Sam Stosur si ritira dal singolare: l'Australian Open 2022 sarà il suo ultimo torneo

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Sam Stosur si ritira dal singolare: l’Australian Open 2022 sarà il suo ultimo torneo

L’australiana entrerà in tabellone grazie ad una wild card e dirà addio davanti al pubblico di casa. Continuerà in doppio almeno fino a fine 2022

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Sam Stosur - Australian Open 2018 (@RDO foto)
 

L’Australian Open 2022 sarà l’ultimo torneo di Samantha Stosur, almeno per quanto riguarda il singolare. L’australiana giocherà a Melbourne per la ventesima volta grazie ad una wild card offertale dagli organizzatori, e potrà dunque salutare di fronte al proprio pubblico. Ad annunciare il tutto è stata la stessa Sam attraverso i propri canali social. Di seguito il messaggio in calce alla foto postata su Instagram:

Sono davvero emozionata e grata perché potrò giocare il mio ventesimo Australian Open tra un paio di settimane. Un enorme grazie a Tennis Australia per avermi dato l’opportunità di finire la mia carriera in singolare nello Slam di casa. Significa davvero molto per me essere in grado di finire davanti alla mia famiglia, ai miei amici e ai fan australiani che sono rimasti al mio fianco nella buona e nella cattiva sorte. Sono sicura che sarà un mix di emozioni, ma non vorrei che fosse in nessun altro modo perché ho sempre pensato che avrei finito di giocare in Australia. Ho comunque intenzione di giocare il resto dell’anno in doppio, ma questo chiuderà il primo capitolo della mia carriera“.

 

A meno di clamorose sorprese, chiuderà la sua avventura da singolarista con nove titoli, tra cui spicca lo US Open 2010 vinto al termine di una finale dominata contro Serena Williams (6-2 6-3). Tra le sedici finali perse, gli appassionati italiani ricorderanno con gioia quella del Roland Garros 2010, nella quale l’australiana fu superata da una strepitosa Francesca Schiavone in due set (6-4 7-6). Stosur continuerà comunque a mettere in difficoltà le avversarie in doppio, disciplina che ha intenzione di giocare almeno fino a fine anno e nella quale ha ottenuto successi forse anche maggiori che in singolare (28 titoli e 4 Slam, l’ultimo allo scorso US Open in coppia con Zhang Shuai più altre 15 finali di cui 5 negli Slam).

L’entry list aggiornata dell’Australian Open 2022

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Australian Open, Ivanisevic: “Novak ha ragione: questa è la sua vittoria Slam migliore”

“In campo può dirmi quello che vuole. L’importante è che vinca” così il coach di Djokovic, Goran Ivanisevic. Il 22-22 con Rafa? “Come un match di pallamano. Se Nadal gioca a Parigi è sempre favorito”

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Dopo la conferenza del vincitore Novak Djokovic, e quella dello sconfitto Stefanos Tsitsipas, ha parlato anche il coach del neo-numero 1 del mondo: Goran Ivanisevic.

D. Goran, in che posizione collochi questo successo nella classifica dei titoli vinti da Novak con la tua collaborazione?
IVANISEVIC: Credo che lui abbia ragione, e che questo sia proprio il migliore. Non solo per il suo ritorno dopo quello che è successo lo scorso anno, ma anche per le ultime tre settimane, che sono state oltremodo dure. Credevo di aver visto tutto nel 2021, quando vinse qui con uno strappo agli addominali. È stato incredibile, voglio dire, giocare ogni giorno sempre meglio. Impressionante.

D. Ha detto che temeva di non poter giocare più qui. Quanto c’era di vero in questo?
IVANISEVIC: Diciamo così: io non dico il 100% di lui, magari il 97%. Al sabato quando tu vedi il risultato della risonanza magnetica, vai e ti ritiri dal torneo. Ma non lui. È di un altro pianeta; il suo cervello lavora in maniera diversa. Sono con lui da cinque anni, e ogni cosa è legata al modo in cui pensa. Ha dato tutto; 77 terapie al giorno. Ha migliorato piano piano, non me l’aspettavo. Mi ha scioccato. Tutto bene per i primi due turni, ma poi contro Dimitrov è stato spaventoso. Alla fine, ne è uscito e ha vinto.

