Roland Garros, l’Italia fa la storia: tre azzurri in un quarto Slam non era mai successo. I precedenti a questi livelli

Cobolli, Berrettini e Arnaldi firmano un primato mai visto nel tennis maschile italiano: per la prima volta tre giocatori azzurri raggiungono insieme i quarti di finale di uno Slam. E a Parigi è già certo un semifinalista italiano

Di Carlo Galati
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Flavio Cobolli - Roland Garros 2026 (foto X @rolandgarros)

Perché amiamo questo sport? I motivi sono tanti, e metterli in fila rischierebbe quasi di fare torto a qualcuno. Non per scelta, ma perché la memoria, quando prova a ordinare le emozioni, finisce sempre per lasciarne indietro qualcuna. Uno di quei motivi, però, lo abbiamo davanti agli occhi proprio in questi giorni. Ed è forse il più bello: il tennis sa ancora sorprendere, ribaltare le gerarchie, aprire scenari che nessuno aveva davvero previsto. Nuovi, anzi nuovissimi. Giovedì 28 maggio, Jannik Sinner viene eliminato, come sappiamo, dal Roland Garros, e la sensazione di smarrimento ha colpito molti. Inutile negarlo. Questo Roland Garros per tanti era già finito. 

E invece un torneo che doveva raccontare assenze, quella di Jannik Sinner uscito troppo presto e quella di Lorenzo Musetti fermato dal fisico è diventato qualcosa che ci ricorda ancora di più il perché amiamo questo sport, perché si possono scrivere sempre nuove pagine, anche quando il libro del racconto sembra finito: non si scrive più del vuoto lasciato dai suoi due riferimenti più alti, ma della prova più netta della profondità del tennis azzurro. Perché se un Paese porta tre uomini nei quarti di finale di uno Slam senza il numero 1 del mondo e senza il suo semifinalista dell’ultima edizione, allora non siamo più davanti a una generazione fortunata, ma a un’epoca che rischia di andare oltre l’oro.

Flavio Cobolli, Matteo Berrettini e Matteo Arnaldi hanno firmato al Roland Garros 2026 una pagina mai scritta prima dal tennis italiano maschile: tre azzurri contemporaneamente tra i migliori otto di uno Slam. Non era successo a Parigi ai tempi di Pietrangeli, non era successo nell’Italia di Panatta, non era successo nemmeno negli anni in cui Berrettini aveva aperto una porta e Sinner l’aveva poi spalancata. Succede adesso, in una notte di inizio giugno, nel cuore della seconda settimana dello Slam parigino, quella in cui il tennis italiano scopre di poter fare la storia anche senza i suoi due nomi più nobili.

Cobolli ha superato Zachary Svajda, Berrettini ha battuto Juan Manuel Cerundolo, lo stesso argentino che aveva eliminato Sinner, e Arnaldi, oltre l’una di notte, dopo più di cinque ore di tennis e una rimonta da sotto due set a uno e 1-4 nel quarto, ha completato il quadro battendo Frances Tiafoe. Una notte da giocatore vero, da uomo rimasto dentro la partita quando la partita sembrava già andata, e da simbolo perfetto di questo nuovo tennis italiano: non più soltanto talento, ma resistenza, profondità, abitudine alla battaglia.

Il record che mancava al tennis italiano

Il dato è semplice e insieme gigantesco: mai tre italiani erano arrivati insieme ai quarti di finale di uno Slam in singolare maschile. Prima di Parigi 2026, l’Italia si era fermata dodici volte a quota due. Una soglia importante, spesso simbolica, ma mai superata. Stavolta invece il movimento italiano ha sfondato il tetto, e lo ha fatto nel modo meno scontato: senza Sinner e senza Musetti, cioè senza i due giocatori che più di tutti, negli ultimi anni, avevano abituato il tennis italiano a sentirsi di casa nella seconda settimana dei grandi tornei.

Proprio questo rende il risultato ancora più pesante. Perché se Sinner ha cambiato la percezione mondiale del tennis italiano, qui il messaggio è diverso: non c’è più soltanto un campione epocale a tirare il gruppo, ma un sistema che ha prodotto alternative, profondità, ricambi e personalità. Cobolli è ormai alle porte della top 10 e continua a confermare una crescita che non è più un lampo, ma una linea. Berrettini è stato l’uomo che ha reso mainstream il tennis in Italia, prima di Sinner e che dopo mesi complicati, ritrova a Parigi il passo dei giorni migliori, lui che sa meglio di tutti cosa significhi arrivare in fondo a uno Slam, dopo la finale di Wimbledon 2021. Arnaldi mette dentro la partita più dura e più importante, quella in cui non basta giocare bene: bisogna anche restare in piedi quando il match sembra scappare via.

