Quando McEnroe, Lendl, Connors e Borg erano le rockstar del Madison Square Garden

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Quando McEnroe, Lendl, Connors e Borg erano le rockstar del Madison Square Garden

Negli anni ’70 e ’80 fu il famosissimo Madison Square Garden di New York ad ospitare per la prima volta nella storia le ATP Finals per più edizioni consecutive

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Bjorn Borg e John McEnroe (foto via Twitter, @Wimbledon)
 

Qui l’articolo originale di atptour.com

Il primo giovedì di gennaio del 1978 cambiò per sempre la storia del Masters, ora noto per motivi di sponsor come Nitto ATP Finals. Il torneo di fine anno dell’annata 1977, da disputarsi all’inizio della stagione successiva, aveva finalmente trovato una nuova casa: il Madison Square Garden di New York. Il direttore del torneo era Ray Benton e lo sponsor la Colgate. C’erano due match nella sessione pomeridiana, giocati secondo la formula del round robin, ma durarono più del previsto, fino a prolungarsi a ridosso dell’inizio della tanto attesa sessione serale, prevista per le 19 locali. Guillermo Vilas, il campione in carica agli US Open, affrontava proprio il suo avversario della finale di Forest Hills di qualche settimana prima, Jimmy Connors, nell’ultimo match previsto dal programma.

“Mi ricordo che salii fino all’ultimo piano del Madison Square Garden e mi trovai a guardare lungo la Settima Strada, erano circa le 20”, ricorda Benton. C’erano code di macchine per svariati isolati, tutti che cercavano di entrare al Garden. Il Masters non era soltanto un torneo di tennis, ma uno spettacolo ben più ampio. Nel suo primo anno alla “World’s Most Famous Arena”, i tifosi già si accalcavano. I biglietti furono esauriti in breve tempo, e più di 18.500 persone affollarono gli spalti del palazzetto che era la casa dei New York Knicks in NBA e dei New York Rangers in NHL, ruggendo come si fa ai migliori concerti rock. Curry Kirkpatrick di Sports Illustrated scrisse:È stato uno di quei momenti memorabili che ci regala lo sport di tanto in tanto, dove l’azione in campo è trascesa dalle emozioni e la suspense dell’evento”.

Chi l’avrebbe mai pensato che il soprannome dato a New York (la città che non dorme mai) sarebbe stato comprovato da un torneo di tennis. I giornali dell’epoca rimarcarono l’orario di conclusione dei match, 00:42 di notte, quando Guillermo Vilas convertì un match point per un risultato finale di 6-4 3-6 7-5. Era ciò di cui la competizione aveva bisogno per attirare l’attenzione del grande pubblico. L’era del Madison Square Garden era iniziata. Benton, che diresse il Masters al MSG per otto anni, era convinto che il torneo avrebbe dovuto disputarsi nel mese di gennaio per evitare la concorrenza negli ascolti del Football americano. E così approfittò della pausa nel calendario della NFL tra la fine dei playoff e il Super Bowl per piazzare il “suo” Masters.

Eravamo lo show più importante di quella settimana, letteralmente, afferma orgoglioso. Un altro importante cambiamento che assicurò un futuro roseo all’evento fu lo stabilirsi in modo permanente in un palazzetto designato, il MSG appunto. Benton ricorda di aver visitato il Madison Square Garden nell’estate del 1977. “Loro volevano davvero ospitare il Masters perché capirono che la posizione strategica nel calendario era una garanzia di successo, ci dice. “Scendendo in ascensore mi dissero, ‘qui è dove avviene l’intrattenimento aziendale’ subito prima che le porte si aprissero. Una volta aperte mi trovai di fronte al sedere di tre elefanti. C’era il circo lì all’epoca!”.