 

D. Quando abbiamo parlato con Novak l’altro giorno, ci ha confessato che il non avere suo padre sugli spalti lo ha influenzato. Puoi dirci quanto è stato difficile dal punto di vista emotivo per lui?
IVANISEVIC: È stata dura. Nel match contro Tommy Paul è stato più fragile: da 5-1 a 5 pari, in questi casi di solito lui chiude 6-1, non importa chi sia l’avversario. Cose che capitano, fortunatamente ha saputo vincere il torneo nonostante tutto. È un traguardo incredibile.

D: Tu lavori con Novak ormai da un po’. Hai imparato qualcosa di nuovo su di lui durante il torneo?
IVANISEVIC: Si impara sempre. Lui è ogni giorno più matto (ride). La sua follia non ha limite, in senso buono (sorride). Sul serio, è un tipo incredibile, indescrivibile. Di nuovo credevo di aver visto tutto, e poi è andata così. Probabilmente ne vedrò ancora delle belle. Sul campo ha emozioni, ci parliamo; anche oggi, come durante tutto il torneo, ha avuto momenti buoni e momenti meno buoni. Ma alla fine non importa, ha vinto 10 Australian Open. Spagna-Serbia sembra una sfida di pallamano: 22-22. Nel 2023 la questione si fa interessante.

D: Dopo questi match ti chiede sempre scusa, spiegando quanto sia difficile avere a che fare con lui. Davvero è così dura? A cosa si riferisce?
IVANISEVIC: Potrei andare avanti a parlarne per dieci giorni. Insomma, sono stato un tennista, anche piuttosto matto. Capisco come si sente, le sue emozioni. Siamo in una finale Slam, se parlarci lo aiuta, allora parliamo. Gliel’ho detto, dimmi quello che vuoi ma tu devi vincere, altrimenti avrai un problema. Finché vince, non ci sono problemi. L’anno scorso non è stato facile; niente è facile anche per un coach. Per esempio, il coach del Real Madrid ha bisogno di avere pressione; se non vinci uno o due incontri, ti fanno fuori. È bello fare le finali, ma le devi vincere. Contano solo gli Slam, ed è una grande sfida. E io ci sono abituato; ormai sono nella sua squadra da quattro anni.

D: Oggi ti ha ben impressionato il suo dritto?
IVANISEVIC: il suo diritto mi ha impressionato per tutto l’anno; ci abbiamo lavorato molto. Ha iniziato a giocarci così a Torino, ma abbiamo lavorato molto nella pre-season. Ad Adelaide è andato bene. Ma qui quando si è fatto male ha avuto bisogno di essere più aggressivo. Ha intensificato lo sforzo e ha iniziato a colpire di dritto in maniera incredibile; credo le migliori due settimane di dritti che io abbia mai visto nella sua vita. Non aveva mai colpito così bene prima d’ora. Forse oggi è stato un giorno in cui li ha colpiti meno bene; ma quando ne ha avuto bisogno, ha giocato un grande tennis.

D: Hai parlato del 22-22 tra Novak e Rafa. Nole ha 36 quasi anni. Ci sono alcuni ragazzi che ne hanno 19; quanto tempo pensi ancora lui possa stare a questi livelli?
IVANISEVIC: Due o tre anni ancora. È incredibile il modo in cui si prende cura del suo fisico, approccia ogni aspetto, il cibo. Incredibile. I giovani sono il futuro del tennis, ma ancora abbiamo questi due ragazzi che si danno battaglia. Melbourne è il campo di casa per Novak, e adesso andiamo a casa di Rafa, per continuare il match di pallamano. Alcaraz sta arrivando; è un grande. Ma secondo me se Rafa scende in campo a Parigi, per me è sempre il favorito. In diversi lo possono battere, anche Novak. Ma Rafa ha vinto 14 volte, pazzesco. Quei due si sono davvero spinti l’un l’altro a migliorarsi. È bello avere i giovani; Stefanos vincerà un gran Slam sicuramente, perché è un giocatore incredibile.

