Coppa Davis: anche senza Alcaraz, la Spagna fa impazzire il pubblico di Valencia

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Coppa Davis: anche senza Alcaraz, la Spagna fa impazzire il pubblico di Valencia

VALENCIA – Nel Gruppo B, Bautista Agut e Ramos-Viñolas vincono due autentiche battaglie, ricche di colpi di scena, contro rispettivamente Kecmanovic e Djere, e garantiscono alla Spagna la vittoria sulla Serbia

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Roberto Bautista Agut – Coppa Davis 2022 Valencia (foto via Twitter @RFETenis)
 

Da Valencia, il nostro inviato

Davis Cup Finals, Group Stage

Gruppo B (Valencia)

 

Spagna-Serbia 3-0

A. Ramos-Viñolas (ESP) b. L. Djere (SRB) 2-6 7-6(5) 7-5
R. Bautista Agut (ESP) b. M. Kecmanovic (SRB) 7-6(5) 7-6(5)
M. Granollers/P. Martinez (ESP) b. N. Cacic/D. Lajovic (SRB) 6-7(5) 6-2 6-2

Sino a una decina di giorni fa la sfida tra Spagna e Serbia prevista nel Gruppo B di Coppa Davis in corso a Valencia era sulla carta la sfida tecnicamente più interessante tra quelle in corso questa settimana in quattro città europee per determinare le otto squadre che a fine novembre accederanno alle Finals di Malaga. Però, prima l’assenza per motivi personali di Djokovic annunciata la scorsa settimana e poi quella in extremis per le condizioni fisiche non ottimali di Alcaraz (sino a lunedì pomeriggio il numero 1 ATP era ancora a New York) ha depauperato di fascino la sfida. Tuttavia,sarà che l’annuncio del forfait dell’idolo di casa arrivato solo alle ore 14 locali non ha disturbato la prevendita, sarà per la magia della Coppa Davis, il pubblico di Valencia ha riempito quasi del tutto le tribune del Pavelló Municipal Font de San Lluís. E bene ha fatto: si è molto divertito assistendo a due singolari appassionanti vinti dai suoi beniamini.

OVAZIONE PER ALCARAZ – Sempre emozionante il momento della presentazione delle squadre, in particolare per il boato con cui il pubblico ha accompagnato il nome del numero 1 al mondo, che, tra autografi vari concessi ai fan che si arrampicavano vicino alla sua postazione in panchina nel riscaldamento del match di Ramos e durante i cambi campo, ha seguito dalla panchina i primi cinque giochi e le fasi finali del terzo set del primo singolare (così come il suo coach Ferrero, ininterrottamente presente a sostenere durante tutto il match di Ramos-Viñolas e sino alla fine del primo set di Bautista).

