Tokyo 2020, la solita strana Olimpiade. Un po’ della sua storia fino a Djokovic che dice: “Stavo male”

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Tokyo 2020, la solita strana Olimpiade. Un po’ della sua storia fino a Djokovic che dice: “Stavo male”

TOKYO – L’edizione di Londra 2012 la migliore fra tutte. Djokovic confessa ai colleghi serbi di aver dovuto prendere dei medicinali, consentiti, per scendere in campo, ma Carreno Busta, vittorioso sul n.1 e il n.2 del mondo, ha meritato di vincere giocando benissimo. E Bencic riesce dove ha fallito Federer

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Succede in tante discipline, le sorprese in queste Olimpiadi sembrano all’ordine del giorno, i favoriti spesso perdono, semi sconosciuti si affermano, gli strascichi della pandemia – fra chi ha subito il Covid, chi non si è potuto allenare come al solito, chi si è trovato addosso al certificato anagrafico un anno di troppo, chi un anno di meno – hanno inciso su tanti risultati.

Eppoi il torneo olimpico di tennis è decisamente un torneo sui generis, lo è quasi sempre stato, non lo si scopre oggi. Dacché, dopo 60 anni di Purgatorio (1924 Parigi sì con la medaglia per De Morpurgo,1928 Anversa no fino al 1988 Seul sì), il tennis è ridiventato sport olimpico ne abbiamo viste un po’ di tutti i colori e quest’edizione non smentisce l’assunto.

Il fatto che, ed è solo un esempio, Nuova Zelanda (doppio maschile: Venus-Daniell) e Brasile (doppio femminile: Stefani-Pigossi che sembrano tanto italiane ma non lo sono) abbiano vinto una medaglia in quest’Olimpiade e tante nazioni di maggior tradizione e consistenza tennistica – Italia compresa in oltre 30 anni eh – non riescano a vincerla da decenni, la dice lunga.

 

Del resto se scorriamo l’albo d’oro del tennis basterebbe già quello delle medaglie d’oro per far arricciare il naso in diverse edizioni.

Consentitemi qui – prima di un commento su quest’edizione ancora in corso – di fare un brevissimo ripasso, anche se ho chiesto alla redazione di preparare un articolo che uscirà domenica e raccolga l’elenco di tutte le medaglie olimpiche del tennis, nelle cinque specialità. Nell’88 vinse Steffi Graf, di cui si è scritto quest’anno più di sempre per via del Golden Slam (mancato…) di Djokovic, ma “Gattone” Mecir non era un campionissimo anche se è stato per un breve periodo n.4 del mondo. Né erano campionissimi i finalisti di Barcellona ’92, lo svizzero Rosset (best ranking n.10) e lo spagnolo Jordi “Medalla” Arrese, ma almeno la sedicenne Jennifer Capriati che sorprese Steffi Graf dette vita a una finale degna d’esser ricordata anche per il nome delle protagoniste.

Nel ’96 ad Atlanta almeno i due campioni furono invece di grande noblesse, Andre Agassi (che battè Bruguera, l’attuale capitano di Coppa Davis spagnola che ho intervistato qui oggi a Tokyo per essere anche il “capo” di Carreno Busta) e Davenport (che sconfisse Arantxa Sanchez)

Nel 2000 vinse a Sydney il “principino” di Sochi Yevgeny Kafelnikov sul tedesco d’America cresciuto da Nick Bollettieri Tommy Haas (battendo Khachanov Sasha Zverev potrebbe diventare il primo tedesco di sempre a conquistare una medaglia d’oro in singolare uomini (Becker-Stich vinsero il doppio a Barcellona, Boris aveva perso in singolo da Santoro al terzo turrno e Stich da Steeb al secondo… ma d’altra parte gli anni migliori di Boris Becker erano venuti a metà anni ’80). Fra le donne l’oro andò a Venus Williams (su Elena Dementieva, la mia tennista russa prediletta… prima dell’avvento di Maria Sharapova) che ne conquistò un altro in coppia con Serena (che avrebbe vinto il suo in singolare 12 anni dopo, a Londra).

