Dietro ad ogni grande rimonta nello sport e al suo protagonista principale, c’è ovviamente chi quella partita di fatto l’ha gettata alle ortiche. Taylor Townsend ha avuto otto chance per chiudere i conti nel secondo set e approdare ai quarti degli US Open, lo Slam di casa, ma a quanto pare non era questa la volta buona.
D. Taylor, sconfitta dura. Cosa hai imparato non solo da questa partita ma da tutto il percorso in singolare?
TAYLOR TOWNSEND: “Sono esattamente dove devo essere. L’avevo detto a Washington, ci stavo arrivando, ma ora sono esattamente dove devo essere. Sto giocando il tennis che serve per stare tra le prime 20, tra le prime 10, per vincere uno Slam. Lei è una due volte campionessa Slam e in questo torneo ne ho già battuto una – riferendosi a Jelena Ostapenko -. Ho tutto ciò che mi serve e ora si tratta solo di accumulare partite, continuare a mettermi in queste situazioni. Fa male, certo, ma fa parte della competizione, fa parte dello sport. Ma sono proprio dove devo essere”.
D. Oggi è stata una lotta durissima. Ti chiedo: nella tua testa, subito dopo una partita così, rivivi certi punti e dici tra te e te “avrei dovuto fare questo o quello”? Com’è stata l’ultima ora per te?
TAYLOR TOWNSEND: “Sì, l’ho fatto. Io e il mio coach abbiamo una regola: puoi abbatterti per tre minuti“.
D. Tre minuti?
TAYLOR TOWNSEND: “Sì. Io me ne sono presi dieci (sorride, ndr). Subito dopo ho ricevuto amore e abbracci dalla mia squadra. Brucia, perché ho davvero dato tutto, proprio tutto. Lei però ha tirato fuori un tennis incredibile nei momenti di difficoltà e io pensavo di avercela fatta. Questo è lo sport. Onestamente, mentre facevo la doccia pensavo: “Cavolo, quando giocherò la prossima partita di singolare?” Sono fatta così: mi motiva e mi rende subito pronta a ricominciare. Non è finita. Domani ho il doppio e farò di tutto per alzare il trofeo qui. So che posso farcela, io e la mia compagna l’abbiamo già fatto. Questo mi motiva a continuare a fare ciò che so che posso fare per essere una campionessa. Il bello del tennis è questo: non importa cosa sia successo il giorno prima. Se hai un altro match, devi girare pagina e risalire in sella. Userò quello che è successo oggi per lavorare sulle cose che avrei voluto fare meglio in singolare e cercherò di metterle in pratica nel doppio”.
D. Tutto quell’amore e quegli abbracci, quanto venivano da tuo figlio? Consideri questa la sconfitta più dura in singolare della tua carriera?
TAYLOR TOWNSEND: “Sì, credo di sì. Perché ero così vicina ed è davvero è stata una questione di uno o due punti. Brucia, ma sono orgogliosa di me stessa. Non credo di aver mai offerto una prestazione simile. Anche quando ero arrivata lontano in tornei precedenti, sembrava sempre che fosse solo una “striscia positiva”. Questa volta penso di aver guadagnato il rispetto del mondo del tennis, di aver mandato un segnale alle mie avversarie. Prima c’era sempre un “ma” su di me e credo di averlo eliminato. Ho guadagnato rispetto, da uomini e donne. È bellissimo. Sono esattamente dove devo essere. È una bella sensazione. Ho detto ad A.J.: “Wow, sei rimasto lì tutto il tempo”. Era più di tre ore, e lui era lì. Quando parlavo col mio coach durante un toilet break di Barbora, A.J. mi ha detto: “Se hai bisogno di qualcosa, ci sono, chiedimelo”. Io: “Ok”. Poi nell’area di defaticamento, mi ha detto: “Mamma, alleniamoci insieme”. Io: “Tesoro, ho appena giocato tre ore, non voglio allenarmi! (sorride)”. E lui: “Facciamo degli squat”. Io: “No, grazie”. Ecco i bambini, non hanno idea. Gli ho anche detto: “Grazie, A.J., ma ho perso”. E lui: “Va bene”. E io ho pensato: “Ecco l’atteggiamento giusto”. Sto cercando di incarnarlo”.
D. Dopo quegli otto match point nel secondo set, Barbora è andata fuori dal campo e tu sei andata a parlare col coach. Cosa ti passava per la testa e come ti sei riorganizzata per il terzo set?
