L'azzardo di Wimbledon: ATP e WTA raccoglieranno il guanto di sfida?

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L’azzardo di Wimbledon: ATP e WTA raccoglieranno il guanto di sfida?

Wimbledon ha preso l’iniziativa: nel 1968 lanciò il tennis Open, ma in questo caso gli altri non hanno seguito. Le potenziali cause legali e la possibile reazione di ATP e WTA

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Daniil Medvedev - Wimbledon 2021 (credit to AELTC_Florian Eisele)
 

Non c’è dubbio che nella giornata di mercoledì l’All England Club abbia preso una di quelle decisioni che verranno ricordate negli anni a venire, a patto che non ci sia un rapidissimo dietrofront, al momento comunque molto improbabile. Se i posteri la considereranno buona o cattiva, quello lo deciderà la Storia nelle prossime settimane.

Nonostante la sua meritata reputazione di “ultimo bastione della tradizione”, fino ai limiti dell’anacronismo (si veda la strenua resistenza del bianco come unico colore da indossare per giocare a tennis), Wimbledon ebbe il merito nel 1968 di porre fine all’era dell’ipocrisia, quella nella quale si distinguevano i tennisti professionisti che prendevano soldi alla luce del sole da quelli dilettanti che li prendevano sotto banco, aprendo le porte al tennis Open. La decisione di escludere i tennisti russi e bielorussi dalla prossima edizione dei Championships in risposta alle atrocità perpetrate dalla Russia in Ucraina potrebbe avere un impatto simile, anche se di respiro sicuramente più ampio perché non coinvolge solamente il microcosmo del tennis, ma ha ramificazioni geopolitiche di non secondaria importanza.

La decisione del 1968 divenne la goccia che scatenò una reazione a catena da parte di tutti gli altri tornei del mondo, a partire da quelli dello Slam, che si accodarono a Wimbledon nel permettere ai professionisti di partecipare ai loro eventi, cambiando per sempre il volto del circuito tennistico mondiale. Forse nel buio della loro cameretta i dirigenti dell’All England Club speravano di essere seguiti dai loro “colleghi” nella stessa maniera, ma hanno evidentemente fatto male i conti. Solo la Lawn Tennis Association (la federtennis inglese), che per quasi il 90% è finanziata dai proventi di Wimbledon, ha deciso di appoggiare la decisione di bandire russi e bielorussi dai propri tornei, mentre il resto del mondo tennistico è rimasto alla finestra a osservare gli sviluppi oppure si è scagliato apertamente contro questa iniziativa, come hanno fatto prontamente ATP e WTA oltre ad alcuni giocatori di punta come Novak Djokovic.

 

La situazione venutasi a creare è certamente delicata e paragonata dal Daily Telegraph a una “guerra civile” del tennis, che oltretutto presta il fianco a sviluppi legali di non poco conto. Come era già stato sottolineato da varie testate nelle scorse settimane, l’All England Club, in qualità di “club privato”, ha uno status che lo pone maggiormente al riparo da rappresaglie legali nel caso in cui adotti misure apertamente discriminatorie (come certamente è questa) per regolare l’accesso alle proprie strutture e ai propri eventi. Non è questo il caso, invece, per la LTA, che potrebbe trovarsi in acque molto più agitate in un aula di tribunale, sia in quanto federazione sia in quanto detentrice di tornei all’interno dei due Tour.

Questa situazione pone anche gli altri Slam in una posizione leggermente diversa rispetto a Wimbledon: se da una parte è vero che anche gli altri tre Majors, essendo formalmente entità indipendenti, hanno una maggiore autonomia rispetto agli altri tornei dei Tour, dall’altra sono comunque di proprietà delle rispettive Federazioni nazionali (Tennis Australia, la FFT e la USTA) che sono associazioni non-profit orientate alla promozione del tennis e i cui statuti potrebbero mal sopportare l’emanazione di esclusioni apertamente discriminatorie come questa.

