Wimbledon: l'ATP a un passo da togliere i punti ai Championships 2022

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Wimbledon: l’ATP a un passo da togliere i punti ai Championships 2022

I giocatori chiedono all’ATP di prendere posizione contro l’esclusione di atleti russi e bielorussi. Wimbledon potrebbe diventare una ricchissima esibizione

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Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)
 

Quando l’All England Club aveva reso nota la sua decisione di impedire la partecipazione alla prossima edizione di Wimbledon agli atleti russi e bielorussi in risposta alle atrocità perpetrate in Ucraina dall’esercito russo, si era capito subito che l’azione avrebbe potuto avere serie ripercussioni nel mondo del tennis e non solo.

Con i Championships ai nastri di partenza tra poco più di sei settimane sembra che i nodi stiano per venire al pettine: secondo molteplici fonti, solitamente ben informate, il Consiglio dei giocatori dell’ATP (Players Council) ha chiesto formalmente al Consiglio di Amministrazione dell’ATP (ATP Board) di non assegnare punti al prossimo torneo di Wimbledon e ai tornei patrocinati dalla LTA (Lawn Tennis Association, la federazione tennis britannica) che hanno deciso di non permettere la partecipazione di alcuni atleti sulla base della loro nazionalità. Nelle prossime 48 ore il Board dovrà decidere se ratificare o meno questa decisione: il Board è composto da tre rappresentanti dei giocatori, che sicuramente voteranno a favore, più tre rappresentanti dei tornei e dal Presidente Andrea Gaudenzi, che verrebbe chiamato a rompere l’equilibrio nel caso di una parità nella votazione.

Secondo quanto riportato da Simon Briggs sul Daily Telegraph, i rappresentanti dei tornei saranno chiamati a esprimere un voto che potrebbe metterli direttamente contro il più importante torneo del mondo, che però non fa formalmente parte del circuito ATP e che, in qualità di evento gestito da un club privato, gode comunque di un elevato grado di autonomia per quanto concerne regole di ammissione. Molto più delicata al momento sembra la situazione dei tornei sotto il controllo della LTA, tra cui anche quello che si disputa al Queen’s Club e che ha Matteo Berrettini come campione uscente, oltre a quella della LTA stessa, che potrebbe vedersi affibbiare pesanti multe oltre a potenzialmente perdere gli “slot” assegnati ai propri tornei nel calendario.

 

La decisione dell’ATP dovrebbe arrivare tra pochi giorni, e la WTA sembra orientata a seguire la stessa strada che trasformerebbe Wimbledon in una gigantesca esibizione. Dopo l’eliminazione dei punti assegnati alla Coppa Davis e ai Giochi Olimpici nel 2016, questa sarebbe il più significativo terremoto a livello di distribuzione punti nel tennis moderno, almeno dopo la sparizione del circuito WCT che fino alla fine degli anni ’80 regalava spettacolo e grandi partite nei propri tornei (incluse le finali a otto in programma a Dallas) ma non punti per la classifica mondiale.

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Una contro tutte: Martina Navratilova e Tracy Austin

Dal 1975, 28 giocatrici hanno occupato la prima posizione del ranking mondiale. Ripercorriamo le storie di Martina Navratilova e Tracy Austin

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Martina Navratilova con il trofeo di Wimbledon (Credits: @usta on Twitter)

Dopo la rubrica UNO CONTRO TUTTI” dedicata ai numeri uno della storia ATP di Remo Borgatti, vi proponiamo la versione WTA a cura di Viola TamaniUNA CONTRO TUTTE. Qui trovate il primo episodio dedicato alle carriere di Chris Evert ed Evonne Goolagong

La storia di Martina Navratilova sembra essere uscita da un romanzo. Quella sportiva non meno che quella personale, sempre strettamente intrecciate quando si parla di campioni di questo calibro. La nascita in un paese socialista nell’orbita dell’Unione Sovietica, la decisione di deferire la sua casa natale, il maggior numero di titoli vinti nella storia del tennis dell’Era Open. Ma andiamo con ordine.