RAMOS COL CUORE – L’assenza contestuale a Valencia di Nadal, Carreño Busta e Davidovich assieme al passo indietro compiuto da Alcaraz – e la scelta di mettere da parte Krajinovic compiuta da capitan Troicki, ha proiettato in campo Albert Ramos e Laslo Djere, secondo il ranking ATP rispettivamente sesto e quarto giocatore dei loro Paesi. Difficile che più di 6000 persone seguano con passione per tre ore una partita tecnicamente brutta tra il 40 e il 66 ATP ma la Coppa Davis fa questi miracoli e anche chi scrive, seppur neutrale, non può nascondere di essersi lasciato ipnotizzare da un match sulla carta per nulla attraente. I precedenti, tutti giocati sulla terra tra due specialisti del rosso, vedono Djere avanti 2-1 sullo spagnolo: un dato che unito alla maggiore adattabilità del serbo a questo tipo di condizioni di gioco lo fa partire meglio nel match. Del resto non deve essere stata facile la vigilia di Ramos: il catalano sino a due ore prima del match non era certo di giocare una partita dove aveva tante responsabilità, alle quali nonostante la lunga carriera non è mai stato davvero abituato. Prima di questo match Ramos infatti in coppa Davis aveva un bilancio di 5 vittorie e 2 sconfitte, ma erano solo due i successi da lui ottenuti non a punteggio acquisito (entrambi nel 2018 sulla terra rossa di Marbella, contro due britannici fuori dai primi 100). Senza contare che la superficie valenciana non gli è certo congeniale: sul duro in condizioni indoor aveva vinto solo dieci delle trentanove partite giocate in carriera. Il primo set è un dominio serbo. A proposito, sono pochissimi i tifosi connazionali di Kecmanovic e compagni accorsi al loro seguito, nel corso della giornata contiamo tre bandiere serbe in tutto il palazzetto posizionate a fianco alla panchina: l’impressione (che è quasi una certezza) è che non si arrivi a più di una sparuta decina di supporter balcanici. Ramos è imballato e sbaglia con entrambi i fondamentali, servendo anche male: a Djere basta fare il compitino per chiudere il parziale per 6-2 in appena 34 minuti. Bisogna attendere il secondo set per fare entrare in partita il pubblico: il momento di svolta arriva precisamente nel corso del secondo gioco, quando – dopo aver annullato quattro palle break – il serbo affossa in rete il rovescio, mandando sul 2-0 Ramos e, soprattutto, facendo partire all’unisono i primi cori assordanti “España, España“. Inizia un’altra partita, sebbene Ramos si faccia immediatamente controbrekkare: ci sono tanti errori e pochi vincenti, ma l’equilibrio e il fascino della manifestazione rendono il match comunque godibile. Nel settimo gioco lo spagnolo si trova sull’orlo del baratro, dovendo fronteggiare due palle break che annulla con la complicità di un Djere frettoloso. Si arriva senza ulteriori sussulti (e col pubblico sempre più rumoroso) al tie-break, dove Ramos dal 4 pari trova tre punti consecutivi per portare la partita al terzo. Nel decisivo parziale il 66 ATP ha un moto d’orgoglio e si porta sul 3-0: sembra finita per le speranze spagnole, ma il tennis e la Coppa Davis non smettono mai di sorprendere. Djere inizia a risentire di un indurimento alla coscia e chiede di poter usufruire dell’aiuto medico. Questa situazione manda su tutte le furie il capitano spagnolo Bruguera, sino a quel momento sempre serafico, durante i match quasi stravaccato sulla panchina (a differenza di Troicki, elettrico e sempre pronto a scattare dalla sedia come una molla per un bel punto di un suo giocatore). Inizia una piccola polemica perchè il campione del Roland Garros (nel 1993 e nel 1994) non apprezza modi e tempi dell’atteggiamento del serbo e soprattutto per come il giudice di sedia lo consenta. Ramos, intanto, è capace di strappare il servizio al 66 ATP e di portarsi sul 3 pari. Indolenzimento alla coscia o meno, fatto sta che Djere cala nettamente, consentendo a Ramos di prendere fiducia e diventare protagonista anche con coraggio dei momenti clou di quella che è divenuta una lunghissima battaglia. I successivi game sono tenuti facilmente da chi va al servizio, sino a quando, nell’undicesimo gioco, un dritto affossato in rete manda il 34enne di Barcellona a servire per il match. C’è ormai solo un giocatore in campo e Ramos -dopo due ore e 55 minuti di partita- manda sull’1-0 la Spagna. Nelle dichiarazioni post match, il vincitore ringrazia il pubblico valenciano per l’aiuto fondamentale, ricevendo in cambio una meritata ovazione.