Nel 2004 a Atene il torneo più…inattendibile, quello che decretò lo storico doppio oro cileno, in singolare per Nicolas Massu (il coach oggi un po’ discusso di Thiem battè in finale Mardy Fish, non una finale di prime stelle) e in doppio per lo stesso Massu con Fernando “Mano de Pedra” Gonzalez. Il modesto torneo maschile (con Federer battuto inopinatamente al primo turno da Tomas Berdych) fu riscattato da quello femminile, grazie a Justine Henin che conquistò l’oro a spese di Amelie Mauresmo.

Nel 2008 a Pechino beh, Rafa Nadal è riuscito dove non sono riusciti né Roger Federer né, a questo punto, Nole Djokovic. Nole ha detto di volerci riprovare a Parigi 2024 quando avrà 37 anni! Ma sulla terra battuta del Roland Garros si può giurare che Rafa Nadal a 38 anni non sarà più in circolazione e competitivo? Nadal battè in finale Gonzalez (mica male il curriculum olimpico di Mano de Pedra: un oro, un argento e un bronzo), ma fu molto più dura – e bella – la sua semifinale contro Novak Djokovic. Fra le donne ci fu una tris russa e vinse la Dementieva, che negli Slam non la spuntò mai, ma lì si tolse la sua più bella soddisfazione dopo l’argento di 4 anni prima.

Direi che in campo maschile l’edizione più bella di sempre sia stata quella di Londra 2012, e non solo perché giocata nel tempio di Wimbledon. Ma, al di là della sede super-prestigiosa, sia la finale, sia le semifinali, sia il nome dei quattro protagonisti, la fecero brillare più di qualunque altra: i britannici esultarono alla grande per il trionfo di Andy Murray in finale su Roger Federer che era arrivato a quel traguardo sfinito dopo una vittoriosa maratona con del Potro 3-6,7-6,19-17 d’oltre 4 ore. Quel match fra Roger e Juan Martin lo ricordo come uno dei migliori cui ho ho avuto la fortuna di assistere. Federer aveva vinto il suo 17° Slam e il settimo Wimbledon poche settimane prima. Murray aveva battuto in semifinale Djokovic. Ma non aveva ancora vinto il Wimbledon “vero”, quello che avrebbe vinto l’anno successivo e poi anche nel 2016, e le celebrazioni britanniche del 2012 furono entusiaste perché si temeva la maledizione di Fred Perry, campione all’All England Club nel triennio 1934-1936. Andy sfatò il tabù 77 anni dopo. Ho già detto che l’oro donne andò a Serena Williams: battè Maria Sharapova dalla quale aveva perso un paio di volte nel 2004 (proprio a Wimbledon e poi a Los Angeles nelle finali WTA: per l’appunto ero presente ad entrambe, e se per Wimbledon era normale che fosse così, invece allo Staples Center di Los Angeles ci andai solo quella volta e non ricordo più perchè…forse stavo facendo il giro del mondo da quella parte per andare o tornare dalla Nuova Zelanda e dall’America’s Cup di vela, di Prada, Alinghi etcetera) ma poi mai più.

Rio 2016 è storia recente: cominciò tutto con Djokovic che perse al primo turno da del Potro…e furono calde, struggenti lacrime. L’oro in quel memorabile 2016 che lo condusse a chiudere l’anno da n.1 del mondo con un sorpasso ai danni di Djokovic nell’ultimo match delle ATP Finals, lo prese per la seconda volta consecutiva Andy Murray. Andy lo abbiamo rivisto anche qui a Tokyo, sia pur rinunciatario in singolare – faceva davvero troppo caldo e troppo umido per uno scozzese! – ma ci ha provato in doppio al fianco di Salisbury…senza troppo successo.

Quanto accadde nel singolare femminile, con il successo assolutamente sorprendente della portoricana Puig, capace di battere fra le altre, Pavluychenkova, Muguruza, Kvitova e Kerber in finale, quindi di venir fuori da un percorso accidentato, mi aveva dato speranze quest’anno per un percorso analogo di Camila Giorgi una volta che aveva sconfitto due finaliste di Slam, sia la Brady (runner-up in Australia) sia la Pliskova (idem poche settimane fa a Wimbledon). Purtroppo Camila è incappata in una Svitolina – poi premiata dal bronzo – in giornata di vena.