Non è difficile, in questo scenario, immaginare una serie di cause legali, individuali o di classe, che potrebbero far precipitare il tennis in una situazione di grande incertezza non dissimile a quella vissuta il gennaio scorso con la vicenda della partecipazione di Novak Djokovic all’Australian Open: ingiunzioni e contro-ingiunzioni a pochi giorni dall’inizio di un grande torneo che creerebbero il caos nei tabelloni inficiando senza dubbio la regolarità della competizione.

Nel suo commento alla vicenda, il tennis correspondent del Daily Telegraph, Simon Briggs, ha fatto opportunamente notare come al vertice dell’All England Club ci sono manager relativamente inesperti: dopo la recente dipartita dello storico presidente Phil Brook e dell’amministratore delegato di lungo corso Richard Lewis, alla plancia di comando del Club più prestigioso del mondo sono arrivati la 47enne Sally Bolton, che viene dal rugby e non ha grande esperienza tennistica, e il 74enne avvocato Ian Hewitt, che tra un anno dovrà lasciare la carica di presidente per raggiunti limiti di età. Tanto loro quanto il presidente della LTA Scott Lloyd non hanno le conoscenze e i contatti a livello internazionale che sarebbero stati opportuni in una situazione così delicata.

Per trovare una presa di posizione tanto radicale quanto impopolare da parte di un torneo dello Slam bisogna tornare indietro di due anni, quando nel pieno della pandemia di COVID-19 la Federazione Francese decise in maniera totalmente unilaterale di spostare il Roland Garros dalla primavera all’autunno, senza nessun tipo di coordinamento con ATP e WTA a livello di calendario e scatenando una catena di reazioni negative. Alla fine la devastazione provocata dalla pandemia nel solitamente rigidissimo programma annuale dei tornei fece ammorbidire la posizione nei confronti del Roland Garros, che comunque accettò di spostare il torneo una settimana avanti rispetto alle date che si era “accaparrato”, portando da una a due le settimane di distanza dallo US Open e portando comunque a casa la disputa del proprio torneo nonostante un numero molto esiguo di spettatori permessi sugli spalti a causa della seconda ondata di COVID-19.

Sulla questione Wimbledon ora bisogna vedere come risponderanno le altre parti in causa. I giocatori esclusi potrebbero passare per vie legali, con possibilità di successo che al momento sono piuttosto nebulose, ma non dubitiamo che possa esserci qualche studio legale londinese che sia disposto a buttarsi a pesce sulla questione, magari per farsi un nome. Come detto, al momento gli eventuali querelati potrebbero essere l’All England Club e la LTA, con il secondo in una posizione un po’ più traballante del primo per quanto già spiegato.

I due tour hanno emanato comunicati di fuoco a stretto giro di… internet (la posta non si usa più per questi scopi), usando senza mezzi termini le parole discriminazione ed etichettando la decisione come “ingiusta” e che rischia di creare “un pericoloso precedente” per il tennis.

A livello contrattuale, se un torneo ATP dovesse escludere un giocatore sulla base della sua nazionalità sarebbe in violazione del Regolamento ATP, regola 8.01B che sancisce come “i tornei si impegnano ad accettare le iscrizioni sulla base della Classifica ATP”, con l’unica eccezione consentita nel caso in cui il torneo si disputi in un Paese nel quale è necessaria la vaccinazione contro il COVID-19 come condizione per l’ingresso degli stranieri.

In caso di violazione sono previste sanzioni fino a 250.000 dollari e un “cambiamento di status del torneo, previa approvazione del Board ATP. Ciò significa che potrebbe essere intaccata la quantità di punti assegnata dai tornei stessi, fino ad essere potenzialmente azzerata.

Per quel che riguarda gli eventi WTA, nella Sezione XII del Regolamento, il punto C3 prevede le “pari opportunità”, specificando che il torneo deve “essere aperto a tutte le categorie di donne senza alcuna discriminazione”.

La pena per una violazione del regolamento potrebbe arrivare anche alla “squalifica” del torneo, ovvero la perdita della settimana in calendario e l’esclusione dal circuito WTA. Un caso analogo fu sul punto di verificarsi nel 2010 quando alla israeliana Shahar Peer fu negato il visto per partecipare al Dubai Duty Free Open in un periodo in cui la situazione nella Striscia di Gaza erano particolarmente calda. Alla fine l’intervento deciso della WTA a livello diplomatico risolse la situazione, anche se Peer fu costretta a giocare sempre sui campi secondari, con il pubblico tenuto a debita distanza, e a cambiarsi in spogliatoi separati per poter essere sempre controllata dalle guardie di sicurezza.

