Tokyo 2020, la solita strana Olimpiade. Un po’ della sua storia fino a Djokovic che dice: “Stavo male”

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Tokyo 2020, la solita strana Olimpiade. Un po’ della sua storia fino a Djokovic che dice: “Stavo male”

TOKYO – L’edizione di Londra 2012 la migliore fra tutte. Djokovic confessa ai colleghi serbi di aver dovuto prendere dei medicinali, consentiti, per scendere in campo, ma Carreno Busta, vittorioso sul n.1 e il n.2 del mondo, ha meritato di vincere giocando benissimo. E Bencic riesce dove ha fallito Federer

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Succede in tante discipline, le sorprese in queste Olimpiadi sembrano all’ordine del giorno, i favoriti spesso perdono, semi sconosciuti si affermano, gli strascichi della pandemia – fra chi ha subito il Covid, chi non si è potuto allenare come al solito, chi si è trovato addosso al certificato anagrafico un anno di troppo, chi un anno di meno – hanno inciso su tanti risultati.

Eppoi il torneo olimpico di tennis è decisamente un torneo sui generis, lo è quasi sempre stato, non lo si scopre oggi. Dacché, dopo 60 anni di Purgatorio (1924 Parigi sì con la medaglia per De Morpurgo,1928 Anversa no fino al 1988 Seul sì), il tennis è ridiventato sport olimpico ne abbiamo viste un po’ di tutti i colori e quest’edizione non smentisce l’assunto.

Il fatto che, ed è solo un esempio, Nuova Zelanda (doppio maschile: Venus-Daniell) e Brasile (doppio femminile: Stefani-Pigossi che sembrano tanto italiane ma non lo sono) abbiano vinto una medaglia in quest’Olimpiade e tante nazioni di maggior tradizione e consistenza tennistica – Italia compresa in oltre 30 anni eh – non riescano a vincerla da decenni, la dice lunga.

 

Del resto se scorriamo l’albo d’oro del tennis basterebbe già quello delle medaglie d’oro per far arricciare il naso in diverse edizioni.

Consentitemi qui – prima di un commento su quest’edizione ancora in corso – di fare un brevissimo ripasso, anche se ho chiesto alla redazione di preparare un articolo che uscirà domenica e raccolga l’elenco di tutte le medaglie olimpiche del tennis, nelle cinque specialità. Nell’88 vinse Steffi Graf, di cui si è scritto quest’anno più di sempre per via del Golden Slam (mancato…) di Djokovic, ma “Gattone” Mecir non era un campionissimo anche se è stato per un breve periodo n.4 del mondo. Né erano campionissimi i finalisti di Barcellona ’92, lo svizzero Rosset (best ranking n.10) e lo spagnolo Jordi “Medalla” Arrese, ma almeno la sedicenne Jennifer Capriati che sorprese Steffi Graf dette vita a una finale degna d’esser ricordata anche per il nome delle protagoniste.

Nel ’96 ad Atlanta almeno i due campioni furono invece di grande noblesse, Andre Agassi (che battè Bruguera, l’attuale capitano di Coppa Davis spagnola che ho intervistato qui oggi a Tokyo per essere anche il “capo” di Carreno Busta) e Davenport (che sconfisse Arantxa Sanchez)

Nel 2000 vinse a Sydney il “principino” di Sochi Yevgeny Kafelnikov sul tedesco d’America cresciuto da Nick Bollettieri Tommy Haas (battendo Khachanov Sasha Zverev potrebbe diventare il primo tedesco di sempre a conquistare una medaglia d’oro in singolare uomini (Becker-Stich vinsero il doppio a Barcellona, Boris aveva perso in singolo da Santoro al terzo turrno e Stich da Steeb al secondo… ma d’altra parte gli anni migliori di Boris Becker erano venuti a metà anni ’80). Fra le donne l’oro andò a Venus Williams (su Elena Dementieva, la mia tennista russa prediletta… prima dell’avvento di Maria Sharapova) che ne conquistò un altro in coppia con Serena (che avrebbe vinto il suo in singolare 12 anni dopo, a Londra).

Nel 2004 a Atene il torneo più…inattendibile, quello che decretò lo storico doppio oro cileno, in singolare per Nicolas Massu (il coach oggi un po’ discusso di Thiem battè in finale Mardy Fish, non una finale di prime stelle) e in doppio per lo stesso Massu con Fernando “Mano de Pedra” Gonzalez. Il modesto torneo maschile (con Federer battuto inopinatamente al primo turno da Tomas Berdych) fu riscattato da quello femminile, grazie a Justine Henin che conquistò l’oro a spese di Amelie Mauresmo.