SERVE UN OTTIMO BAUTISTA PER AVERE LA MEGLIO SU KECMANOVIC – Molto diverso il livello del secondo singolare: con la classifica nettamente migliorata dei due protagonisti, è proporzionalmente cresciuta la qualità del gioco vista al Pabellon, riempito in questo incontro quasi sino all’esaurimento dei posti, complice l’orario di cena della sfida che vede contrapposti Bautista Agut e Miomir Kecmanovic. I due tennisti -reduci da un’estate sul cemento americano piuttosto deludente- si erano affrontati già tre volte, con risultati sempre a favore dell’iberico, ma mai si erano confrontati in condizioni di duro indoor. La vera differenza tra i tennisti in campo è l’esperienza in una competizione molto impegnativa dal punto nervoso come la Davis: Bautista Agut è sceso in campo nel palasport di Valencia con un bilancio di 10 vittorie e 6 sconfitte e avendo contribuito alla vittoria della coppa nella prima edizione rivoluzionata giocata nelle Finals di Madrid nel 2019, mentre Kecmanovic -complice anche gli oltre undici anni in meno rispetto all’avversario- aveva alle spalle un solo incontro giocato (e perso) in Davis. Parte però meglio dai blocchi il 23enne serbo che strappa nel gioco d’apertura il servizio a Bautista, il quale però da subito riesce a essere incisivo nei turni di risposta: nei primi due arriva a palla break, mentre nel terzo riesce a brekkare il suo avversario e portarsi sul 3 pari. Il pubblico valenciano empatizza molto col suo giocatore: inizia a partire per la prima volta il coro “Roberto, Roberto”che in tante circostanze verrà ripetuto nel corso della partita. Nell’ottavo gioco Bautista ancora arriva a palla break (lo fa dunque in tutti e quattro i primi turni di servizio del serbo) ma bisogna comunque arrivare al tie-break per assegnare il primo set, perché il giocatore iberico affossa in rete una risposta di rovescio quando ha un set point nel dodicesimo game. Il livello di gioco si è molto alzato con il passare dei minuti: la pallina esce dalla racchetta di entrambi veloce e cade vicino alle linee, con tutti e due i tennisti che non disdegnano di variare le loro giocate con palle corte o discese a rete in controtempo: sembra quasi un altro sport rispetto al primo singolare, molto più mediocre tecnicamente. Nel gioco decisivo parte meglio Kecmanovic, ma è Bautista a imporsi di misura dopo 69 minuti, grazie alla svolta regalata da un brutto dritto affossato in rete sul 5 pari e servizio dal serbo. Quando a inizio del secondo parziale il giocatore di casa strappa il servizio all’avversario, la partita sembra segnata,ma il 33 ATP vuole rovinare la festa ai 7000 e passa valenciani accorsi al palasport e, quando nel sesto gioco brekka l’avversario, fa partire un autentico ruggito nel silenzio improvviso piombato sugli spalti. Bautista gioca bene e ha esperienza da vendere: subito controbrekka ed arriva a servire per il match sul 5-4 dopo un’ora e cinquanta minuti di partita, con il match che appare ormai concluso. Come nel corso del primo set, al termine del parziale il livello di gioco si alza tanto: Kecmanovic fa almeno un paio di colpi in cui quasi sembra ricordare in qualcosa il suo illustre connazionale assente a Valencia e riesce a strappare il servizio all’avversario e issarsi al tie-break, dove si porta prima sul 3-1 poi sul 4-3 e servizio. Bautista ha però qualcosa in più nel corso di questo incontro e lo fa fruttare sul match point, chiuso in maniera spettacolare con uno dei più bei punti dell’incontro. La Spagna, così, pur priva dei suoi tre migliori giocatori (e di quattro dei primi cinque) si aggiudica la sfida con la Serbia e si avvicina alla qualificazione per le finali di fine novembre. 

MARTINEZ E GRANOLLERS REGALANO IL 3-0 – Il doppio -che comunque aveva una valenza importante in caso di arrivo ex aequo con altri team- è stato giocato dalle coppie composte da Pedro Martinez e Marcelo Granollers per gli spagnoli e da Dusan Lajovic e Nicola Cacic per i serbi (entrambi gli schieramenti hanno così optato per un duo composto da uno specialista e da un tennista adattabile al doppio, ma attualmente più competitivo in singolare). Giocato in un palazzetto quasi vuoto, il primo set è arrivato al tie-break senza che nessuno perdesse i servizi. Tuttavia entrambe le coppie sono costrette a salvare palle break: gli spagnoli due, i serbi quattro (di cui una, nel dodicesimo gioco, corrispondente a un set point). Il gioco decisivo è stato però vinto per 7 punti a 5, dopo 62 minuti di grande equilibrio, da Cacic e Lajovic. A quel punto sono stati bravi Granollers e Martinez a non mollare mentalmente -nonostante il punteggio del match e della sfida- e a trovare le giuste contromisure per iniziare a dominare gli avversari vincendo in un tempo minore di quello occorso per il primo parziale i successivi due set.

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Coppa Davis, ranking per nazioni: Croazia in vetta, balzo Canada e Australia. L’Italia si conferma in top10

La Croazia si conferma al primo posto del ranking delle Nazionali, seguita da Spagna e Francia. Quarto posto per il Canada, settimo per l’Italia

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Canada - Davis Cup 2022 (foto Roberto dell'Olivo)
Canada - Davis Cup 2022 (foto Roberto dell'Olivo)

La Coppa Davis 2022 continua a regalare record per il Canada. Dopo aver vinto la prima insalatiera della sua storia, grazie anche alla sua generazione tennistica più forte di sempre, i ragazzi con la foglia d’acero sul petto scalano anche la classifica delle Nazionali, pubblicata due volte all’anno (al termine delle fasi di qualificazioni e dopo le fasi finali).

In vetta al ranking si conferma la Croazia con 968,38 punti, anche grazie alla semifinale raggiunta quest’anno e persa contro l’Australia. Non solo però, perché sul primato dei croati – così come sulla posizione di ogni Federazione – pesano anche i risultati delle scorse stagioni. La classifica, infatti, tiene conto dei risultati degli ultimi quattro anni in modo via via decrescente. Per i risultati dell’ultimo anno, infatti, valgono il 100% dei punti; dei risultati del penultimo vengono considerati solamente il 75% dei punti, del terzultimo il 50% e del quartultimo il 25%. Bisogna tener conto anche dell’impatto del Covid-19 sulle stagioni 2020 e 2021, che vengono “unite” ai fini del calcolo del ranking (quindi, eccezionalmente, in questo periodo si tiene conto delle ultime cinque stagioni).

