La scomparsa di Mark Hodgkinson, morto questa settimana a 46 anni, lascia un vuoto nel racconto del tennis contemporaneo. Non una firma da copertina, ma una presenza costante e riconoscibile, capace di accompagnare lo sport lungo le sue trasformazioni. All’ultimo Australian Open, in qualche modo, il suo lavoro era tornato al centro della scena: aveva pubblicato libri sia su Carlos Alcaraz sia su Novak Djokovic, e la finale tra i due sembrava il prolungamento naturale del suo percorso narrativo, quello di chi ha sempre provato a leggere il tennis mentre accade.
La carriera di Mark Hodgkinson
Corrispondente di tennis del Telegraph dal 2005 al 2011, Hodgkinson arrivò giovanissimo in uno dei ruoli più prestigiosi del giornalismo sportivo britannico. Una scelta inizialmente discussa, ma rivelatasi presto lungimirante: serviva uno sguardo nuovo per raccontare il passaggio tra le generazioni, dagli anni di Federer e Nadal all’emergere di Djokovic e Murray. Il suo stile era personale, spesso laterale, attento ai dettagli e alle atmosfere oltre che al risultato. Non solo cronaca, ma interpretazione, con una voce che negli anni è diventata familiare a chi seguiva il tennis da vicino.
Dopo l’esperienza al Telegraph si affermò come autore, firmando la biografia di Andy Murray, un libro su Ivan Lendl e contributi per Wimbledon e per il programma ufficiale di Londra 2012. Negli ultimi anni erano arrivati i volumi su Djokovic e Alcaraz: “Searching for Novak”, premiato come miglior libro sportivo del 2025 e tradotto in più lingue, e “Being Carlos Alcaraz”, tra i ritratti più completi del campione spagnolo. Hodgkinson ha raccontato il tennis con discrezione e profondità, contribuendo a costruirne la memoria. È morto il 5 febbraio nella sua casa nel West Sussex, lasciando la compagna Amy e le figlie Molly e Rosie. Rimangono i suoi libri e i suoi articoli, parte di quel patrimonio di storie che accompagna ogni epoca di questo sport.
