Chiuso per assenza di parole. Sì, la tentazione di tacere è forte. Perché altrettanto forte è il sentore che l’ammirazione, lo stupore, il tifo e una certa esaltazione annullino quella giusta distanza che deve separare l’evento da chi lo descrive. Se Sinner ci porta quasi all’afasia, allora rifugiamoci nei numeri. Sperando che raccontino nel modo più neutrale possibile questa particolarissima edizione degli Internazionali, pervasa da un’attesa mai vista da queste parti. Emozione dissimulata aggiornando quotidianamente il contatore dei record dell’altoatesino (fra cui citiamo i 34 match vinti consecutivamente a livello Masters 1000, i sei 1000 consecutivi da Parigi 2025). O imprecando per l’ennesimo, inaccettabile caro biglietti. O ancora invocando con le dovute coloriture romanesche la costruzione di un tetto che avrebbe potuto contrastare questa bella primavera novembrina. E, fra una tappa e l’altra della santificazione di Jannik, ci siamo goduti il restante 99,5% dei partecipanti. Scoprendo, incredibile dictu, che Svitolina e Darderi ci hanno esaltato e fatto divertire. Sabalenka e Rybakina un po’ arrabbiare. E Musetti preoccupare e un po’ intristire. E tutti insieme, come ogni settimana, ci hanno fatto dare i numeri.
I top
Sinner (10 and counting)
Con Jannik si passa dal silenzio di una malga fiorita con vista Tre Cime di Lavaredo al nino nino dell’ambulanza. Ha una crisi ogni 7/8 mesi. Ma ti arriva come una coltellata nel costato. Quella preoccupante difficoltà respiratoria durante il match con Medvedev ha rievocato incubi australiani o cinesi. Lì si è detto: ha preteso troppo e ora la pagherà. I quasi 60 milioni di Volandri sparsi per lo Stivale hanno detto la loro. Pestando rigorosamente su tastiere e touch-screen. Tempo mezz’ora, Sinner ha fatto come sempre parlare la racchetta. E messo tutti a tacere. E dire che fin lì la sua avventura romana era stata tranquilla fin quasi alla monotonia. Ofner, Popyrin (ridotto a una comparsa), la bellissima sorpresa Pellegrino negli ottavi. E la solita vittima sacrificale nei quarti, un Rublev che ha dimostrato di credere più nella legge dei grandi numeri che nel suo tennis. Tutte vittorie in due set. Fino al confronto in semifinale con Daniil. Una pièce in tre atti e due giorni. E tre diversissimi set. In cui Sinner è passato dal dominare all’ansimare nell’arco di un cambio campo. Caparbietà e stoicismo a pacchi lo hanno salvato, ancor più della pioggia. L’indomani la coda del match è stata una pura formalità. Così come la finale con Ruud, a parte l’inevitabile tensione iniziale. D’altronde, ieri il pusterese si giocava solo due record insignificanti: vincere gli Internazionali dopo 50 anni di digiuno dall’epopea panattiana. E conquistare – secondo tennista in assoluto dal 1990 – il Golden Career Masters, ossia l’aggiudicazione di tutti e nove i Masters 1000, a neanche 25 anni. Anticipando di 6 anni abbondanti un certo Djokovic. Mancherebbe un’ultima tappa prima della beatificazione. Quella rampetta con vista Bois de Boulogne che attende lo scalatore felpato dell’Alta Pusteria.
Svitolina (10)
La tripletta romana di Elina passa per le sue colonne di Ercole. Dopo Basiletti, Baptiste e Bartunkova negli ottavi, regolate con molta facilità, ha battuto Rybakina nei quarti, Swiatek in semifinale e Gauff in una finale combattutissima. Tre match diversi, tutti andati alla distanza e legati però da un fil rouge: la sua intelligenza tattica confortata da una condizione atletica mostruosa. Prestazioni che fanno entrare a pieno titolo Svitolina fra le papabili al trono di Parigi.