Per certi versi, anche il Masters diventò nel tempo un “circo” di atleti con forti personalità che rivaleggiavano; da John McEnroe a Jimmy Connors, passando per Vitas Gerulaitis e Bjorn Borg. Ivan Lendl fu il dominatore dell’evento durante la permanenza a New York, raggiungendo la finale per nove anni di fila. “Giocare di fronte a 19.000 persone a New York in ogni inverno, tra cui alcune delle persone più influenti al mondo, creava un’atmosfera vibrante. Il tabellone del punteggio che scendeva dal tetto era enorme e riduceva il margine per poter effettuare i lob”, ha scritto Lendl per ATPTour.com.

A volte l’aria veniva contaminata dal fumo delle sigarette, e i tifosi erano vicinissimi al campo per supportare i loro beniamini, come Connors, che aveva un seguito incredibile al Masters, o ‘Mr. New York’ Gerulaitis, che era un grande personaggio. Con tutta quella storia che aveva il palazzetto, diventava intimidatorio. I giocatori tornavano a nuova vita. Il Masters era una cosa importante! Al di là dei titoli e delle classifiche, era un traguardo ragguardevole. Non era mai facile vincere, e non si poteva mai essere sicuri di farlo. Ancora oggi, quando vado al Garden, vedo lo stupore negli occhi delle persone”.

Lendl alzò il trofeo per cinque volte in quel periodo, dominando sul veloce indoor. Nonostante alcuni match memorabili, furono altri i momenti che resero quell’evento magico. Alcuni di essi totalmente inaspettati. Il due volte vincitore degli Australian Open, Johan Kriek, ci racconta la sua sfida a John McEnroe al Garden nel gennaio 1984. “Si arrabbiò talmente tanto in quel match che scagliò la racchetta a terra e questa scalfì il campo; gli volò letteralmente dalle mani, e lo stesso successe anche dopo, quando la scagliò in direzione del pubblico e questa per una ventina di metri circa proseguì a salire le scale facendo capovolte, ricorda Kriek, scoppiando a ridere. “Fu divertentissimo. E lui guardava incredulo la racchetta nel mentre. Erano cose stupide come questa a rendere il Garden così speciale”.

McEnroe vinse il match 6-4, 6-2, un punteggio abbastanza netto, ma di certo gli spettatori non si annoiarono. Nella sua autobiografia, But Seriously, l’americano parla della sua sfida a Guillermo Vilas nella semifinale del Masters dell’annata 1982, disputatosi nel gennaio ’83. “Durante il cambio campo qualcuno iniziò a picchiettarmi sulle spalle. Inizialmente provo ad ignorarlo, perché sono concentrato sul match, ma quel ragazzo non si fermava! ‘John, John’. Stavo quasi per rispondergli male, ma quando mi giro vedo che si tratta di Ronnie!”. Ronnie Wood e Keith Richards dei Rolling Stones erano lì con i loro pantaloni in pelle ad assistere al match.

Un altro elemento che rese l’era del MSG speciale era il numero di tennisti che giocavano in casa. Il pubblico di New York è storicamente molto rumoroso. Con i propri beniamini locali a primeggiare, la cosa divenne ancor più evidente. McEnroe ed il suo caro amico Gerulaitis erano di New York. Ivan Lendl, che aveva comprato casa a Connecticut, dove ancora risiede, faceva avanti e indietro. “Mi piaceva il letto di casa”, ha detto recentemente Lendl a Tim Henman in un’intervista per ATPTour.com. “Mi piaceva il cibo, ma New York è troppo caotica per me, per questo non mi piaceva viverci”.

Quell’atmosfera calorosa era la norma per McEnroe. Per chi non vive quelle zone non è facile sapere che il Garden si trova in prossimità di Penn Station, il centro principale della città per quanto riguarda il trasporto pubblico. E per John, stando a quanto ci racconta il fratello minore Patrick, a sua volta vincitore di un Masters in doppio nel 1989, era consuetudine passare di lì ogni giorno in direzione della Trinity High School, dove il nostro si era iscritto. Si fermava sempre a prendere un hot dog da Nathan’s”, continua Patrick, citando la famosa catena di fast food che si trova proprio di fronte al MSG, “durante tutti i quattro anni di liceo”.

