezza del classe ’86 della Roja del fatto che non avrebbe avuto praticamente nessuna occasione di mettere in cascina alcuno dei restanti game; cambia piano tattico verticalizzando maggiormente e prendendo la via della rete con più continuità. Questo, quindi, ci omaggia almeno di un secondo set disputato sulla stessa onda, con una “specie” di equilibrio che si manifesta. Di fatto un vero e proprio nuovo incontro, che raggiunge il suo acme a metà parziale. Sul 3-3, per la prima volta nel match – e seconda, visto che si ripeterà nell’ultimo gioco della partita ma da 40-0 – Andujar si arrampica a 30 sul servizio serbo, ma nell’unico momento di reale pathos della sfida; Djokovic chiama a raccolta la sua prima e si toglie d’impiccio. E’ l’ultimo sussulto del duello, perché Novak dà la sgasata finale portando a casa gli ultimi due game della contesa: 6-3 dopo meno di un’ora e mezza.

LE ALTRE PARTITE (di Paolo Michele Pinto)

Cadono teste di serie a Tel Aviv. Fuori Schwartzman e Van De Zandschulp, ovvero i n. 3 e 5 del tabellone dell’ATP Tel Aviv 2022. L’argentino si fa ammaliare dai colpi potenti di Rinderknech, mentre l’olandese esce sconfitto nella sfida con Broady.

Tel Aviv, invece, continua a impreziosire la settimana di Constant Lestienne che supera nettamente Emil Ruusuvuori in due set, 6-4, 6-2. Il francese parte male ed è costretto ad annullare due palle break che avrebbero portato il finlandese sul 3-0.  Sul più bello si spegne la luce in casa Ruusuvuori che si passa dal 4-3 e servizio al 6-4 per il suo avversario. Il finlandese chiuderà con ben 29 errori non forzati che faranno tutta la differenza del mondo in negativo anche nel secondo set, condotto agevolmente da Lestienne e vinto 6-2. Adesso per il francese la sfida con Cressy, testa di serie n. 4.

L’impresa di giornata è di Liam Broady che batte Van De Zandschulp con il punteggio di 6-4, 4-6, 6-3 in 2he42’. Parte subito bene il n. 174 del ranking che ottiene il break e vola 3-0. L’olandese avrà sei palle per il controbreak ma riuscirà a concretizzare la settima solo nel nono gioco. Ma a sorpresa la testa di serie n. 5 non sfrutta la chance di agganciare il suo avversario e si ritrova sotto di un set. Nel secondo parziale arriva la reazione dell’olandese che potrebbe chiudere 6-2, ma sul finire del set subisce il rientro dell’avversario. Nel terzo set scappa subito via il britannico che ottiene il break e non sfrutta tre palle del possibile 4-0. Poi Broady si complica i piani quando va a servire per il match, ma è costretto ad annullare una palla del controbreak prima di alzare le braccia al cielo.

Tutto facile per Vasek Pospisil contro Edan Leshem, n. 446 del ranking ATP. Match durato 1he21’ con il padrone di casa che, sospinto dal tifo del pubblico, ha retto bene al servizio sino al 2-2. Poi Pospisil ha cominciato con una serie di colpi vincenti che hanno messo in difficoltà l’israeliano. Compito agevole nel secondo parziale chiuso con 5 ace, 11 vincenti e il 93% di punti ottenuti con la prima, ben 14/15. Dall’altra parte Leshem soffre soprattutto con la prima di servizio con la quale vince solo il 48% dei punti.