Gauff (9)
Sembra uno di quei computer cui manca una scheda. Sembra, perché a differenza loro, Coco lavora eccome. E vince. Compensando con un atletismo senza pari e un grande rovescio. Però, questa zoppia tecnica non puoi non pagarla ai livelli più alti. Ci ha messo corsa, cuore, testardaggine. Ci ha sempre creduto, anche perdendo il primo set. Ha recuperato lo svantaggio contro Sierra, la promettente Jovic e Andreeva nei quarti. In semifinale sembrava aver messo le cose a posto concedendosi una vittoria piuttosto netta ai danni di Cirstea. Ma, giunta all’atto finale, le trame e le gambe, altrettanto veloci, di Svitolina le hanno fatto ritornare alla mente i soliti fantasmi. Servizi improvvisamente lentissimi o fuori misura. E quel movimento sghembo di diritto che persino la terra più lenta non le perdona. Risultato: una battaglia furibonda – e questo era scontato – conclusa con un netto 6-2 a favore dell’ucraina nella frazione decisiva. Con la chiara sensazione che Gauff si aspetti che prima o poi le tare tecniche le presentino il conto. Ciò detto, escluderla dalle favorite a Parigi sarebbe insensato.
Ruud (9)
“Non tutti possono nascere supercampioni”. Nella serena consapevolezza con cui Casper ha pronunciato questa frase c’è tutta l’essenza dell’uomo. Che ha un progetto ben preciso, lo persegue, supera i suoi presunti limiti, chiede consiglio a chi è migliore di lui. E po accetta il risultato del campo. Insomma, è un professionista e uno sportivo vero. I suoi Internazionali lo hanno visto collezionare un bel po’ di scalpi. Lehecka, un mesto e acciaccato Musetti in ottavi, il coriaceo Khachanov in tre set nei quarti e, in semifinale, un Darderi sfinito dalla battaglia con Jodar. In finale con Sinner ha sperato solo all’inizio, quando la portata dell’evento aveva attanagliato persino l’ice man di Sesto. E il doppio 6-4 che Jannik gli ha rifilato racconta solo in parte il sostanziale equilibrio che ha caratterizzato il match. Ora il norvegese è il numero 17 nel live ranking. E a Parigi vorrà dire la sua.
Medvedev (8,5)
Come si passa dal prendere un doppio 6-0 da Berrettini a Monte Carlo all’impegnare allo spasimo il Sinner dei record al Foro Italico? Basta essere un’enigma lungo due metri di nome Daniil. A Roma un tabellone che morbido è dire poco gli ha messo di fronte, dopo il walkover di Machac, Llamas Ruiz, Tirante e un eccellente Landaluce. Che lo ha impegnato molto e costretto nei quarti a una vittoria decisamente tirata in tre set. Poi con Sinner ha dato vita in semifinale a una battaglia incredibile, nonostante un primo set lasciato scappare in un lampo. Di lì scambi furiosi, tatticamente ineccepibili, conclusi spesso da smorzate malefiche del russo. Il calo fisico di Sinner, repentino e preoccupante, e la pioggia che ha rimandato al giorno dopo la fine della contesa hanno contribuito ad aumentare il pathos a dismisura. A prescindere, Medvedev sembra il terzo incomodo che tutti stanno cercando. Con buona pace di chi l’antagonista lo vorrebbe nato fra il 2003 e il 2006.
Darderi (8)
Prima ha fondato la PFD, la celebre Premiata Forneria Darderi, nota per la produzione di gustose ciambelle tennistiche. Poi, inopinatamente, ha convertito l’attività investendo nel settore ottico, nel campo degli occhiali da sole. E lì è finito l’eccezionale torneo di Luli. Iniziato con due vittorie (Hanfmann in 2, Paul in 3). Continuato poi negli ottavi con la folle rimonta ai danni di Zverev, cui ha annullato 4 matchpoint e rifilato un incredibile bagel nella frazione decisiva. Nei quarti, stesso copione. Dopo aver sprecato 2 match point con la stellina Jodar, lo ha letteralmente spento nel terzo set, rifilandogli un altro 6-0. Match finito oltre le due di notte. I cui strascichi lo hanno costretto a mostrare una versione prosciugata e indifesa contro Ruud in semifinale, la prima a livello 1000 per Darderi. Lascito degli Internazionali, il best ranking che lo vede sul gradino numero 16 del live ranking. Scusate se è poco.
Andreeva (7)
Il talento e le aspettative. Il gioco che diventa un maledettissimo lavoro. La ritrosia ad aggredire e guadagnare campo e il paziente lavoro di coach Martinez che tenta di scardinare questa forma mentis. Mirra vive battaglie interiori ben più cruente di quelle combattute sul campo. Agli Internazionali, dopo aver timbrato il cartellino con Ruzic e Golubic (che le ha però strappato un set), ha disposto facilimente di Mertens negli ottavi e ingaggiato un corpo a corpo con Coco Gauff. Un’altra che sa cosa vuol dire finire in copertina da adolescente. Tre set lottati, con il solito generoso scambio di break e tanto agonismo. Meraviglioso il decimo gioco che ha chiuso la contesa, con Andreeva che non ci stava a perdere. Se si ispirerà alla famosa massima di Kipling su come trattare vittoria e sconfitta si divertirà di più. E non solo perché alzerà più trofei.