Nata nel 1956 a Řevnice nella Cecoslovacchia governata da una dittatura di stampo comunista, iniziò a giocare a tennis a 7 anni utilizzando la vecchia racchetta di sua nonna; con il manico troppo grande per la sua piccola mano, Martina giocava il rovescio a due mani e si allenava palleggiando contro il muro. Lei stessa ha rintracciato nell’origine in questi suoi arbori tennistici giocati contro l’avversario che non sbaglia mai, uno dei suoi tratti caratteristici nel gioco: l’abilità di giocare al volo.

 

Il suo patrigno, Miroslav Navratil, fu il suo primo insegnante di tennis. Fu presto necessario spostarsi nella capitale Praga per permettere all’acerbo talento di sbocciare e vincere, a soli 15 anni, i Campionati nazionali cecoslovacchi. A sedici anni mosse i primi passi nel mondo professionistico, fino al primo titolo conquistato ad Orlando in Florida nel 1974.

L’anno seguente è uno spartiacque per la sua vita privata. Il regime comunista in Cecoslovacchia obbligava tutti i suoi cittadini a richiedere un permesso dal governo per lasciare il paese; un permesso che faticava ad arrivare alla giovane Martina, perché si trattava di recarsi nel paese nemico del blocco sovietico in piena Guerra Fredda, gli Stati Uniti. Oltremare si tenevano la maggior parte dei tornei, con un circuito a sé stante, e l’ambiziosa tennista dell’Est Europa era ben conscia della necessità di poter viaggiare e muoversi liberamente per raggiungere alti obiettivi nel tennis. Appena maggiorenne, Martina si recò presso gli uffici dell’Immigration and Naturalization Service di New York comunicando la sua intenzione di defezionare dal regime comunista del suo paese. Le venne concessa la Green Card e solo nel 1981 ottenne ufficialmente la cittadinanza americana.

Si trattò di una scelta coraggiosa perché, come ricorda lei stessa, andarsene ha significato abbandonare la propria famiglia e il proprio paese senza sapere se e quando avrebbe potuto rivedere i suoi affetti. Rivedrà la nonna, colei che le aveva trasmesso la passione per il tennis, 11 anni dopo per giocare. Ma su questo, torneremo più avanti.

 La nuova vita sul suolo statunitense le permise anche di fare coming-out, diventando la prima tennista a dichiarare il proprio orientamento sessuale e un’icona per il movimento LGBT.

Martina Navratilova e Chris Evert – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Al contrario della sua rivale Chris Evert, come raccontato nell’articolo a lei dedicato, la mancina Navratilova abbandonò il rovescio a due mani, omologandosi e imparando a giocare il rovescio a una mano. Il suo stile, in opposizione a Evert, era molto aggressivo con un frequente utilizzo del serve&volley che toglieva tempo alle proprie avversarie. Non a caso, il suo tennis si esprimeva al massimo sulle superfici veloci e in particolare l’erba: vinse 20 titoli, tra singolare (9, un record) e doppio a Wimbledon.

Sì, perché Navratilova era anche un’ottima doppista. Se nei primi anni di carriera, la partner cambiava spesso (Chris Evert, Billie Jean King, Betty Stove), fu il sodalizio con la connazionale Pam Shriver a decretare il suo dominio anche in questa specialità. Fu numero 1 del ranking di doppio per oltre tre anni a partire dal 1980. A fare l’elenco dei suoi record, si rischia di lasciare qualcosa indietro. È la giocatrice ad aver vinto più titoli nella storia del tennis dell’Era Open: 344 titoli (59 Slam, 18 in singolare e 31 in doppio) di cui 167 in singolare e 177 in doppio.

L’unica atleta ad aver completato il Super Slam – aver vinto tutte le prove del Grande Slam in tutte le categorie, insieme alle WTA Finals e alla Fed Cup. A livello femminile, ha conseguito il maggior numero di vittorie consecutive, 74 fino al novembre 1984. È anche la più anziana giocatrice ad aver vinto uno Slam: nel 2006 a quasi 50 anni, Martina in coppia con Bob Bryan si è aggiudicata il titolo nel doppio misto e ha dato l’addio al tennis giocato.

