Gaudenzi e il suo piano strategico: avanti tutta verso il nuovo futuro dell'ATP

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Gaudenzi e il suo piano strategico: avanti tutta verso il nuovo futuro dell’ATP

Giocatori e tornei diventano partner, almeno sulla carta. Il rebus del calendario estivo e l’incognita WTA

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Caja Magica - Madrid 2021 (photo MMO21)
 

Il progetto era in lavorazione da tanto tempo, da Indian Wells si sussurrava dietro le quinte che la decisione sul nuovo calendario 2023 fosse imminente, e anche Ubitennis aveva anticipato le novità sostanziali che sono state annunciate ufficialmente questa settimana dal CEO dell’ATP Andrea Gaudenzi, dopo che anche il New York Times aveva pubblicato qualche ora prima un riassunto del nuovo assetto del Tour.

La novità più evidente è dunque quella di cinque Masters 1000 che progressivamente si trasformano in tornei da due settimane (o almeno 12 giorni) con tabelloni di singolare da 96 giocatori, ma ci sono anche tanti cambiamenti dietro le quinte che comportano un sostanziale riassetto del Tour.

Il gruppo dei tornei più importanti diventa sostanzialmente una joint-venture con i giocatori che si divideranno i profitti al 50%. Quindi più i tornei guadagneranno, più i giocatori potranno mettersi in tasca. Il meccanismo sarà garantito da un processo di audit che vedrà un rappresentante dei tornei, uno dei giocatori e un auditor indipendente controllare i conti dei singoli tornei per stabilire la dimensione della torta da dividersi. Questo almeno sulla carta, perché in pratica chiunque sappia un poco di contabilità sa benissimo che chi è capace di stilare i bilanci può dipingere un quadro molto diverso della stessa situazione utilizzando sempre gli stessi colori. I tornei fanno quasi tutti parte di entità più grandi e complesse, cosa questa che rende molto più semplice spostare le cifre da una colonna all’altra per “raccontare” una storia diversa da quella che si dovrebbe raccontare.

 

I principi contabili sono differenti da Paese a Paese, e l’abilità e l’integrità dei revisori dei conti sarà fondamentale per evitare che i giocatori rimangano sempre con il cerino in mano a spartirsi le briciole, come avvenuto finora.

Ma non saranno solamente i prize money a crescere, in linea con l’aumento dei guadagni dei tornei maggiori. Ci sarà anche un aumento del Bonus Pool, che da circa 11 milioni di dollari passerà a quasi 20 milioni; e non sarà diviso solamente tra i primi 12 giocatori del mondo, come accade ora, ma saranno tutti i Top 30 a beneficiarne.
Anche se si tratta sempre di una “lauta mancia” consegnata nelle mani dei soliti noti, quelli che già si pappano la fetta più grande della torta dei prize money, il Bonus Pool costituisce un incentivo superiore per far sì che il campo di partecipazione dei tornei maggiori sia il più completo possibile. Per chi non lo sapesse, il Bonus Pool è una borsa che si viene divisa, in parti proporzionali al ranking tra tutti i giocatori che alla fine della stagione hanno soddisfatto tutti gli obblighi di partecipazione ai tornei cosiddetti “mandatory”, ovvero tutti i Masters 1000 e almeno quattro ATP 500 nel corso della stagione, uno dei quali dopo lo US Open (a questo scopo il Masters 1000 di Montecarlo viene considerato come un ATP 500 dal momento che non è un torneo obbligatorio). Un giocatore “eleggibile”, ovvero incluso nei primi 30 all’inizio dell’anno, che non partecipa a uno dei Masters 1000 obbligatori, non solo si becca uno zero non scartabile in classifica (a meno che non abbia raggiunto uno o più parametri di età e anzianità che qualificano per una esenzione), ma esce anche dal gruppo eleggibile per dividersi il Bonus alla fine dell’anno.

Con questa nuova riforma tutti i tornei correntemente classificati come Masters 1000 avranno il diritto di mantenere la loro qualifica per i prossimi 30 anni, in modo da poter pianificare i loro investimenti con una qualche sicurezza. Fino a questo momento, solamente Indian Wells aveva ottenuto la certezza di mantenere il proprio “rango” per un periodo di 50 anni, mentre gli altri avrebbero potuto perderlo anche a breve termine.