È evidente che l’unica arma a disposizione di ATP e WTA nei confronti di Wimbledon, oltre che degli altri tornei “ribelli”, sia quella della distribuzione dei punti. In quella che sarebbe a tutti gli effetti un’istanza di separazione (se non di divorzio), i due tour potrebbero “declassare” gli eventi che adottano pratiche discriminatorie e trasformarli in esibizioni, seppure ricchissime come Wimbledon che quest’anno distribuirà un prize money superiore ai 35 milioni di sterline (circa 42 milioni di euro). Proprio questa montagna di soldi dovrebbe mettere lo Slam londinese al riparo da un altro possibile boicottaggio simile a quello del 1973, quando 81 degli ammessi in tabellone, comprese 12 delle 16 teste di serie, decisero di non giocare per mostrare la loro solidarietà allo yugoslavo Niki Pilic, che era stato squalificato dalla sua federazione per non aver partecipato a un incontro di Coppa Davis.

Quell’episodio fu il seme che fece poi nascere la Association Tennis Professionals (ATP) che nacque come “sindacato” dei tennisti prima di trasformarsi nell’animale ibrido che conosciamo. Se il sentimento della maggior parte dei giocatori nei confronti di questo “ban” dovesse essere unanime, la claudicante Professional Tennis Players Association (PTPA) di Djokovic e Pospisil potrebbe approfittare di questo episodio per raccogliere consensi e ottenere un profilo superiore a quello marginale che ricopre oggi, anche se gli obiettivi dichiarati della associazione sono piuttosto differenti.

Tuttavia non sembra che arrivare al muro contro muro possa portare alcun vantaggio al tennis nel suo complesso: uno degli sport più divisi al mondo non ha certo bisogno di altri scismi, e soprattutto non ha bisogno di altri asterischi nel caso in cui Wimbledon 2022 non dovesse essere considerato valido per la classifica mondiale e il suo vincitore si trovasse fuori dai Top 10 o escluso dalle Nitto ATP Finals. La speranza è che la diplomazia riesca a prevalere. E non soltanto nel tennis.

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Miss Wightie, una vita all’attacco: la prima tennista che conquistò la rete

Dall’assolata California fino a Boston, ecco la storia di Hazel Hotchkiss Wightman, gran signora, campionessa e innamorata del gioco fino alla fine. Senza non avremmo avuto Bilie Jean King e Martina Navratilova

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Hazel Hotchkiss Wightman

Quando è troppo è troppo.

Dopo che avrete letto quel che mi è capitato l’anno scorso mentre mi trovavo negli Stati Uniti credo concorderete con me che sia giunto il momento di affiancare al tennis qualche altra passione.

Partiamo dal principio.

 

C’è una località a circa sei miglia da Boston in cui fra fine estate e l’autunno dolci alture e fitti boschi stingono dal verde a mille tonalità di ruggine e giallo.

Si chiama Chestnut Hill, la collina dei castagni. Qui dal 1850 in poi grandi lotti di terreno vennero venduti tutti in una volta alle più facoltose famiglie del circondario ed esse provvidero a costruirvi grandi magioni di campagna. L’adozione degli stili più in voga al tempo come lo Shingle di pietra e ciottoli e il Neocoloniale con i suoi ampi portici donò all’insediamento un’armonia estetica e naturale che dura ancora oggi.