Per capire meglio, ad esempio, i punti totali di una squadra nel 2022 corrisponderanno la seguente somma:

 
  • 100% dei punti ottenuti nel 2022 + 75% dei punti ottenuti nel 2021 e 2020 + 50% dei punti ottenuti nel 2019 + 25% dei punti ottenuti nel 2018

Nel 2025 di tornerà a calcolare la classifica in maniera tradizionale, considerando dunque le ultime quattro stagioni. Il totale dei punti di una qualunque squadra, a fine 2025, corrisponderà dunque alla seguente somma:

  • 100% dei punti ottenuti nel 2025 + 75% dei punti ottenuti nel 2024 + 50% di punti ottenuti nel 2023 + 25% dei punti ottenuti nel 2022

I punti guadagnati sono ovviamente diversi in base alla fase della competizione raggiunta. In caso di vittoria ci si aggiudica 500 punti, mentre sono 300 quelli incassati per la finale, 200 per la semifinale, 150 per i quarti di finale e 100 se ci si ferma nel round robin.

A questi si aggiungono alcuni punti bonus, che possono variare da quattro a dieci in base al ranking dell’avversario: sono 10 se un tennista sconfigge un rivale che occupa il primo o il secondo posto nel ranking ATP, 9 se si batte il n°3 o il n°4, 8 se si prevale su un giocatore compreso tra il quinto e l’ottavo posto. Si guadagneranno poi 7 punti vincendo contro chi è compreso tra il 9° e il 16° posto, 6 punti contro uno tra il 17° e il 32°, 5 punti contro uno tra il 33° e il 64° e 4 punti contro uno dal 65° posto in giù.

Chiusa la parentesi sul calcolo del ranking, vediamo nel dettaglio la classifica. Dietro la Croazia, al secondo posto si trova la Spagna, orfana di Alcaraz e Nadal quest’anno, con 693,25 punti. Completa il podio la Francia con 628,00 punti.

Alle spalle dei transalpini si trova la prima variazione di posizione, visto che i primi tre posti sono rimasti invariati rispetto all’ultimo aggiornamento. Ai piedi del podio si trova il Canada con 565,75 punti, che grazie al successo di domenica scorsa ha guadagnato tre posizioni e, da quando il ranking per nazioni esiste (2001), si trova nel suo punto più alto di sempre.

Seguono Stati Uniti (490,34 punti), Germania (485,09) e Italia (473,00), che rimane stabile al settimo posto e chiude il 2022 tre posizioni più avanti rispetto al 2021. Completano la top10 l’Australia, finalista di questa edizione (430,25), la Gran Bretagna (398,00) e la Serbia (388,25). La Russia, vincitrice nel 2021 e bannata per le edizioni 2022 e 2023, è ferma al 16° posto. Questa dunque la top10 aggiornata a fine 2022:

  1. Croazia
  2. Spagna
  3. Francia
  4. Canada
  5. USA
  6. Germania
  7. Italia
  8. Australia
  9. Gran Bretagna
  10. Serbia

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Coppa Davis: è stata un’occasione buttata? Probabilmente sì. Si ripresenterà? Penso di sì

La scelta di Filippo Volandri che ha schierato Matteo Berrettini in doppio, sebbene a digiuno di tennis da 40 giorni, viene ancora oggi molto discussa. Nei circoli di tennis e sui social. Il post di papà Fognini, il commento di papà Bolelli, il pensiero del direttore…anche su questa Davis che non gli piace

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Matteo Berrettini e Fabio Fognini giocano il doppio decisivo contro il Canada - Malaga 2022, Coppa Davis (foto Roberto dell'Olivo)

Che peccato non aver vinto questa Coppa Davis. Era davvero alla nostra portata. Avessimo battuto il Canada non avremmo mai perso con l’Australia.

Più ci penso e più me ne faccio un cruccio. E mi chiedo se davvero non si sia un po’ buttata una grande occasione. Tutte le persone che mi è capitato di incontrare, a Malaga come al ritorno in Italia, sull’aereo, al circolo, con gli amici, sui social, condividevano l’identica sensazione.