Dopo la pesante sconfitta incassata contro Chris Evert per 6-0 6-0 nella finale del torneo di Amelia Island nel 1981, Martina dovette scontrarsi con la dura realtà: per battere la rivale di sempre, era necessario lavorare sul potenziamento fisico. La perdita di peso ma soprattutto il duro lavoro per aumentare la resistenza e la potenza fisica le consentirono di ribaltare le sorti di questa rivalità, dominando gli scontri diretti nel biennio ’83-’84.

Raggiunge per la prima volta la posizione n. 1 del ranking nel luglio 1978 grazie alla vittoria su Evert a Wimbledon; ma è dal 1982 che Navratilova sovrasta le sue avversarie e mette fine al dominio della dolce Chrissy. Dal giugno 1982 resta in vetta alla classifica mondiale per 239 settimane: in tutto il 1983 Navratilova perse una sola partita, al Roland Garros contro Kathy Horvath e nel 1984, solamente due sconfitte nell’intera stagione. Dal novembre 1985 all’agosto 1987 le settimane furono 331. Seconda solo a Steffi Graf.

Piena di significati, politici e personali, fu la vittoria in Fed Cup nel 1986. La finale si giocava a Praga: Cecoslovacchia contro Stati Uniti. Da poco più di un anno Martina aveva ottenuto la cittadinanza americana e con essa, la possibilità di rappresentare il paese a stelle e strisce nella competizione a squadre. Da ben 11 anni non tornava nel suo paese d’origine. Nelle sue parole, ricordando questo avvenimento, si riesce a leggere tutta la sofferenza di una giovane donna costretta a lasciare il proprio paese per seguire il suo sogno. Rivide la nonna, quella che le aveva messo in mano la prima racchetta, che venne a mancare qualche mese più tardi, i suoi amici e i suoi affetti. Vinse due incontri: il singolare contro Hana Mandlikova e il doppio in coppia con Pam Shriver.

Tracy Austin

La quarta giocatrice a mettersi in vetta al ranking fu Tracy Austin. Classe ’62 di Palos Verdes, nel 1980 fu capace di conquistare 12 titoli che le consentirono di restare al n. 1 per un totale di 22 settimane (2 settimane in aprile e 20 da luglio a novembre). Vinse due titoli Slam, entrambi agli US Open. Il primo titolo, nel 1979, fu conquistato a soli 16 anni e 9 mesi battendo in due set Chris Evert. Nella finale del 1981 ebbe la meglio su Martina Navratilova in tre set durissimi (1-6 7-6 7-6).

È sicuramente una delle atlete più sfortunate della storia del tennis moderno. Numerosi guai fisici, specialmente alla schiena, non le permettono di avere continuità nel suo gioco. A soli 21 anni nel 1983 prese la difficilissima decisione di ritirarsi, consapevole che i problemi fisici non le permettevano più di mantenere il suo miglior livello di gioco.

A 26 anni, tornò a giocare solamente in doppio dove vinse 7 titoli, ma di nuovo la sua carriera venne interrotta a causa di un serio incidente stradale in cui rischiò di perdere la vita. Tra il 1993 e il 1994 tentò un nuovo ritorno, purtroppo senza successo. Si ritirò definitivamente con all’attivo 7 titoli del Grande Slam: 2 in singolare, 4 in doppio femminile e uno (Wimbledon) in doppio misto.