Il passaggio dei cinque tornei “promossi” a un tabellone da 96 giocatori avverrà in due fasi: prima Madrid, Roma e Shanghai si allargheranno a partire dalla stagione 2023, poi sarà la volta dell’Open del Canada e di Cincinnati, che vedranno il loro tabellone aumentare di dimensione dall’anno 2025. Probabilmente questo ritardo è dovuto alla necessità di far posto per il torneo Olimpico di Parigi nel calendario del 2024, ma anche quella di sistemare i contratti con i vari eventi prima e dopo i Masters 1000, dato che la compressione sarà molto più evidente di quanto non capiterà in primavera. Infatti, sembra che la soluzione ying-yang che era stata prospettata anche per Madrid e Roma verrà adottata per Canada-Cincinnati, ovvero due tornei da 12 giorni incastrati in tre settimane, con il primo che terminerà con la finale di mercoledì e il secondo che seguirà a ruota il primo, possibilmente con “performance-based byes” per facilitare il trasferimento di chi dovesse arrivare avanti nel primo torneo. La misura era già stata adottata nel 2012, quando per favorire i giocatori che arrivavano dalle Olimpiadi di Londra, l’allora Rogers Cup di Montreal chiese e ottenne di iniziare il martedì per giocare la finale il lunedì sera. In quel caso, le quattro semifinaliste del torneo ottennero un bye al primo turno del successivo torneo di Cincinnati (oltre a un passaggio su un jet privato, cosa che accade ormai regolarmente) indipendentemente dal loro status di testa di serie.

Tuttavia, considerata la necessità di lasciare una settimana di pausa tra la fine di Cincinnati e l’inizio dello US Open, anche per lasciare il tempo necessario per la disputa delle qualificazioni dello Slam, le tre settimane da dedicare ai due Masters 1000 nordamericani estivi andranno sicuramente a compattare il periodo post-Wimbledon, che già nel 2023 è limitato a tre settimane comprendenti anche i due ‘500’ di Amburgo e Washington, ma che dal 2025 potrebbe ridursi addirittura a due settimane, con il tempo di riposo post-Championships che andrebbe a ridursi al lumicino per chi fosse arrivato al weekend finale all’All England Club.

Poi c’è da capire se la WTA farà combaciare il suo calendario con quello dell’ATP, dato che la quasi totalità dei tornei che sono stati “allargati” al momento sono combined (tutti con l’esclusione di Shanghai), e considerando che la decisione dell’ATP di rilanciare la loro presenza sulla Cina con la fiducia accordata al Rolex Shanghai Masters pone un problema di non facilissima soluzione per la WTA nel caso in cui voglia proseguire con la strategia di perseguire sempre più eventi misti.

Al momento appare quantomeno dubbio che si possa andare a giocare in Cina l’autunno prossimo, data la situazione attuale nel Paese che vede grandi città come Shanghai appena uscite da durissime settimane di lockdown e con il rilascio dei visti essenzialmente bloccato. Secondo il CEO Gaudenzi l’ATP è in attesa di una decisione del Governo cinese che dovrebbe stabilire se permettere l’arrivo degli atleti dall’estero per la disputa dei tornei in Cina a partire da metà settembre, ovvero tra poco più di tre mesi. Inoltre bisognerà capire che tipo di condizioni verranno imposte all’arrivo di tutti questi stranieri e se i giocatori vorranno sottoporsi a queste restrizioni. Lo scorso febbraio le Olimpiadi di Pechino si sono tenute con tutto il contingente olimpico in una sostanziale bolla. È difficile vedere i tennisti accettare condizioni di questo tipo dopo oltre sei mesi di quasi totale assenza di restrizioni.

In ogni modo, al di là del problema cinese, Andrea Gaudenzi e il suo team può mettere una gigantesca croce nella casella vicino alla “Fase 1” del nuovo piano strategico, che ha ovviamente è propedeutica alla “Fase 2” che vedrebbe l’unificazione della governance del tennis sotto un unico organismo, oggi soprannominato T-7, che comprende tutte le sette organizzazioni che al momento comandano il tennis professionistico. Probabilmente l’orizzonte temporale per la realizzazione di questa seconda fase, che secondo Gaudenzi richiederà almeno un paio d’anni prima di essere sostanzialmente avviata, andrà oltre la fine del suo primo mandato, e quindi molto probabilmente sarebbe necessario un rinnovo del contratto perché Gaudenzi possa portare a termine questa fatica, rinnovo che potrebbe dimostrarsi complicato considerando la feroce opposizione che deve sostenere da parte delle “frange” più estremiste dei giocatori, da Pospisil a Opelka.

