Roland Garros, Andreeva: “Ero così concentrata da vedere i peletti sulla pallina”

La russa: "Ho sempre bisogno di emozioni, anche negative. E devo sfogarle, se sono troppo calma non riesco a reagire"

Di Vanni Gibertini
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Mirra Andreeva - Roland Garros 2026 (x @rolandgarros)

Mirra Andreeva è la prima finalista del Roland Garros 2026. Un momento a lungo atteso, diventato realtà giocando una grande semifinale contro Kostyuk. Sarà ovviamente la prima 2007 ad andare così avanti in uno Slam, e partirà anche favorita. Per quanto appaia decisamente con la testa sulle spalle nella conferenza post gara.

D: Mirra, innanzitutto congratulazioni: prestazione molto solida oggi e prima finale in uno Slam. Quali sono le tue sensazioni sulla partita di oggi?
Andreeva: “È stata una partita molto dura per me oggi. Sono molto felice del livello che ho espresso. Marta è un’avversaria molto difficile da affrontare, ha avuto una stagione sulla terra straordinaria e sono molto contenta della vittoria e del modo in cui ho giocato oggi“.

D: Ieri hai detto che eri “in the zone”. Oggi dove ti sentivi, visto che sembrava quasi tennis totale?
Andreeva: “Oggi ero anche molto, molto concentrata su quello che dovevo fare in campo. Ero molto focalizzata sul piano tattico che abbiamo preparato con Conchita, molto focalizzata sulla mia mentalità, su ogni piccolo dettaglio. A un certo punto vedevo persino i piccoli peli sulla palla quando servivo o durante gli scambi. Ero davvero molto concentrata e sono molto contenta di essere riuscita a mantenere questa concentrazione per tutta la partita, e ovviamente sono molto felice anche per la vittoria“.

D: Per la seconda partita di fila, nel secondo set vai avanti di un break, poi perdi il vantaggio, poi breakki di nuovo subito. In passato partite così forse ti sarebbero sfuggite di mano. Che cosa è cambiato, mentalmente, in questo torneo che ti ha permesso di riprendere il controllo e chiudere in maniera così netta?

Andreeva: “Prima ero nervosa, e anche adesso lo sono quando gioco partite di questo tipo o quando sono avanti nel punteggio, sto servendo e l’avversaria mi strappa il servizio. Prima pensavo: ‘Oh mio Dio, se perdo il servizio è la fine del mondo’, quindi ero concentrata solo su come tenere il servizio, su come non farmi breakkare, e tutti i miei pensieri erano lì. Adesso, se lei mi brekka, mi dico: ‘E allora? Proverò a ribrekkarla subito’. Finora sta funzionando piuttosto bene, perché se io sono nervosa quando servo, penso che anche lei possa esserlo quando serve. Provo a pensare in questo modo, invece di ripetermi che è la fine del mondo“.

D: Abbiamo tutti visto quanto sia stretto il rapporto che hai con Conchita, la tua allenatrice. Che tipo di conversazioni avete avuto nell’ultimo anno per aiutarti a superare le difficoltà in queste situazioni?

Andreeva: “Abbiamo parlato molto. Lei ha condiviso con me la sua esperienza, mi ha dato molti consigli. Ma penso che in certi momenti della mia carriera fossi pronta ad ascoltare e a cambiare o a provare a lavorare su qualcosa di nuovo, mentre in altri momenti ascoltavo, ma allo stesso tempo rimanevo attaccata a ciò che facevo già, e forse per questo non funzionava sempre. Adesso mi sembra di fidarmi completamente di quello che mi dice il mio team, e per me è più facile fare qualunque cosa mi chiedano: lo faccio e basta. Magari dopo è anche più facile dare la colpa a loro se qualcosa non va… scherzo ovviamente. Però ultimamente sento di riuscire a fidarmi di loro al cento per cento, senza dubitare“.

D: Hai già giocato delle finali, anche se non una finale di uno Slam. Hai delle routine particolari alla vigilia delle finali? E cosa farai nelle prossime 36 ore?
Andreeva: “Direi che ovviamente ci sono delle routine a cui cerco di attenermi, ma non direi che cambio qualcosa o faccio qualcosa di speciale solo perché è una finale. Per me è importante fare le stesse cose, attenersi a ciò che ho sempre fatto, indipendentemente dalla fase del torneo o dal turno che devo giocare. Quindi penso che continueremo con la solita routine: allenamento prima del match, giocare a Uno, parlare della partita, riscaldamento, tape, e poi entrare in campo. Non cambierà nulla“.