Jodar (6)
Il modello ghe pensi mi è assai poco di moda nel tennis degli staff che si contano su due mani, con coach e supercoach d’obbligo. E forse è arrivato il momento in cui Rafa strutturi attorno a sé una squadra che non sia composta solo da suo padre. Ha tempo, sia chiaro. Il successo è arrivato in maniera del tutto inaspettata. E rapidissimo. Quanto la sua ascesa in classifica, che ora lo vede al numero 29 del live ranking. Un discreto salto da quell’895 di inizio 2025. Nella città eterna il suo tennis pulito e aggressivo lo ha portato fino ai quarti, con vittorie nette su Borges e Tien, inframezzate dall’eliminazione di un Arnaldi finalmente in buone condizioni dopo tre set non semplici. Con Darderi, al terzultimo atto del torneo, si è però vista una certa ingenuità tattica. Dopo due frazioni giocate alla morte, impotente e prosciugato nell’umida notte romana, ha subito un sonoro 6-0 in quella decisiva. Le solite voci captate nella mixed zone parrebbero suggerire una telefonata esplorativa a Juan Carlos Ferrero, il disoccupato più ambito della galassia tennistica. A ogni modo, entourage nutrito o meno, il madrileno fa abbastanza paura in ottica Roland Garros.
I flop
Musetti (5)
Se scendi in campo allora stai bene. I più cinici lo ripetono sempre. Se giochi non puoi essere infortunato e tutti hanno qualche doloretto con cui convivere. Ovviamente non è così. Basta anche un 5% in meno e persino il numero 1 del mondo può perdere dal 50. O peggio. Però, con lo swing su terra ormai compromesso, visto che non parteciperà al Roland Garros, Lorenzo deve necessariamente capire la natura di questi infortuni. Ne va della sua carriera. La sua mesta partecipazione romana lo ha visto battere Mpetshi Perricard e Francisco Cerundolo, per poi soccombere inerme negli ottavi a un Ruud pimpante. Che nessuno si può permettere di affrontare a mezzo servizio. Conta poco, pochissimo, che sia uscito dalla top ten, seppur scendendo di un solo gradino. Ma è assolutamente cruciale affrontare i problemi muscolari alla radice.
Sabalenka (4,5)
”You first”. “No, prego, ci mancherebbe, prima lei”. Ai vertici WTA le protagoniste sembrano preda di una cavalleresca generosità che si stempera stranamente nelle gelide strette di mano ispirate a nostalgie horror alla Lo sguardo che uccide. Aryna non ha fatto mancare la sua adesione al club delle scansa-vittoria. All’ombra dei pini romani la bielorussa ha deluso le attese, anche per piccoli problemi fisici (schiena o anca). Vinto il match di esordio contro Krejcikova in 2 frazioni, ha trovato nella rinata Cirstea un’avversaria ostica e intelligente. Finendo per cedere in 3 set lottati. Fra Madrid e Roma Sabalenka ha raccolto poco. Di sicuro, la sacca della fiducia appare semivuota. E Parigi incombe.
Swiatek (5,5)
Non è bastato tornare a calpestare l’amata terra per mettere a tacere i suoi demoni. Eppure sembrava che Iga stesse tornando a essere la macchina macina-avversarie di qualche tempo fa. Dopo un primo turno lottato contro McNally, ha spazzato via Cocciaretto, Osaka e Pegula, concedendo la miseria di 7 game nei tre confronti. Poi lo scoglio Svitolina, che ha messo a nudo tutte le sue fragilità. In questa versione tremebonda, a un punto magnifico la polacca fa seguire errori marchiani. Nota dolente, una seconda troppo attaccabile. Il 6-2 con cui si è chiuso il set decisivo non lascia spazio a recriminazioni. Però, faticosamente Swiatek sembra essere sulla strada di un lento recupero. Parigi emetterà il verdetto.