Nel 2008 a Pechino beh, Rafa Nadal è riuscito dove non sono riusciti né Roger Federer né, a questo punto, Nole Djokovic. Nole ha detto di volerci riprovare a Parigi 2024 quando avrà 37 anni! Ma sulla terra battuta del Roland Garros si può giurare che Rafa Nadal a 38 anni non sarà più in circolazione e competitivo? Nadal battè in finale Gonzalez (mica male il curriculum olimpico di Mano de Pedra: un oro, un argento e un bronzo), ma fu molto più dura – e bella – la sua semifinale contro Novak Djokovic. Fra le donne ci fu una tris russa e vinse la Dementieva, che negli Slam non la spuntò mai, ma lì si tolse la sua più bella soddisfazione dopo l’argento di 4 anni prima.

Direi che in campo maschile l’edizione più bella di sempre sia stata quella di Londra 2012, e non solo perché giocata nel tempio di Wimbledon. Ma, al di là della sede super-prestigiosa, sia la finale, sia le semifinali, sia il nome dei quattro protagonisti, la fecero brillare più di qualunque altra: i britannici esultarono alla grande per il trionfo di Andy Murray in finale su Roger Federer che era arrivato a quel traguardo sfinito dopo una vittoriosa maratona con del Potro 3-6,7-6,19-17 d’oltre 4 ore. Quel match fra Roger e Juan Martin lo ricordo come uno dei migliori cui ho ho avuto la fortuna di assistere. Federer aveva vinto il suo 17° Slam e il settimo Wimbledon poche settimane prima. Murray aveva battuto in semifinale Djokovic. Ma non aveva ancora vinto il Wimbledon “vero”, quello che avrebbe vinto l’anno successivo e poi anche nel 2016, e le celebrazioni britanniche del 2012 furono entusiaste perché si temeva la maledizione di Fred Perry, campione all’All England Club nel triennio 1934-1936. Andy sfatò il tabù 77 anni dopo. Ho già detto che l’oro donne andò a Serena Williams: battè Maria Sharapova dalla quale aveva perso un paio di volte nel 2004 (proprio a Wimbledon e poi a Los Angeles nelle finali WTA: per l’appunto ero presente ad entrambe, e se per Wimbledon era normale che fosse così, invece allo Staples Center di Los Angeles ci andai solo quella volta e non ricordo più perchè…forse stavo facendo il giro del mondo da quella parte per andare o tornare dalla Nuova Zelanda e dall’America’s Cup di vela, di Prada, Alinghi etcetera) ma poi mai più.

Rio 2016 è storia recente: cominciò tutto con Djokovic che perse al primo turno da del Potro…e furono calde, struggenti lacrime. L’oro in quel memorabile 2016 che lo condusse a chiudere l’anno da n.1 del mondo con un sorpasso ai danni di Djokovic nell’ultimo match delle ATP Finals, lo prese per la seconda volta consecutiva Andy Murray. Andy lo abbiamo rivisto anche qui a Tokyo, sia pur rinunciatario in singolare – faceva davvero troppo caldo e troppo umido per uno scozzese! – ma ci ha provato in doppio al fianco di Salisbury…senza troppo successo.

Quanto accadde nel singolare femminile, con il successo assolutamente sorprendente della portoricana Puig, capace di battere fra le altre, Pavluychenkova, Muguruza, Kvitova e Kerber in finale, quindi di venir fuori da un percorso accidentato, mi aveva dato speranze quest’anno per un percorso analogo di Camila Giorgi una volta che aveva sconfitto due finaliste di Slam, sia la Brady (runner-up in Australia) sia la Pliskova (idem poche settimane fa a Wimbledon). Purtroppo Camila è incappata in una Svitolina – poi premiata dal bronzo – in giornata di vena.

E lei, Camila, purtroppo meno soprattutto all’avvio dei due set. In uno è stata sotto 4-0 e 5-1, nell’altro 4-1 e due break. Insomma, anche nel tennis femminile dove il servizio e i break non hanno tutta questa importanza, sono handicap troppo pesanti…se l’avversaria quel giorno non è disponibile a darti una mano. Io avevo detto, per l’appunto, a Camila il giorno prima… che Svitolina era stata capace di perdere il primo set con Sakkari pur essendo stata avanti per 5-1…ma non mi aspettavo che per tutta risposta Camila la lasciasse salire a 5-1 per provarsi a fare la stessa rimonta! Scherzo, naturalmente.