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Una contro tutte: Chris Evert ed Evonne Goolagong

Dal 1975, 28 giocatrici hanno occupato la prima posizione del ranking mondiale: ripercorriamo le loro storie. Le prime due furono Chris Evert ed Evonne Goolagong

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Dopo la rubrica UNO CONTRO TUTTI” dedicata ai numeri uno della storia ATP di Remo Borgatti, vi proponiamo anche la versione WTA a cura di Viola Tamani: UNA CONTRO TUTTE. Primo episodio dedicato alle carriere di Chris Evert ed Evonne Goolagong


Il tennis mi ha aiutato a darmi un’identità e mi ha reso qualcuno. Christine Marie Evert

Con due anni di ritardo rispetto ai colleghi uomini, dal 3 novembre 1975 anche il circuito femminile fu dotato di una classifica computerizzata che permise di definire l’accesso ai diversi tornei, fino ad allora a discrezione degli organizzatori. Il primo nome che uscì da questi complessi calcoli fu quello della statunitense Christine Marie Evert, a tutti nota come Chris. Nata nel 1954 a Fort Lauderdale, in Florida, iniziò a giocare a tennis nel campo comunale in terra rossa della sua città natale a soli 5 anni.

 

Il padre, Jimmy Evert, era un maestro di tennis e iniziò al tennis tutti e cinque i suoi figli – tutti vincitori dei National Juniors Championship -, forse ignaro di avere tra la progenie la futura stella del tennis americano.

Il primo grande exploit fu durante un piccolo torneo in North Carolina nel 1970. A soli 15 anni, Chris sconfisse l’allora numero uno Margaret Court in due tie-break. L’anno seguente, quando gli US Open si giocavano ancora sull’erba di Forest Hills, Evert infilò una serie di inaspettate vittorie che le consentirono di giocare la sua prima semifinale Slam, contro Billie Jean King. La stessa King ha detto di lei: “Chris non gioca game o set, ma solamente punti”.

Evert fu l’artefice di una piccola rivoluzione tennistica; fu la prima ad utilizzare il rovescio a due mani che, nella mente del padre-coach, avrebbe dovuto essere una soluzione temporanea: infatti Chris, alle prime armi con la racchetta, era troppo piccola e minuta per colpire con una sola mano. Crescendo, decise di non abbandonarlo e anzi, ne fece il suo marchio di fabbrica. Ad oggi, più dell’80% delle top 100 usa il rovescio bimane. Degli insegnamenti di suo padre, dirà lei stessa, ha osservato sempre tre fondamenti che la accompagnarono per tutta la carriera: porta la racchetta dietro, affiancati, fai sempre passo avanti quando colpisci.

Il dominio di Evert fu pressoché incontrastato fino al 1982. Dal 1975 al 1978 conservò la prima posizione del ranking, ceduta per sole due settimane nell’aprile del 1976 all’australiana Evonne Goolagong.

La carriera di Evert è costellata di record. Nel triennio 1975-1977 vinse le uniche tre edizioni degli US Open tenutesi sull’Har-Tru, la terra verde americana. Ed è proprio sulla superficie più lenta, la prima su cui iniziò a giocare da bambina, che Chris Evert ottenne i suoi migliori risultati. A soli 19 anni, vinse il primo dei sette Roland Garros, del quale detiene il record di vittorie.

L’altro record mai eguagliato è quello della sequenza di 125 vittorie consecutive ottenute sulla stessa superficie, la terra, per un totale di ben sei anni da imbattuta (1973-1979). Ha vinto almeno una prova dello Slam per tredici anni consecutivi dal 1974 al 1986. Ha vinto oltre il 90% delle gare disputate (1304 su 1448 incontri disputati) secondo i dati della WTA.

Raggiunge la finale del Master di fine anno per sei anni consecutivi dal 1972 al 1977, perdendo solo due volte dall’australiana Evonne Goolagong nel 1974 e nel 1976. Per 13 anni, dal 1974 al 1986 ha occupato la prima o la seconda posizione del ranking. Ma la carriera di un grande atleta non sta solo nei record.