I lunghi viali alberati costeggiati da siepi rigogliose e prati lasciano intravvedere solo scorci di quelle storiche e imponenti abitazioni. In questi luoghi sospesi a metà fra i quadri di Thomas McKnight e la foresta di Sherwood prese sede nel 1922 il Longwood Cricket Club. Fondato 45 anni prima in contemporanea con l’edizione inaugurale di Wimbledon, negli Stati Uniti è uno dei templi del tennis. I suoi campi affiancati di verde prato videro i pionieri del gioco importato da Mary Outerbridge, la prima Davis nel 1900 e tre anni dopo i fratelli Doherty giocarne i singolari decisivi a pochi metri di distanza l’uno dall’altro contro Larned e Wrenn. Fra le sue mura si respira storia, chiudendo gli occhi si può ancora avvertire il sommesso fruscio di flanelle e l’aroma di tè e tabacco, mentre attutito giunge il suono di una pallina che colpisce corde rigorosamente in budello.

Wham, Bang,

I colpi che sento però non provengono dall’avito luogo.

Esco in Hammond Street e lasciandomi alle spalle le persiane verdi dell’elegante club house color avorio ecco che questi si fanno più forti.

Wham, Bang,

Wham, Bang,

Dopo qualche centinaio di metri, a un paio di profondi lob di distanza, attraversato un ponte di vecchio metallo rivettato e ingentilito da siepi, si incrocia Suffolk Road.

Ora il ritmo è martellante e regolare, come quello di un grande cuore che batte.

Wham, Bang,

Wham, Bang,

Wham, Bang.

Il rumore proviene da un enorme garage doppio di solide mura, con il tetto appuntito decorato da tegole di pietra marrone, che sta accanto a una grande villa gialla.

Mi azzardo ad entrare.

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L’ultimo scambio del coach dei coach: addio a Nick Bollettieri

A 91 anni, ci lascia il più grande coach della storia del tennis. La sua Tennis Academy, fondata nel 1978, ha cambiato per sempre il modo di approcciare al tennis professionistico

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Si è spento a 91 anni Nicholas James Bollettieri, meglio noto come Nick. Figlio di immigrati italo-americani, è stato il coach che più di tutti ha saputo cambiare l’approccio dei giocatori al tennis professionistico. Una vita dedicata a giovani tennisti talentuosi, che lo ha visto trascurare la propria vita privata, in cui si contano ben 8 mogli diverse e 7 figli, per dedicarsi al mestiere di “allenatore di tennis”, sebbene non abbia mai giocato un torneo in tutta la sua vita.

Laureato in filosofia, inizia la sua avventura nel mondo del tennis nei primi anni Settanta, diventando il direttore delle attività agonistiche al Dorado Beach Hotel a Porto Rico, di proprietà dei Rockefeller. Nel 1978 apre la sua Tennis Academy a Bradenton, in Florida – ora di proprietà della IMG. La vera rivoluzione introdotta da Bollettieri è stata quella di trasformare l’accademia in un luogo simile a college americano: i suoi allievi erano invitati a vivere all’interno dell’impianto, dove erano a loro disposizione campi da gioco aperti a tutti le ore, affiancati dall’offerta di numerosi corsi di studio compatibili con gli allenamenti. Secondo Nick, l’amore e la passione per il gioco erano l’elemento cardine per ambire alle vette della classifica mondiale. La sua lungimiranza gli ha permesso di capire, prima degli altri, la direzione futura del tennis: si può lecitamente considerare l’ideatore del power tennis, basato sulla potenza e la forza degli scambi da fondo campo. Forse, in fondo, più che capire in che direzione stava andando il tennis, è lui stesso ad averne indicato la strada.

Ben 12 dei suoi allievi hanno raggiunto la vetta delle classifiche ATP e WTA: Andre Agassi, Jim Courier, Marcelo Rios, Pete Sampras, Jennifer Capriati, Jelena Jankovic, Martina Hingis, Monica Seles, Maria Sharapova e le sorelle Williams.

 

È l’uomo che impose ad Andre Agassi il rovescio a due mani perché, secondo lui, era il colpo migliore per vincere i grandi tornei: in un tennis sempre più rapido, il rovescio a una mano sarebbe diventato un problema. Lo stesso Agassi, nella sua biografia Open, ha parlato molto degli allenamenti alla Bollettieri Academy, criticando aspramente i metodi utilizzati, a suo dire, troppo duri. Anche oggi, chi sceglie di varcare la soglia dell’Accademia deve accettare rigide regole che coinvolgono tutti gli aspetti della vita: dall’alimentazione allo studio, dalla fatica fisica alla preparazione mentale.