Gli abitanti di New York chiamano il Garden “The Mecca”, in virtù del fatto che in quel luogo le persone si riuniscono in gran numero per assistere alle performance dal vivo delle loro squadre preferite, così come per i concerti. Il tennis era la nostra vita, ma siamo cresciuti con i Rangers, andando a vedere le partite di play-off”, ricorda Patrick. “Era incredibile andare a vedere quelle partite. Ovviamente volevamo che fossero delle belle sfide, ma già soltanto il fatto di esserci per noi ragazzini era una grande cosa!”. McEnroe si impose all’attenzione del pubblico battendo in finale Arthur Ashe, in una battaglia epica nel 1978 al Masters di fine anno, a soli 19 anni. Da quel trionfo divenne una presenza fissa al Garden, partecipando alla competizione per ben nove volte. “Era davvero speciale” continua Patrick. “Il tennis in quel periodo iniziava ad essere veramente popolare, e quell’evento in particolare. Per cui quella vittoria era importante quanto uno Slam”.

Alcune delle sfide più memorabili di John al MSG furono contro Bjorn Borg, che lo sconfisse per due anni consecutivi (entrambe le volte al tie-break del set finale) per poi andare a prendersi il titolo. Nell’edizione del 1980, fu Borg ad avere una crisi di nervi sul campo, a causa di alcune chiamate arbitrali. Lo stesso svedese ammise di essere “molto arrabbiato”. D’altronde la pressione di vincere al Garden era tanta, per tutti.

La storia dei Masters al Madison Square Garden non è ovviamente stata scritta solo dai vincitori. C’erano anche giocatori che ambivano a giocare il torneo per il solo piacere di assaporare quell’atmosfera magica: José Higueras, ex numero 6 del mondo, trovava la motivazione proprio nel fatto di poter giocare in quell’arena storica. Credo sia uno dei punti più alti nella carriera di qualsiasi sportivo, per la storia della città e del palazzetto, che ha ospitato i più importanti eventi non solo legati allo sport, ma anche alla musica; è La Mecca per qualsiasi persona che lavora nel mondo dell’intrattenimento”, ci dice Jose, che ha partecipato al Masters nel MSG per tre volte. “Ogni volta che si pronuncia il nome dell’arena, si respira la storia di essa. Per me è stata una grandissima esperienza e resterà per sempre uno dei miei ricordi più belli”.

Forse il nome Gerulaitis non suonerà familiare a tutti, ma molto probabilmente avrete utilizzato nella vita di tutti i giorni una variante della sua celeberrima risposta, coniata appena dopo aver interrotto la striscia di 16 sconfitte consecutive contro lo stesso avversario, Jimmy Connors, nell’edizione del 1979 del Masters: “Che vi serva da lezione. Nessuno batte Vitas Gerulaitis per 17 volte di fila!”.

Dopo il Masters del 1989, l’evento fu spostato in Germania, anche grazie alla presenza nel circuito di giocatori del calibro di Boris Becker, Michael Stich e compagnia. Ma i momenti più belli restano legati al Madison Square Garden. Dal basket all’hockey, passando per i concerti: in un certo senso, il Master di fine anno, e in particolare i personaggi che lo hanno disputato, erano un compendio di tutto ciò. “È stata la tempesta perfetta”, conclude Benton.

Traduzione a cura di Antonio Flagiello

 

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Intervento chirurgico per Jabeur, salterà Doha e Dubai

Con un messaggio sul suo profilo Instagram, Ons Jabeur informa dell’operazione a cui deve sottoporsi per prendersi cura della propria salute

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Ons Jabeur – WTA Monastir (foto via Twitter @WTA)

Ons Jabeur aveva rinunciato al torneo di Abu Dhabi di questa settimana e ora ne conosciamo le cause. La numero 3 del mondo ha infatti comunicato tramite i suoi profili social di avere in programma un intervento di chirurgia minore. Jabeur non specifica né il tipo di intervento né quando è previsto. Durante il mese di gennaio, aveva espresso perplessità sullo stato di salute di schiena – motivo per cui aveva rinunciato al torneo di Adelaide 2 – e ginocchio. In ogni caso, come conseguenza, la campionessa tunisina non parteciperà neanche al WTA 500 di Doha e al 1000 di Dubai, senza dubbio un duro colpo per gli organizzatori. Ecco cosa scrive Ons su Instagram:

