Daniel Evans, il “bad boy” che ha sfruttato la seconda chance. Dalla gioventù turbolenta al riscatto

Il classe '90, nato a Birmingham, appenderà la racchetta al chiodo dopo Wimbledon. Ecco un ritratto della sua vita e della sua carriera. Fatta di luci e ombre

Di Pietro Sanò
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Dan Evans - Adelaide 2024 (X @AdelaideTennis)

Delray Beach, febbraio 2019. Mancano solo poche ore alla seconda finale ATP della carriera del ventottenne Daniel Evans, rientrato nel circuito dopo la turbata vicenda legata alla squalifica per uso di sostanze stupefacenti. Il britannico si appresta a raggiungere gli spogliatoi dopo l’ultima sessione d’allenamento – in vista dell’atto decisivo -, e nel tragitto che lo riporta alle docce, nessun fan muove un dito. Soltanto la sera precedente, un’orda di tifosi travolgeva la sagoma di Juan Martin Del Potro, quasi in difficoltà nello spartirsi tra autografi e foto. Ma per Evans, non accadde nulla di simile. Una desolante indifferenza accompagna l’inglese verso lo spogliatoio dell’impianto. Il giorno seguente, Daniel perderà il titolo contro Radu Albot, al tiebreak del terzo e decisivo set.

«Ogni santo ha un passato, ogni peccatore ha un futuro». L’ex numero 21 del mondo, fortemente segnato dal suo trascorso burrascoso, ha marchiato, con dell’indelebile inchiostro, il suo braccio sinistro con la suddetta frase. Evans ha sentito tutto il peso dell’errore commesso, che gli è costato un anno di squalifica dal Tour ATP. La cocaina ha stravolto la vita e la carriera di Daniel, che dal giorno in cui la droga è stata reperita all’interno della sua borsa, ha iniziato a convivere con una scomoda etichetta – la peggiore -, stampata in fronte.

La fine di un capitolo: “Questo sport mi ha dato tutto”

All’alba del mese di giugno 2026, il tennista britannico ha annunciato che porrà fine alla sua carriera da professionista dopo il Grand Slam di casa, a Wimbledon: Questo sport mi ha dato tutto – ha scritto sui social -, Ho amato ogni singolo minuto della mia vita da tennista. Ai miei genitori, a mia moglie e alla mia famiglia: grazie per il vostro sostegno incrollabile in ogni momento, alto o basso che fosse. Nulla di tutto questo sarebbe stato possibile senza il vostro supporto“. Daniel, ormai 36enne, è in procinto di appendere la racchetta al chiodo. Il 2025 gli aveva regalato qualche buono sprazzo, ma dopo l’infortunio al polso rimediato lo scorso settembre, l’inglese non è più stato lo stesso. Relegato alla top 200, e oramai privo dell’entusiasmo di un tempo, Evans ha deciso di fare un passo indietro, terminando questo capitolo della sua vita. Ma quest’epilogo un po’ pallido ed anonimo, non cancellerà ciò che è stato, e ciò che ha fatto il classe 1990 di Birmingham.

Daniel, il bad boy sregolato

C’è poco da fare, la nomea di “Bad Boy”, Evans, ce l’ha sempre avuta. Sin dagli albori della sua carriera da tennista, Daniel è sempre stato un ragazzo piuttosto “vivace”, e a soli 18 anni – quando vantava un ranking da numero 3 juniores in Inghilterra – al talentuoso britannico fu revocato un finanziamento da parte della LTA (Lawn Tennis Association), a causa della sua “prolungata” permanenza in un locale notturno di Wimbledon – assieme a Daniel Smethurst – dove si è trattenuto a bere birra sino alle 3 del mattino, poche ore prima di un match di doppio di secondo turno. Comportamenti poco ortodossi e tutt’altro che professionali, hanno messo parecchie volte nei guai Evans con la LTA, che ha accusato il tennista di prendere poco sul serio il tennis – con conseguente (ulteriore) taglio dei finanziamenti.

Una gioventù tennistica a dir poco turbolenta. E, nonostante una personalità complicata, Il bad boy di Birmingham non ha mai avuto dubbi sulle proprie potenzialità: “Voglio andare avanti, Sono convinto che entrerò nella top 100, e lo penso ancora. Non mi alleno abbastanza duramente e non mi impegno abbastanza giorno dopo giorno. Dipende da me, non da nessun altro”, ammise lo stesso inglese nel lontano 2013, quando si aggirava attorno alla 400esima posizione a caccia del “grande salto”.

Evans non era esattamente l’esempio lampante di atleta dedito al lavoro, e la costanza di risultati ne risentì particolarmente nella fase embrionale della sua carriera. Nonostante questo grande limite, era comunque impossibile “mascherare” gli accecanti lampi di talento. Una volta sbarcato nel circuito maggiore, nel 2009, la federazione britannica lo supportò comunque parecchio, concedendogli parecchie wild card in palcoscenici importanti. Daniel era acerbo e istintivo, ma molto talentuoso. Motivo per il quale non sfigurò mai, nemmeno nella sua prima apparizione Slam, a Wimbledon, contro il mitico Nikolay Davydenko.