E, dall’88 al 2021, siamo così arrivati a oggi. All’ennesima delusione olimpica patita da Novak Djokovic. Va subito precisato, a scanso di equivoci, che Carreno Busta ha giocato benissimo, stando sempre con i piedi sulla riga di fondo – mentre Novak invece “remava” un metro e mezzo oltre – e tenendo il pallino del gioco. Chiudendo tantissimi punti con il dritto che non è sempre così incisivo. In questo aspetto il suo match ha ricalcato un pochino quello di Zverev ieri, perché anche il tedesco di dritto era stato molto più incisivo del solito.

Pablo Carreno Busta – Olimpiadi Tokyo 2020 (via Twitter, @ITFTennis) (1)

Avrete forse già lettà nell’articolo di cronaca di Vanni Gibertini le prime dichiarazioni che ho registrato andando a porre una delle due domande concesse a tutto il contingente di lingua non serba ai giornalisti qui a Tokyo in mixed zone.

Mi era parso giusto congratularmi con lui per la scelta di essere venuto comunque a Tokyo, quando tanti glielo avevano sconsigliato. E gli avevo detto: -Penso che tu debba essere orgoglioso della scelta che hai fatto anche se i risultati non sono stati quelli che speravi e mi auguro che tu non sia pentito di averla fatta – E lui: “Sono molto dispiaciuto per non aver vinto neppure una medaglia per il mio Paese…Non ho portato a termine l’incarico che avevo, sia ieri che oggi. Il mio livello di tennis è calato, anche a causa della stanchezza fisica e mentale. Ma non rimpiango il fatto di essere venuto alle Olimpiadi. Credo che nella vita non ci siano cose che accadono per caso, ma tutto accada invece per un motivo. Ho sofferto alcune sconfitte molto dolorose alle Olimpiadi, ma anche nei grandi tornei e so che quelle mi hanno in genere reso più forte, solitamente e sotto tutti i punti di vista. So che mi riprenderò…”.

Ancora Djokovic: “So quindi che recupererò da questa delusione. Proverò ad esserci a Parigi 2024 per vincere una medaglia. Mi dispiace aver deluso molti tifosi in Serbia, ma questo è lo sport, ho dato tutte le energie che avevo, che non erano molte. Spero che le conseguenze fisiche non siano un problema in vista dello US Open. Non ne sono sicuro al momento…ma non ci sono rimpianti: quando c’è la tua patria in ballo, bisogna dare tutto…”

Un collega gli ha poi chiesto del suo lancio di racchetta in tribuna all’inizio del terzo set, poi della racchetta fracassata con rabbia sul paletto di sostegno della rete sul 3-0 per Carreno Busta. Sul primo episodio Novak sorprendentemente non era stato ammonito. Forse perché non era sembrato tanto un gesto rabbioso ma semmai di resa per una palla al volo giocata da Carreno e irrecuperabile. Tuttavia quel lancio d’istinto era stato pericoloso. E se avesse colpito qualcuno? Poteva ripetersi quel che gli era successo con il lancio di palla che colpì la giudice di linea americana all’US Open e che gli procurò la squalifica proprio mentre giocava anche quella volta contro Carreno Busta!

“E’ stato un crescendo di emotività… Succede. Sentivo della pressione sul campo in piena lotta. Non è stata la prima volta, di sicuro non sarà l’ultima. Non è simpatico, ma fa parte di quel che sono, penso. Non mi piace fare quelle cose e sono dispiaciuto di mandare questo tipo di messaggi, ma siamo esseri umani. A volte è difficile controllare le proprie emozioni…”.