E lei, Camila, purtroppo meno soprattutto all’avvio dei due set. In uno è stata sotto 4-0 e 5-1, nell’altro 4-1 e due break. Insomma, anche nel tennis femminile dove il servizio e i break non hanno tutta questa importanza, sono handicap troppo pesanti…se l’avversaria quel giorno non è disponibile a darti una mano. Io avevo detto, per l’appunto, a Camila il giorno prima… che Svitolina era stata capace di perdere il primo set con Sakkari pur essendo stata avanti per 5-1…ma non mi aspettavo che per tutta risposta Camila la lasciasse salire a 5-1 per provarsi a fare la stessa rimonta! Scherzo, naturalmente.

E, dall’88 al 2021, siamo così arrivati a oggi. All’ennesima delusione olimpica patita da Novak Djokovic. Va subito precisato, a scanso di equivoci, che Carreno Busta ha giocato benissimo, stando sempre con i piedi sulla riga di fondo – mentre Novak invece “remava” un metro e mezzo oltre – e tenendo il pallino del gioco. Chiudendo tantissimi punti con il dritto che non è sempre così incisivo. In questo aspetto il suo match ha ricalcato un pochino quello di Zverev ieri, perché anche il tedesco di dritto era stato molto più incisivo del solito.

Pablo Carreno Busta – Olimpiadi Tokyo 2020 (via Twitter, @ITFTennis) (1)

Avrete forse già lettà nell’articolo di cronaca di Vanni Gibertini le prime dichiarazioni che ho registrato andando a porre una delle due domande concesse a tutto il contingente di lingua non serba ai giornalisti qui a Tokyo in mixed zone.

Mi era parso giusto congratularmi con lui per la scelta di essere venuto comunque a Tokyo, quando tanti glielo avevano sconsigliato. E gli avevo detto: -Penso che tu debba essere orgoglioso della scelta che hai fatto anche se i risultati non sono stati quelli che speravi e mi auguro che tu non sia pentito di averla fatta – E lui: “Sono molto dispiaciuto per non aver vinto neppure una medaglia per il mio Paese…Non ho portato a termine l’incarico che avevo, sia ieri che oggi. Il mio livello di tennis è calato, anche a causa della stanchezza fisica e mentale. Ma non rimpiango il fatto di essere venuto alle Olimpiadi. Credo che nella vita non ci siano cose che accadono per caso, ma tutto accada invece per un motivo. Ho sofferto alcune sconfitte molto dolorose alle Olimpiadi, ma anche nei grandi tornei e so che quelle mi hanno in genere reso più forte, solitamente e sotto tutti i punti di vista. So che mi riprenderò…”.

Ancora Djokovic: “So quindi che recupererò da questa delusione. Proverò ad esserci a Parigi 2024 per vincere una medaglia. Mi dispiace aver deluso molti tifosi in Serbia, ma questo è lo sport, ho dato tutte le energie che avevo, che non erano molte. Spero che le conseguenze fisiche non siano un problema in vista dello US Open. Non ne sono sicuro al momento…ma non ci sono rimpianti: quando c’è la tua patria in ballo, bisogna dare tutto…”

Un collega gli ha poi chiesto del suo lancio di racchetta in tribuna all’inizio del terzo set, poi della racchetta fracassata con rabbia sul paletto di sostegno della rete sul 3-0 per Carreno Busta. Sul primo episodio Novak sorprendentemente non era stato ammonito. Forse perché non era sembrato tanto un gesto rabbioso ma semmai di resa per una palla al volo giocata da Carreno e irrecuperabile. Tuttavia quel lancio d’istinto era stato pericoloso. E se avesse colpito qualcuno? Poteva ripetersi quel che gli era successo con il lancio di palla che colpì la giudice di linea americana all’US Open e che gli procurò la squalifica proprio mentre giocava anche quella volta contro Carreno Busta!

“E’ stato un crescendo di emotività… Succede. Sentivo della pressione sul campo in piena lotta. Non è stata la prima volta, di sicuro non sarà l’ultima. Non è simpatico, ma fa parte di quel che sono, penso. Non mi piace fare quelle cose e sono dispiaciuto di mandare questo tipo di messaggi, ma siamo esseri umani. A volte è difficile controllare le proprie emozioni…”.