SCONFITTE DA NUMERO 1 SUBITE DA MARTINA NAVRATILOVA

1978P. Shriver – NAVRATILOVA7-6 7-6US Open
1978C. Evert – NAVRATILOVA7-6 0-6 6-3Atlanta
1978R. Marsikova – NAVRATILOVA6-3 7-6Oldsmar
1978C. Evert – NAVRATILOVA6-3 6-3Palm Springs
1978C. Evert – NAVRATILOVA7-5 6-2Tokyo
1979T. Austin – NAVRATILOVA6-3 6-2Washington
1979C. Evert – NAVRATILOVA6-3 6-4Los Angeles
1979W. Tumbull – NAVRATILOVA6-4 1-6 6-4Detroit
1979B.J. King – NAVRATILOVA6-1 6-2Chichester
1979C. Evert – NAVRATILOVA7-5 5-7 13-11Eastbourne
1979D. Fromholtz – NAVRATILOVA1-6 6-3 6-1Minneapolis
1979T. Austin – NAVRATILOVA7-5 rit.Minneapolis
1979T. Austin – NAVRATILOVA6-2 6-0Filderstadt
1979T. Austin – NAVRATILOVA6-2 6-1Tokyo
1980B.J. King – NAVRATILOVA6-1 6-3Houston
1980T. Austin – NAVRATILOVA6-2 2-6 6-2WTA Finals
1980B. Stove – NAVRATILOVA6-3 3-6 7-5Eastbourne
1980C. Evert – NAVRATILOVA4-6 6-4 6-2Wimbledon
1982P. Shriver – NAVRATILOVA1-6 7-6 6-2US Open
1982C. Evert – NAVRATILOVA6-3 2-6 6-3AUS Open
1983K. Horvath – NAVRATILOVA6-4 0-6 6-3Roland Garros
1984H. Mandlikova – NAVRATILOVA7-6 3-6 6-4Oakland
1984H. Sukova – NAVRATILOVA1-6 6-3 7-5AUS Open
1985C. Evert – NAVRATILOVA6-2 6-4Key Biscayne
1985H. Mandlikova – NAVRATILOVA7-6 6-0Princeton
1985C. Evert – NAVRATILOVA6-3 6-7 7-5Roland Garros
1986K. Jordan – NAVRATILOVA5-7 6-3 7-6Oakland
1986S. Graf – NAVRATILOVA6-2 6-3Berlino
1986C. Evert – NAVRATILOVA2-6 6-3 6-3Roland Garros
1987H. Mandlikova – NAVRATILOVA7-5 7-6AUS Open
1987S. Graf – NAVRATILOVA6-3 6-2Key Biscayne
1987C. Evert – NAVRATILOVA3-6 6-1 7-6Houston
1987G. Sabatini – NAVRATILOVA7-6 6-1Roma
1987S. Graf – NAVRATILOVA6-4 4-6 8-6Roland Garros
1987H. Sukova – NAVRATILOVA7-6 6-3Eastbourne
1987C. Evert – NAVRATILOVA6-2 6-1Los Angeles

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Resto del mondo, tra Laver Cup e belle vittorie, torna ad alzare la testa. Il dominio europeo resiste, ma inizia a scricchiolare

Il Canada vince la Coppa Davis, un americano torna in semifinale Slam dal 2018, un giapponese vince un torneo dopo oltre 3 anni. La ricca esibizione è solo l’ennesimo indizio che qualcosa, al di là dell’oceano, sta tornando a muoversi

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Team World festeggia la vittoria della Laver CUp 2022 (Twitter @LaverCup)

Che la Laver Cup sia un’esibizione, carina e spettacolare, è sotto gli occhi di tutti, e che al contempo i match in essa disputati vadano considerati con il giusto peso, appare ancor più scontato. Ma quanto accaduto nell’edizione 2022, è a suo modo storico (e non solo perché ha segnato l’addio al tennis di Roger Federer): infatti, per la prima volta in cinque edizioni, non è lo strafavorito Team Europe a vincere, bensì l’arrembante e spumeggiante Team World. Lì dove Raonic, Anderson, Del Potro e Isner avevano fallito, Fritz, Auger-Aliassime, Tiafoe e De Minaur hanno trionfato.

I giocatori inizialmente elencati, per primi hanno dovuto convivere con la quasi imbattibilità degli europei nel tennis degli anni ’10, facendo da apripista a una nuova generazione di tennisti d’oltreoceano che finalmente sta iniziando ad alzare la voce. Milos, Delpo e Kevin hanno dovuto combattere contro troppi infortuni, che hanno portato al ritiro due dei tre – con Raonic ufficialmente ancora attivo, che non gioca una partita dal 26 luglio 2021. Ma senza l’ex n.3 al mondo, difficilmente il Canada avrebbe iniziato a porre importanti basi nel mondo del tennis che l’hanno portata alla vittoria della Coppa Davis 2022, con la squadra guidata da Felix Auger-Aliassime e Denis Shapovalov. E proprio Felix, insieme a Taylor Fritz, ha scritto una nuova pagina della storia del tennis extraeuropeo: per la prima volta dal 2018, infatti, c’è più di un giocatore d’oltreoceano in top 10 a fine anno (allora furono addirittura quattro, di cui Del Potro e Anderson in top5, oltre a Nishikori e Isner).

