Il botto di Diaz Acosta, una storia di Baires

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Il botto di Diaz Acosta, una storia di Baires

Facundo Diaz Acosta ha vinto il primo titolo ATP della carriera nella sua città natale. Senza perdere un set. E con il River Plate nel cuore

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Facundo Diaz Acosta - Buenos Aires 2024 (foto X @ArgentinaOpen)

C’è da dire che sotto il nuovissimo dominio imposto da Jannik Sinner sta venendo fuori un bel duemilaventiquattro pazzerello e proprio per questo attraente, specie nelle lande tennistiche meno toccate dal glamour e dai flash delle macchine fotografiche. Facundo Diaz Acosta è solo l’ultimo, ma è già il quarto. Già il quarto giocatore a vincere il primo titolo della carriera in questa stagione. Prima del clamoroso trionfo firmato da Facundo a Buenos Aires, nelle prime sette settimane dell’anno già tre colleghi erano diventati neo-campioni nel circuito grosso: Jiri Lehecka si era laureato ad Adelaide, Alejandro Tabilo ad Auckland, Luciano Darderi a Cordoba, giusto una settimana fa. Poi è toccato proprio a lui, proprio a Buenos Aires; una città che non riveste un ruolo di secondaria importanza nella sua giovane vita in compagnia della racchetta.

Il Nostro a Baires è ovviamente nato, il 15 dicembre di ventitré anni fa; lì, all’età di tre anni, ha preso per la prima volta confidenza con gli attrezzi del mestiere sotto la supervisione dei nonni materni. Sempre nella capitale argentina è finito per la prima volta sotto i radar internazionali, quando nel 2018, a 17 anni, ha raggiunto la finale ai Giochi Olimpici della Gioventù, cedendo l’oro a Hugo Gaston. In quell’occasione, nella sua prima intervista a un organo di stampa – nella fattispecie la testata giornalistica Clarìn – dichiarò di ispirarsi a Rafa Nadal, nientemeno. Concetto ribadito ieri, nel corso delle inevitabili confessioni rese al sito dell’ATP: “Mi è sempre piaciuto – ha detto -, perché è mancino come me, certo, ma non solo. Crescendo credo di non essermi perso una sua sola partita, spero torni presto in forma e mi auguro di poterci giocare contro, un giorno“. A Buenos Aires Nadal ha vinto una volta, nel 2015, primo mancino di sempre a riuscirci sul campo che porta il nome di Guillermo Vilas. Primo di due in totale: il secondo è diventato lui, Facundo.

Strutturalmente un normotipo per i canoni da superuomo attuali, 183 centimetri per 75 chili, Diaz Acosta ha mosso i primi passi presso il Club de Comercio de Nunez, prima di trasferirsi, ancora ragazzo, alla Monachesi & Hood Tenis Academy, che ancora oggi frequenta. Come si evince dal nome sociale, il team è governato dai due Mariano, Monachesi e Hood. Il primo, tecnico affidabile, ha alle spalle una lunga serie di collaborazioni con grandi nomi del tennis votato alla miglior performance sulla terra battuta quali Nico Almagro, Juan Ignacio Chela, Guillermo Canas, Mariano Zabaleta e Tommy Robredo, tra gli altri. Il secondo è un ex ottimo doppista da rosso, ma anche ex 153 nelle classifiche mondiali d’inizio millennio in singolare, prima che la sua carriera subisse lo stop imposto da una controversa vicenda di doping.

Facundo ha appena iscritto il proprio nome in un albo d’oro ben frequentato, ed è diventato il sesto argentino campione a Baires dopo Guillermo Coria (2004), Gaston Gaudio (2005), Juan Monaco (2007), David Nalbandian (2008) e Diego Schwartzman (2021). Un elenco discretamente appesantito da trofei e talento, per dire. Le rose, se rose si dimostrano, a un certo punto pare fioriscano. Per quanto riguarda la carriera di Diaz Acosta, è presto per dire quale piega prenderà. Di certo lo sviluppo di fiducia, vittorie, colpi e ranking è stato finora lento ma gradualmente in ascesa: un titolo Future in tre finali, nell’agosto del 2019 in provincia di Bolzano, a Santa Cristina Valgardena, battendo il brasiliano Wilson Leite in finale, da numero 620 del mondo.

Dopo un periodo di scomodo assestamento – solo due quarti Challenger fino al novembre del 2021 – una certa accelerata si è vista a partire dall’inizio del 2022, affrontato dalla posizione 338 del ranking: subito una finale a Tigre, sconfitto da Santiago Taverna, poi il primo titolo in Cile, a Coquimbo. Nel 2023 una certa qual svolta, con due centri consecutivi a Savannah e Oeiras, la finale ceduta a Matteo Arnaldi nel pregiato Challenger di Heilbronn e il titolo all’Harbour Club di San Siro, battendo Matteo Gigante nella partita finale. Un altro successo, il quinto nella categoria, a Montevideo, per chiudere l’anno in bellezza e piazzarsi appena fuori dai confini della top 100 non lasciava comunque presagire l’inopinata agnizione.

Prima del capolavoro scritto a Buenos Aires, in un torneo approcciato da wild card e chiuso senza perdere alcun set con tanto di vittoria in finale su Nicolas Jarry, il miglior tennista latinoamericano del momento secondo il computer, Diaz Acosta aveva giocato nel Tour maggiore un totale di tredici partite, vincendone quattro. La prima a Buenos Aires, per proseguire sulla falsariga vichiana che guida questa storia, avendo la meglio su Fede Coria, che al tempo era numero 49 del mondo. Ora, in seguito agli inaspettati quarti guadagnati a Cordoba una decina di giorni fa – ma anche dopo l’ottimo primo turno di Melbourne lasciato a Taylor Fritz, il numero dodici del mondo in quel momento, da due set a uno sopra – il bilancio è in parità, nove vittorie e nove sconfitte. La classifica, naturalmente, ne ha beneficiato: iniziato l’anno dalla centoundicesima piazza delle classifiche mondiali, Facundo al momento è salito fino alla cinquantanove, e fino ad aprile non difenda una mole di punti che rischi di turbarne il sonno. Le porte per un ulteriore exploit si aprono già a partire da questa settimana con vista panoramica su Rio de Janeiro, dove al primo turno se la vedrà con una leggenda come Stan Wawrinka, primo premio avuto in sorte dal destino dopo la settimana trionfale sui campi di casa.

Ci sarà tempo per festeggiare in modo appropriato, adesso è il momento di battere il ferro, decisamente caldo. “Dopo la vittoria contro Jarry mi sono concesso una cena con famigliari e team – ha dichiarato Facundo -, per il resto ci sarà tempo, quando non ci saranno partite“. Relax, ma non troppo. Perché nel tempo libero c’è da guardare il River Plate, la sua grande passione, mentre a lavoro le cose si fanno tremendamente serie. Bello l’ipogeo tennistico, anche se Facundo Diaz Acosta sta meditando di trasferirsi al piano di sopra, dove il sole batte più forte.

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