Ha fatto, fa e farà discutere la scelta di Filippo Volandri che ha schierato in doppio Matteo Berrettini che non si era mai allenato con la squadra, che aveva provato a giocare solo un paio di giorni dacchè aveva perso a Napoli (con un piede gonfio come un melone…) la finale con Musetti.

 

Non frequento abitualmente Facebook ma mi è stato inoltrato un commento di papà Fognini, Fulvio, alias Fufo56  che qui riporto fedelmente con maiuscole e minuscole e mi ha fatto riflettere (al di là della discutibile… eleganza, ma pare che nei social network ci si esprima spesso così!): “LI SENTI PARLARE E SONO TUTTI CONTENTI PER ESSERE ARRIVATI IN SEMI…ma andate a fare in culo, questa era una DAVIS DA VINCERE!”. Sic dixit Fufo 56.

Dopodiché, e anche questo mi viene segnalato da un fedele addetto ai Facebook-posts, è arrivato a commento di ciò un “like” – che potrebbe apparire piuttosto significativo – di Simone Bolelli.

In aereo da Malaga a Bologna ho incontrato papà Bolelli, Daniele, e lui mi ha confermato – semmai ce ne fosse bisogno – che Simone aveva uno stiramento di 6 millimetri certificato da ecografia, motivo per cui non sarebbe stato certamente consigliabile farlo scendere in campo.

Era un problema peggiorato con la partita contro gli USA (vinta su Sock e su Paul…grazie capitan Fish, che hai preferito puntare sul n.103 del doppio invece che sul n.3 Ram! n.d.Ubs)- mi ha detto papà Bolelli – peraltro aveva questo problema già all’arrivo a Malaga…Peccato perché se avesse potuto giocare sono convinto che i nostri avrebbero vinto”.

Una sensazione condivisa anche da chi di Simone… non è il papà.

Però anche papà Bolelli non riusciva a spiegarsi – e presumo che ne avesse parlato anche con suo figlio – perché al fianco di Fognini fosse sceso in campo Berrettini e non Musetti. “Non mi risulta che sia stato Fabio (Fognini) a scegliersi il compagno”.

Non restava che chiederlo a Fognini e magari a Musetti, non senza aver appurato che Sonego aveva preso i sali e accusato i crampi  durante il suo vittorioso (e splendido) match di 3h e 15 m con Shapovalov.  Il bis di quello vinto con Tiafoe. Non era quindi, purtroppo, in grado di giocare.

Nel mio audio commento di sabato sera, subito dopo il doppio perso con il Canada, avevo detto: “Se Sonego avesse vinto in due set e in due ore, come poteva benissimo dopo essere stato a 2 punti dal match sul 5-2 del tiebreak del secondo set, il doppio lo avrebbe giocato quasi certamente lui accanto a Fognini”.

Ciò anche se, a differenza di Berrettini (che accanto a Fognini aveva collezionato 6 vittorie e 3 sconfitte, sia pure in tempi non recenti), Sonego con Fognini non avesse mai giocato.

Con un tiro incrociato di mini-indagini senza pretese sono riuscito a sapere che Fognini effettivamente non è stato interpellato riguardo a chi avrebbe dovuto giocare al suo fianco.

E questo in verità mi è parso piuttosto sorprendente. Avrei in origine scommesso il contrario. Ho saputo che Musetti (non appena raggiunti gli spogliatoi pochi minuti dopo la sconfitta patita con Aliassime) e tutti quanti gli altri componenti della squadra hanno appreso all’unisono dalle labbra di Filippo Volandri che il doppio lo avrebbero giocato Fognini e Berrettini.

Qualcuno, mi è stato detto, si è anche un po’ sorpreso, perché Matteo non si era praticamente mai allenato con il resto della squadra.

Quando a fine doppio perduto si sono presentati in conferenza stampa Volandri, Berrettini e Fognini, uno più abbacchiato dell’altro, non era certo il caso di infierire.

Nessuno infatti si è sentito di farlo. Anche perché sarebbe stato troppo facile dare la sensazione di esprimere un parere dettato dal senno di poi.

Io stesso, in quei momenti di chiara tristezza, mi sono sentito in dovere di ringraziare comunque un team che, a livello individuale come di squadra, negli ultimi due/tre anni ci ha dato soddisfazioni che non provavamo da più di 40 anni.

 E non l’ho fatto per buonismo, ma perché è vero che nell’ultimo triennio le cose sono andate ben diversamente rispetto al più recente (e meno recente) passato.

Dopodiché, fra amici e colleghi, ci siamo però anche detti: “Ragazzi, ma come è cambiato il nostro giornalismo! Ora siamo tutti buonisti, tutti ci preoccupiamo più di non turbare i nostri futuri rapporti con i tennisti, con il capitano, che non di scrivere quel che molti pensano e che anni fa sarebbe stato scritto su qualunque giornale”.