Con gli amici serbi Nole si è trattenuto un poco di più, ma nel giustificare le sue cattive prestazioni – e giustificandosi anche per il ritiro nel misto e con Nina Stojanovic che non era presente al suo percorso in mezzo alle troupes televisive – ha però aggiunto qualcosa che non era emerso riguardo alle sue condizioni fisiche: ”. “So che non ho giocato bene, soprattutto ieri, ma ho dato tutto e non credo di dovermi rimproverare nulla. Anche se tre insuccessi su quattro tentativi olimpici sono tanti in rapporto al mio standard abituale. Ho tuttavia fatto quel che potevo, date le circostanze. Magarici riuscirò a Parigi, dove vorrei proprio esserci…chissà? Ho dovuto prendere delle medicine per poter giocare…e non ero quindi nelle condizioni migliori. Né fisiche, né poi mentali. Purtroppo il mio corpo questa volta mi ha tradito, non avevo un dolore ma più d’uno – non ha però specificato quali – ma io sono comunque orgoglioso di quello che ho scelto di fare per il mio Paese anche se mi spiace aver deluso i miei tifosi…”

I colleghi serbi con i quali ho sviluppato ottimi rapporti durante Wimbledon – e cui ho inviato il nastro della intervista registrando anche quella in serbo, piccoli trucchi del mestiere… – mi hanno detto che Djokovic ha dovuto prendere antidolorifici in questi giorni per dolori molto forti che però non ha voluto specificare. E a fine serata, dopo le 23,30 per un torneo che avrebbe dovuto rispettare una sorta di coprifuoco – almeno stando alle intenzioni degli organizzatori che avevano programmato tutto al mattino e al primo pomeriggio fino alla protesta “sindacale” di Djokovic (beffato dalla sua stessa iniziativa), ecco che la Bencic vince quell’oro che aveva vinto a Barcellona nel ’92 un altro svizzero, Marc Rosset, e in doppio a Pechino Roger Federer e Stan Wawrinka in doppio, ma che neppure Sua Maestà Roger era stato capace di vincere in singolare. 7-5 2-6 6-3 per Belinda – il cui best ranking è stato n.4 nel febbraio 2020 – su Vondrousova che sul 4-4 al terzo ha pensato bene di perdere il servizio a zero.

Questa domenica Belinda, figlia di genitori slovacchi come era anche Martina Hingis – e proprio la mamma di Martina, Melanie Molitor è stata la sua prima coach dall’età di 7 anni – potrà cercare addirittura la doppietta in doppio. Lei e Golubic non sono davvero favorite contro Krejcikova e  Siniakova, n.1 del mondo e del seeding, ma – come detto – nei tornei olimpici può accadere di tutto. Anche che Bencic vinca un torneo da testa di serie n.9, il più importante torneo della sua carriera. Ne aveva vinti solo quattro da ‘adulta’, dope essersi imposta da junior in due Slam, a Wimbledon e Roland Garros. Ma il nostro esperto di tennis femminile AGF, su Belinda ha scritto di tutto e di più. E sono sicuro che lo farà ancora questo martedì.

Belinda Bencic – Olimpiadi Tokyo 2020 (via Twitter, @ITFTennis)

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Il 2023 di Novak Djokovic partirà da Adelaide

Come confermato dal suo sito ufficiale, il serbo inizierà la stagione nella città natale di Darren Cahill, in preparazione per l’Australian Open

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Novak Djokovic - Bercy 2022 (foto Twitter @atptour)

Un anno fa, di questi periodi, si iniziava a vociferare sulla possibile esclusione di Novak Djokovic dall’Australian Open 2022, a causa della sua volontà di non vaccinarsi. Sappiamo la storia com’è andata, con il serbo che non ha potuto disputare il suo Slam preferito (vinto 9 volte) e ha dovuto scontare anche un periodo di detenzione. Problemi legati alla mancata vaccinazione, purtroppo per lui, Nole ne ha vissuti in abbondanza durante la stagione appena trascorsa, venendo costretto a saltare molti tornei, tra cui anche lo US Open. Ma, un paio di settimane fa, finalmente le cose sono tornate alla normalità per il n.5 del mondo: è infatti notizia recente che potrà giocare all’Australian Open 2023, tornando a Melbourne Park poco meno di due anni dopo la vittoria in finale su Daniil Medvedev.

E dovendo competere in uno Slam, Djokovic ha ben pensato di iniziare la sua stagione il prima possibile, proprio in Australia, così da riprendere confidenza con le condizioni di gioco e i campi. Per la prima volta in carriera, infatti, Nole giocherà all’Adelaide International 1, torneo di categoria 250 dal 2 all’8 gennaio (seguito da un altro torneo sugli stessi campi nella settimana successiva). Dunque inizio fulmineo di 2023 per il serbo, che troverà, nella città che ha dato i natali a Darren Cahill, l’eterno rivale di tante battaglie Andy Murray, e soprattutto il nostro Jannik Sinner, che salterà la United Cup per darci subito dentro sul circuito. In più, nella città del suo coach, con la prospettiva di affrontare anche il cannibale serbo, per iniziare col passo giusto un anno fondamentale per la sua carriera.

