Non è la cifra in sé a fare rumore, ma quello che rappresenta. È notizia dei giorni scorsi che il Roland Garros 2026 ha annunciato un montepremi da 61,7 milioni di euro, in crescita del 9,5% rispetto all’anno precedente. Un dato che, letto così, potrebbe sembrare un segnale di apertura all’annosa vicenda che coinvolge giocatrici e giocatori, alla vigilia di ogni Slam, relativamente ad una maggiore partecipazione degli stessi alla torta dei ricavi; sembrava quasi una risposta a queste stesse richieste. In realtà, è proprio qui che si annida il problema.
Perché mentre il torneo parigino si prepara a registrare ricavi record, la quota destinata ai tennisti resta ferma attorno al 15% del totale. Una percentuale che, secondo i principali protagonisti del circuito, racconta molto più della cifra assoluta: non si tratta di quanto cresce il montepremi, ma di quanto poco cresce rispetto al sistema che lo genera.
La presa di posizione dei big
A esporsi, questa volta, è un blocco compatto. Venti giocatori tra ATP e WTA, tra cui Jannik Sinner, Carlos Alcaraz, Aryna Sabalenka e Coco Gauff, hanno diffuso una dichiarazione congiunta parlando apertamente di “delusione collettiva”.
Il punto è semplice: nei tornei combinati ATP e WTA la distribuzione può arrivare fino al 22% dei ricavi, mentre in altri sport professionistici, dalla NBA alla NFL, si sfiora il 50%. Il tennis, invece, resta fermo a un modello che i giocatori considerano superato.
E non è solo una questione economica. Nel comunicato emerge una critica più ampia, quasi sistemica:
“L’assenza di consultazione dei giocatori e la mancanza di investimenti nel loro benessere riflettono un sistema che non rappresenta adeguatamente chi è al centro di questo sport”.
Parole che arrivano a poche settimane dall’inizio dello Slam parigino.
La risposta della Federazione francese
Ovviamente non si è fatta attendere la risposta della FFT, la Federazione Francese di Tennis, che organizza il torneo e difende il proprio modello. La logica è chiara: Roland Garros non è una macchina privata di profitto, ma un evento gestito da un’organizzazione no-profit, con ricavi reinvestiti nello sviluppo del tennis, dalla base fino ai programmi internazionali.
Negli ultimi anni sono stati investiti oltre 400 milioni di euro nelle infrastrutture, con interventi mirati anche alle condizioni dei giocatori. Inoltre, l’aumento del prize money è stato distribuito privilegiando i primi turni e le qualificazioni, con incrementi superiori all’11% per chi esce subito dal torneo.
Una scelta che segue una linea precisa, già adottata da altri tornei degli Slam e più in generale la linea che sanno provando a seguire i maggiori tornei: sostenere la base del circuito più che la sua élite. Ma è proprio qui che il dialogo si complica, perché le priorità non coincidono.
Un equilibrio che non si trova
Il nodo resta irrisolto. I giocatori chiedono una redistribuzione più equa e un ruolo più attivo nei processi decisionali, fino alla creazione di un vero e proprio Player Council degli Slam. Gli organizzatori rivendicano invece un modello che tiene insieme sostenibilità, sviluppo e tradizione, ma soprattutto il potere della last call. Tradotto: sentono tutti, ma alla fine decidono loro. Giusto o sbagliato che sia.
Intanto Parigi si avvicina e il circuito va avanti, come sempre, ma sotto la superficie resta una frattura che non si chiude con un aumento a una cifra percentuale. I numeri sono pubblici, le posizioni pure. Il resto, per ora, è una trattativa che nessuno può più permettersi di rimandare.