E cioè che – ripensandoci a mente fredda e senza voler assolutamente maramaldeggiare affidandosi al senno del poi – non è davvero troppo comprensibile la scelta di Volandri. Cioè l’aver scelto di schierare in doppio un Matteo senza alcun tennis alle spalle per 40 giorni anziché un Musetti che di tennis ne ha giocato parecchio e anche piuttosto bene, tanto da essersi costruito nel finale di stagione una classifica, n.23, di tutto rispetto, recuperando in buona parte il gap con Sinner e Berrettini che ormai lo sopravvanzano di soli 8 e 7 posti.

Un Matteo fermo da 40 giorni e che in 4 mesi da Gstaad in poi aveva giocato soltanto 15 singolari (meno di 4 al mesebattendo solo 3 top 50 di medio-bassa caratura (Coric 26, Baez 37 e Davidovich 39) e per il resto soltanto tennisti dal 70mo posto in giù.

Mentre Musetti negli ultimi 4 mesi aveva giocato più del doppio delle partite di Matteo – 31 match dal vittorioso Amburgo, registrando successi di un certo peso nei confronti di tennisti (Amburgo compreso) quali Alcaraz (6 all’epoca e poco dopo n.1), Ruud (4 una settimana prima di diventare n.3), Cilic (17), Kecmanovic (30), Cerundolo (30), Davidovich (35), Ruusuvuori (42) e altri giocatori d’esperienza come Goffin e  Lajovic, prima di battere lo stesso Berrettini (n.15) in quel di Napoli.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Che Matteo, fermo sulle gambe (sui piedi?), in clamorosa difficoltà nel rispondere di rovescio da sinistra, si sia rivelato spento di riflessi a rete, poco centrato perfino nel servizio oltre che nel dritto, non avrebbe dovuto essere una gran sorpresa per chiunque. O è solo senno di poi?

Nel tennis non ci si improvvisa. Tutti lo sanno. E qualcuno avrebbe dovuto pur accorgersene nei rarissimi allenamenti da mercoledì in poi. Un giorno? Due? Tre?

Qualcuno ha sottolineato che l’unica alternativa possibile a Berrettini, Lorenzo Musetti, era piuttosto abbacchiato per aver appena perso da Aliassime.

Ma, ragazzi, si sta parlando di una sconfitta patita con il n.6 del mondo! Uno dei tennisti più hot del tennis di questo autunno. E nel caso di Fritz, del n.9 del mondo, di un tennista che aveva appena raggiunto le semifinali al Masters ATP di Torino giocando alla pari con tutti i più forti. Dal quale, oltretutto, Musetti ha perso un primo set di un soffio, 10-8 al tiebreak, dopo averlo condotto per 5 punti a 3 ed essersi conquistato anche un paio di setpoint (annullati da servizi vincenti di Fritz su una superficie assai veloce).

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Insomma, ci sta che un ragazzo di 20 anni si possa sentire un po’ abbacchiato per non essere stato in grado di portare il punto da n.1 azzurro contro Fritz e Aliassime, ma Musetti non aveva mica giocato contro…pizza e fichi! Bastava farglielo capire.

Lì deve essere il capitano a tirarlo su, a dirgli, “dai Lorenzo sei stato bravo, hai perso contro due campioni, adesso ti butto dentro nel doppio e vedrai che giocherai benissimo”. Musetti è giovane, ma non è un under 10 che sarebbe stato incapace di reagire.

Ovvio che manca la controprova, a questo punto. Avrebbe giocato bene o male Lorenzo? Chi può saperlo con certezza? Nessuno. Ma avrebbe potuto giocare peggio di Matteo? Non lo credo possibile. Senno di poi? Solo fino a un certo punto.

Ho sempre stimato Matteoho creduto nelle sue possibilità e in quelle del suo ottimo team, dall’ottimo Santopadre in giù – ecco qui un link su quanto scritto anni fa, quando venni quasi ingiuriato da alcuni lettori quando dissi che aveva dimostrato di avere le potenzialità di un Thiem per averlo battuto una volta e perso di misura un’altra (poi lo avrebbe anche ribattuto al Masters di Londra)– quando ben pochi sembravano aver fiducia in lui.

