Ha un modo tutto suo di stare nel tennis, Thanasi Kokkinakis. Meno rumoroso, meno teatrale, meno incline alle derive da personaggio che spesso accompagnano il suo amico e compagno di doppio Nick Kyrgios. Eppure, non si può dire che ci si trovi di fronte a un giocatore senza personalità, di quelli che spariscono appena escono dal cono di luce del singolo match. Nel sodalizio culminato nel trionfo in doppio all’Australian Open 2022, Kokkinakis è sempre stato l’altra metà indispensabile: quella più silenziosa, ma non silente; più lineare, ma non prevedibile; più concentrata su sé stesso e sul campo, strizzando appena gli occhi al mondo che li osservava.
A 29 anni, dopo dodici mesi lontano dal circuito ATP, l’australiano di Adelaide riparte da casa. E lo fa nel modo più emotivamente potente possibile: vincendo. All’Adelaide International, torneo ATP 250 della sua città, Kokkinakis firma un esordio che vale molto più di un semplice primo turno. Con Sebastian Korda, al rientro in singolare dopo l’Australian Open 2025, rimonta da 3-6 a 6-3 e chiude al tie-break del terzo set (7-6(3)) dopo 2 ore e 26 minuti di battaglia vera, vissuta anche tra dolore e interventi del fisioterapista alla spalla durante il secondo parziale.
«Sono stati dodici mesi durissimi, ma tutto questo li rende degni di essere vissuti», dirà poi a caldo, con la voce incrinata dall’emozione. «Avevo cerchiato questo torneo. Sapevo che qui avrei trovato il pubblico pieno e tutto il tifo possibile. Grazie, davvero: amo giocare qui». Adelaide come rifugio, Adelaide come punto di ripartenza.
L’operazione al muscolo pettorale destro, un intervento radicale, affrontato nel recente passato anche da Grigor Dimitrov, lo ha costretto a fermarsi mentre il Tour continuava a correre senza di lui. Un innesto complesso, con il tendine d’Achille di un defunto utilizzato per riancorare il pettorale alla spalla, e una riabilitazione lunga, solitaria, senza certezze. Kokkinakis è rimasto a Melbourne, sospeso tra fisioterapia e attese, senza la garanzia che il corpo avrebbe davvero risposto.
In quel tempo dilatato ha cercato altri appigli. “È divertente: ho comprato una console da DJ e ci ho giocato per un mese o due”, ha raccontato ad ATPTour.com. “Poi sono diventato dipendente dalla PlayStation. Giocavo tantissimo a NBA2K. Sono competitivo: quando sei online con le cuffie e qualcuno ti dice una stupidaggine, rispondi… era un modo per sentirmi ancora in gara”. Un racconto leggero, domestico, che restituisce bene il personaggio: autoironico, sempre in equilibrio sul confine tra spontaneità e misura, attento a non trasformare tutto in una maschera.
La musica, per ora, resterà un hobby. “Sono molto lontano dal pubblicare un brano, forse dopo la carriera“, scherza. “Ho imparato le basi, ma fare il passo successivo richiede una concentrazione che non avevo. È più difficile di quanto pensassi“. Un approccio quasi opposto a quello di Kyrgios, che ha sempre cercato espressione anche fuori dal campo. Kokkinakis, invece, ha scelto di restare ancorato al tennis, anche quando il tennis sembrava essersi allontanato da lui.
L’ultima apparizione in singolare prima di Adelaide risaliva alla sconfitta con Jack Draper all’Australian Open 2025. Da allora, un anno complicato, vissuto lontano dai riflettori. “Restare fermo nello stesso posto ti rende inquieto“, racconta. “A casa va bene, ma quando sei abituato a muoverti ogni una o due settimane, fermarti così a lungo è difficile“. Le giornate riempite come possibile: riabilitazione, sponsor, commenti, lavoro quotidiano. “Anche la riabilitazione è un impiego a tempo pieno. Il mio obiettivo era arrivare almeno al punto di essere in tabellone qui“.
Il tennis osservato da lontano, senza ossessione. “Guardavo qualcosa, ma soprattutto NBA. Se c’era una partita che mi interessava, la seguivo. Non tutto“. E contatti ridotti all’essenziale: “Soprattutto con gli australiani. Se qualcuno faceva bene, mandavo un messaggio. Draper mi ha scritto, è stato un bel gesto“.
Il rientro in doppio a Brisbane, accanto a Kyrgios, è stato il primo segnale. La vittoria su Korda, ora, è qualcosa di più: è la conferma che valeva la pena provarci. Kokkinakis non si illude, non alza l’asticella oltre misura. “Arrivare fin qui non era scontato. Non so se riuscirò a finire una partita o più partite. Ho fatto tutto il possibile in allenamento per darmi una chance, e questo per me è già una vittoria“.
C’è infine l’aspetto emotivo, quello che non entra nelle statistiche. “Tornare a sentire il pubblico, il tifo, le telecamere addosso mentre giochi davvero a tennis… è un adattamento, ma è il motivo per cui sono qui“. Nessuna dichiarazione roboante, solo il desiderio di esserci. Di tornare a sentirsi giocatore, competitivo. Magari non per l’ultima volta. Spostando un po’ più in là il cono di luce, per intravedere nuovi orizzonti. Anche lontano da casa. Anche lontano da Kyrgios.