D: Puoi dirci qualcosa di quando Novak è venuto da voi subito dopo il match? Non l’avevamo mai visto così emozionato dopo una vittoria Slam. Ti ha colpito questo fatto?
IVANISEVIC: Sinceramente, sì e no. Lui si tiene tutto dentro, e a volte bisogna esplodere. Mi ha sorpreso vederlo tranquillo per un set e mezzo; alla fine ha lasciato emergere tutto. È stato emozionante per noi e per lui. Un grande risultato dopo tre settimane davvero dure. È riuscito a vincere su tutto.

D: Hai parlato del Roland Garros; quanto sarebbe speciale vincere il ventitreesimo titolo?
IVANISEVIC: Ho detto otto o nove anni fa che Novak e Rafa avrebbero superato Roger. Considerato quanto fossero indietro, la gente mi guardava come se fossi matto, e ora siamo 22-22. Due guerrieri incredibili, due tennisti incredibili, cosa hanno fatto per il tennis! Non vedo l’ora che entrambi stiano al meglio, e poi la battaglia sarà là, con i giovani che cercheranno la loro strada per fare qualcosa di buono. Ma saranno quei due ad avere l’ultima parola.

Danilo Gori

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Australian Open: Il fenomeno Djokovic è di un altro pianeta. Tsitsipas non poteva fare di più. Non è la parola fine sul GOAT

I fenomeni non sono stati solo tre, Djokovic, Federer e Nadal. Perché se si dà peso primario ai titoli Slam, Rosewall e Laver non possono essere ignorati. E perchè un solo anno, e non sempre, laurea il vero n.1

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Non ho mai pensato che potesse finire diversamente. L’unico momento di dubbio l’ho avuto – insieme a Djokovic – quando entrambi abbiamo temuto che il suo problema alla coscia fosse un problema serio.

Così come gli altri due fenomeni, Federer e Nadal (elencati, a scanso equivoci, in ordine alfabetico), Novak Djokovic è di un altro pianeta rispetto a tutti gli altri contendenti. Come fenomeni sono stati nello sport più popolare – se cito soltanto i fenomeni del calcio, anziché altre discipline sportive, è perché è più facile che quasi tutti capiscano di che cosa parlo – Pelè a cavallo degli anni 60/70, Maradona un ventennio dopo, Messi e Cristiano Ronaldo nel terzo millennio.

 

Djokovic, Federer e Nadal (ancora in ordine alfabetico) hanno lasciato le briciole a tutti gli altri tennisti loro contemporanei. E l’hanno fatto con una continuità spaventosa, in un arco temporale inimmaginabile che ha spaziato fra i 15 e i 20 anni. Davvero incredibile.

Mentre i campioni Slam del passato una volta superati i 30 anni difficilmente riuscivano a restare competitivi per più anni,– salvo rarissime eccezioni: Rosewall, Connors, Agassi su tutti – mentre  qualche straordinario campione come Borg o McEnroe ha smesso di giocare o di vincere già a 26 anni – questi tre hanno continuato a dominare il resto della concorrenza come se fosse la cosa più normale del mondo. E tutti a sorprendersi, a meravigliarsi con infinito stupore quando ciò, a uno dei tre, ma mai a tutti e tre insieme, non succedeva.

Nel conquistare il meritato appellativo di “fenomeni” i tre supercampioni non si sono limitati a registrare un record dopo l’altro pur dovendosi affrontare fra le 50 e le 60 volte in pazzeschi testa a testa, dopo essersi inseguiti come i celebri duellanti di Conrad ai tempi di Napoleone ai 5 angoli/continenti del mondo sulle più varie superfici. Ma tutti e tre hanno dato dimostrazione di formidabili e superiori doti tecniche, atletiche, caratteriali, intellettuali, morali, umane. Ho forse dimenticato un qualche aspetto?

A trovar loro un vero difetto, come campioni e come uomini, personalmente ho sempre fatto fatica. Anche perché li ho conosciuti tutti da vicino e fin da quando hanno cominciato a cogliere i loro primi stupefacenti successi, quasi imberbi, a 16 e 17 anni. Quando anche un “parvenu” del tennis avrebbe intravisto le loro eccezionali qualità. Personalità intelligenza, simpatia, resilienza, determinazione, avevano tutto fin da subito. Le si potevano scorgere a occhio nudo, senza farsi condizionare dalla semplice precocità.

