Già tante volte abbiamo raccontato di come la maggior parte dei giocatori non di primissima fascia cerchi di portare avanti la propria carriera pur tra mille difficoltà, soprattutto economiche. Ognuno segue un suo percorso, e talvolta veniamo folgorati da storie incredibili come quella di Emanuele Mazzeschi che corre da un Open all’altro, trovandosi talvolta costretto a giocare tre partite in un giorno. C’è chi invece sale su un aereo per regalare nuovi orizzonti al proprio tennis. E’ il caso di Pietro Pampanin che ha 23 anni e viene da Trieste, città bellissima ma un po’ fuori dalle rotte principali, sportive e non solo. Così Pietro a 17 anni, quando è già campione italiano Under 16, lascia la sua città per andare prima a Vicenza e poi a Milano. Dopo aver giocato intensamente a livello ITF dal 2021 al 2025, ha fatto la scelta del College. Un mondo che da sempre ci incuriosisce e non a caso nel corso degli anni abbiamo intervistato vari atleti tra cui Filippo Di Perna, Andrea Albiero e soprattutto Giovanni Oradini che è un po’ l’anello di congiunzione con la nostra storia. Abbiamo telefonato a Pietro approfittando del fatto che fosse appena rientrato dagli States, al termine della sua prima stagione a Ole Miss, come è chiamata l’Università di Mississippi, un soprannome di origine incerta, probabilmente una forma dialettale di ‘Old Mississippi’.
Buongiorno Pietro, prima di parlare della tua avventura al College facciamo un passo indietro e torniamo al 2019 quando ti laureasti campione italiano Under 16.
Un bellissimo ricordo che mi porterò dietro tutta la vita. Ma purtroppo è stata una cosa coi suoi pro e i suoi contro. Non fui infatti abbastanza bravo a gestire il periodo successivo quando mi piovve addosso un’enorme pressione cui non ero preparato. Non riuscii a gestire al meglio le tante aspettative che avevo creato e ne rimasi un po’ schiacciato, facendomi anche condizionare negativamente nel momento della transizione da junior a professionista. Ero arrivato quasi ad odiare il tennis e il College mi ha salvato e mi ha fatto tornare la voglia di competere.
Torniamo quindi al College, come è nata la cosa? Dal 2020 fino al 2025 hai giocato tanto a livello ITF (una media di più di 50 partite a stagione), poi cosa è successo?
E’ successo che in Italia avevo fatto il primo anno di Università frequentando online un corso di Economia Aziendale, ma conciliare lo studio con la pratica agonistica era diventato troppo difficile. In quegli anni non ero mai a casa: mi allenavo a Vicenza da Sartori poi a Milano alla MXP di Chiappini e giravo come un matto per tornei, oltre a dovermi preoccupare degli esami universitari. Poi, ad essere sincero, non è che nel circuito ITF stessi andando a gonfie vele, in sostanza i risultati mi remavano contro (ride, ndr). E intanto continuavano ad arrivare le proposte dalle Università americane, anche se all’inizio non ero tanto convinto di fare una scelta così drastica. Poi ho pensato che potesse essere l’unico modo per conciliare sport e studio e regalarmi anche un buon piano B per il dopo tennis.
E a questo punto nella nostra storia fanno la loro comparsa Giovanni Oradini e Jake Jacobi.
Esattamente. Giovanni Oradini è stato fondamentale nel mio reclutamento perché Jake Jacobi, il nuovo head coach di Ole Miss, in precedenza era stato per 6 anni assistant coach proprio ai Bulldogs di Mississippi State dove aveva studiato e giocato Oradini. Mississippi State è la nostra rivale storica, con cui ogni anno si disputano dei derby al calor bianco. E ai Bulldogs attualmente gioca Niccolò Baroni (e aggiungiamo noi Alessia Taglienti. che nello scorso mese di novembre ha avuto un grave incidente stradale in seguito al quale ha già subito tre operazioni ai legamenti, ndr). Poi l’anno scorso Jacobi ha avuto l’occasione di fare il capo allenatore a Ole Miss, in un College altrettanto prestigioso a meno di due ore di macchina e l’ha colta al volo. Con Jacobi ci siamo intesi subito e mi ha aiutato tantissimo nel mio inserimento in una squadra (i Rebels) che tra l’altro è molto forte, gioca in Division 1 nella Conference più prestigiosa, la Southeastern. In questa mia prima stagione siamo arrivati in top 20, con un buon contributo da parte mia, detto senza falsa modestia.
C’è qualche tuo compagno di squadra che potremmo conoscere?
