Alexandra Eala è nata nel maggio 2005 a Quezon City, nelle Filippine, da una famiglia molto legata allo sport. La madre ha un passato da campionessa di nuoto, gli zii sono dirigenti nazionali di basket (che nelle Filippine è molto popolare) e il nonno maestro di tennis.
Alexandra prende in mano per la prima volta la racchetta a quattro anni, e visto che le piace ed è dotata, comincia a essere seguita proprio dal nonno. I progressi sono notevoli, e allora ad appena dodici anni si trasferisce in Spagna per frequentare l’Academy di Rafa Nadal. Dimostra di possedere qualità superiori e per questo due anni dopo viene messa sotto contratto dalla IMG, l’agenzia di management sportivo che intravede in lei due elementi fondamentali: il talento sportivo e la “vendibilità”. Le Filippine sono una nazione con oltre cento milioni di abitanti, e una figura come Eala avrebbe la possibilità di diventare estremamente popolare. Sul piano della cosiddetta “marketability” ha tante possibilità; non siamo ai livelli di Osaka, ma sicuramente molto sopra la media.
Alexandra ha una ottima carriera da ragazzina: vincitrice del “Petit As” e poi, da junior, del titolo US Open 2022 in singolare, con un picco da numero 2 del ranking. A livello WTA si è fatta conoscere al mondo lo scorso anno al torneo di Miami. Torneo gestito da IMG, che le ha procurato una wild card; come era accaduto, in passato, a giocatrici come Muguruza e Badosa (entrambe sotto contratto IMG).
A Miami 2025 Alexandra approfitta al 100% della occasione: pur essendo soltanto numero 140 del ranking arriva fino in semifinale dopo avere sconfitto Volynets, Ostapenko, Keys e Swiatek (tutte in due set). La ferma Jessica Pegula, ma solo in tre set: 7-6(3) 5-7 6-3. Da questo momento la sua carriera decolla, e la crescita in classifica è costante. Raggiunge la finale a Eastbourne 2025 e nel 2026 le semifinali di Auckland e Berlino. Oggi è numero 32 del ranking, ma è già stata in top 30. Non per niente in queste edizione dei Championships è testa di serie numero 29.
Ho citato sopra tra i migliori risultati raggiunti di recente Eastbourne e Berlino: due tornei sull’erba. Non meraviglia quindi che Alexandra stia facendo bene a Wimbledon, dove nei primi tre turni ha sconfitto Zarazua, Joint (la “giustiziera” di Serena Williams al primo turno) e Swiatek, la campionessa dello scorso anno.
Ma come gioca a tennis? Innanzitutto va ricordato che Alexandra è mancina; non è particolarmente potente, ma dispone di una ottima mobilità. Al momento il colpo che ha bisogno maggiormente di migliorare è il servizio: nei tornei agli esordi in WTA difficilmente superava le 90 miglia orarie con la prima, ma in questo Wimbledon ogni tanto riesce anche a raggiungere le 100 miglia. Il problema è che il suo standard con la prima di servizio è più attorno alle 85 miglia (sotto i 140 kh/h insomma): una velocità che rischia di esporla ad attacchi immediati sulla risposta. Ultimamente però è progredita nell’uso, tipico delle mancine, del servizio slice a uscire che spinge le avversarie fuori campo per la risposta di rovescio e le apre spazi per l’uno-due.
Detto del suo punto debole, del resto se ne può solo parlare bene: possiede due fondamentali da fondo campo pulitissimi e, visto che è dotata di un timing naturale di altissima qualità, è in grado di anticipare i colpi, ovviando in questo modo alla relativa potenza di cui dispone. Anche a rete si muove bene e di volo ha un repertorio sopra la media. Si trova a suo agio nelle situazioni difensive, ma se ha l’occasione di attaccare non si tira certo indietro. Sotto questo aspetto è una tennista veramente completa, e anche piuttosto matura, a dispetto dell’età, nella interpretazione tattica del match.
I precedenti con Paolini dicono 1-0 per Eala. Si sono incontrate qualche mese fa sul cemento di Dubai e Alexandra vinse 6-1, 7-6. Ultimo dato: per Paolini in questo Wimbledon è la seconda giocatrice mancina nell’arco di quattro match avendo battuto al secondo turno Viktorija Golubic, ma qui l’asticella sale notevolmente.