Paolini (4,5)
Tanto sudore per nulla. Ok, proprio nulla no. Perché l’insoddisfacente torneo della campionessa uscente almeno ci restituisce una Jasmine a tratti grintosa e determinata. Però sono troppi i match in cui si incarta, che si allungano inutilmente. A Roma ha regolato a fatica Jeanjean (6-4 al terzo) per uscire al secondo turno contro Mertens. Tre set, manco a dirlo. Con il macigno di tre match point mangiati sul 6-5 nel secondo set. In risposta, sì, Ma giocati male, fra errori e incertezze. Di quelle che la stanno attanagliando da troppo tempo. L’ovvia uscita dalla top ten non è una sentenza definitiva. Ma è il momento di invertire la rotta.
Djokovic (5)
Sapete qual è il vantaggio del tempo? Che ha tanto di quel tempo da non poter non vincere contro chicchessia. Perfino se l’avversario è l’ambizioso serbo (dove ambizioso è un enorme understatement). Ancora a fine 2023, Djokovic sembrava avere abbondanti scorte della magica pozione in grado di cristallizzare lo scorrere inesorabile degli anni. Ma Crono, pare, ha reagito nel tiebreak decisivo. A Roma, per interposto Dino Primzic, il dio da non sfidare lo ha sorpreso all’esordio, dopo 3 set lottati quanto diseguali. Viziati dalle precarie condizioni di salute del serbo. Domanda: sicuri che Novak non tenterà di assestare un ultimo colpo? Noi quasi, ma…
Zverev (4)
Lo scusometro dell’amburghese, sempre attivissimo, stavolta ha registrato picchi tellurici. Prima si è lamentato dei campi. Che faranno pure schifo, non discutiamo. Ma, ci risulta, sono gli stessi su cui giocano i suoi rivali. Poi, non contento, ha accusato Tennis Channel, importante emittente USA, di averlo oscurato in uno dei post divertissement pubblicati dal canale statunitense a uso del popolo social. Concentrarsi magari sull’analisi dell’orrenda partita giocata contro Darderi negli ottavi? Circostanza nella quale ha servito malissimo per il match e non ha sfruttato 4 match point nel tiebreak del secondo set. Per poi rimediare un clamoroso bagel. Precedentemente, aveva messo a segno due vittorie di routine ai danni di Altmaier e del promettente ma inesperto Blockx. Suggeriremmo di dedicare più tempo all’autovalutazione e un po’ meno alle esternazioni.
Rybakina (4,5)
Una cosa è tirare una serie di gran colpi senza un particolare filo logico. Altra cosa è metterli al servizio di un disegno tattico chiaro e duttile. Su tutte le superfici, ma soprattutto sulla terra. Spesso Elena si limita a esecuzioni di grande impatto e potenza, ma scollegate fra di loro. Con l’aggravante di vivere vuoti agonistici che a questi livelli si pagano cari. Con tutto il rispetto, finché le avversarie sono Sakkari, Eala e Pliskova, tutto bene. Si tratta di pratiche da sbrigare senza alcun patema o quasi. Ma se nei quarti incroci l’agguerrita e intelligente Svitolina, il discorso cambia. La kazaka ha sprecato l’inimmaginabile. Finendo per esaltare Elina, trasformandola in una furia capace di difendere come Borg e contrattaccare con grande sagacia. Il fatto che Rybakina sia in lizza per diventare la leader della classifica WTA, pur ostinandosi a non capire che i punti hanno un peso diverso, la dice lunga sulle sue enormi potenzialità. Finora decisamente sprecate.
Cobolli (4,5)
Il centrale non è ancora il suo Anfiteatro Flavio. Anziché cingerlo in un abbraccio rassicurante, la verticalità delle gradinate – che farebbero venire le vertigini anche a Messner – è sembrata risucchiarne tutte le energie durante lo sbiadito match di secondo turno che lo vedeva opposto a Tirante. Due set andati via facili, senza alcuna dimostrazione della solita intensità che caratterizza il tennista romano. Per la cronaca, Cobolli aveva battuto Atmane nel suo match di esordio. E ora testa ad Amburgo, dove difende il titolo in un’arena per lui meno impegnativa sul piano emotivo.