D: Ancora non sappiamo chi affronterai, ma se fosse Diana sarebbe una finale tutta russa, contro una partner di doppio che conosci benissimo. Che sensazioni ti darebbe condividere un palcoscenico così grande contro di lei? E quanto del tuo successo qui lo attribuiresti alla motivazione di collezionare tutte le spille disponibili questa settimana?

Andreeva: “Sarebbe una partita molto interessante e molto divertente se vincesse Diana, perché abbiamo già giocato una volta quest’anno e ci conosciamo benissimo. Anche lei ha giocato molto bene questa settimana. A Roma, dopo aver vinto il torneo insieme, le ho detto: ‘Ci vediamo a Parigi’. Lei ha risposto: ‘Mah, non so come andrà a Parigi, odio questi campi in terra’. E io le ho detto: ‘Ma cosa dici, giocherai benissimo!’. Ed eccola qui, in semifinale. Per me è molto bello vederla giocare così bene e, se mi raggiungesse in finale, sarebbe fantastico per entrambe.
Per quanto riguarda le spille, sono molto curiosa perché girano voci che se vinci puoi ottenere una spilla speciale, misteriosa, che nessuno ha ancora visto. È anche una delle mie motivazioni: cercare di conquistare l’ultima spilla del torneo
“.

D: Sei ancora molto giovane, ma due anni fa eri già arrivata a questo stadio del torneo. Ti sembra che questa finale sia arrivata molto presto nella tua carriera, oppure no?

Andreeva: “Due anni fa, quando giocavo la semifinale, ero molto emozionata e non ci credevo davvero: ‘Oh mio Dio, sto giocando una semifinale’. E questa mancanza di convinzione nel poter vincere altre partite ha in qualche modo influenzato il modo in cui ho giocato quella semifinale. Ma direi anche che quell’anno Jasmine mi ha proprio distrutta in campo, non credo di aver avuto molte chance in quel match. Adesso mi sembra di essermi avvicinata, sto diventando più grande, un po’ più matura a ogni partita che gioco, con un po’ più di esperienza. Ora riesco ad approcciare ogni match in modo diverso e a concentrarmi davvero sull’avversaria che devo affrontare e sul piano di gioco da usare in campo“.

D: Oggi in campo c’era molto vento. Marta sembrava soffrirlo parecchio, mentre tu l’hai gestito bene. Che cosa hai pensato quando nel secondo set hanno iniziato a chiudere il tetto? È il tipo di situazione che in passato avrebbe potuto mandarti fuori giri, mentre oggi non è successo?

Andreeva: “Le condizioni erano difficili per entrambe. Il vento era molto imprevedibile: avevo la sensazione che cambiasse direzione di continuo. Forse per questo è stato complicato sia per lei che per me. Quando il giudice di sedia mi ha detto che avrebbero chiuso il tetto perché si aspettava un forte acquazzone, ho pensato: ‘Che momento fantastico per farlo…’, ero avanti 4‑1. Poi mi sono detta che era meglio chiudere il tetto che fermare la partita per la pioggia. Non era il momento ideale per me, ma mi sono detta che loro sanno meglio cosa fare. Ho perso i due game successivi, però ho cercato di restare concentrata, di non pensare a quello che era successo e di focalizzarmi su ogni punto che stava per arrivare“.

D: Puoi descrivere la sfida di affrontare eventualmente Maja Chwalinska, che non hai mai incontrato nel circuito? Andreeva: “Non ho mai giocato contro di lei. Sta giocando in modo straordinario da due, anzi tre settimane, perché è passata dalle qualificazioni, quindi è stata incredibile. Se dovesse vincere, sarebbe, come ho già detto, una partita molto interessante e divertente, anche perché non l’ho mai affrontata. Sarebbe una partita nuova per entrambe. Non conosco bene il suo gioco, non so esattamente che stile abbia, quindi vedremo chi vincerà questa semifinale e poi cercheremo di prepararci al meglio per la finale“.