Ma al di là del rilancio ai piani alti del tennis, il movimento nel resto del mondo sta iniziando a riemergere anche a livelli medio-alti, di top 30-35, e di vittorie di titoli nel tour. Infatti 8 giocatori tra Argentina, Australia (arrivata tra l’altro in finale Davis, la prima senza squadre europee dal 1990, quando proprio gli aussies si arresero agli Stati Uniti), Canada e USA hanno chiuso l’anno tra i primi 30 al mondo (uno in più rispetto al 2021), ma soprattutto l’aumento c’è stato in termini di tornei portati a casa: 17 su 69, rispetto ai 10 su 61 dell’anno precedente, con una percentuale di quasi il 25% di trofei approdati fuori dall’Europa. Le statistiche forniscono un quadro ben preciso della situazione, ma vediamo nel dettaglio a chi sono dovute queste incoraggianti percentuali.

 

LA RINASCITA AMERICANA – L’assenza del tennis americano ad alti livelli è stata una sorprendente costante negli ultimi anni, ma i risultati quest’anno sono senza dubbio migliorati: Tiafoe, entrato per la prima volta in carriera in top 20, ha anche centrato la semifinale allo US Open, la prima a livello Slam per gli americani da Wimbledon 2018 (Isner). Dunque al di là della ben nota crescita di Fritz, che ha chiuso l’anno da n.9 al mondo dopo averlo iniziato da n.23, e della tanto attesa, e finalmente arrivata, consacrazione di Frances ad ottimi livelli (i due hanno anche giocato uno contro l’altro la finale di Tokyo), vari giocatori a stelle e strisce si sono fatti largo durante il 2022. Spicca tra questi certamente Maxime Cressy, già salito alla ribalta prima di vincere per la prima volta in carriera un titolo a Newport (a luglio), grazie al suo particolare stile di gioco. Il franco-americano, infatti, è uno dei pochissimi giocatori rimasti nel circuito a giocare ancora solo di serve and volley, seguendo sempre a rete gli ottimi servizi. Cressy, l’ultimo dei panda, è una ventata di aria fresca per il circuito, ma soprattutto per il suo Paese, dove non è solo.

Infatti altro giocatore che ben si è distinto, specie nella parte finale di stagione, è Brandon Nakashima. Il nativo di San Diego, che ha chiuso l’anno al n.47, ha vinto per la prima volta un trofeo ATP proprio nel 250 di casa, oltre a divenire anche il primo americano a vincere le Next Gen ATP Finals, lì dove Fritz, Tiafoe, Brooksby e Korda avevano fallito. E anche Sebastian, figlio del grande Petr, è stato protagonista di una buonissima stagione, a cui è mancato solo il sigillo di un titolo. Due finali di fila giocate (Gijon e Anversa), perse solo da due top 10 come Rublev e Auger-Aliassime, oltre al best ranking di n.30 al mondo raggiunto a maggio.

Risultati che fanno dunque ben sperare al tennis a stelle e strisce, a cui vanno aggiunti anche i netti progressi mostrati da Tommy Paul, che ha raggiunto due quarti di finale 1000, battendo sul cammino Alcaraz a Montreal e Nadal a Bercy, costruendosi sempre più dunque una fama di giocatore temibile oltre che spettacolare. La scuola americana, o meglio del Nord America, sta rinascendo, e le prospettive per il 2023 sono più che rosee. Del Canada, dei record di Auger-Aliassime e delle imprese in Davis se ne è scritto a fiumi in questo autunno, nei giorni scorsi; molto meno invece si è parlato dell’Argentina, che in un anno in cui ha perso la sua stella polare ha comunque saputo reinventarsi trovando vari giocatori degni di nota.