Bollettieri è stato anche il primo ad applicare il concetto di mental coaching e a dare risalto all’aspetto mentale dei giocatori. A Milano, nel 2015, in occasione della presentazione della sua ultima fatica editoriale, Bollettieri su Sharapova e Seles aveva detto Nessuna delle due era un’atleta, ma erano entrambe forti mentalmente”.

La sua formula per essere un ottimo coach Capire chi sono i tuoi allievi, anche le loro manie. Non si tratta di insegnare a colpire una palla, ma aiutare i giocatori 24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana, 365 giorni all’anno”.

Nick ci lascia con una grande eredità che, siamo certi, non sarà lasciata cadere nel vuoto. Dopo aver letto o ascoltato le sue parole, si rimane con la sensazione di aver assistito a una vera lezione di vita che si adatta bene a qualsiasi contesto dell’esistenza umana, non solo all’interno del rettangolo da gioco E come diceva lui stesso, “tutte le persone grandi nella vita devono fare errori, se non commetti errori non puoi diventare una grande persona”.

Buon viaggio Nick.

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Una contro tutte: Chris Evert ed Evonne Goolagong

Dal 1975, 28 giocatrici hanno occupato la prima posizione del ranking mondiale: ripercorriamo le loro storie. Le prime due furono Chris Evert ed Evonne Goolagong

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Dopo la rubrica UNO CONTRO TUTTI” dedicata ai numeri uno della storia ATP di Remo Borgatti, vi proponiamo anche la versione WTA a cura di Viola Tamani: UNA CONTRO TUTTE. Primo episodio dedicato alle carriere di Chris Evert ed Evonne Goolagong


Il tennis mi ha aiutato a darmi un’identità e mi ha reso qualcuno. Christine Marie Evert

Con due anni di ritardo rispetto ai colleghi uomini, dal 3 novembre 1975 anche il circuito femminile fu dotato di una classifica computerizzata che permise di definire l’accesso ai diversi tornei, fino ad allora a discrezione degli organizzatori. Il primo nome che uscì da questi complessi calcoli fu quello della statunitense Christine Marie Evert, a tutti nota come Chris. Nata nel 1954 a Fort Lauderdale, in Florida, iniziò a giocare a tennis nel campo comunale in terra rossa della sua città natale a soli 5 anni.

 

Il padre, Jimmy Evert, era un maestro di tennis e iniziò al tennis tutti e cinque i suoi figli – tutti vincitori dei National Juniors Championship -, forse ignaro di avere tra la progenie la futura stella del tennis americano.

Il primo grande exploit fu durante un piccolo torneo in North Carolina nel 1970. A soli 15 anni, Chris sconfisse l’allora numero uno Margaret Court in due tie-break. L’anno seguente, quando gli US Open si giocavano ancora sull’erba di Forest Hills, Evert infilò una serie di inaspettate vittorie che le consentirono di giocare la sua prima semifinale Slam, contro Billie Jean King. La stessa King ha detto di lei: “Chris non gioca game o set, ma solamente punti”.

Evert fu l’artefice di una piccola rivoluzione tennistica; fu la prima ad utilizzare il rovescio a due mani che, nella mente del padre-coach, avrebbe dovuto essere una soluzione temporanea: infatti Chris, alle prime armi con la racchetta, era troppo piccola e minuta per colpire con una sola mano. Crescendo, decise di non abbandonarlo e anzi, ne fece il suo marchio di fabbrica. Ad oggi, più dell’80% delle top 100 usa il rovescio bimane. Degli insegnamenti di suo padre, dirà lei stessa, ha osservato sempre tre fondamenti che la accompagnarono per tutta la carriera: porta la racchetta dietro, affiancati, fai sempre passo avanti quando colpisci.

Il dominio di Evert fu pressoché incontrastato fino al 1982. Dal 1975 al 1978 conservò la prima posizione del ranking, ceduta per sole due settimane nell’aprile del 1976 all’australiana Evonne Goolagong.