Quindi non saltino fuori adesso coloro che mi accusino di avercela con lui o di essere negativo e ipercritico nei suoi confronti. Né di esserlo nei confronti di Volandri. Chi sceglie può sbagliare. Hanno sbagliato in passato tutti i capitani del mondo, all’estero (Fish l’ultimo caso!) e in Italia:  Pietrangeli, Panatta che pure è stato un ottimo capitano ma…ricordate quando schierò Narducci in Svezia “per dare una lezione a Canè”? E Nargiso a Vienna contro l’Austria? Ma anche Bertolucci e Barazzutti non sono sempre stati esenti da scelte contestate da critici e opinione pubblica. Può sbagliare, certo in buona fede, anche Fiippo Volandri. Mica l’ha fatto apposta!

Lui da una parte, Matteo Berrettini dall’altra, in buona fede hanno ritenuto di aver fatto la scelta migliore e di poter dare un contributo migliore. Nonostante una partita a dir poco imbarazzante di Matteo (che ha dato perfino per fuori palle finite abbondantemente dentro) grazie a un Fognini super per un set e mezzo – prima di venir travolto anche lui dalla mission impossible – il duo azzurro è stato avanti di un break sia nel primo sia nel secondo set. Il che non può non accrescere, però, i nostri rimpianti.

Che si sia sprecata una grande opportunità è purtroppo vero. In quel senso papà Fognini, papà Bolelli, Simone, hanno ragione. Non c’era la Russia (che non ci sarà neppure nel 2023) ed eravamo riusciti a battere gli Stati Uniti grazie ad un prodigioso Sonego – ben tornato Lorenzo! – e al doppio titolare Fognini-Bolelli.

Forse l’occasione si ripresenterà. Magari già tra un anno. Intanto perché abbiamo ottenuto una wildcard e perché rigiocheremo a Bologna nel girone che speriamo ci riporti a Malaga fra le 8 finaliste. E, come appena detto, la Russia di Medvedev e Rublev sarà nuovamente assente.

L’Italia ha almeno 4 singolaristi e 4 doppisti (incluso Vavassori che ho visto giostrare alla grande contro Pavic-Mektic e contro Krajicek-Dodig senza assolutamente sfigurare) di gran livelloE non penso che potrà avere tutta la sfortuna che ha avuto quest’anno. Alludo ai ripetuti infortuni di Berrettini, Sinner, Bolelli.

Dico questo anche se purtroppo dovremo sorbirci almeno ancora un anno di una formula Davis che non mi piace. Una Davis che attribuisce per due anni di fila la celebre “saladier” d’argento fatta coniare da Dwight Davis nel 1900 nella famosa gioielleria di Boston a una squadra che in una finale vince appena 4 set (2 per match, prima di rendere superfluo il doppio), non è parente della Davis che Mr.Dwight Davis aveva ideato quando il tennis era molto meno popolare di oggi e aveva team molto più risicati.

Vincendo quattro soli set in una finale una squadra non era neppure sicura di aver conquistato un punto, dei 3 che servivano per aggiudicarsi la Coppa Davis.

Ma di quel che penso su come la Davis – che non è da buttare, alla gente piace, di pubblico ce n’è stato tanto – potrebbe tornare ad assomigliare alla vecchia Davis, con quattro singolari incrociati e un doppio che valga per il 20% dei punti e non per il 33% (ma, tuttavia almeno quel doppio venga sempre giocato…a Malaga 3 volte su 7 non lo si è neppure giocato e i doppisti sono venuti a fare un viaggio a vuoto) scriverò prossimamente.

Si può sognare di ridarle parte dell’antico lustro ora che l’ATP Cup, quella pagliacciata “inventata” dagli australiani (per attirare i tennisti laggiù, Down Under, fin da gennaio in funzione Australian Open) e appoggiata dall’ATP in sciocca e miope antitesi alla Coppa Davis gestita – in modo purtroppo abborracciato e politichese da ITF e Kosmos – è fortunatamente morta e sepolta. Ne riparleremo qui su Ubitennis. Così come riparleremo dell’assurdità di considerare head to head validi statisticamente i match della Laver Cup che al posto di un terzo set fanno giocare un long tiebreak. Che brutta cosa la politica (e il dio denaro) quando inquina la natura di uno sport. I mondiali di calcio nel Qatar non sono l’unico esempio.