Il match più spettacolare è senza dubbio quello tra Rinderknech e Schwartzman durato 2he38’ e vinto dal francese con il punteggio di 6-3, 2-6, 7-6(9). Parte bene il n. 58 del ranking che vince ben 17 punti su 18 con la prima di servizio. L’argentino si innervosisce e non riesce mai a entrare in partita. Nel secondo set si invertono i ruoli, Schwartzman comincia a rispondere bene alla prima di servizio dell’avversario e infila una striscia di quattro giochi consecutivi e riequilibra il match. La striscia di game vinti dall’argentino si allunga a sei nel terzo set, con il break in apertura che sembra indirizzare una gara che, in realtà, è ancora lunga da vivere. Rinderknech ottiene il controbreak nel turno di battuta successivo e ne nasce una sfida molto equilibrata. La prima è un gran vantaggio per il francese, mentre l’argentino prova a chiamare a rete l’avversario e ottiene punti preziosi. Sul 5-4 0-30 Rinderknech ritrova la magia della sua prima e la gara si prolunga sino al tie break. In avvio entrambi commettono un doppio fallo. E’ sempre il francese ad ottenere il minibreak e a sprecare a rete quando con la volee distrugge quanto di buono costruito. Schwartman soffre e si spazientisce per le tante righe pescate dal francese. Ma fanno parte del gioco e anche l’ultimo dritto pizzica la riga laterale e regala il passaggio del turno al Rinderknech che chiude al secondo matchpoint.

IL TABELLONE DELL’ATP 250 DI TEL AVIV

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Il Park Genova si prepara ad affrontare da protagonista il prossimo campionato di serie A

Il circolo genovese si presenta ai nastri di partenza della massima competizione a squadre con rinnovate ambizioni e una squadra molto competitiva

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Lorenzo Musetti - Sofia 2022 (foto Ivan Mrankov)

Da anni, la Federazione Italiana Tennis ha puntato sul campionato di Serie A come strumento per far crescere ulteriormente il movimento in tutto il paese, sfruttando proprio la capillarità dei circoli sparsi in Italia.

Il massimo campionato italiano compie quest’anno il suo centesimo anniversario, almeno per quanto riguarda gli uomini: la prima edizione fu disputata infatti nel 1922 e vide il successo del Tennis Club Parioli Roma mentre il campionato femminile fece il suo esordio nel 1940 con la vittoria del Tennis Modena. Proprio al circolo capitolino appartiene il record di vittorie (13) in campo maschile, seguito da cinque club con quattro scudetti ciascuno: Virtus Bologna, Società Canottieri Olona Milano, CRB Club Bologna, Circolo Canottieri Aniene e Capri Sports Academy.

 Nelle rose ufficiali delle squadre ci sono quasi tutti i migliori giocatori italiani, ovviamente se ci sarà compatibilità con i loro impegni nel circuito internazionale. E sappiamo bene come il mese di ottobre sia spesso cruciale per guadagnare gli ultimi punti che potrebbero consentire la qualificazione alle ATP Finals di Torino o alla Next Gen di Milano.

 

Molte sono le squadre forti che puntano al successo finale. Il New Tennis Torre del Greco cerca al bis dopo lo scudetto conquistato nel 2021, con la forza del suo roster che comprende tennisti del calibro dello spagnolo Roberto Bautista Agut, del suo connazionale Pedro Martinez e dell’olandese Tallon Griekspoor, dominatore lo scorso anno del circuito Challenger, nonché degli italiani Lorenzo Giustino e Raul Brancaccio, anche se è dolorosa la perdita di Andrea Pellegrino.

 Ottime chance anche per il Tc Italia Forte dei Marmi di Jannik Sinner e Lorenzo Sonego, cui si aggiungono Jan-Lennard Struff, Stefano Travaglia e Yannick Hanfmann.

Ma, almeno sulla carta, la compagine più attrezzata è quella del Park Tennis Club Genova che è stato inserito nel Girone 1, un vero girone di ferro, dove si contenderà il primato con le corazzate Sporting Club Sassuolo e CT Vela Messina. Il quarto incomodo sarà il TC Prato e l’anno scorso la galoppata di Pistoia ci ha ricordato come le sorprese siano sempre all’ordine del giorno. Ricordiamo che si qualificherà per i play-off solo la squadra prima classificata nel proprio girone.

Il Park Tennis Genova affronterà il prossimo campionato con rinnovato entusiasmo e una rosa di qualità, se possibile, ancora superiore rispetto alla stagione precedente. Nel gruppo storico è rientrato Fabio Fognini che condividerà la nuova esperienza in A1 con un gruppo di giocatori “top” del Tennis italiano. In primis, Lorenzo Musetti, Simone Bolelli (tutti reduci dalla bella vittoria in Davis a Bologna) e Gianluca Mager, senza dimenticare Alessandro Giannessi e i giovani emergenti Alessandro Ceppellini e Luigi Sorrentino. Invidiabile anche il “parco stranieri” che presenta giocatori di grande qualità come Pablo Andujar, Marius Copil, Zdenek Kolar, Kimmer Coppejeans e Igor Sijsling.