La carriera di Evert è costellata di record. Nel triennio 1975-1977 vinse le uniche tre edizioni degli US Open tenutesi sull’Har-Tru, la terra verde americana. Ed è proprio sulla superficie più lenta, la prima su cui iniziò a giocare da bambina, che Chris Evert ottenne i suoi migliori risultati. A soli 19 anni, vinse il primo dei sette Roland Garros, del quale detiene il record di vittorie.

L’altro record mai eguagliato è quello della sequenza di 125 vittorie consecutive ottenute sulla stessa superficie, la terra, per un totale di ben sei anni da imbattuta (1973-1979). Ha vinto almeno una prova dello Slam per tredici anni consecutivi dal 1974 al 1986. Ha vinto oltre il 90% delle gare disputate (1304 su 1448 incontri disputati) secondo i dati della WTA.

Raggiunge la finale del Master di fine anno per sei anni consecutivi dal 1972 al 1977, perdendo solo due volte dall’australiana Evonne Goolagong nel 1974 e nel 1976. Per 13 anni, dal 1974 al 1986 ha occupato la prima o la seconda posizione del ranking. Ma la carriera di un grande atleta non sta solo nei record.

Jimmy Connors e Chris Evert (Art Seitz)

Questi primi anni ’70 furono per Chris di grande ascesa mediatica: era la sportiva più riconosciuta al mondo e, oltre alle vittorie in campo, un fattore che influì sulla sua popolarità è la felice relazione con il connazionale Jimmy Connors. I due nell’estate del 1974 vincono i rispettivi titoli di singolare a Wimbledon, con il tennis americano al massimo della sua espressione. Sfortunatamente però questo matrimonio non s’ha da fare.

Dal 1979 la si trova in campo col nome di Chris Evert-Lloyd, dopo aver preso il cognome del marito, anche lui tennista. Inizia in questo torno di anni una delle rivalità più seguite e amate del pubblico nello sport. Con Martina Navratilova. Nessuna altra rivalità nella storia del tennis ha visto opporsi i due contendenti per così tanto: le due si affrontarono in 80 occasioni. Praticamente in tutte le fasi finali dei tornei! Si scontravano due tipologie di giocatrice opposte: da un lato Chris consistente e paziente, impeccabile e abile a gestire la pressione; dall’altro Martina emozionale, sentimentale, coinvolgente col pubblico. Anche a livello personale, la percezione mediatica delle due è opposta. Evert incarnava perfettamente la figura della “ragazza della porta accanto”, la figlia e la moglie che tutti desideravano. Navratilova era l’estroversa e la ribelle, anche a causa della sua scelta politica di prendere le distanze dal comunismo, e acquisire la nazionalità americana.

Tra la primavera del 1975 e la fine del 1977 Evert vinse 15 dei 17 match disputati contro la cecoslovacca naturalizzata statunitense; in generale dal 1973 al 1982 Evert ha avuto la meglio sull’avversaria ma nel biennio ‘83-‘84 ha subito ben 13 sconfitte consecutive.

Il coach del marito John, Denis Ralston, iniziò a seguire anche Chris. L’unico modo per arginare la potenza di Navratilova era ricorrere al serve-and-volley. La finale del Roland Garros 1985 è uno dei match più belli della storia del tennis femminile. In tre lottatissimi set, Evert batte 6-3 6-7 7-5 l’avversaria di sempre ed agguanta, per l’ultima volta nella sua carriera la prima posizione mondiale.

Fin da giovanissima, le viene attribuito il soprannome The Ice Maiden: imperturbabile nelle espressioni facciali, quasi priva di emozioni come il ghiaccio; mentre Maiden sta ad indicare l’innocenza di una giovane donna, ma in lingua scozzese, è anche una rudimentale ghigliottina. Le straordinarie capaci mentali di Evert furono chiare fin dal secondo turno dello US Open del 1971 quando vinse, salvando addirittura 6 match point, ribaltando un pesante 4-6 5-6 e 0-40 contro la connazionale Mary Ann Eisel.