Quest’anno in squadra con me c’era Stefano D’Agostino (22 anni da Riva del Garda, ex n.782 ATP). Comunque siamo otto europei tra cui 3 francesi, un tedesco e uno svedese. A livello ATP non sono nomi noti ma hanno veramente un ottimo livello. Non tutti questi atleti termineranno il ciclo universitario ma sono qui per guadagnare soldi e perché per 5 mesi giochi tantissimi match, non come a livello pro dove se perdi la prima partita sei fuori e puoi già preparare i bagagli (problema cui a livello juniores si sta cercando di porre rimedio con la progressiva introduzione dei round robin nelle prime fasi del torneo, ndr).
Chiariamo questo punto dei guadagni. Non tutti sanno infatti che sono cambiate le regole per cui adesso le Università possono pagare alla luce del sole. Parlando di basket ne sanno qualcosa i tifosi della Virtus Bologna che stanno vedendo partire un giocatore fortissimo come Saliou Niang che giocherà a LSU con un contratto da oltre 6 milioni di dollari. Sono finiti i tempi in cui le Università dovevano dissimulare e fingersi dilettanti.
Ovviamente queste cifre nel tennis non ce le sogniamo nemmeno (ride, ndr), ma almeno sono finiti i tempi in cui per avere qualche soldo in tasca dovevi cercarti dei lavoretti, magari facendo il maestro di tennis. Adesso le Università sono autorizzate a pagare gli studenti/atleti grazie al programma NIL Money e questo cambia radicalmente l’approccio dei giocatori, in tutti gli sport.
Con tutte queste partite ti rimane tempo per studiare?
La cosa difficile è proprio bilanciare le due cose. Va bene che la squadra ti segue molto bene in tutti gli aspetti quotidiani, sgravandoti di molte incombenze…ma poi a lezione devi andarci e gli esami devi farli (ride, ndr). In ogni caso rimani uno studente privilegiato perché la struttura apprezza molto questa tua duplice veste ed è una cosa che in Europa non esiste.
Hai una borsa di studio completa?
Sì esatto.
Al di fuori del campo e delle aule ci sarà vita, immagino. Puoi dirci qualcosa? Qualcosa che si possa riferire ovviamente.
Ti confermo che il College è molto divertente, proprio come nei film (ride, ndr). Poi è una scelta tua darti delle regole e salvare le energie per poter dare il 100% durante la settimana, che è esattamente quello che vogliono. Comunque non lo nego…mi diverto tantissimo.
Con l’inglese come va? Da che base sei partito?
Sono partito da una base discreta ma all’inizio ho fatto un po’ fatica, soprattutto a lezione perché, come ben sai, gli americani parlano veloce e si mangiano le parole. Da gennaio in poi va molto meglio.
Tu sei partito ad agosto vero?
Sì a fine agosto. E ad essere sinceri non vedo l’ora che sia di nuovo agosto per riprendere il discorso.
Farai tutto il quadriennio?
Sì, anche se nel mio caso parliamo di 3 anni in quanto mi sono iscritto a Business Management e quindi ho potuto trasferire esami e crediti che avevo maturato in Italia.
I genitori sono contenti di questa scelta?
Molto contenti perché siamo sì una famiglia molto sportiva ma loro danno grande importanza anche all’aspetto scolastico. E il College rappresenta una sintesi perfetta.
In Italia hai lasciato fidanzate o similari?
No no (ride, ndr), sono partito libero da vincoli.
In questi mesi italiani cosa farai?
Ora finisco la serie B1 con il Tennis Club Triestino. Ho saltato le prime due perché ero via ma adesso ho ripreso. Nel frattempo mi cerco qualche torneo dove le qualificazioni inizino di lunedì così la domenica posso giocare con la squadra. A fine maggio farò il 25.000$ di Grado che è vicino a casa mia. Poi in giugno per qualche settimana verrà Jacobi dagli USA e mi seguirà per alcuni tornei che saranno sulla terra dove è da un anno che non gioco, per la precisione due tornei in Ungheria poi uno in Slovenia sulla strada del ritorno. A inizio luglio avrò una wild card per il Challenger di Trieste e infine, prima di tornare in USA, un po’ di cemento tra luglio e agosto (Monastir). Spero così di recuperare qualche punto ATP perché in questo anno li ho persi quasi tutti. Per fortuna mi sono rimasti quelli del Challenger di Trieste dello scorso anno quando vinsi contro Raul Brancaccio e questi punti mi bastano per entrare nelle qualificazioni.
Tra l’altro il Challenger di Trieste lo segue tutti gli anni Ilvio Vidovich, storico collaboratore di Ubitennis.
Ilvio lo conosco benissimo perché mi ha seguito per un anno come mental coach e gli sarò sempre grato per la grossa mano che mi ha dato.
Mentre salutiamo Pietro augurandogli di godersi questa sua ‘vacanza italiana’, ci rendiamo conto di invidiare un po’ questi ragazzi che hanno avuto il coraggio di attraversare l’oceano inseguendo il loro sogno. E immaginiamo non sia un caso che nessuno di quelli con cui abbiamo parlato sia pentito della scelta fatta.