Con gli amici serbi Nole si è trattenuto un poco di più, ma nel giustificare le sue cattive prestazioni – e giustificandosi anche per il ritiro nel misto e con Nina Stojanovic che non era presente al suo percorso in mezzo alle troupes televisive – ha però aggiunto qualcosa che non era emerso riguardo alle sue condizioni fisiche: ”. “So che non ho giocato bene, soprattutto ieri, ma ho dato tutto e non credo di dovermi rimproverare nulla. Anche se tre insuccessi su quattro tentativi olimpici sono tanti in rapporto al mio standard abituale. Ho tuttavia fatto quel che potevo, date le circostanze. Magarici riuscirò a Parigi, dove vorrei proprio esserci…chissà? Ho dovuto prendere delle medicine per poter giocare…e non ero quindi nelle condizioni migliori. Né fisiche, né poi mentali. Purtroppo il mio corpo questa volta mi ha tradito, non avevo un dolore ma più d’uno – non ha però specificato quali – ma io sono comunque orgoglioso di quello che ho scelto di fare per il mio Paese anche se mi spiace aver deluso i miei tifosi…”

I colleghi serbi con i quali ho sviluppato ottimi rapporti durante Wimbledon – e cui ho inviato il nastro della intervista registrando anche quella in serbo, piccoli trucchi del mestiere… – mi hanno detto che Djokovic ha dovuto prendere antidolorifici in questi giorni per dolori molto forti che però non ha voluto specificare. E a fine serata, dopo le 23,30 per un torneo che avrebbe dovuto rispettare una sorta di coprifuoco – almeno stando alle intenzioni degli organizzatori che avevano programmato tutto al mattino e al primo pomeriggio fino alla protesta “sindacale” di Djokovic (beffato dalla sua stessa iniziativa), ecco che la Bencic vince quell’oro che aveva vinto a Barcellona nel ’92 un altro svizzero, Marc Rosset, e in doppio a Pechino Roger Federer e Stan Wawrinka in doppio, ma che neppure Sua Maestà Roger era stato capace di vincere in singolare. 7-5 2-6 6-3 per Belinda – il cui best ranking è stato n.4 nel febbraio 2020 – su Vondrousova che sul 4-4 al terzo ha pensato bene di perdere il servizio a zero.

Questa domenica Belinda, figlia di genitori slovacchi come era anche Martina Hingis – e proprio la mamma di Martina, Melanie Molitor è stata la sua prima coach dall’età di 7 anni – potrà cercare addirittura la doppietta in doppio. Lei e Golubic non sono davvero favorite contro Krejcikova e  Siniakova, n.1 del mondo e del seeding, ma – come detto – nei tornei olimpici può accadere di tutto. Anche che Bencic vinca un torneo da testa di serie n.9, il più importante torneo della sua carriera. Ne aveva vinti solo quattro da ‘adulta’, dope essersi imposta da junior in due Slam, a Wimbledon e Roland Garros. Ma il nostro esperto di tennis femminile AGF, su Belinda ha scritto di tutto e di più. E sono sicuro che lo farà ancora questo martedì.

Belinda Bencic – Olimpiadi Tokyo 2020 (via Twitter, @ITFTennis)

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WTA Portorose: Bronzetti si arrende a Putintseva, Paolini giocherà la sua prima semifinale

Jasmine Paolini supera Cirstea e si prende un posto in semifinale per la prima volta in un torneo del circuito maggiore. Bronzetti si ferma al cospetto di Putintseva: niente derby azzurro

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Ancora una giornata di buone notizie per i colori italiani al WTA 250 di Portorose. Sul cemento sloveno continua la marcia di Jasmine Paolini, che dopo la buona prestazione allo US Open contro Azarenka sembra aver trovato un po’ di continuità. La tennista italiana ha avuto la meglio della rumena Sorana Cirstea in tre set molto equilibrati e ricchi di break; proprio in apertura Paolini salva due palle break, per poi essere la prima a strappare il servizio all’avversaria già nel secondo game. Cirstea però non molla e in un lunghissimi quinto game si riprende il break di svantaggio. A quel punto le prestazioni al servizio di entrambe migliorano nettamente e si arriva addirittura a tre game consecutivi senza punti vinti dalla giocatrice in risposta.

A spezzare nuovamente l’equilibrio è Paolini, che con Cirstea spalle al muro – stava servendo per restare nel set – approfitta delle incertezze della tennista rumena e si prende il primo set. La partita sembra mettersi bene anche nel secondo. Cirstea cede il servizio come successo nel primo set, al secondo game, ma anche qui è brava a rimettersi in carreggiata nel quinto game, curiosamente lo stesso del primo set. Lo schema scopiazzato dal prima parziale prende però una piega differente, perché Paolini è molto meno fredda e il set finisce nelle mani di Cirstea.