SUL RIO DE LA PLATA, SCHWARTZMAN NON E’ PIU’ SOLO – In un anno che, tra i tanti prestigiosi ritiri, si è aperto con quello, forse già annunciato, ma non per questo meno emozionante, di Juan Martin Del Potro, l’Argentina ha comunque buoni motivi per sorridere. Infatti comunque due tornei (guarda caso, sulla terra) hanno issato a fine settimana la bandiera albiceleste, con le vittorie di Francisco Cerundolo e Sebastian Baez. Il primo, che ha chiuso l’anno come n.30 al mondo e 2 d’Argentina (dietro solo al Peque Schwartzman) è stato una delle più grandi sorprese del 2022. Si parlava molto del fratello minore, Juan Manuel, ma Francisco, partendo dalle retrovie, si è fatto conoscere con la semifinale a Miami, certo fortunosa, ma che resta un enorme risultato, per fare via via sempre meglio col favore anche della mattonella battuta. E così il 17 luglio a Bastad, raggiungendo il best ranking (n.24 al mondo) ha vinto il primo titolo della carriera, con il fiore all’occhiello di eliminare anche Casper Ruud sul suo percorso. L’avversario battuto in finale da Cerundolo, tra l’altro, era proprio Baez, arresosi abbastanza nettamente in due set alla terza finale stagionale.

Il nativo di Buenos Aires, semifinalista alle Next Gen Finals 2021, ha ampiamente mantenuto le promesse quindi, avendo comunque ottenuto il primo titolo della carriera ad Estoril, contro Frances Tiafoe, ed arrivando ad un passo dai primi 30 (n.31). La vittoria su Rublev, proprio nella semifinale di Bastad, ha attestato le qualità di Baez anche contro giocatori di maggior calibro, ma è stata purtroppo per lui seguita da un pessimo finale di stagione, con sette uscite consecutive al primo turno, che ne hanno un po’ frenato l’ascesa. E, tra le difficoltà di fine stagione di Baez, di altri sudamericani, e anche di molti big, ad emergere è stata la voce dell’Asia, guidata da Nick Kyrgios e dalla sua Australia in primis…ma non solo.

WAITING FOR NISHIKORI…ECCO NISHIOKA – Tante promesse, tante faville, tra Daniel, Sugita, lo stesso Nishioka…ma la realtà è che il Giappone attende ancora, forse più sognando che realmente sperando, l’astro di Kei Nishikori, che il fisico troppe volte ha frenato sul più bello. Ma quest’anno il paese del Sol Levante (e come vedremo, l’Asia in generale) ha ottimi motivi per festeggiare. Infatti, più di tre anni dopo la vittoria dell’ex n.4 al mondo a Brisbane, un giocatore nipponico è riuscito di nuovo ad alzare un trofeo ATP: Yoshihito Nishioka, nel 250 di Seul, giocando una gran settimana e una spettacolare finale tra mancini contro Shapovalov, dopo aver eliminato anche il n.2 del mondo Ruud. Si è trattato del secondo titolo della carriera per l’attuale n.36 ATP (best ranking). Un finale di stagione entusiasmante per il giapponese, dove si è aggiunta anche una prestigiosa finale a Washington, persa solo da un Kyrgios straripante ma con una vittoria in semifinale sull’allora n.8 del mondo Rublev.

Dunque grande stagione per Nishioka, che tiene alta nel circuito la bandiera giapponese attestandosi a n.1 del suo Paese (n.38 del mondo quando ad inizio anno era n.80) in un movimento asiatico che si sta pian piano facendo sentire. Infatti una grande stagione l’ha avuta anche Zhinzhen Zhang, che pur non vincendo nessun titolo, è diventato il primo cinese della storia ad entrare tra i primi 100, nello stesso anno in cui il compatriota Yibing Wu ha vinto il primo match in uno Slam nell’era Open per la sua nazione (arrivando al terzo turno allo US Open, arrendendosi solo a Medvedev). E il rientro, seppur solo in doppio, di uno dei più grandi rimpianti del tennis degli ultimi anni, come Hyeon Chung, può far sorridere anche la Corea del Sud, aggiungendo ulteriore competitività ad un continente che finalmente sembra pronto a dire la sua a certi livelli (senza dimenticare il giovane Chun-hsin Tseng da Taipei, che ha giocato le Next Gen Finals e già tra i primi 100).

