Terzo e ultimo appuntamento con il Golden Swing, le tre settimane sudamericane su terra battuta che raccolgono numeroso e caloroso il pubblico locale. Molto meno numerosi i top player, che preferiscono gli aridi stadi arabi. Così, il n. 19 ATP Francisco Cerundolo, testa di serie numero 1 a Buenos Aires e Rio, sarà primo favorito del seeding anche al BCI Seguros Chile Open, di nuovo unico top 20 in gara. Ma c’è chi, pur più indietro nel ranking, ha un curriculum più corposo. È Matteo Berrettini, finalista a Wimbledon 2021, ex numero 6 del mondo, due Coppe Davis da protagonista – solo per citare qualche risultato.
Saltato lo swing australiano, Matteo ha appunto iniziato il suo 2026 con la gira, dove non sta facendo sfracelli e d’altra parte lo scopo è ritrovare la forma migliore. A Baires, battuto Fede Coria, è stato fermato da Vit Kopriva, poi semifinalista a Rio, mentre in Brasile ha raddoppiato il numero di vittorie, sconfitto ai quarti da Ignacio Buse.
A Santiago, l’azzurro, ora 57° del ranking, è stato sorteggiato contro il n. 79 ATP Emilio Nava, statunitense classe 2001, che ricordiamo sconfitto da Lorenzo Musetti nella finale dell’Australian Open junior ormai sette anni fa. Sarà una sfida inedita, ma “ci siamo allenati un paio di volte, è giovane, ha un buon tennis, fisicamente è molto forte” dice Matteo a Josè Contreras per El Mercurio. “Sarà una partita dura, perché arriviamo anche da condizioni diverse. A Rio c’è stata molta pioggia e condizioni molto più lente. Qui sembra che la palla rimbalzi molto, ma mi sento bene. Peccato aver perso ai quarti, perché il tennis c’era”.
Terra e altitudine, combinazione perfetta
Caldo umido e pioggia a Rio, ma a Santiago si gioca a 988 metri sul livello del mare. “Mi è sempre piaciuto giocare sulla terra con un po’ di altitudine e spero di poter fare un torneo con molte partite” dice ancora Berrettini, vincitore tra i monti due volte a Gstaad e una a Kitzbuhel. Sul motivo della scelta ‘controcorrente’, spiega: “Adoro giocare sulla terra, adoro il caldo, adoro il Sudamerica, ho famiglia a Rio e, per me, il Sudamerica è sempre stato un posto dove volevo giocare. Negli ultimi anni non ho giocato molto sulla terra, perché mi sono infortunato poco prima della stagione europea sul rosso. Mi piace giocare in posti dove c’è un’energia fortissima, con gente che fa il tifo e che ama il tennis. Il Sudamerica è stata la prima opzione”.
Quale futuro per la gira?
Da anni si parla dell’anomalia di questo swing, tre settimane di terra battuta strette fra il cemento australiano e quello del Sunshine Double, con la concorrenza dell’indoor europeo e di Doha e Dubai, che vera concorrenza non è viste le ben diverse possibilità economiche. Per non parlare di Acapulco, il cui passaggio al cemento nel 2014 lo ha reso molto più appetibile per i top player.
E, se la possibile cementificazione del Rio Open – e le relative conseguenze sugli altri tornei – è argomento sul tavolo almeno da quella scelta dell’Abierto Mexicano, ora la questione sembra farsi sempre più pressante, quando mancano due anni all’irruzione nel Tour del Masters 1000 saudita, di cui ancora non si conosce la collocazione, ma febbraio sembra il mese più probabile. Contreras domanda a Berretto cosa possa fare l’ATP per tutelare i tornei sudamericani, dando per scontato che li voglia tutelare.
Secondo Matteo, “il Sudamerica merita un circuito di tornei importanti come quello attuale, perché alla gente il tennis piace tantissimo e ci sono moltissimi giocatori sudamericani di altissimo livello. In tutti questi tornei ho visto livelli molto alti e c’è sempre pubblico che guarda le partite. A Buenos Aires lo stadio era pieno, a Rio lo stesso e qui credo che sarà uguale. Penso sia importante considerare anche questo quando si prendono decisioni sul calendario”.
“Ora voglio davvero godermi il tennis, la lotta”
Come abbiamo detto, i risultati fanno del classe 1996 romano l’attrazione principale del tabellone, giocatori di casa esclusi, naturalmente. Martoriato dagli infortuni, il nostro non è ancora riuscito a ritrovare il livello di qualche anno fa, con i quarti di finale risultato minimo negli Slam. La voglia di tornare su certi palcoscenici c’è senz’altro, ma ciò potrebbe anche creare pressione.
“Un po’ di pressione c’è” ammette Berretto, “ma è diversa. Sono arrivato a un momento della mia carriera, della mia vita, in cui voglio davvero godermi il tennis, godermi la lotta, stare lì a lottare con il mio team, con la mia famiglia e godermi quello che ho fatto in questi anni. Ho molta voglia di tornare nei tornei più grandi e giocare partite importanti, ma so anche che non sarà facile, perché il livello ora è altissimo. Ho trent’anni e molti infortuni alle spalle, quindi non devo avere fretta. È un processo. Devo concedermi un po’ di tempo per tornare a quel livello”.
Il trucco per vincere tre Coppe Davis di fila
Matteo ha alzato le due ultime Insalatiere da giocatore, ma l’Italia è addirittura alla terza consecutiva. Tentando di spiegare il segreto di questo successo, Berrettini la mette prima sullo scherzo, “ci sono generazioni di giocatori che a volte nascono nello stesso periodo” poi spiega, riferendosi specialmente a quella del 2025 senza Jannik Sinner, che “in parte è il lavoro della federazione, in parte il rapporto tra i giocatori, molto buono, e anche la fortuna di giocare a Bologna la fase finale. Giocare in casa è qualcosa di speciale e abbiamo dimostrato che non è così importante chi gioca, ma con quale energia entri in campo, e che il ranking conta meno quando vuoi vincere per il tuo Paese”.
Non resta che vedere fino a che punto l’aria delle Ande spingerà Berretto nel torneo, prima della trasferta statunitense e sempre con una particolare attenzione all’integrità fisica. Intanto, appuntamento a martedì, non prima delle 19 italiane, sul campo intitolato al nonno di Nico Jarry, Jaime Fillol, per il match con Nava.