E adesso il tabellone assicura già un’altra certezza: l’Italia avrà almeno un semifinalista, perché Berrettini e Arnaldi si sfideranno in un derby che vale un posto tra i primi quattro del Roland Garros. Dall’altra parte Cobolli proverà ad allungare ancora il sogno con Felix Auger-Aliassime. Se dovesse vincere, Parigi potrebbe ritrovarsi addirittura davanti a una semifinale tutta italiana. A quel punto non sarebbe più soltanto storia: sarebbe qualcosa di molto vicino alla vertigine.

Da Pietrangeli e Panatta alla nuova dimensione azzurra

La storia degli italiani nei quarti Slam racconta bene quanto questo risultato sia diverso da tutto il resto. Al Roland Garros la tradizione azzurra esiste da sempre: nel 1948 ci arrivarono Gianni Cucelli e Marcello Del Bello, nel 1956 Beppe Merlo e Nicola Pietrangeli, nel 1960 Pietrangeli vinse il titolo e Orlando Sirola arrivò in semifinale, nel 1973 fu la volta di Adriano Panatta e Paolo Bertolucci. Erano capitoli importanti, alcuni enormi, ma appartenevano a un tennis diverso, fatto di punte altissime e lunghi silenzi, di imprese capaci di restare nella memoria ma non sempre di trasformarsi in continuità.

Il cambio di passo è arrivato negli ultimi anni. Dal 2022 in poi la presenza multipla di italiani nei quarti Slam è diventata quasi una costante, non più un’eccezione romantica. All’Australian Open è accaduto nel 2022 con Berrettini e Sinner, poi nel 2025 con Sinner campione e Lorenzo Sonego ai quarti, quindi nel 2026 con Sinner e Musetti. A Wimbledon, nel 2024, Musetti ha raggiunto la semifinale e Sinner i quarti; nel 2025 Sinner ha vinto il titolo e Cobolli si è spinto fino ai quarti. Agli US Open, nel 2022, ci furono Sinner e Berrettini; nel 2025 Sinner e Musetti, con il primo derby italiano nella seconda settimana di uno Slam maschile.

Parigi, però, adesso fa un passo oltre. Perché il Roland Garros 2026 non aggiunge soltanto un’altra riga all’elenco: cambia il numero massimo, sposta il limite, aggiorna la memoria collettiva. Due italiani nei quarti non bastano più a raccontare l’epoca. Adesso sono tre. E dentro quei tre nomi c’è tutto: la fame di Cobolli, la resurrezione di Berrettini, la resistenza di Arnaldi.

L’epoca d’oro con Sinner, con Musetti e il gruppo azzurro

Per anni si è detto, giustamente, che Sinner avrebbe cambiato il tennis italiano. Lo ha fatto. Lo sta facendo. Ma forse il segnale più importante arriva proprio da questo Roland Garros; il vecchio tennis italiano, senza i suoi uomini migliori, ha trovato comunque protagonisti, racconti e gambe per continuare a correre. E a sognare.

È qui che il record diventa qualcosa di più di una statistica. Cobolli, Berrettini e Arnaldi dimostrano che l’Italia maschile non vive più soltanto del talento del suo campione più grande, ma di una generazione larga, competitiva, abituata ormai a stare dentro i tornei che contano. Non è più la sorpresa di una settimana, l’exploit del momento, non è più la favola di un singolo: è una struttura tecnica, mentale e culturale che si è presa il centro del tennis mondiale.

A cinquant’anni dal trionfo di Adriano Panatta al Roland Garros, Parigi torna a parlare italiano con una voce diversa che non è quella dell’eroe, ma quella di un gruppo. Tre azzurri nei quarti di uno Slam. Mai successo prima. E forse, per capire davvero quanto sia ampio ed eterogeneo il tennis italiano, basta partire da qui: questa volta la storia è stata fatta anche senza Sinner e senza Musetti. E non è finita qui.

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