Abbiamo sentito telefonicamente Tommaso Sanna, lo storico capitano non giocatore della squadra, ex top 500 ATP che ha smesso di giocare a livello professionistico nel 2006, suo ultimo anno di attività agonistica.

Quest’anno sei il Volandri della situazione visto che hai in formazione metà della squadra azzurra di Coppa Davis.

“Magari (ride, ndr), in realtà Volandri mi sta togliendo i giocatori. Scherzo ovviamente, in realtà sono felicissimo per loro e speriamo che a Malaga vada tutto per il meglio. Certo che Musetti, Fognini e Bolelli ci mancheranno proprio per le semifinali, sempre ammesso che ci arriviamo ovviamente.

Tra l’altro dovete prendervi la rivincita sull’anno scorso quando siete stati eliminati nel girone.

“Beh il 2021 è stato un anno molto particolare perché c’era la concomitanza con Indian Wells (posticipato causa Covid) e la cosa ci penalizzò tantissimo perché tanti giocatori non furono presenti e noi pareggiammo in casa con Pistoia, partita che poi, purtroppo per noi, risultò decisiva. Quest’anno dovrebbe essere un po’ diverso, anche se Musetti giocherà fino a Parigi Bercy e poi avrà la Next Gen e se va in finale, come ovviamente gli auguro, sarà impegnato sabato sera e non è detto che la domenica riesca a venire. Come vedi siamo sempre sul filo.”

Fognini e Bolelli pensi di farli giocare in doppio?

“Anche in singolo (ride, ndr). Ma anche qui dipende molto dai loro impegni, visto che sono ancora in corsa per qualificarsi alle ATP Finals. Ad es. lo scorso anno Simone non poté venire perché era riserva alle Finals dove poi non scese in campo, ma comunque non poteva muoversi. Speriamo che con qualche magico incastro possano esserci, soprattutto perché Fabio la scorsa settimana mi ha detto che gli farebbe davvero molto piacere.”

Poi bisogna sperare che vengano nelle giornate giuste.

“Sicuramente, se vengono tutti nella stessa giornata vorrà dire che quella domenica avremo una squadra imbattibile e casomai la settimana dopo saremo scoperti.”

La vostra è una specie di selezione ligure, considerando Musetti ligure ad honorem, visto che si allena a La Spezia con Tartarini.

“Sì, l’unico ‘straniero’ è Bolelli che però è molto amico sia di Giannessi che di Fognini e poi vive a Montecarlo…quindi è mezzo ligure anche lui (ride, ndr). Comunque, a parte gli scherzi, questa è proprio la nostra forza: ragazzi molto uniti che vivono un profondo senso di appartenenza al Club.”

Parliamo degli stranieri, ne avete tanti e forti.

“Vero, poi anche qui bisogna vedere chi sarà realmente disponibile. Direi sicuramente Andujar che sono tanti anni che gioca con noi ed è il nostro punto di riferimento per quanto riguarda gli stranieri. L’anno scorso venne anche Kolar che speriamo possa essere dei nostri anche quest’anno. Sempre tenendo presente che può giocare un solo straniero per volta e che per essere utilizzato dalle semifinali in poi deve aver giocato in almeno due match, quindi anche qui dovremo fare dei conti.”

Parliamo dei vostri avversari. Iniziate il 23 ottobre in casa contro Sassuolo.

“Avversari durissimi, ma direi che tutte le squadre sono molto forti. Poi in Italia c’è una tale crescita che ogni anno quando si prepara la squadra scopro che dei nomi che non avevo mai sentito. E’ bello e spiazzante allo stesso tempo. Ad es. Messina avrà uno straniero molto forte da n.1 (Borges o Zapata, ndr) e poi uno dei fratelli Tabacco da n.2, quindi la squadra sarà molto competitiva. Sassuolo ha preso Agamenone e poi ha una marea di stranieri, alcuni dei quali fortissimi. Tra l’altro in casa giocano su un campo velocissimo e questo complica le cose. Spero comunque che Holger Rune non venga…anche se so che l’Italia gli piace molto. E come se non bastasse hanno Federico Bondioli, un under 18 molto forte.