TAYLOR TOWNSEND: “Quando lei è andata in bagno, io mi sono presa del tempo al cambio campo, sono rimasta seduta a lungo prima di andare a parlare col mio coach. Volevo ascoltare prima me stessa, i miei pensieri e poi confrontarmi con lui. Nel tennis sei sola là fuori. Non importa cosa dica l’allenatore, sei tu a dover portare tutto in campo. Quindi mi sono presa un attimo, dentro di me ho urlato: “Oh mio Dio. Maledizione”. Poi mi sono detta: “Ok, cosa devo fare ora?”. Il coach mi ha solo detto: “Prenditi il tuo tempo, lo hai. Vai con calma”. Così mi sono seduta, mi sono coperta col telo e ho cercato di immaginare cosa fare nel set successivo. Ho imparato tante volte che pensare al passato – il set prima, il game prima, il punto prima – non aiuta mai. Quindi ho accettato che le occasioni erano andate e ho pensato solo: “Va bene, e adesso?”.
D. Taylor, hai conquistato tanti tifosi, anche tra chi non seguiva molto il tennis. Tutta questa attenzione ti ha messo pressione?
TAYLOR TOWNSEND: “No, per niente. Perché mi sono mostrata per quella che sono. Ho affrontato la situazione a modo mio. Non mi sono scusata di nulla. Sono orgogliosa di come ho gestito tutto. Non era pressione, era solo me stessa. Non c’è niente di meglio. Sono felice che la gente abbia potuto conoscermi e che io abbia giocato il mio miglior tennis, dando spettacolo e regalando ai tifosi quello che meritano: grande tennis. Ho dato tutto quello che avevo e questo è ciò che conta. Ma lo show non è finito: farò di tutto per andare avanti in doppio“.
D. In passato Barbora raccontava le difficoltà di costruirsi una carriera in singolare mentre era n.1 di doppio. Tu hai avuto grande successo in doppio: pensi di cambiare il focus sul singolare?
TAYLOR TOWNSEND: “No. Perché entrambe le cose fanno bene al mio gioco. Alcuni non riescono fisicamente a reggere entrambe, ma io sì. Più gioco, meglio sto. Il doppio mi aiuta: mi rende più completa, mi tiene competitiva. Per me non è un ostacolo, anzi. Sempre più giocatrici di singolare fanno anche il doppio. Quindi no, non cambierò il focus”.
D. Nella parte finale del secondo set e in gran parte del terzo sei stata più silenziosa, meno gesti, meno grida. È stata una scelta?
TAYLOR TOWNSEND: “No, non era intenzionale. A volte sono più estroversa, a volte più introversa. Il pubblico era fantastico, dall’inizio alla fine. Anche nel tie-break ho cercato solo di restare concentrata. Forse avrei dovuto esprimermi di più, non lo so. Ma ero dentro il mio flusso, cercando di alimentarmi di quell’energia”.
D. Hai spesso parlato di destino e di eredità sportiva. Dopo questo torneo, qual è il destino di Taylor Townsend?
TAYLOR TOWNSEND: “Credo che tutto accada per un motivo. Fa parte del piano. Ho ancora molto tennis da giocare e sono ancora qui in doppio. Non sai mai quale partita possa diventare la scintilla per portarti al livello successivo. Credo che questo torneo sia stato un punto di svolta per me. Sono esattamente dove devo essere per raggiungere i miei obiettivi: essere una top player, vincere Slam, più di uno. So di poterlo fare. Non è un caso. Fa male perché ho dato tutto e speravo in un risultato diverso, ma so che questo mi porterà a un altro livello”.
D. Per chi guardava, è stato emozionane. Com’è stato invece per te, in campo, vivere quei match point a un soffio dalla vittoria? TAYLOR TOWNSEND: “Trattenevo il respiro come voi, era tennis di altissimo livello. Non posso arrabbiarmi. Alcuni punti si sono decisi per millimetri. Sul match point, il suo rovescio lungo linea ha appena toccato la riga. Cosa puoi fare? Ho sentito la pressione, ma sono orgogliosa di come l’ho gestita. Non ho lasciato che mi condizionasse. Lei ha giocato più libera in quei momenti, io ho fatto del mio meglio. Troppo brava lei, si passa al punto successivo. Ho cercato di restare libera e di giocare il mio tennis. Ho fatto il massimo”.