Forse proprio Djokovic, il più giovane dei tre e colui che sembra destinato a restare sulla breccia più a lungo degli altri, è quello – anche per le sue posizioni NOVAX (peraltro coerenti al massimo, diversamente da chi ha presentato certificati falsi assolutamente imperdonabili) – che ha sollevato più casi controversi. Talvolta nemmeno interamente per sue responsabilità. Il background della sua famiglia, l’educazione, lo stile di vita, sono stati diversi da quelli di Federer e Nadal.

Eppoi lui è arrivato dopo di loro, quasi un intruso, in un mondo che tennisticamente si era diviso all’80% fra federeriani e nadaliani. Per conquistarsi un posto, ha dovuto farsi spazio fra loro, impossessandosi di quel 20% che era rimasto ai neutrali. E dovendo giocare dappertutto con folle di tifosi più ostili che amiche. In patria è diventato un simbolo, un eroe, un semiDio. Fuori no. E’ stata dura, molto più dura che per gli altri due fenomeni conquistarsi un suo pubblico, un suo status internazionale. Lo ha potuto fare nel solo modo che lo sport consente: i risultati. Risultati assolutamente straordinari. Pian piano ha battuto i suoi leggendari rivali più volte di quanto di avesse perso. Pian piano ha autorizzato i suoi estimatori a inserirlo nell’eterno dibattito sul GOAT, sul più forte giocatore di tutti i tempi.

Non si metteranno mai d’accordo i tifosi dei tre fenomeni. Tutti avranno buoni motivi per sponsorizzare il loro fenomeno d’elezione. Chi privilegerà un’epoca ad un’altra, una strong era a una weak era (e qualche vuoto pneumatico al top dei competitor c’è stato per tutti e tre), chi lo stile e l’eleganza, chi la forza e la garra, chi la completezza, chi una superficie o un’altra. E qualunque conclusione verrà raggiunta sarà sempre ingiusta. Anche perché se in uno stesso anno possono cambiare in maniera pazzesca le cose – pensate solo al 2016 con i primi 6 mesi di Djokovic e i secondi 6 mesi di Murray – e figurarsi da un anno all’altro – pensate al 2017 e ai 4 Slam divisi fra i “risorti” Federer e Nadal che molti avevano già dati per finiti – se si dovessero confrontare pacchetti di più anni, in cui sono magari cambiate le attrezzature, le superfici, ogni paragone fra epoche diverse condurrebbe a emettere verdetti assolutamente discutibili, comunque superficiali.

Oggi, e chiudo questo lunga premessa, i fan di Djokovic ebbri di gioia per i 22 Slam che hanno consentito a Nole di eguagliare i 22 di Rafa Nadal e di “staccare” definitivamente i 20 di Federer sembrano aver buon gioco a sostenere che chi vincerà più Slam a fine carriera potrà tappare la bocca a tutti gi altri pretendenti al GOAT.

Ma non è così. Ken Rosewall, cui abbiamo dedicato un bell’articolo in questi giorni, ha vinto 8 Slam ma ne ha dovuti saltare – perché professionista per 11 anni – ben 44. E Rod Laver, unico campione ad aver realizzato due volte il Grande Slam (1962 e 1969, a sette anni di distanza, i suoi migliori 7 anni…), ha vinto 11 Slam dovendo saltare 20 Slam fra il 1963 e il 1967. Non potevano essere loro i GOAT? I fenomeni del tennis non sono stati solo tre.

Quelle ultime due lettere, A e T,  stanno per ALL TIME. Se allora ALL TIME, per i motivi su esposti, non si può dire, limitiamoci allora a dire chi sia stato il miglior tennista del mondo anno per anno. E solo in quel caso è più probabile che non ci si sbagli, anche se – ripetendo l’esempio fatto poc’anzi – se si prende in esame un anno come il 2016 nel quale Novak domina i rimi sei mesi, Andy Murray i secondi sei, e il computer ATP assegna il numero uno year-ending a Murray perché vince la finale del Masters…beh anche in quel caso siamo così sicuri che il verdetto fosse così inequivocabile, inappellabile? Una sola partita può decidere chi sia il miglior tennista di tutto l’anno, solo perché lo dice un computer che – cito per l’ennesima volta Rino Tommasi – “sa far di conto, ma il tennis non lo capisce?”.