La sconfitta certamente più dolorosa da numero 1 del mondo è stata la semifinale del Roland Garros del 1981 persa in due set da Hana Mandlikova, tennista di Praga ma naturalizzata australiana, che la sconfisse nuovamente nel 1985 allo US Open. Nella sua carriera, Evert ha giocato 34 finali Slam, perdendone 16 delle quali 7 solo a Wimbledon, lo Slam in cui ha raccolto meno vittorie (solo 3 affermazioni ai Championship). Come detto, il biennio ’83-’84 fu per Chris, il momento più difficile di tutta la carriera. Stabile al secondo posto del ranking, subì la superiorità di Martina Navratilova che le inflisse anche le due peggiori sconfitte nelle finali Slam: allo US Open ’83 e al Roland Garros ’84, Evert raccolse solo 4 game (6-1 6-3 6-3 6-1).

La dolcezza dei tratti, la bellezza femminile ed elegante di Chris erano in netto contrasto con l’aggressività e l’imperturbabilità del suo volto durante le partite. Uno spirito guerriero sorprendente se si considera che, alla stessa età, a 30 anni, quando Evert decide di passare alla grafite (la sua rivale Navratilova era passata alla nuova tecnologia l’anno prima), un’altra straordinaria atleta come Steffi Graff decideva di ritirarsi. La carriera di Evert si conclude ufficialmente nel 1989.

Nei primissimi anni della sua carriera da professionista, iniziata nel 1973, la sua più grande rivale fu l’australiana Evonne Goolagong. Nata da una famiglia aborigena, ha qualcosa in comune con l’ultima campionessa australiana, Ashleig Barty. Oltre a condividere un’ascendenza comune, entrambe da piccole si sono cimentate nel cricket. A soli 19 anni, nel 1971 vinse il torneo di Wimbledon, diventando la prima tennista aborigena a vincere uno Slam. È diventata mamma nel 1976 e due anni dopo ha vinto gli AUS Open: non accadeva dal 1914. La sua carriera terminò nel 1982. Fu la prima atleta di colore a vincere uno Slam e a diventare la numero 1 del mondo, segnando così i sogni e la carriera di tante giovani atlete dopo di lei.

Evonne Goolagong (foto via Twitter, @Wimbledon)

SCONFITTE DA NUMERO 1 SUBITE DA CHRIS EVERT

1976M. Navratilova – EVERT6-3 6-4Houston
1976D. Fromholtz – EVERT2-6 6-2 6-3Boston
1976E. Goolagong – EVERT6-3 7-6Philadelphia
1976E. Goolagong – EVERT6-3 5-7 6-3Los Angeles
1976V. Wade – EVERT6-2 6-2Londra
1977M. Navratilova – EVERT6-2 6-3Washington
1977V. Wade – EVERT6-3 6-4San Francisco
1977V. Wade – EVERT6-1 4-6 6-2Wimbledon
1978E. Goolagong – EVERT4-6 6-1 6-4Boston
1978M. Navratilova – EVERT6-4 4-6 9-7Eastbourne
1978M. Navratilova – EVERT2-6 6-4 7-5Wimbledon
1979G. Stevens – EVERT6-2 6-3Florida
1979M. Navratilova – EVERT6-4 6-4Dallas
1979S. Barker – EVERT6-3 6-1Boston
1979M. Navratilova – EVERT6-4 6-4Wimbledon
1980M. Navratilova – EVERT7-6 6-2Tokyo
1981H. Mandlikova – EVERT7-5 6-4Roland Garros
1981T. Austin – EVERT6-1 6-4Toronto
1981M. Navratilova – EVERT7-5 4-6 6-4US Open
1981M. Navratilova – EVERT6-3 6-2Tokyo
1981M. Navratilova – EVERT6-7 6-4 7-5AUS Open
1981T. Austin – EVERT6-1 6-2East Rutherford, NJ
1982A. Jaeger – EVERT7-6 6-4California
1982A. Jaeger – EVERT6-1 1-6 6-2Hilton Head
1982A. Jaeger – EVERT6-3 6-1Roland Garros
1982M. Navratilova – EVERT6-1 3-6 6-2Wimbledon
1985M. Navratilova – EVERT4-6 6-3 6-2Wimbledon
1985H. Mandlikova – EVERT4-6 6-2 6-3US Open

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