Dunque, tra vittorie prestigiose e tanti best ranking raggiunti, strisce pazzesche (Auger-Aliassime) e promesse che si iniziano a mantenere (Fritz), il tennis extraeuropeo sta ritrovando spolvero. E, come abbiamo visto, stavolta la grande, tradizionale scuola americana non si trova ad essere l’unica alternativa a quel gigante che è la vecchia Europa, ma tra giovani asiatici, australiani ritrovati e sbocciati (anche Kokkinakis, finalmente, ha saputo battere il proprio fisico e i propri demoni nel 2022, vincendo il suo primo titolo ATP) e certezze dall’America Latina, è in ottima compagnia.

Il 2022 è stato l’anno che ha riaperto la porta su questo discorso, con livelli alti, ma non altissimi, quelli solo sfiorati. Che il 2023 possa essere la stagione giusta per riportare anche un trofeo dello Slam fuori dall’Europa, per la prima volta dallo US Open 2009 di Del Potro? Le sensazioni appaiono propizie, vedremo se finalmente i giovanotti terribili, storicamente sempre un po’ “meno disciplinati” dei solidi europei, sapranno sconfiggere anche la pressione e trovare la lucidità quando la pallina scotta davvero.

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Miss Wightie, una vita all’attacco: la prima tennista che conquistò la rete

Dall’assolata California fino a Boston, ecco la storia di Hazel Hotchkiss Wightman, gran signora, campionessa e innamorata del gioco fino alla fine. Senza non avremmo avuto Bilie Jean King e Martina Navratilova

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Hazel Hotchkiss Wightman

Quando è troppo è troppo.

Dopo che avrete letto quel che mi è capitato l’anno scorso mentre mi trovavo negli Stati Uniti credo concorderete con me che sia giunto il momento di affiancare al tennis qualche altra passione.

Partiamo dal principio.

 

C’è una località a circa sei miglia da Boston in cui fra fine estate e l’autunno dolci alture e fitti boschi stingono dal verde a mille tonalità di ruggine e giallo.

Si chiama Chestnut Hill, la collina dei castagni. Qui dal 1850 in poi grandi lotti di terreno vennero venduti tutti in una volta alle più facoltose famiglie del circondario ed esse provvidero a costruirvi grandi magioni di campagna. L’adozione degli stili più in voga al tempo come lo Shingle di pietra e ciottoli e il Neocoloniale con i suoi ampi portici donò all’insediamento un’armonia estetica e naturale che dura ancora oggi.

I lunghi viali alberati costeggiati da siepi rigogliose e prati lasciano intravvedere solo scorci di quelle storiche e imponenti abitazioni. In questi luoghi sospesi a metà fra i quadri di Thomas McKnight e la foresta di Sherwood prese sede nel 1922 il Longwood Cricket Club. Fondato 45 anni prima in contemporanea con l’edizione inaugurale di Wimbledon, negli Stati Uniti è uno dei templi del tennis. I suoi campi affiancati di verde prato videro i pionieri del gioco importato da Mary Outerbridge, la prima Davis nel 1900 e tre anni dopo i fratelli Doherty giocarne i singolari decisivi a pochi metri di distanza l’uno dall’altro contro Larned e Wrenn. Fra le sue mura si respira storia, chiudendo gli occhi si può ancora avvertire il sommesso fruscio di flanelle e l’aroma di tè e tabacco, mentre attutito giunge il suono di una pallina che colpisce corde rigorosamente in budello.

Wham, Bang,

I colpi che sento però non provengono dall’avito luogo.

Esco in Hammond Street e lasciandomi alle spalle le persiane verdi dell’elegante club house color avorio ecco che questi si fanno più forti.

Wham, Bang,

Wham, Bang,

Dopo qualche centinaio di metri, a un paio di profondi lob di distanza, attraversato un ponte di vecchio metallo rivettato e ingentilito da siepi, si incrocia Suffolk Road.

Ora il ritmo è martellante e regolare, come quello di un grande cuore che batte.

Wham, Bang,

Wham, Bang,

Wham, Bang.

Il rumore proviene da un enorme garage doppio di solide mura, con il tetto appuntito decorato da tegole di pietra marrone, che sta accanto a una grande villa gialla.

Mi azzardo ad entrare.

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