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Mardy Fish e Bob Bryan multati per aver incoraggiato scommesse sul tennis

I due ex tennisti statunitensi, che facevano parte del team USA nell’ultima Coppa Davis, dovranno pagare 10.000 euro e non reiterare il reato nei prossimi quattro mesi

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Mardy Fish - United States_ Raquel Alvarado / Kosmos Tennis

Mardy Fish e Bob Bryan, due ex stelle del tennis statunitense, sono stati multati dall’Agenzia Internazionale per l’Integrità del Tennis (ITIA) per aver infranto i codici riguardo le scommesse sportive. L’ITIA è un “organismo indipendente istituito dagli organi direttivi internazionali del tennis per incoraggiare, migliorare e salvaguardare l’integrità del tennis professionistico in tutto il mondo“, si legge al fondo del comunicato ufficiale, riportato integralmente di seguito.

“L’ITIA (International Tennis Integrity Agency) ha emesso delle sanzioni nei confronti di due allenatori di tennis statunitensi per aver infranto le regole di sponsorizzazione delle scommesse sul tennis. Si tratta si Bob Bryan e Mardy Fish, entrambi multati per una cifra 10.000 dollari. Ora rischiano una sospensione per quattro mesi, dopo aver riconosciuto la sponsorizzazione di un operatore di gioco d’azzardo sui social media“.

L’ITIA esordisce così riguardo i due ex giocatori coinvolti, chiamati subito a pagare 10.000 dollari di multa e a non commettere lo stesso reato nei prossimi quattro mesi, pena la sospensione.“Entrambi gli ex tennisti coinvolti hanno collaborato pienamente all’indagine ITIA e hanno subito rimosso i post in questione dai propri social. La sospensione di cui sopra non entrerà in vigore a meno che non si verifichi un’ulteriore violazione nel periodo indicato, iniziato l’11 novembre 2022 e che si protrarrà per i prossimi quattro mesi”.

 

Fish e Bryan sono stati visionati più da vicino in quanto entrambi facevano parte dello staff degli Stati Uniti per la Coppa Davis 2022 (sconfitti 2-1 dall’Italia al doppio decisivo), quindi decisamente ancora presenti attivamente nel mondo del tennis.

“Entrambi erano stati selezionati come parte del team di allenatori degli Stati Uniti per la Coppa Davis 2022, il che rende loro considerabili personaggi controllabili e soggetti, come tutti, alle regole dello sport sui rapporti con gli operatori di scommesse. Nella sezione D.1.b del programma anticorruzione del tennis 2022 si legge quanto segue:
Nessuna persona coinvolta con il tennis deve, direttamente o indirettamente, facilitare, incoraggiare e/o promuovere le scommesse sul tennis‘.
Fish e Bryan hanno anche acconsentito di lavorare al fianco dell’ITIA per promuovere, con iniziative di istruzione e prevenzione, l’importanza dell’integrità nel gioco”.

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Coppa Davis

Coppa Davis: è stata un’occasione buttata? Probabilmente sì. Si ripresenterà? Penso di sì

La scelta di Filippo Volandri che ha schierato Matteo Berrettini in doppio, sebbene a digiuno di tennis da 40 giorni, viene ancora oggi molto discussa. Nei circoli di tennis e sui social. Il post di papà Fognini, il commento di papà Bolelli, il pensiero del direttore…anche su questa Davis che non gli piace

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Matteo Berrettini e Fabio Fognini giocano il doppio decisivo contro il Canada - Malaga 2022, Coppa Davis (foto Roberto dell'Olivo)

Che peccato non aver vinto questa Coppa Davis. Era davvero alla nostra portata. Avessimo battuto il Canada non avremmo mai perso con l’Australia.

Più ci penso e più me ne faccio un cruccio. E mi chiedo se davvero non si sia un po’ buttata una grande occasione. Tutte le persone che mi è capitato di incontrare, a Malaga come al ritorno in Italia, sull’aereo, al circolo, con gli amici, sui social, condividevano l’identica sensazione.

Ha fatto, fa e farà discutere la scelta di Filippo Volandri che ha schierato in doppio Matteo Berrettini che non si era mai allenato con la squadra, che aveva provato a giocare solo un paio di giorni dacchè aveva perso a Napoli (con un piede gonfio come un melone…) la finale con Musetti.