“Per prendermi cura della mia salute. Il mio team medico e io abbiamo deciso che ho bisogno di un intervento chirurgico minore per poter tornare in campo e rendere al meglio. Dovrò ritirarmi da Doha e Dubai e ciò mi spezza il cuore. Vorrei dire che mi dispiace a tutti i fan del Medio Oriente che aspettavano questo incontro. Prometto che tornerò da voi più forte e in salute.”

L’ultimo incontro di Jabeur rimane quindi quello di secondo turno dell’Australian Open, con la sconfitta a sorpresa per mano di Marketa Vondrousova.

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ATP

ATP Montpellier: forfait Fucsovics, Sinner va ai quarti di finale senza giocare

Rimandato a venerdì l’esordio in Francia per Jannik Sinner, che partirà direttamente dai quarti. Affronterà Krajinovic o Sonego

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Jannik Sinner - Australian Open 2023 (foto Twitter @AustralianOpen)

Ad inizio torneo, guardando il tabellone dell’ATP250 di Montpellier, il primo pensiero è stato subito indirizzato verso un possibile quarto di finale tutto italiano. La presenza di (almeno) un azzurro è ora certa, poiché Jannik Sinner si trova direttamente proiettato ai quarti senza giocare. L’altoatesino, infatti, sfrutta il ritiro di Marton Fucsovics, un avversario contro cui ha quasi sempre faticato. È andata così anche nell’ultimo confronto diretto tra i due, con il n°17 del mondo che è a Melbourne è riuscito per la prima volta in carriera a rimontare due set di svantaggio, lasciando poi soltanto tre game al suo avversario negli ultimi tre set.

L’ungherese però, nel giorno del suo 31° compleanno, è stato costretto al ritiro dall’Open Sud de France, dopo che ieri aveva vinto in tre set il suo match d’esordio contro Geoffrey Blancaneaux. Sinner, che deve nel corso della sua carriera deve ancora vincere un match a Montpellier, partirà direttamente dai quarti, dove venerdì affronterà uno tra Filip Krajinovic e Lorenzo Sonego, in campo domani. Il match tra Roberto Bautista e Arthur Fils, che sarebbe dovuto essere il secondo della sessione serale, è stato anticipato come primo e chiuderà una giornata non fortunatissima a Montpellier visto che c’è stato anche il ritiro di Ugo Humbert. Il francese è stato vittima di una brutta caduta durante il match contro Alejandro Davidovich Fokina e si è ritirato sul punteggio di 6-1 6-7.

Il tabellone completo dell’ATP250 di Montpellier

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Coppa Davis

Giudicelli, vicepresidente ITF: “Mahut è un ignorante, ormai può andare in pensione”

L’ex Presidente della Federtennis francese replica duramente a Nicolas Mahut, che di recente aveva criticato il format che la Coppa Davis ha assunto dal 2019

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Nicolas Mahut - Queen's 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

L’ultimo weekend di tennis andato in archivio ha regalato agli appassionati tante belle storie, a cominciare dall’inaspettato trionfo a Lione di Alycia Parks, che non nasconde le sue ambizioni e aspira alla top10 entro fine anno. Nell’altro torneo in programma a livello WTA Zhu Lin ha vinto in Thailandia il primo titolo in carriera, lei che è reduce dalla sorprendente campagna australiana. Anche la 29enne cinese sta contribuendo e non poco alla lenta ma costante rinascita del tennis cinese, con tante ragazze pronte a lasciare il segno.

Il circuito ATP si è invece fermato per una settimana, lasciando spazio alle qualificazioni di Coppa Davis (qui le 16 squadre qualificate per la fase a gironi di metà settembre), che hanno visto tanti pronostici rispettati ma anche qualcuno ribaltato. Un esempio sono le inattese vittorie di Finlandia, che per la prima volta nella sua storia parteciperà alle Finals, così come quella della Svizzera, capace di ribaltare la Germania di uno spento Zverev.