Jimmy Connors e Chris Evert (Art Seitz)

Questi primi anni ’70 furono per Chris di grande ascesa mediatica: era la sportiva più riconosciuta al mondo e, oltre alle vittorie in campo, un fattore che influì sulla sua popolarità è la felice relazione con il connazionale Jimmy Connors. I due nell’estate del 1974 vincono i rispettivi titoli di singolare a Wimbledon, con il tennis americano al massimo della sua espressione. Sfortunatamente però questo matrimonio non s’ha da fare.

Dal 1979 la si trova in campo col nome di Chris Evert-Lloyd, dopo aver preso il cognome del marito, anche lui tennista. Inizia in questo torno di anni una delle rivalità più seguite e amate del pubblico nello sport. Con Martina Navratilova. Nessuna altra rivalità nella storia del tennis ha visto opporsi i due contendenti per così tanto: le due si affrontarono in 80 occasioni. Praticamente in tutte le fasi finali dei tornei! Si scontravano due tipologie di giocatrice opposte: da un lato Chris consistente e paziente, impeccabile e abile a gestire la pressione; dall’altro Martina emozionale, sentimentale, coinvolgente col pubblico. Anche a livello personale, la percezione mediatica delle due è opposta. Evert incarnava perfettamente la figura della “ragazza della porta accanto”, la figlia e la moglie che tutti desideravano. Navratilova era l’estroversa e la ribelle, anche a causa della sua scelta politica di prendere le distanze dal comunismo, e acquisire la nazionalità americana.

Tra la primavera del 1975 e la fine del 1977 Evert vinse 15 dei 17 match disputati contro la cecoslovacca naturalizzata statunitense; in generale dal 1973 al 1982 Evert ha avuto la meglio sull’avversaria ma nel biennio ‘83-‘84 ha subito ben 13 sconfitte consecutive.

Il coach del marito John, Denis Ralston, iniziò a seguire anche Chris. L’unico modo per arginare la potenza di Navratilova era ricorrere al serve-and-volley. La finale del Roland Garros 1985 è uno dei match più belli della storia del tennis femminile. In tre lottatissimi set, Evert batte 6-3 6-7 7-5 l’avversaria di sempre ed agguanta, per l’ultima volta nella sua carriera la prima posizione mondiale.

Fin da giovanissima, le viene attribuito il soprannome The Ice Maiden: imperturbabile nelle espressioni facciali, quasi priva di emozioni come il ghiaccio; mentre Maiden sta ad indicare l’innocenza di una giovane donna, ma in lingua scozzese, è anche una rudimentale ghigliottina. Le straordinarie capaci mentali di Evert furono chiare fin dal secondo turno dello US Open del 1971 quando vinse, salvando addirittura 6 match point, ribaltando un pesante 4-6 5-6 e 0-40 contro la connazionale Mary Ann Eisel.

La sconfitta certamente più dolorosa da numero 1 del mondo è stata la semifinale del Roland Garros del 1981 persa in due set da Hana Mandlikova, tennista di Praga ma naturalizzata australiana, che la sconfisse nuovamente nel 1985 allo US Open. Nella sua carriera, Evert ha giocato 34 finali Slam, perdendone 16 delle quali 7 solo a Wimbledon, lo Slam in cui ha raccolto meno vittorie (solo 3 affermazioni ai Championship). Come detto, il biennio ’83-’84 fu per Chris, il momento più difficile di tutta la carriera. Stabile al secondo posto del ranking, subì la superiorità di Martina Navratilova che le inflisse anche le due peggiori sconfitte nelle finali Slam: allo US Open ’83 e al Roland Garros ’84, Evert raccolse solo 4 game (6-1 6-3 6-3 6-1).

La dolcezza dei tratti, la bellezza femminile ed elegante di Chris erano in netto contrasto con l’aggressività e l’imperturbabilità del suo volto durante le partite. Uno spirito guerriero sorprendente se si considera che, alla stessa età, a 30 anni, quando Evert decide di passare alla grafite (la sua rivale Navratilova era passata alla nuova tecnologia l’anno prima), un’altra straordinaria atleta come Steffi Graff decideva di ritirarsi. La carriera di Evert si conclude ufficialmente nel 1989.