 

Non frequento abitualmente Facebook ma mi è stato inoltrato un commento di papà Fognini, Fulvio, alias Fufo56  che qui riporto fedelmente con maiuscole e minuscole e mi ha fatto riflettere (al di là della discutibile… eleganza, ma pare che nei social network ci si esprima spesso così!): “LI SENTI PARLARE E SONO TUTTI CONTENTI PER ESSERE ARRIVATI IN SEMI…ma andate a fare in culo, questa era una DAVIS DA VINCERE!”. Sic dixit Fufo 56.

Dopodiché, e anche questo mi viene segnalato da un fedele addetto ai Facebook-posts, è arrivato a commento di ciò un “like” – che potrebbe apparire piuttosto significativo – di Simone Bolelli.

In aereo da Malaga a Bologna ho incontrato papà Bolelli, Daniele, e lui mi ha confermato – semmai ce ne fosse bisogno – che Simone aveva uno stiramento di 6 millimetri certificato da ecografia, motivo per cui non sarebbe stato certamente consigliabile farlo scendere in campo.

Era un problema peggiorato con la partita contro gli USA (vinta su Sock e su Paul…grazie capitan Fish, che hai preferito puntare sul n.103 del doppio invece che sul n.3 Ram! n.d.Ubs)- mi ha detto papà Bolelli – peraltro aveva questo problema già all’arrivo a Malaga…Peccato perché se avesse potuto giocare sono convinto che i nostri avrebbero vinto”.

Una sensazione condivisa anche da chi di Simone… non è il papà.

Però anche papà Bolelli non riusciva a spiegarsi – e presumo che ne avesse parlato anche con suo figlio – perché al fianco di Fognini fosse sceso in campo Berrettini e non Musetti. “Non mi risulta che sia stato Fabio (Fognini) a scegliersi il compagno”.

Non restava che chiederlo a Fognini e magari a Musetti, non senza aver appurato che Sonego aveva preso i sali e accusato i crampi  durante il suo vittorioso (e splendido) match di 3h e 15 m con Shapovalov.  Il bis di quello vinto con Tiafoe. Non era quindi, purtroppo, in grado di giocare.

Nel mio audio commento di sabato sera, subito dopo il doppio perso con il Canada, avevo detto: “Se Sonego avesse vinto in due set e in due ore, come poteva benissimo dopo essere stato a 2 punti dal match sul 5-2 del tiebreak del secondo set, il doppio lo avrebbe giocato quasi certamente lui accanto a Fognini”.

Ciò anche se, a differenza di Berrettini (che accanto a Fognini aveva collezionato 6 vittorie e 3 sconfitte, sia pure in tempi non recenti), Sonego con Fognini non avesse mai giocato.

Con un tiro incrociato di mini-indagini senza pretese sono riuscito a sapere che Fognini effettivamente non è stato interpellato riguardo a chi avrebbe dovuto giocare al suo fianco.

E questo in verità mi è parso piuttosto sorprendente. Avrei in origine scommesso il contrario. Ho saputo che Musetti (non appena raggiunti gli spogliatoi pochi minuti dopo la sconfitta patita con Aliassime) e tutti quanti gli altri componenti della squadra hanno appreso all’unisono dalle labbra di Filippo Volandri che il doppio lo avrebbero giocato Fognini e Berrettini.

Qualcuno, mi è stato detto, si è anche un po’ sorpreso, perché Matteo non si era praticamente mai allenato con il resto della squadra.

Quando a fine doppio perduto si sono presentati in conferenza stampa Volandri, Berrettini e Fognini, uno più abbacchiato dell’altro, non era certo il caso di infierire.

Nessuno infatti si è sentito di farlo. Anche perché sarebbe stato troppo facile dare la sensazione di esprimere un parere dettato dal senno di poi.

Io stesso, in quei momenti di chiara tristezza, mi sono sentito in dovere di ringraziare comunque un team che, a livello individuale come di squadra, negli ultimi due/tre anni ci ha dato soddisfazioni che non provavamo da più di 40 anni.

 E non l’ho fatto per buonismo, ma perché è vero che nell’ultimo triennio le cose sono andate ben diversamente rispetto al più recente (e meno recente) passato.