Vabbè, torno sulla finale e sulla superiorità disarmante di Djokovic perfino al termine di un match non immune da pecche, da errori evitabili, da nervosismi quasi inesplicabili come quello che lo ha colto a metà del secondo set quando avrebbe potuto continuare a gestire tranquillamente il match come aveva fatto fino ad allora.

Tsitsipas non poteva far molto di più, salvo che – nel tiebreak del secondo set – evitare quei quattro errori di dritto, il suo colpo migliore andato improvvisamente…in barca.

Ma Djokovic, che è indiscutibilmente da anni il miglior ribattitore del mondo – e qui, su questo giudizio, credo possano essere d’accordo perfino i tifosi di Federer e Nadal – era stato ingiocabile sui propri servizi. Fino a quel game in cui Tsitsipas è riuscito – sul 4-5 del secondo set-  a conquistarsi contemporaneamente sia la prima palla break che l’unico setpoint Djokovic, aveva lasciato al più temibile dei suoi avversari la miseria di sei punti nel primo set in cinque turni di battuta (la sola volta che Stefanos era arrivato a 30 però Novak era avanti già 3-1 e 40-0) e nel secondo set 5 punti nei quattro turni di servizioMai Tsitsipas era ancora arrivato a 40.

Ok? Bene: c’è arrivato in quel frangente e sulla pallabreak-setpoint che fa Djokovic? Prima di servizio e dritto vincente.

Poi un tiebreak giocato maluccio da entrambi, perché sul 4-1 per Nole frutto di tre minibreak seguiti a 3 inattesi errori di dritto di Tsitsipas Nole ha prima regalato un insolito rovescio per lui banalissimo e poi ha fatto anche il secondo doppio fallo del suo match. Ma sul 4 pari ecco di nuovo Tsitsipas, evidentemente teso come una corda di violino, sbagliare un quarto dritto! Djokovic non se l’è fatto dire due volte e dal 4 pari al 7-4 è stato un gioco da ragazzi.

Qualcuno poteva illudersi che dopo il toilette break e l’unico servizio perso da Nole all’inizio del terzo set le cose potessero cambiare? Forse neppure l’irriducibile Tsitsipas. 

Dal 2 a 2 in poi Djokovic – che ribadisco essere il miglior ribattitore del mondo – tiene per 4 volte consecutive il servizio a zero: 17 punti di fila (contando l’ultimo che gli aveva dato il 2-1 in un game vinto a 15). Cui seguiranno gli altri primi tre del tiebreak che decide l’ultimo tiebreak in cui, giusto per non illudere Tsitsi e le migliaia di fan greci che non smettevano di gridare “Tsitsipas, Tsitsipas” – mentre fuori dal centrale la stragrande maggioranza nel garden davanti al mega schermo era invece serba (mica facile procurarsi i biglietti…) – Djokovic sale sul 5-0, subisce dopo 20 punti conquistati con il servizio un mini-break, ma poco dopo chiude con un dritto vincente sul terzo matchpoint.

Sì, mi scuso, ho riscritto una cronaca che Cipriano Colonna aveva già scritto brillantemente chiudendola su Ubitennis nei 5 minuti successivi alla conclusione, ma solo per sottolineare come oggi perfino un Djokovic che ha giocato senza fare troppe cose straordinarie, è stato assolutamente ingiocabile in 12 turni di servizio su 14 (salvo che sul 4-5 e sul primo gae del terzo set) ed è sempre stato fortissimo – sì, proprio come sempre – quando doveva rispondere.

I suoi record li abbiamo già ricordati dappertutto. Non credo serva scriverli ancora, prima di cominciare a pensare a che cosa potrà accadere nel regno di Nadal al Roland Garros. Novak ha perso un solo set nel torneo, ma perché con Couacaud al secondo turno gli faceva male la coscia sinistra. Però se fossi stato a Melbourne tutti i suoi dieci trionfi, i 22, i 93, le 374 settimane da n.1 (verso le 377 di Steffi Graf) magari avrei trovato un modo per ricordarglieli in conferenza stampa.

Qua dico soltanto….davvero not too bad! carissimo fenomeno Djokodiecivic.