Tra le 16 qualificate a settembre ci sarà anche l’eclettica Francia, che ha faticato molto più del previsto contro l’Ungheria, prevalendo 3-2 al match decisivo. Contando che Fucsovics, numero uno ungherese, ha perso (da favorito) entrambi i suoi match di singolare, lo smacco per i transalpini era davvero dietro l’angolo. Una delle due partite perse è stato il doppio, dove i francesi sulla carta partivano decisamente più avanti rispetto a Marozsan/Valkusz, capaci però di imporsi in due set su Rinderknech/Mahut.

 

Proprio quest’ultimo è stato preso di mira da Bernard Giudicelli, attuale vicepresidente della ITF ed ex presidente della Federtennis francese, che lo ha invitato ad andare in pensione. Tra i due non è mai corso buon sangue, come dimostra un’intervista, questa volta da parte del tennista transalpino, in cui non vedeva di buon occhio l’elezione di Giudicelli alla presidenza della Federazione del suo paese.

Il motivo del nuovo battibecco tra i due risiede questa volta proprio nella Coppa Davis. Mahut non ha mai nascosto le sue perplessità riguardo al nuovo format (quello in vigore dal 2019), mentre la FFT – nella figura di Giudicelli – si è sempre detta favorevole al cambiamento. “Abbiamo buttato via quattro anni. Bernard sa che cosa penso delle sue decisioni da vicepresidente dell’ITF e presidente della FFT: ha grandi responsabilità per questo fiasco, ma vedo che non si mette in discussione – aveva dichiarato a L’Équipe il 41enne di Angers.

La risposta di Giudicelli non è tardata ad arrivare e, intercettato da Tennis Actu, l’ex presidente della FFT non le ha mandare a dire: Nicolas Mahut è un ignorante. Non sarà un giocatore di 41 anni a spiegare oggi ad un giocatore di 20 o 22 anni come dovranno funzionare le cose. Ormai va bene per la pensione.

L’intervento di Guidicelli si poi concentrato anche sul weekend di Davis appena trascorso, visto in modo più che positivo: “Ero in Finlandia e lì c’era un’atmosfera eccezionale. Nonostante sia un piccolo paese, con poco più di cinque milioni di abitanti, c’erano circa 5000 persone al giorno a seguire l’evento, cioè quasi 10.000 spettatori nei due giorni di competizione. È stato un evento vero e proprio, organizzato alla perfezione dalla Federazione finlandese”.

La Finlandia sarà tra le 16 nazioni che, a settembre, si giocheranno l’accesso alle Davis Cup Finals di Malaga, anche se ancora non sono note le città che a settembre ospiteranno le fasi a gironi. Oltre a Bologna, infatti, al momento sono da stabilire le altre tre sedi, come confermato dal vicepresidente dell’ITF: Non sappiamo ancora quali città ospiteranno i gironi a settembre.

Dalla nuova formula, secondo Giudicelli, non si può più scappare, con buona pace di chi la pensa diversamente: “Ormai non si può più tornare indietro. Mahut ha detto che abbiamo perso quattro anni? Lui è uno che parla senza sapere. Non abbiamo perso proprio niente, anzi, abbiamo salvato la Coppa Davis. Il format antico, quello in vigore fino al 2018, non funzionava più perché, semplicemente, non attirava più i migliori giocatori”.

Ancora Giudicelli: “Gli sponsor principali avevano detto che non avrebbero rinnovato i contratti. Non abbiamo sprecato quattro anni, abbiamo trovato un nuovo sistema che garantisce un pubblico eccezionale anche per le qualificazioni: basta guardare a quello che è successo in Grecia. Grecia e Ecuador non sono nazioni con una grande storia tennistica, eppure hanno generato grande entusiasmo perché c’erano giocatori forti. Mahut è un ignorante, può andare in pensione e magari diventare un giornalista. Avrebbe così l’opportunità di fare diverse critiche, cosa che tra l’altro gli riesce piuttosto bene”.

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