A volte giocare bene non basta. Deve averlo pensato Felix Auger- Aliassime, dopo l’epica battaglia dei quarti di finale, durata cinque ore e da cui è uscito sconfitto per mano di Novak Djokovic, dal Centre Court di Wimbledon. Una partita che, tra la fine del terzo set e l’inizio del quarto, lo aveva visto spalle al muro, mentre dall’altra parte della rete il ventiquattro volte campione Slam pareva un rullo compressore.
Il canadese non accampa scuse: “Nella mia carriera ho già avuto altre occasioni in cui partite così equilibrate non sono finite dalla mia parte. Dovrò capire cosa posso fare affinché la prossima volta vadano a mio favore“. Per lui restano i due quarti consecutivi a livello Major sia a Parigi che a Londra, ma lo sguardo è rivolto già al domani: “Per ora posso essere orgoglioso e poi guardare avanti, a quello che verrà“.
D: Felix, una sconfitta dura per te. Quali sono le tue impressioni sulla partita?
FELIX AUGER-ALIASSIME: “Cercherò di essere breve. È stata una lotta straordinaria, una battaglia incredibile contro una leggenda del nostro sport. È andata così. Ovviamente è dura da accettare per me. Nella mia carriera ho già avuto altre occasioni in cui partite così equilibrate non sono finite dalla mia parte. Dovrò capire cosa posso fare affinché la prossima volta vadano a mio favore. Per ora posso essere orgoglioso di come ho combattuto e poi guardare avanti, a quello che verrà“.
D: Hai avuto la sensazione che, nei momenti decisivi, il risultato della partita fosse nelle tue mani?
FELIX AUGER-ALIASSIME: “Ho sempre creduto di potercela fare. Non penso che la fiducia sia stata un problema. Credo che, dopo aver pareggiato un set a testa, ci sia stato quel singolo game nel terzo set in cui ho perso la concentrazione. Dopo più di due ore e mezza in cui ero rimasto estremamente concentrato contro di lui, ho avuto un piccolo calo. Nel quarto set sono stato fortunato a rientrare in partita. Anche lui ha avuto un momento di flessione, ha perso un po’ di concentrazione e questo mi ha dato la possibilità di recuperare. Poi penso di aver giocato un buon tie-break. Alla fine, però, ha dimostrato ancora una volta di essere bravo quando conta davvero.
Nei momenti importanti è stato più solido di me. Credo che dipenda anche dallo stile di gioco: il suo è un po’ più costante e solido nei momenti decisivi rispetto al mio. Detto questo, è impressionante per tantissime cose che fa. La qualità del suo servizio è probabilmente una delle migliori del tabellone. Poi c’è la risposta, che conosciamo tutti. Su ogni seconda di servizio ti costringe a giocare, colpisce profondo. Lo sappiamo perché lo vediamo da tanti anni, ma è incredibile che riesca a farlo con quella continuità, ancora e ancora“.
D: È stata la partita più lunga della tua carriera. Quanto è diverso affrontare un tie-break alla fine di una maratona del genere? Come ti sentivi mentalmente in quella fase conclusiva?
FELIX AUGER-ALIASSIME: “A essere sincero, ho continuato a crederci fino alla fine. Cercavo di servire bene, di non forzare troppo, di scegliere ogni volta il colpo più intelligente. Ovviamente, a un certo punto, uno dei due giocatori deve assumersi qualche rischio in più nei momenti importanti. Per me, però, non ha funzionato. Ricordo che in un game in risposta ero avanti 0-30. Ho provato un rovescio lungolinea. Se fosse entrato, con una traiettoria migliore, magari sarei andato sullo 0-40. Quello è stato un momento importante dal punto di vista dell’inerzia della partita. Mi pento di non essere semplicemente rimasto nello scambio? Forse. Ma sono decisioni che prendi in campo e poi devi conviverci“.
D: Hai detto che alcune parti del tuo gioco non sono solide quanto le sue nei momenti importanti. A cosa ti riferisci esattamente?
FELIX AUGER-ALIASSIME: “No, credo che sia soprattutto una questione di stile di gioco. Negli anni ho visto tantissime partite di Novak. Ho analizzato molti dei suoi incontri, qui e negli altri tornei dello Slam. Anche quando non giocava il suo miglior tennis, come quando ha battuto Roger qui nel 2019, avevi la sensazione che nei tie-break o nei momenti decisivi trovasse sempre il modo: o serviva benissimo oppure ti costringeva a giocare un colpo in più. Ti teneva in una posizione in cui non potevi attaccarlo; neutralizzava il tuo gioco finché non arrivava il tuo errore. Il suo stile di gioco, però, non è quello che mi viene naturale. Io sono più portato ad avanzare e a prendere l’iniziativa. Dovrò imparare a gestire meglio questi momenti, capire quando è il caso di spingere in avanti e quando invece è meglio essere un po’ più solido“.