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Australian Open, doppio femminile: ancora Krejcikova/Siniakova, seconda affermazione consecutiva

La coppia ceca prosegue il proprio dominio, battuto il duo giapponese Aoyama/Shibahara

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Barbora Krejcikova e Katerina Siniakova – Australian Open 2023 (foto via Twitter @AustralianOpen)

Il resto del video, che qui potete vedere in anteprima, è disponibile sul sito di Intesa Sanpaolo, partner di Ubitennis.

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[1] B. Krejcikova/K. Siniakova b. [10] S. Aoyama/E. Shibahara 6-4 6-3

L’Europa dell’Est ha dominato nel singolare femminile, con la finale tra la kazaka Rybakina e la bielorussa Sabalenka, oltre alla n.1 del mondo polacca Iga Swiatek. Ma anche nel doppio, tra le ragazze, è l’oriente del vecchio continente a fare la voce grossa, con le ceche Barbora Krejcikova e Katerina Siniakova. Le due sono la coppia n.1 al mondo, e lasciano ben pocche chance di emergere alle avversarie, come dimostra il secondo trionfo di fila in Australia, nonché settimo in assoluto tra tutti i Major, con la vittoria allo scorso US Open che ha regalato anche il Golden Slam al duo della Repubblica Ceca. Nella finale odierna hanno battuto, soffrendo ma non in maniera eccessiva, la coppia tutta giapponese composta da Shuko Ayoama e Ena Shibahara, alla prima finale in coppia.

Nonostante l’esordio su un palcoscenico del genere, le tds n.10 non hanno completamente sfigurato (regalando anche qualche bel punto da ricordare). Dopo un primo set di adattamento, con break immediato di Krejicikova/Siniakova, mantenuto poi fino alla fine, per chiudere 6-4 senza ulteriori problemi, ben diversa è stata la storia nel secondo parziale. Di nuovo le n.1 del seeding hanno piazzato subito il sorpasso, per poi però farsi rimontare nel quarto gioco. Le giapponesi hanno provato a rimanere a galla, rimanendo attaccate fino al 3-3, regalando una partita agli spettatori presenti. Ma la maggior abitudine a certi livelli, nonché un chiaro gap di talento (Krejcikova è stata n.2 del mondo anche in singolare, Siniakova 31), hanno girato il match a favore delle ceche, che piazzando due break di fila nel settimo e nel nono game, dove hanno rimontato da 40-15, hanno portato a casa un torneo in cui mai realmente si sono avuti dubbi in merito a chi avrebbe trionfato.

Nella conferenza post gara non sono mancate le domande interessanti, una delle quali appunto riguardo l’esperienza e l’attitudine alle finali. “La differenza tra la prima finale Slam e ora vorrei dire che sono i nervi“, spiega Siniakova, “non conta quale match sia, in ogni modo tu sei nervosa. Ma in una finale Slam si sente sempre in maniera diversa. Pensando alla nostra prima finale Slam, ero totalmente nervosa, vorrei dirlo. Ma in ogni modo, anche se abbiamo avuto molte finali, provi sempre a pensarci, a pensare che è un’altra partita. Ti senti fiduciosa. Ero nervosa, non importa se fosse la quinta o la settima, non lo so. Ma ero nervosa“.

Oggi era un po’ meno nervosa Siniakova

La vittoria di oggi, inoltre, costituisce il quarto trionfo Slam di fila per Krejcikova e Siniakova, con la striscia iniziata allo scorso Wimbledon, che le porta ad un passo da un ulteriore pezzo di storia: se dovessero vincere anche il Roland Garros sarebbero detentrici di tutti e quattro gli Slam contemporaneamente, dunque compiendo il “non-calendar Grand Slam”, impresa recentemente riuscita a Djokovic tra il 2015 e il 2016. Lo si può definire certamente un obiettivo, per quanto Krejcikova non lo dichiari prettamente tale: “Per me, no. Penso che dobbiamo concentrarci sui prossimi impegni. Andremo entrambe a giocare in singolo in questo momento per cercare di migliorare, e ad un certo punto giocheremo un altro torneo insieme. Ci concentreremo solo su un torneo alla volta. E allora, sì, vedremo cosa ci riserverà il futuro“. Intanto possono godersi l’ennesimo lampante esempio di supremazia nel circuito del doppio femminile

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