Mattia Bellucci, terza testa di serie del Monza Open, domina il derby azzurro eliminando agli ottavi Andrea Guerrieri 6-3 6-4. Dopo l’incontro ha rilasciato una breve intervista esclusiva ai nostri microfoni. I protagonisti della chiacchierata sono la preparazione atletica e mentale e il periodo d’oro del tennis italiano.
La scelta del Challenger
Come mai hai preferito il Monza Open alle qualificazioni a Monte Carlo?
“Principalmente per il livello del torneo, essendo un torneo Challenger mi può dare potenzialmente la possibilità di giocare qualche match in più. Poi, non è sempre detto perché il livello dei giocatori è comunque alto. Quindi il motivo principale è la categoria, ma anche la vicinanza a casa perché vivo a Milano e la mia famiglia è in provincia di Varese. Possono venirmi a vedere”.
Bellucci: “Fiero di chi sto diventando”
Hai più volte detto di voler chiudere la stagione in top 50. Su cosa state lavorando principalmente tu e il tuo team?
“L’obiettivo è la costanza, in termini di risultato e prestazioni. È anche un po’ di tempo che lavoriamo sulla solidità, perché io credo di essere sempre stato abbastanza preparato in termini di variazioni ma è necessario fare un passo avanti sulla solidità. Con i giocatori forti è quello che fa la differenza in questo momento, viste anche le grandi velocità. È chiaro che mantenere un equilibrio tra quella che è sempre stata la mia creatività e il discorso della solidità è cosa buona, mi renderebbe più imprevedibile e più difficile da affrontare”.
Quando avevi 15-17 anni non sei riuscito a esprimerti al meglio – così hai affermato in passato. Credi che oggi saresti in una situazione diversa se in quel periodo fossi riuscito a dare di più o l’impegno dedicato successivamente ha colmato tutte le eventuali lacune?
“Il posto in cui mi trovo e quello che sto facendo è motivo di orgoglio. Dall’altra parte se avessi iniziato a 14 anni magari a fare un’attività diversa e a concentrarmi al 100% sulla parte sportiva e tennistica in tutti i vari aspetti penso che potrei essere più avanti. Allo stesso tempo ho pensato in molte occasioni che probabilmente se avessi avuto un percorso lineare magari non avrei avuto la stessa fame, la stessa voglia di ottenere quello che voglio ottenere. So che è un percorso assolutamente personale, io sono fiero della persona e del giocatore che sto diventando. Ci sono difficoltà che si incontrano e avversari tostissimi, quindi per prevalere bisogna prepararsi al meglio”.
Sul tennis italiano
A proposito di avversari tostissimi, il tennis italiano sta affrontando il suo periodo d’oro e tu ne fai parte. Credi che la Federazione abbia fatto un buon lavoro per “creare” questa generazione di campioni?
“Il merito non può mai essere solo del tennista in sé, altrimenti non si spiegherebbe questo exploit incredibile che si sta sviluppando in Italia. Ci sono 8 italiani in top 100 e qualche mese fa addirittura 11, questo è un grande biglietto da visita per quello che la Federazione sta facendo e ci sta dando. Io sono seguito qui da un tecnico federale e da un preparatore atletico della Federazione che ci danno supporto durante l’anno e questo è a riprova del contributo di cui parlo. Comunque, ci deve anche essere una componente in più nell’atleta, che sia di genetica o di competitività, il desiderio dei giocatori di emergere, la preparazione dei coach e le infrastrutture. È chiaro che il tennis italiano stia avendo il suo momento di massimo splendore, c’è Jannik ma ci sono anche tantissimi altri giocatori dietro”.
Come gestisci la competizione con gli altri italiani?
“In linea di massima sul lavoro ognuno pensa a sé, come è giusto che sia. Però si condividono momenti insieme e questo è motivo di competizione perché si vuole fare meglio del concorrente che allo stesso tempo è compagno, è un potenziale compagno di Davis. Ci conosciamo bene e sappiamo che una volta vince uno e quella dopo vince l’altro, la cosa più bella è darsi la mano e dire: “Stavolta sei stato più bravo tu”. Poi cercherò di essere più bravo io all’incontro successivo”.
