C’è un Wimbledon che tutti vedono, quello del Centre Court, del Campo 1, dei Royal Box, delle telecamere, delle inquadrature perfette e dei campioni che entrano in campo come dentro una liturgia. E poi ce n’è un altro, più nascosto e forse per questo ancora più prezioso, che bisogna cercare camminando tra i vialetti dell’All England Club, oltre le siepi, accanto ai prati dove il pubblico si stende con un bicchiere di Pimm’s in mano, superando i volontari che indicano con il sorriso: “Court 16 →”.
È il Wimbledon laterale, quello dei campi minori. Se hai un biglietto “Grounds”, è lì che vivi davvero il torneo, ma anche con un accredito al collo, anche se puoi entrare dove il tennis sembra più importante, è lì che finisci per capirlo meglio. Senza fronzoli, senza effetti speciali, senza musica a coprire i silenzi. Solo tennis, rumore più vicini di passi sull’erba, palline che schizzano basse, racchette che vibrano, respiri corti e occhi che cercano conferme verso l’angolo.
Campo 17. Sono da poco passate le 11 e gli spalti sono già pieni. Non c’è il nome da copertina, non c’è il campione da fotografare a ogni punto, ma c’è il torneo nella sua forma più pura. Si parlano più lingue che in una riunione dell’ONU, si incrociano accenti diversi, curiosità diverse, livelli diversi di conoscenza. Una coppia fa il tifo per Talia Gibson, forse senza sapere granché di lei, forse soltanto perché si è seduta lì, ha iniziato a guardarla e dopo tre game ha deciso che quella sarebbe stata la sua giocatrice del giorno. Un signore inglese, poco più in là, racconta al figlio del serve and volley di Pete Sampras e di un’erba che “non è più quella di una volta”. A Wimbledon succede anche questo: il passato e il presente si parlano da una fila all’altra.
A un metro dal gioco
I campi 14, 15, 16 e 17 hanno un privilegio che i grandi stadi, per definizione, non possono avere: la prossimità. Non c’è quasi distanza tra chi gioca e chi guarda. Il pubblico sente il respiro degli atleti, percepisce il colpo pieno della palla, capisce quando un appoggio scivola, quando un recupero nasce più dalla disperazione che dalla geometria. Una pallina larga può sfiorarti la caviglia. O la faccia. Un’imprecazione può arrivarti addosso prima ancora del rumore della racchetta.
Qui i coach sono a un metro e si sente tutto. “Move! Now! Again!”. Non c’è bisogno di leggere il labiale, non serve indovinare. Le partite diventano quasi conversazioni aperte, con il pubblico dentro una bolla intima e rumorosa allo stesso tempo nella quale comprendi la fatica, assapori la loro paura, si capisce anche il livello di solitudine di chi, su un campo laterale di Wimbledon, si gioca comunque un pezzo enorme della propria stagione.
Il bello di tutto questo è che finisci a seguire match che non avevi programmato minimamente. Ti siedi per dieci minuti, magari aspettando altro, e dopo mezz’ora sei ancora lì. Ti ritrovi coinvolto come se fosse una finale, perché alla fine di tutto, quel tennis, con le scarpe che cercano equilibrio sull’erba, con il sole che cambia traiettorie e ombre, con il sudore che sembra restare sospeso nell’aria, è al forma più pura di quell’intrattenimento che sta alla base della passione per uno sport. Wimbledon, nella sua sobrietà, ti prende così e capisci il perché di tante cose vissute e attraversati per esserci.
I dettagli che la TV non vede
Poi ci sono i dettagli che in televisione non si vedono: il raccattapalle che sbaglia una presa e si scusa con un gesto quasi regale, come se avesse infranto un protocollo antico. Il giocatore che, dopo un game durissimo, guarda il suo angolo e chiede: “How many unforced? Three? Really?”, con un sorriso amaro che racconta più di cento statistiche. La giocatrice che si gira verso il suo box dopo aver salvato una palla break e cerca soltanto un cenno, non un consiglio. Il pubblico che applaude una volée sbagliata perché ha capito il coraggio dell’idea prima ancora dell’errore.
Sui campi laterali si impara anche un’altra cosa: a Wimbledon non esistono davvero partite minori. Esistono partite meno viste, meno raccontate, meno fotografate. Ma per chi è in campo, e spesso anche per chi è sugli spalti, il peso emotivo può essere identico. Un primo turno sul Court 17 può valere una vita. Una vittoria davanti a poche centinaia di persone può spostare una carriera. Una sconfitta può fare male quanto quella subita davanti a quindicimila spettatori, forse anche di più, perché lì non c’è la grande scena a consolare. Si resta soli con il risultato.
Il torneo più vicino
Nei primi giorni, quando l’erba è ancora verde e viva, ogni punto lascia un segno. Anche fisico, sul campo, ma a volte pure su chi guarda. Si viene per scrivere, per seguire un programma, per rispettare una scaletta, e ci si ritrova a tifare senza accorgersene per una ceca che salva una palla break con un dritto in salto, per un qualificato che non vuole uscire dal torneo, per un doppio che nessuno aveva segnato sull’agenda e che invece diventa improvvisamente bellissimo.
Sono momenti che non entrano nei palinsesti, che non diventano highlights, che difficilmente avranno una foto in prima pagina, eppure restano addosso più di tante partite perfettamente confezionate. Perché lì il tennis è meno distante, meno monumentale, meno celebrato, ma forse proprio per questo più umano, senza alcuna sovrastruttura ideologica.
Quando si esce dal Campo 17, c’è ancora fila per entrare. Non per vedere un top player, non per inseguire il nome più grande, ma perché Wimbledon è anche questo: un torneo che si lascia scoprire di lato. E forse è proprio lì, nei suoi margini apparenti, che diventa più vero.
Dove il tennis non è meno importante è solo più vicino e ci dice che anche nel posto idealmente più elitario del circuito, anche nel luogo che sembra irraggiungibile, tutto si riduce all’essenziale del tennis, fatto di sudore e fatica. Di quelle emozioni vissute sui campi laterali.