D: Se due settimane fa qualcuno ti avesse detto che saresti stata in finale al Roland Garros, cosa avresti risposto? Non eri forse tra le favorite sulla carta: dentro di te credevi davvero di poter arrivare in finale?
Andreeva: “Prima dell’inizio del torneo pensavo che sarebbe stato bellissimo arrivare in finale, ma non ero concentrata su questo. Questa settimana in particolare stavo solo cercando di vincere ogni partita, di concentrarmi su ogni singolo match, facendo tutto quello che potevo. Se due settimane fa qualcuno mi avesse detto che sarei stata in finale, avrei risposto: ‘Sarebbe fantastico, ma non so se succederà’. Non sono sicura che ci avrei davvero creduto“.

D: Quando hai iniziato a giocare a tennis in Siberia, da bambina, ti immaginavi già in una finale di uno Slam, a vincere un titolo così?
Andreeva: “Non ho mai davvero pensato che sarei stata in grado di vincere grandi tornei o di giocare una finale di uno Slam. Erano tutti sogni, tutto ciò che immaginavo. Per me è l’obiettivo numero uno nella vita, la cosa più importante, il sogno più grande. Non pensavo che sarei stata così vicina a realizzarlo, ma ora ci sono, e sono molto emozionata e felice. All’epoca non avrei mai creduto che sarebbe successo davvero“.

D: Hai detto che oggi riuscivi a vedere i singoli peletti sulla palla. Puoi spiegare meglio questa tecnica di visualizzazione? È qualcosa su cui lavori anche fuori dal campo e in che modo ti aiuta?

Andreeva: “Abbiamo lavorato molto per farmi essere più calma, più positiva e molto concentrata. Ultimamente sto provando tante cose diverse e forse ho trovato ciò che funziona meglio per me, quindi cerco di mantenerlo e applicarlo in ogni partita. Finora sta funzionando molto bene. Come ho detto, ero così concentrata che riuscivo a vedere i peli sulla palla, ma una cosa è vederli per alcuni punti, un’altra è riuscirci per tutta la partita. Oggi è stata una di quelle partite in cui sono rimasta focalizzata per tutto il tempo. Sono molto felice di vedere i risultati e il lavoro che abbiamo fatto dare i suoi frutti“.

D: A Madrid in finale eri forse fin troppo calma. Che cosa è cambiato oggi nel modo in cui gestisci le emozioni in campo?

Andreeva: “Sì, sono d’accordo sul fatto che nella finale di Madrid fossi fin troppo calma, nel senso che non c’erano quasi emozioni, e per me è importante averne, anche se a volte sono negative: tirare fuori qualcosa fa comunque bene. In quella partita ero troppo tranquilla, cercavo di non reagire a niente e probabilmente questo non mi ha aiutato né nel gioco né nel risultato. Stavolta ho cercato di cambiare un po’: rimanere calma quando qualcosa non va secondo i piani o come vorrei, ma se sento il bisogno di sfogare le emozioni, dopo un punto vinto urlo un ‘come on’, butto fuori un po’ di nervosismo, di negatività, forse anche di positività allo stesso tempo. Penso che oggi da questo punto di vista sia andata molto meglio“.

D: Che cosa è cambiato dentro di te nell’ultimo anno, da quella sconfitta così dolorosa qui lo scorso anno contro Boisson?

Andreeva: “Dopo la sconfitta nei quarti qui lo scorso anno ho cercato di trarre qualcosa di positivo da quella partita, di ricavarne esperienza. Tutti i grandi atleti dicono che si impara sempre dalle sconfitte, soprattutto da quelle molto dolorose, quindi ho cercato di pensare a cosa ci fosse di buono da prendere da quel match. Non è stato facile. Anche l’inizio della stagione sull’erba l’anno scorso non è stato molto positivo. Non direi che ci sia stata una differenza enorme in me, piuttosto è il frutto del lavoro quotidiano: ogni giorno provi a migliorare un pochino e, passo dopo passo, a un certo punto tutto si mette al suo posto, il gioco funziona e anche la parte mentale lavora bene. Direi che è questo lavoro costante, un po’ alla volta, a fare la differenza“.

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