Il dibattito sul calendario tennistico, oramai saturo, si arricchisce di un nuovo capitolo destinato a far discutere. A sollevare il problema della salute dei giocatori, decimati dai forfait nell’edizione 2026 del torneo di Wimbledon – basti pensare all’assenza prolungata di Carlos Alcaraz per via dell’infortunio al polso –, è l’ex campione Slam di doppio misto John Lloyd. Interpellato da Tennis365, l’ex tennista britannico ha lanciato una provocazione forte per salvaguardare l’incolumità fisica dei protagonisti dei circuiti ATP e WTA: posticipare l’Australian Open a marzo o, in alternativa, accorciare i match dello Slam maschile sulla distanza dei tre set. Una presa di posizione netta che fotografa la crescente frustrazione di esperti e addetti ai lavori dinanzi a un tour che non concede più un attimo di respiro.
L’allarme lanciato da Lloyd: “La situazione infortuni peggiorerà”
Già, perché analizzando la situazione attuale, Lloyd non usa giri di parole ed evidenzia come la radice dei continui problemi fisici risieda proprio nei tempi di preparazione, azzerati da una off-season ridotta all’osso. “La situazione peggiorerà. In un mondo ideale, anche se è un qualcosa che non accadrà mai, l’Open d’Australia dovrebbe essere giocato a marzo, ma questo non accadrà mai. O, almeno, la soluzione ideale sarebbe quella di giocare gli Slam al meglio dei tre set”. Ha spiegato Lloyd. “Non si tratta della fatica fisica dei match negli Slam, sebbene sia estrema. Secondo me, la chiave è la preparazione, ed è lì che il corpo ne risente”. Una riflessione che sposta il focus dal singolo match-fiume alla logorante routine quotidiana a cui sono sottoposti gli atleti moderni.
Una off-season fittizia e la trappola della preparazione estrema
Il nocciolo della questione, secondo l’analisi di Lloyd, risiede nell’illusione di una sosta invernale che in realtà non permette mai un reale recupero biologico e mentale. Il passaggio repentino dal meritato riposo all’intensità estrema richiesta da uno Slam crea un cortocircuito pericoloso per i muscoli e le articolazioni dei tennisti. Parola di John Lloyd: “Il tennis è uno degli sport più esigenti che ci siano. C’è una pausa alla fine dell’anno, ma in realtà dura al massimo sei settimane. Le persone dicono che è molto tempo, ma non lo è. Ti prendi due settimane per ricaricare le energie, e anche così, continui a sentirti debole, e poi devi iniziare a prepararti per uno Slam. Passi dall’inattività al massimo sforzo per prepararti raggiungere l’estremo per prepararti a sette match che potrebbero durare quattro ore”.
La catena di montaggio del circuito moderno: da Melbourne a Londra senza sosta
L’ex finalista dell’Australian Open 1977 ha poi tracciato una panoramica della stagione, descrivendola come una vera e propria catena di montaggio che non lascia spazio a pause rigeneranti, giustificando così la necessità di una revisione strutturale dei tornei e degli spostamenti in calendario per mettere al primo posto la salute: “Finisci un torneo, poi hai una settimana libera, e poi hai Indian Wells e Miami uno di seguito all’altro. Hai una piccola pausa, e poi devi iniziare a prepararti per Roland Garros e Wimbledon”. A detta dell’ex atleta britannico, dunque, questo tour de force continuo costringe i giocatori a convivere costantemente con il dolore, aumentando esponenzialmente il rischio di infortuni cronici e ritiri eccellenti nei momenti clou dell’anno.
“Finiranno per esaurirsi”
In conclusione, Lloyd ha voluto tracciare una sorta di parallelo storico tra la sua epoca e il tennis contemporaneo, sottolineando come l’incredibile evoluzione atletica odierna finisca paradossalmente per logorare i giocatori molto più velocemente rispetto al passato, rendendo i cinque set un format anacronistico. “Nella mia epoca un match al meglio dei cinque set equivaleva, per intensità fisica, a un match al meglio dei tre set di oggi. Questi ragazzi sono animali, nel senso buono del termine. Ma finiranno per esaurirsi, e accadrà sempre più spesso”. Ha chiosato Lloyd. Parole pesanti che suonano come un severo monito per i vertici del tennis mondiale, anche se le riforme invocate dal britannico – tra contratti televisivi e tradizioni secolari – restano per ora un’affascinante utopia.