Nei primissimi anni della sua carriera da professionista, iniziata nel 1973, la sua più grande rivale fu l’australiana Evonne Goolagong. Nata da una famiglia aborigena, ha qualcosa in comune con l’ultima campionessa australiana, Ashleig Barty. Oltre a condividere un’ascendenza comune, entrambe da piccole si sono cimentate nel cricket. A soli 19 anni, nel 1971 vinse il torneo di Wimbledon, diventando la prima tennista aborigena a vincere uno Slam. È diventata mamma nel 1976 e due anni dopo ha vinto gli AUS Open: non accadeva dal 1914. La sua carriera terminò nel 1982. Fu la prima atleta di colore a vincere uno Slam e a diventare la numero 1 del mondo, segnando così i sogni e la carriera di tante giovani atlete dopo di lei.

Evonne Goolagong (foto via Twitter, @Wimbledon)

SCONFITTE DA NUMERO 1 SUBITE DA CHRIS EVERT

1976M. Navratilova – EVERT6-3 6-4Houston
1976D. Fromholtz – EVERT2-6 6-2 6-3Boston
1976E. Goolagong – EVERT6-3 7-6Philadelphia
1976E. Goolagong – EVERT6-3 5-7 6-3Los Angeles
1976V. Wade – EVERT6-2 6-2Londra
1977M. Navratilova – EVERT6-2 6-3Washington
1977V. Wade – EVERT6-3 6-4San Francisco
1977V. Wade – EVERT6-1 4-6 6-2Wimbledon
1978E. Goolagong – EVERT4-6 6-1 6-4Boston
1978M. Navratilova – EVERT6-4 4-6 9-7Eastbourne
1978M. Navratilova – EVERT2-6 6-4 7-5Wimbledon
1979G. Stevens – EVERT6-2 6-3Florida
1979M. Navratilova – EVERT6-4 6-4Dallas
1979S. Barker – EVERT6-3 6-1Boston
1979M. Navratilova – EVERT6-4 6-4Wimbledon
1980M. Navratilova – EVERT7-6 6-2Tokyo
1981H. Mandlikova – EVERT7-5 6-4Roland Garros
1981T. Austin – EVERT6-1 6-4Toronto
1981M. Navratilova – EVERT7-5 4-6 6-4US Open
1981M. Navratilova – EVERT6-3 6-2Tokyo
1981M. Navratilova – EVERT6-7 6-4 7-5AUS Open
1981T. Austin – EVERT6-1 6-2East Rutherford, NJ
1982A. Jaeger – EVERT7-6 6-4California
1982A. Jaeger – EVERT6-1 1-6 6-2Hilton Head
1982A. Jaeger – EVERT6-3 6-1Roland Garros
1982M. Navratilova – EVERT6-1 3-6 6-2Wimbledon
1985M. Navratilova – EVERT4-6 6-3 6-2Wimbledon
1985H. Mandlikova – EVERT4-6 6-2 6-3US Open

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Federer: “Quando il ginocchio starà bene vorrei fare esibizioni in luoghi dove non sono mai stato”

I piani post-tennis del maestro svizzero, dopo la partecipazione all’evento di Uniqlo a Tokyo, sono ancora condizionati dai problemi fisici

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Roger Federer - Laver Cup 2022, Londra (twitter @LaverCup)

Se non si sono ancora asciugate e forse mai si asciugheranno del tutto le lacrime per il ritiro di Roger Federer, certo non si possono spegnere nel giro di pochi giorni gli echi di qualsiasi parola proferita in pubblico dal Maestro di Basilea. Parole che rimbalzano nella rete, vengono afferrate, sfuggono e poi ritornano.

Identiche al momento in cui sono state articolate, come ibernate nella grafite, o chissà sotto quale mutevole forma, sono tornate quelle dell’evento di Tokyo organizzato da Uniqlo a cui Federer ha partecipato lo scorso 19 novembre. Così, se durante il tour di esibizioni in America Latina, precisamente a Bogotà, Rafa Nadal aveva fatto venire giù lo stadio ventilando la possibilità di un nuovo Fedal nella capitale colombiana, era stato proprio Roger ad aprire quella porta all’amico ed ex rivale mancino durante la gita in Giappone. “Voglio andare a giocare in luoghi dove non sono mai stato e ringraziare i fan che mi hanno sostenuto” ha detto Roger secondo quanto riporta La Gazzetta dello Sport. E vorrebbe anche organizzare delle esibizioni, sempre stando al giornale rosa. I due membri del Big 3 sembrerebbero proprio sulla stessa lunghezza d’onda. Tutto deciso, quindi? Nì, da intendersi anche come pronuncia di knee, il ginocchio che continua a mettersi in mezzo.