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Félix Auger-Aliassime: “Avrei preferito affrontare Berrettini al top della forma. Io e lui siamo amici”

“Nei prossimi anni l’Italia sarà tra le contendenti per la Coppa Davis. Sinner può vincere Slam in futuro” – così Auger-Aliassime alla Gazzetta dello Sport

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Felix Auger-Aliassime - Coppa Davis 2022 (foto Roberto dell'Olivo)
Felix Auger-Aliassime - Coppa Davis 2022 (foto Roberto dell'Olivo)

Domenica scorsa il Canada ha riscritto la storia del suo paese, conquistando la prima Coppa Davis della sua storia grazie a Denis Shapovalov e Félix Auger-Aliassime, che nel 2015 avevano portato a casa anche la Davis Cup junior. Mattatore assoluto della settimana a Malaga è proprio stato il numero 6 del mondo, che ha mostrato ancora una volta i suoi incredibili miglioramenti in un 2022 da favola e nei 4 match disputati non ha mai perso il servizio.

“Penso che mi sognerò per anni quell’ultimo colpo. Ho solo pensato ‘tira più forte che puoi‘, e quando ho capito che la palla di De Minaur sarebbe uscita è come se avessi perso i sensi: le gambe mi hanno abbandonato, sono crollato a terra e ricordo solo tutti che mi venivano addosso. Mi piace ricordare il successo nella Coppa Davis Junior, è come se io e Denis avessimo chiuso un cerchio. La speranza è che questa generazione possa andare ancora molto lontano”.

In un’intervista concessa alla Gazzetta dello Sport, Auger-Aliassime è tornato sulla sfida all’Italia, esprimendo un po’ di rammarico sulle condizioni del suo amico Matteo Berrettini, che avrebbe voluto affrontare al top della forma. I due si sono già scontrati cinque volte nel circuito ATP, con quattro vittorie dell’azzurro (due sull’erba e due alla Laver Cup). L’unico successo del canadese è arrivato l’anno scorso a Cincinnati.

 

“Io e Matteo ci siamo incrociati prima di affrontarci in campo – prosegue FAA – peccato che lui non fosse ancora in piena forma, sarebbe stato una gran bella sfida se tutti fossimo stati al 100%. Sono certo però che il peggio per lui sia passato: in Australia sarà tra gli avversari da battere. Anche l’Italia, insieme a noi e agli Stati Uniti, nei prossimi anni sarà tra le contendenti alla Coppa Davis“.

Come detto in precedenza, Auger-Aliassime ha chiuso la stagione da numero 6 del ranking, in un 2022 che ha dato ampio spazio a risultati straordinari dei giovani. Oltre a lui, impossibile non menzionare il n°1 del mondo Carlos Alcaraz, vincitore di uno Slam e di due Masters1000, così come anche Holger Rune, che se non fosse stato per una manciata di punti persi per un Challenger giocato lo scorso anno avrebbe chiuso l’anno in top10.

“Ho già battuto Carlos, è un giocatore davvero forte. Ha enormi grandi potenzialità ed è impressionante pensare che a 19 anni sia già il numero 1 ATP abbia vinto uno Slam. C’è poi anche Holger, che ha fatto un exploit incredibile: sarà bello sfidarsi per i trofei più importanti. I miei obiettivi da qui in avanti sono chiari, ovvero vincere i Masters 1000 e gli Slam. Gli italiani? La forza e la potenza di Matteo Berrettini sono impressionanti, poi è una bella persona: siamo amici ed è una rivalità positiva. Sinner sta ancora crescendo, ma penso che sia uno dei candidati a vincere Slam nel futuro. Musetti è il più giovane, sta anche lui facendo molti progressi e il suo tennis è davvero spettacolare“.

Per il 22enne di Montréal, che rispetto ai due 19enni citati in precedenza si sente già un “veterano”, non è però stato sempre tutto facile. Prima di questa stagione, infatti, non aveva mai vinto nemmeno un titolo ATP, vedendosi sempre più spesso attribuita l’etichetta di eterno secondo. Delle otto finali disputate prima del 2022, infatti, non era mai riuscito ad imporsi. Certo non è facile accettare la sconfitta, ma il canadese non si è mai dato per vinto:

“Quando giochi una finale è sempre meglio vincere. Però bisogna anche vedere il lato positivo: arrivare a giocarsi il titolo è comunque già un buon risultato. In alcune occasioni non ho giocato abbastanza bene da meritare la vittoria, ma non mi sono mai abbattuto. Penso che la resilienza sia una delle mie qualità più grandi”.

C’è poi un aspetto molto importante di cui forse pochi sono a conoscenza, ovvero la grande generosità di Auger-Aliassime. Anche senza farne proclami, il giovane canadese è sempre impegnato in un importante progetto benefico legato al tennis:

Per ogni punto che faccio dono 10 dollari per progetti legati all’istruzione e alla sanità in Togo (il paese originario del padre, ndr). Questa stagione devo dire che è andata piuttosto bene, per me questo progetto è una spinta ulteriore per dare tutto quello che ho sul campo“.

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