La gioia Davis

Mantenere la parola data – “Sono convinto che entrerò in Top 100”, affermato qualche anno dopo il suo debutto tra i grandi – non fu affatto semplice. L’arrivo di ottimi exploit, allo US Open 2013, con le vittorie registrate ai danni di Nishikori e Tomic, fu seguito da un’annata discreta, prima del crollo nel ranking subito nel 2014. Il ginocchio sinistro diede non poche noie ad Evans, e ripartire dalla 700esima casella, e dal circuito ITF, fu a dir poco scomodo per l’inglese. La stagione successiva – quella del 2015 – rappresenta il viatico della felicità per Daniel, riportando – assieme ai connazionali – in patria una Coppa Davis che mancava da 79 anni. Un passaggio cruciale della sua vita tennistica, seguita dall’ottenimento di una serie consecutiva di titoli challenger (a 7 anni di distanza dal primo), che lo trascinarono verso il best ranking – provvisorio.

L’anno della caduta. L’alcol, il nemico in più

Il 2017 stravolse tutto. La lontananza dai campi, gli errori, lo sguardo giudicante del mondo. La sua ragazza, Aleah – poi diventata sua moglie -, gli tese la mano, standogli accanto nel momento più buio della sua vita. “Sono il peggior fidanzato che ci sia mai stato”, disse Evans, facendo mea culpa. “Ho lasciato i social media quando è successo. Ero preoccupato di cosa avrebbero pensato i miei colleghi e le persone che guardavano. Ho avuto qualche difficoltà a tornare a giocare e a partecipare ai tornei, e non stavo ricevendo il massimo aiuto dalle persone che avevo aiutato in passato”, ha aggiunto. “Avevo giocato molto per il mio Paese, e loro non erano così disponibili ad aiutarmi a rientrare nei tornei. “È da lì che è nata la rabbia. È stata dura. “Ma ci siamo seduti tutti insieme e abbiamo chiarito la situazione. Per fortuna sono tornato in campo e la cosa è finita lì.”

Non era la prima volta che un tennista professionista venisse squalificato per l’uso di cocaina, ma ciò provocò ugualmente uno sconcerto generale all’interno dell’ambiente. Lo stesso Evans, malgrado l’azione commessa, entrò in un tunnel ancor più tetro, poiché la gestione di un cambiamento così drastico fu mal digerita dal britannico. Dalla vita da Pro a non poter più prendere una racchetta tra le mani, per più di un anno. Evans sfogò la sua frustrazione e il suo malessere psicologico nell’alcol, ingrassando più di 19 chili durante il periodo di sospensione: “Lo psicologo ha detto che avevo tanta rabbia repressa a causa della squalifica e per il modo in cui parlavo delle cose”.

La luce in fondo al tunnel

La dicotomia tra l’essere un consumatore di cocaina e un atleta al tempo stesso, non aveva scioccato soltanto gli addetti ai lavori, ma anche Evans stesso. “È una droga terribile, e non solo nello sport: è semplicemente orribile nella vita. Te la rovina” Quella doppia vita gli costò cara. Per di più un anno, gli fu sottratta la cosa per lui più importante, il tennis. Ma dopo ogni temporale, esce sempre fuori il sole. È la legge della natura. È la legge della vita. Infinite salite precedono l’inizio di discese. E così è stato anche per Daniel Evans. L’inglese si era lasciato alle spalle una fantastica Top 50, per poi ripartire nel 2018 fuori dai primi 1000 tennisti del globo. Fuori forma e da tempo lontano dai campi, Daniel non ispirava grande fiducia per un eventuale ritorno in auge, la verità è che Evans, imparata la lezione, si era spogliato delle vesti di bad boy. La vita lo aveva messo alla prova, portato allo stremo, ma gli stava ridando una seconda chance. E questa non andava sprecata. “Sarei stato un idiota ancora più grande se avessi continuato a fare quelle cose e non avessi cercato di rimettermi in carreggiata e diventare un buon tennista”.

La maturità, il nuovo stile di vita, il riscatto

Contro ogni pronostico, il classe ’90 nato a Birmingham, risalì la china. Vederlo trionfare, o raggiungere finali nel circuito Challenger, era diventata un’abitudine. A fine 2019, Daniel rientrò di nuovo in top 50, che non abbandonò più per anni. Tagliato il traguardo dei 30 anni, infatti, l’inglese si è poi regalato un finale di carriera straordinario, conquistando anche gli unici due titoli ATP. Il primo nel 2021 (Murray River Open) e il secondo nel 2023, a Washington, battendo in finale Tallon Griekspoor. Mentre, gli unici due ottavi di finale Slam raggiunti, risalgono al 2017 e al 2021, rispettivamente in Australia e a Flushing Meadows. Nella medesima stagione – 2021 -, l’inglese fu protagonista di un percorso eccezionale in uno dei palcoscenici più prestigiosi del Tour: Montecarlo. Qui sconfisse Novak Djokovic, agli ottavi, per poi conquistare la sua prima semifinale masters 1000 della carriera. Quasi un anno dopo, replicherà lo stesso risultato in Canada, arrendendosi ad un passo dalla finale contro Carreno Busta.

La carriera di Daniel è stato un viaggio, anche se un po’ movimentato. Forse meglio dire una montagna russa. Il britannico si godrà un ultimo ballo sul manto verde casalingo, a Wimbledon. Il prato più glorioso del mondo.

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