Dopodiché, fra amici e colleghi, ci siamo però anche detti: “Ragazzi, ma come è cambiato il nostro giornalismo! Ora siamo tutti buonisti, tutti ci preoccupiamo più di non turbare i nostri futuri rapporti con i tennisti, con il capitano, che non di scrivere quel che molti pensano e che anni fa sarebbe stato scritto su qualunque giornale”.

E cioè che – ripensandoci a mente fredda e senza voler assolutamente maramaldeggiare affidandosi al senno del poi – non è davvero troppo comprensibile la scelta di Volandri. Cioè l’aver scelto di schierare in doppio un Matteo senza alcun tennis alle spalle per 40 giorni anziché un Musetti che di tennis ne ha giocato parecchio e anche piuttosto bene, tanto da essersi costruito nel finale di stagione una classifica, n.23, di tutto rispetto, recuperando in buona parte il gap con Sinner e Berrettini che ormai lo sopravvanzano di soli 8 e 7 posti.

Un Matteo fermo da 40 giorni e che in 4 mesi da Gstaad in poi aveva giocato soltanto 15 singolari (meno di 4 al mesebattendo solo 3 top 50 di medio-bassa caratura (Coric 26, Baez 37 e Davidovich 39) e per il resto soltanto tennisti dal 70mo posto in giù.

Mentre Musetti negli ultimi 4 mesi aveva giocato più del doppio delle partite di Matteo – 31 match dal vittorioso Amburgo, registrando successi di un certo peso nei confronti di tennisti (Amburgo compreso) quali Alcaraz (6 all’epoca e poco dopo n.1), Ruud (4 una settimana prima di diventare n.3), Cilic (17), Kecmanovic (30), Cerundolo (30), Davidovich (35), Ruusuvuori (42) e altri giocatori d’esperienza come Goffin e  Lajovic, prima di battere lo stesso Berrettini (n.15) in quel di Napoli.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Che Matteo, fermo sulle gambe (sui piedi?), in clamorosa difficoltà nel rispondere di rovescio da sinistra, si sia rivelato spento di riflessi a rete, poco centrato perfino nel servizio oltre che nel dritto, non avrebbe dovuto essere una gran sorpresa per chiunque. O è solo senno di poi?

Nel tennis non ci si improvvisa. Tutti lo sanno. E qualcuno avrebbe dovuto pur accorgersene nei rarissimi allenamenti da mercoledì in poi. Un giorno? Due? Tre?

Qualcuno ha sottolineato che l’unica alternativa possibile a Berrettini, Lorenzo Musetti, era piuttosto abbacchiato per aver appena perso da Aliassime.

Ma, ragazzi, si sta parlando di una sconfitta patita con il n.6 del mondo! Uno dei tennisti più hot del tennis di questo autunno. E nel caso di Fritz, del n.9 del mondo, di un tennista che aveva appena raggiunto le semifinali al Masters ATP di Torino giocando alla pari con tutti i più forti. Dal quale, oltretutto, Musetti ha perso un primo set di un soffio, 10-8 al tiebreak, dopo averlo condotto per 5 punti a 3 ed essersi conquistato anche un paio di setpoint (annullati da servizi vincenti di Fritz su una superficie assai veloce).

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Insomma, ci sta che un ragazzo di 20 anni si possa sentire un po’ abbacchiato per non essere stato in grado di portare il punto da n.1 azzurro contro Fritz e Aliassime, ma Musetti non aveva mica giocato contro…pizza e fichi! Bastava farglielo capire.

Lì deve essere il capitano a tirarlo su, a dirgli, “dai Lorenzo sei stato bravo, hai perso contro due campioni, adesso ti butto dentro nel doppio e vedrai che giocherai benissimo”. Musetti è giovane, ma non è un under 10 che sarebbe stato incapace di reagire.

Ovvio che manca la controprova, a questo punto. Avrebbe giocato bene o male Lorenzo? Chi può saperlo con certezza? Nessuno. Ma avrebbe potuto giocare peggio di Matteo? Non lo credo possibile. Senno di poi? Solo fino a un certo punto.

Ho sempre stimato Matteoho creduto nelle sue possibilità e in quelle del suo ottimo team, dall’ottimo Santopadre in giù – ecco qui un link su quanto scritto anni fa, quando venni quasi ingiuriato da alcuni lettori quando dissi che aveva dimostrato di avere le potenzialità di un Thiem per averlo battuto una volta e perso di misura un’altra (poi lo avrebbe anche ribattuto al Masters di Londra)– quando ben pochi sembravano aver fiducia in lui.