Forse la più abbordabile è Prato.

“In teoria, ma l’esperienza dell’anno scorso ci insegna che sono proprio queste partite, sulla carta un po’ più facili, che possono riservare delle brutte sorprese.”

Ci sarà spazio per Sorrentino e Ceppellini?

“Penso proprio di sì, anche se egoisticamente mi piacerebbe avere sempre a disposizione Musetti e Mager:”

A proposito di Mager, il sanremese ha avuto una stagione difficile.

“Diciamo che con la nascita della figlia si è giustamente un po’ distratto. Ma proprio recentemente mi ha detto che, al di là dei risultati, lui si sente bene, sia fisicamente che di testa. Ma purtroppo, facendo tanti primi turni, finisce che giochi poco e che non riesci a trovare continuità.

E Giannessi, pensi che abbia ancora motivazione?

“Lui ci tiene molto al campionato a squadre, poi sono tanti anni che gioca con noi. Ha avuto recentemente un piccolo infortunio ma adesso è rientrato e penso che sia molto motivato. Sta decidendo se andare a giocare qualche Challenger in Sudamerica.”

Ho visto che i vostri giovani hanno appena ottenuto la promozione in serie B. Ma non te ne occupi tu, vero?

“Vero, il capitano è Dalla Giovanna. Però li seguo con interesse e i fratelli Verdese li ho anche inseriti nel roster della Serie A perché per loro anche solo allenarsi con la prima squadra potrebbe essere una bellissima esperienza.

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ATP

ATP Napoli, in corso i lavori per la costruzione dell’Arena da 4.000 posti

Iniziati i lavori per la costruzione dell’impianto principale del torneo, l’Arena da 4000 posti. “Nonostante il maltempo di questi giorni, saremo pronti” ha dichiarato l’organizzazione

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A poco meno di un mese dall’inizio del torneo di Napoli, a cui parteciperanno tra gli altri gli azzurri Musetti, Sonego e Fognini, oltre al numero 9 del mondo Rublev, sono a buon punto i lavori per la costruzione dell’Arena da 4.000 posti sul lungomare della città partenopea: sarà l’attrazione e il cuore pulsante della Tennis Napoli Cup, torneo ATP250 in programma dal 17 al 23 ottobre (qualificazioni il 15 e il 16 ottobre). Dopo la trasformazione della superficie di tre campi del Tennis Club Napoli, da terra rossa a cemento, è partita l’operazione principale, con l’allestimento dell’Arena che rappresenta il vero e proprio fiore all’occhiello di un evento molto importante per tutto il movimento tennistico italiano e per Napoli in particolar modo, città che ha ospitato per anni un torneo Challenger e che ora si prepara al salto di categoria: “Nonostante il maltempo di questi giorni che ci sta facendo inevitabilmente soffrire – ha spiegato l’organizzatore Cosimo Napolitano – saremo pronti. Contiamo per mercoledì 12 o giovedì 13 ottobre di effettuare le tanto attese prove tennistiche”.

Passaggi obbligati, una sorta di tabella di marcia fino al grande giorno: “Si tratta di passaggi uno successivo all’altro, obbligatori per la perfetta realizzazione del campo – illustra nei particolari Cosimo Napolitano –. Si provvederà a disegnare e gettare il bordo del perimetro del campo, che poi verrà riempito con degli inerti che creeranno la base per stendere la platea di legno, con il tappetino, il cemento e la relativa resina”.

L’Arena sarà una struttura ad alta tecnologia, tutto l’impianto perimetrale del campo sarà dotato di tecnologia Led con un backdrop di due metri sul lato corto del campo centrale, come nei grandi tornei dell’ATP Tour. “Durante il challenger del 2021 a Napoli abbiamo fatto intravedere le novità che metteremo in pratica nell’ATP 250 – ha aggiunto Napolitano -, qualcosa di bello che a Napoli non si è mai visto. Ora le stiamo realizzando tutte, con l’aggiunta di effetti grafici particolari e nuovi, tutto ad altissima tecnologia”.

 

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