Nel terzo set la tennista italiana è ancora una volta la prima a breakkare e di nuovo strappa il servizio a Cirstea nel secondo game, ma questa volta la tennista rumena non oppone più resistenza e Paolini veleggia verso un posto in semifinale – la prima in carriera un torneo WTA e la terza complessiva di questa stagione, in cui due volte si è spinta in finale in tornei di categoria 125K (Saint-Melo e Bol, perdendo la prima e vincendo la seconda). Sfiderà per un posto in finale Yulia Putintseva, che rovina il sogno di un derby in semifinale lasciando soli cinque game a Lucia Bronzetti, autrice comunque di un ottimo torneo; è la seconda volta che raggiunge i quarti quest’anno, dopo il torneo di Palermo.

 

Qualche rimpianto per la tennista italiana, che si era trovata avanti 3-0 e con doppio break nel primo set. Passa senza giocare la testa di serie numero 5 Tamara Zidansek, che beneficia del ritiro di Kalinina in uno degli ottavi di finale rimasti da giocare ed evita così il doppio turno a cui invece si è vista costretta la sua avversaria, Kaja Juvan, che ha dovuto battere in due set Krunic. Juvan e Zidansek si sfideranno dunque nell’ultimo quarto rimasto in programma per definire l’avversaria di Riske che ha battuto facilmente Mladenovic.

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Challenger

Challenger: Sandgren imita Djokovic, Murray perde presto, gli italiani steccano

Nessun azzurro supera il secondo turno nella settimana Challenger, Tennys Sandgren nemmeno il primo, perché colpisce un giudice di linea e viene squalificato

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Tennys Sandgren - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Al Challenger di 80 di Cary (North Carolina, cemento) Salvatore Caruso (testa di serie n.3) viene eliminato 6-2 6-4 al secondo turno dal 25enne australiano di origine serba Aleksandar Vukic (n.233 ATP). Il palmares molto modesto di Vukic (un solo Future in bacheca) autorizzava a pensare che l’azzurro non dovesse avere troppi problemi a proseguire nel suo cammino. Non avevamo però fatto i conti con l’annata storta di Caruso che purtroppo vede allontanarsi sempre più la top 100. Adesso è n.125 e ai prossimi AO, salvo miracoli, dovrà passare dalle forche caudine delle qualificazioni.

Ancora più in fretta se l’è sbrigata quella testa matta di Tennys Sandgren (n.103 ATP e prima testa di serie) che a Cary, invece di farsi notare per le sue dichiarazioni che lo allineano al pensiero del ‘suprematismo bianco’, ha pensato bene di colpire un giudice di linea. Dinamica rocambolesca: nel secondo game dell’incontro di primo turno contro Chris Eubanks, un raccattapalle lo colpisce per sbaglio con la pallina al bassoventre e Sandgren, accecato dalla rabbia, scaglia la pallina stessa lontana, neanche tanto lontana in realtà, giusto quel che basta per colpire il giudice. Ovviamente squalifica immediata e adesso il ragazzo del Tennessee può finalmente dire di condividere qualcosa con Djokovic.

Al Challenger 80 di Istanbul (cemento) i quattro italiani fanno davvero pochissima strada, a partire da Lorenzo Giustino che cede subito (7-5 6-1) alla testa di serie n.1 l’australiano James Duckworth (n.80 ATP); Andrea Arnaboldi continua la sua stagione di up and down e perde dal qualificato belga Christopher Heyman (n.400 ATP) che vince in rimonta 3-6 6-2 6-4. Anche Thomas Fabbiano, che sta vivendo una stagione decisamente negativa, è stato sconfitto subito. A punirlo questa volta è stato il veterano ucraino Illya Marchenko (n.155 ATP) che vince 7-5 6-2. Evidentemente il nuovo allenatore, l’australiano Jack Reader, non ha ancora portato grandi giovamenti, anche se siamo consapevoli che probabilmente serve più tempo. Eliminato anche Roberto Marcora, che cede in tre set (6-1 2-6 6-4) al 20enne cinese di Taipei Chun-Hsin Tseng (n.253 ATP).