Quindi non saltino fuori adesso coloro che mi accusino di avercela con lui o di essere negativo e ipercritico nei suoi confronti. Né di esserlo nei confronti di Volandri. Chi sceglie può sbagliare. Hanno sbagliato in passato tutti i capitani del mondo, all’estero (Fish l’ultimo caso!) e in Italia:  Pietrangeli, Panatta che pure è stato un ottimo capitano ma…ricordate quando schierò Narducci in Svezia “per dare una lezione a Canè”? E Nargiso a Vienna contro l’Austria? Ma anche Bertolucci e Barazzutti non sono sempre stati esenti da scelte contestate da critici e opinione pubblica. Può sbagliare, certo in buona fede, anche Fiippo Volandri. Mica l’ha fatto apposta!

Lui da una parte, Matteo Berrettini dall’altra, in buona fede hanno ritenuto di aver fatto la scelta migliore e di poter dare un contributo migliore. Nonostante una partita a dir poco imbarazzante di Matteo (che ha dato perfino per fuori palle finite abbondantemente dentro) grazie a un Fognini super per un set e mezzo – prima di venir travolto anche lui dalla mission impossible – il duo azzurro è stato avanti di un break sia nel primo sia nel secondo set. Il che non può non accrescere, però, i nostri rimpianti.

Che si sia sprecata una grande opportunità è purtroppo vero. In quel senso papà Fognini, papà Bolelli, Simone, hanno ragione. Non c’era la Russia (che non ci sarà neppure nel 2023) ed eravamo riusciti a battere gli Stati Uniti grazie ad un prodigioso Sonego – ben tornato Lorenzo! – e al doppio titolare Fognini-Bolelli.

Forse l’occasione si ripresenterà. Magari già tra un anno. Intanto perché abbiamo ottenuto una wildcard e perché rigiocheremo a Bologna nel girone che speriamo ci riporti a Malaga fra le 8 finaliste. E, come appena detto, la Russia di Medvedev e Rublev sarà nuovamente assente.

L’Italia ha almeno 4 singolaristi e 4 doppisti (incluso Vavassori che ho visto giostrare alla grande contro Pavic-Mektic e contro Krajicek-Dodig senza assolutamente sfigurare) di gran livelloE non penso che potrà avere tutta la sfortuna che ha avuto quest’anno. Alludo ai ripetuti infortuni di Berrettini, Sinner, Bolelli.

Dico questo anche se purtroppo dovremo sorbirci almeno ancora un anno di una formula Davis che non mi piace. Una Davis che attribuisce per due anni di fila la celebre “saladier” d’argento fatta coniare da Dwight Davis nel 1900 nella famosa gioielleria di Boston a una squadra che in una finale vince appena 4 set (2 per match, prima di rendere superfluo il doppio), non è parente della Davis che Mr.Dwight Davis aveva ideato quando il tennis era molto meno popolare di oggi e aveva team molto più risicati.

Vincendo quattro soli set in una finale una squadra non era neppure sicura di aver conquistato un punto, dei 3 che servivano per aggiudicarsi la Coppa Davis.

Ma di quel che penso su come la Davis – che non è da buttare, alla gente piace, di pubblico ce n’è stato tanto – potrebbe tornare ad assomigliare alla vecchia Davis, con quattro singolari incrociati e un doppio che valga per il 20% dei punti e non per il 33% (ma, tuttavia almeno quel doppio venga sempre giocato…a Malaga 3 volte su 7 non lo si è neppure giocato e i doppisti sono venuti a fare un viaggio a vuoto) scriverò prossimamente.

Si può sognare di ridarle parte dell’antico lustro ora che l’ATP Cup, quella pagliacciata “inventata” dagli australiani (per attirare i tennisti laggiù, Down Under, fin da gennaio in funzione Australian Open) e appoggiata dall’ATP in sciocca e miope antitesi alla Coppa Davis gestita – in modo purtroppo abborracciato e politichese da ITF e Kosmos – è fortunatamente morta e sepolta. Ne riparleremo qui su Ubitennis. Così come riparleremo dell’assurdità di considerare head to head validi statisticamente i match della Laver Cup che al posto di un terzo set fanno giocare un long tiebreak. Che brutta cosa la politica (e il dio denaro) quando inquina la natura di uno sport. I mondiali di calcio nel Qatar non sono l’unico esempio.

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