Avevo smesso di sciare, di giocare a squash, a calcio, tranne che con i miei figli, per non correre il rischio di infortunarmi e adesso voglio riprendere. Però sono un po’ spaventato perché dopo il ritiro il ginocchio è stato un po’ così così, quindi queste cose dovranno aspettare” ha spiegato Federer a proposito dell’articolazione che ha finito con il privarci della sua presenza nel Tour. “Con il passare del tempo sarò in grado di viaggiare sempre più. Programmiamo sempre le vacanze e voglio che siano divertenti e creative. Mi piacerebbe portare i miei figli in Africa. Prima le vacanze dovevano essere qualcosa di rilassante perché la vita nel Tour era piena di impegni, ma ora possono essere avventurose”.

 

Insomma, colui che ci ha condotto in luoghi fantastici che da soli mai avremmo trovato si dedicherà nel prossimo futuro a rocamboleschi viaggi familiari in posti inconsueti. Poi, quando il ginocchio gli avrà fatto capire che non c’è ragione per la sua paura, Roger potrà tornare a impugnare racchette di ogni forgia, inforcare sci, calciare palloni e raggiungere Rafa per una nuova sfida.

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ATP

Jannik Sinner, mentalità e freddezza: è il miglior giocatore del circuito sotto pressione

L’altoatesino è anche il miglior tennista per rendimento sotto pressione sul cemento. Sulla terra guida Zverev, sull’erba comanda Medvedev

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Jannik Sinner – ATP Miami 2022 (foto via Twitter @ATPTour_ES)

Il 2022 di Jannik Sinner è stato probabilmente ben diverso da come lui se lo sarebbe aspettato. L’azzurro aveva chiuso la scorsa stagione in top10, avendo toccato anche il n°9 – ad oggi suo best ranking – ad inizio novembre 2021. Complici i diversi infortuni, che gli hanno impedito di competere al meglio e con continuità, l’altoatesino quest’anno ha terminato da n°15 nonostante i soli 18 tornei disputati (tra i primi 20 soltanto Zverev, Djokovic, Nadal e Alcaraz hanno giocato meno di lui).

Di Sinner, non solo in questa stagione, si è spesso e volentieri sottolineata la forza mentale e l’incredibile capacità di alzare il proprio livello di gioco nei momenti clou. Nelle ultime 52 settimane, infatti, tra i tennisti che hanno giocato almeno un match su tutte le superfici, l’italiano è il migliore in assoluto per quanto riguarda il rendimento sotto pressione.

Lo dimostra l’Under Pressure Rate, il parametro studiato dall’ATP per analizzare le reazioni dei giocatori a determinati momenti chiave di una partita, quali le palle break (a favore e contro), i tie-break e i set decisivi (terzo o quinto). Il parametro preso in considerazione è una somma di tutte le percentuali nelle situazioni di cui sopra.

 

Da questo calcolo, dunque, Sinner risulta essere complessivamente colui che sa trarre più vantaggio da una situazione pericolosa, o comunque dove il livello di tensione è decisamente più elevato. Sommando le percentuali di palle break salvate, palle break sfruttate, tie-break conquistati e set decisivi vinti, l’azzurro raggiunge quota 244,2, appunto il numero più alto del circuito. Il 21enne di San Candido è anche il tennista con il miglior rendimento sul cemento in questa particolare statistica, arrivando ad un totale di 259,5.

Dando uno sguardo anche alle altre superfici, sulla terra battuta il primato è di Alexander Zverev, che arriva ad una somma percentuale di 283,9. Il tedesco sarebbe il primo in generale di questa classifica, che però come detto in apertura tiene conto dei match giocati su tutte le superfici. L’attuale n°12 del mondo, non avendo potuto giocare sull’erba dopo il ritiro al Roland Garros, non viene dunque preso in considerazione per la classifica generale.

Sull’erba invece – concentrandosi sui giocatori che abbiano disputato almeno 10 partite sul verde – è Daniil Medvedev a guardare tutti dall’alto, con 319,4. Anche senza aver giocato a Wimbledon, il russo è comunque riuscito a prevalere in questa classifica, che senza il limite dei 10 incontri minimi disputati vedrebbe primeggiare Mitchell Krueger, attuale n°218 del ranking che ha disputato soltanto due partite sull’erba a livello ATP, raggiungendo il secondo turno al ‘250’ di Newport.

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