Gli altri protagonisti
Pellegrino (8)
Potrebbe tranquillamente vincere il titolo di Mister maglietta bagnata con quella t-shirt smanicata a fare da seconda pelle su una muscolatura da statua del Foro. Però il tennis non è un concorso, ma una guerra, seppur metaforica. E Andrea è un ottimo agonista, qualità che ha affinato grazie alla lunga militanza nel ribollente circuito challenger. Nell’incredibile cavalcata romana ha passato indenne le qualificazioni (Gaston e Landaluce – che, attenzione, da lucky loser sarebbe arrivato nei quarti). Non pago, ha infilato una sequenza notevole: Nardi in 3, Fils che si è ritirato per problemi fisici quando era sotto 0-4 e soprattutto Tiafoe, liquidato in due set piuttosto netti al terzo turno. In ottavi contro il mostro Sinner non ha affatto sfigurato, sebbene l’esito fosse scontato. A 29 anni, torna vicinissimo al suo best ranking, piazzandosi al numero 126. Complimenti.
Landaluce (8)
Si respira aria buona a Madrid se i due 2006 più promettenti di questo scorcio di stagione (sì, più di Fonseca), vengono dalla capitale iberica. Non bastava Jodar. Ecco Martin Landaluce, prodottodella Rafa Nadal Academy. Alto, fisico da tennis anni ’20 – di questi anni ’20. Tranquillo e focalizzato. Ottimo il suo torneo, seppur baciato dalla fortuna di essere ripescato come lucky loser. Ma anche sfortunato nell’aver pescato l’ottimo Pellegrino di questi Internazionali all’ultimo turno delle qualificazioni. Il resto è strameritato. Cilic, Bellucci e Medjedovic (altro giovane piuttosto hot): tutti battuti in 2 set. Nei quarti ha messo davvero paura al centratissimo Medvedev di quest’edizione. Finché le intelligenti trame del russo non lo hanno irretito, ma solo al 12esimo gioco del set decisivo. Secondo quarto in un 1000 dopo Miami 2026. E conseguente best ranking – ci sentiamo di dire provvisorio – che lo vede salire al numero 67.
Cirstea (7,5)
Annunciare che si andrà in pensione nel 2027 ed essere proclamato impiegato dell’anno. Questo lo schema Sorana, peraltro comprensibilissimo sul piano psicologico. La romena si è tolta lo sfizio di battere per la prima volta in carriera una numero uno del mondo a 36 anni suonati. Nello specifico, una Sabalenka non proprio lucida (e un po’ acciaccata). A seguito di una battaglia condotta magistralmente sul piano strategico. Poi, Cirstea è passata indenne per un paio di prove del nove (Noskova e Ostapenko), per vedere la sua corsa interrompersi in semifinale contro Gauff. Pensionamento rimandato?
Arnaldi (6,5)
Dalla vittoria di Cagliari il sanremese sembra un altro giocatore. Meglio, sembra il vero Arnaldi. A Roma ha lottato come ci aveva abituato a fare. Dopo due vittorie significative, entrambe in 3 set, contro Munar e De Minaur, è stato fermato al terzo turno da Jodar. Non prima di aver portato il 20enne più attenzionato del circuito al terzo set. Ora per Matteo scatta la fase della risalita. Le premesse ci sono.
Bellucci (6,5)
Essere brillanti e originali, in campo come fuori, non porta necessariamente in dote la garanzia di vittoria. Mattia Bellucci è sicuramente un tennista sui generis. Alti e bassi sono insiti nel suo gioco e nella sua natura. A Roma ha fatto un buon torneo. Ha giocato a fare l’ammazza-argentini, cosa che sulla terra non è semplice, battendo Burruchaga in 2 set e – risultato notevole – Etcheverry in 3. Al terzo turno l’ostacolo Landaluce è apparso non valicabile. Ma il suo Mattia lo ha fatto.
Cocciaretto (6,5)
Non è solo Allegri a dire che nello sport esistono le categorie. Ad affermarlo è lo sport stesso. Elisabetta ha giocato un torneo dignitosissimo, con belle vittorie su Kraus e una Navarro al rientro e in evidente ritardo di condizione. Poi è arrivata una Swiatek in versione panzer e la marchigiana ha rimediato solo un gioco. Il suo 2026 resta comunque un’annata decisamente positiva.
Berrettini (4)
E se fosse semplicemente che il bagaglio diseguale di Matteo non è più in linea con le esigenze del tennis di oggi? Difficile ricondurre solo a motivazione e psiche i risultati degli ultimi due mesi. All’amarissima sconfitta all’esordio a Roma contro Popyrin (soli 5 game rimediati) ha fatto seguito la mesta uscita nel challenger di Valencia al secondo ostacolo, l’onesto Carabelli. Da numero 106 della classifica ATP ce la farà a rialzare lo sguardo?