Più o meno stessa musica al Challenger 125 di Stettino (Polonia, terra battuta) dove la pattuglia azzurra sembrava davvero competitiva, una previsione che purtroppo non ha retto alla prova dei fatti. Marco Cecchinato (testa di serie n.4) supera un turno per poi cedere in tre set al tedesco Yannick Hanfmann che prevale col punteggio di 6-3 4-6 7-6(2). Per carità il tedesco è un ottimo giocatore (n.132 ATP e sei Challenger in bacheca) ma se Ceck non vince queste partite sarà molto difficile per lui risalire in classifica. Nonostante qualche timido segnale di rinascita (si veda la finale raggiunta quest’anno a Parma), complessivamente da quando si è separato da coach Simone Vagnozzi (giugno 2019), ha avuto più problemi che gioie.

Stefano Travaglia perde inaspettatamente 7-6(3) 3-6 6-2 contro la wild card locale, il 27enne Pawel Cias (n.640 ATP e giocatore così anonimo da non essersi nemmeno guadagnato una foto sul sito ufficiale ATP). Per l’ascolano (anche lui orfano di coach Vagnozzi) l’unico ricordo positivo di questo 2021 rischia di rimanere l’ATP 250 giocato a febbraio in Australia, torneo in cui è stato sconfitto in finale da Sinner. Un po’ poco per i propositi con i quali aveva affrontato una stagione che ora rischia di vederlo uscire dalla top 100.

Fuori subito anche Andrea Pellegrino che si difende con coraggio contro il forte polacco Kamil Majchrzak (n.139 ATP) ma deve alla fine cedere 6-3 7-6(7). Da notare che nel tie-break decisivo il pugliese è riuscito a risalire da 1-5 fino a procurarsi due set point, che però il padrone di casa è stato bravo ad annullare.

Al Challenger 90 di Rennes (cemento indoor) l’unico italiano in gara Alessandro Bega riesce a superare le qualificazioni per poi perdere contro l’inglese Liam Broady 6-2 6-1. Si ferma al secondo turno anche la corsa di Andy Murray, che era entrato in tabellone con una wild card. Il russo Roman Safiullin (n.158 ATP) non ha usato riguardi verso il malandato ex numero 1 del mondo e lo battuto 6-2 4-6 6-1.

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Cancellati gli ultimi tre Challenger stagionali in Canada

Le restrizioni dovute alla pandemia hanno suggerito agli organizzatori di Drummondville, Saguenay e Tevlin di dare l’arrivederci al 2022

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La stagione 2021 dei Challenger canadesi è già finita, con… tre tornei di anticipo. Nella giornata di ieri Tennis Canada, l’organo di governo della pallina con la foglia d’acero, ha annunciato che a causa delle ripercussioni causate dalla pandemia saranno cancellati il torneo di Saguenay (originariamente in programma tra il 18 e il 24 ottobre) e il Tevlin Challenger (25-31 dello stesso mese). È inoltre stato nuovamente rinviato il Drummondville National Bank Challenger, inizialmente calendarizzato a marzo e poi posticipato a novembre.

È stata una decisione molto difficile tanto per Tennis Canada quanto per gli organizzatori dei tornei – ha dichiarato in una nota il vicepresidente del tennis in Québec Eugène Lapierre -. Anche se la situazione è di molto migliorata rispetto allo scorso gennaio la pandemia non è ancora stata vinta e molti eventi, soprattutto quelli più piccoli, devono far fronte a molte difficoltà organizzative“. In particolare, la recente decisione del governo provinciale di imporre l’obbligo vaccinale per chiunque giochi a tennis indoor in Québec avrebbe tolto ad alcuni giocatori la chance di iscriversi ai tornei. “Purtroppo, al momento, i dati sulle vaccinazioni in molte parti del mondo non sono al livello raggiunto dal Canada. Meglio rinviare e dare una possibilità a tutti l’anno venturo“.

Si tratta di una decisione che non avremmo voluto prendere – ha chiosato Gavin Ziv, vicepresidente degli eventi professionistici patrocinati da Tennis Canada -, ma grazie al grande sforzo profuso dai diversi comitati organizzatori siamo certi che i tornei torneranno addirittura migliorati nel 2022“.

 

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