Spesso le semifinali Slam rispettano i pronostici: dopo due settimane restano in corsa le teste di serie più alte, i favoriti, i giocatori abituati a spingersi fino in fondo nei grandi tornei. Ogni tanto, però, il tabellone prende una direzione diversa. Si apre uno spazio inatteso, un giocatore lo sfrutta meglio degli altri e la classifica, almeno per qualche giorno, smette di essere il riferimento principale.
Arthur Fery appartiene a questa seconda categoria. Oggi il britannico giocherà la semifinale di Wimbledon contro Alexander Zverev. A inizio torneo era numero 114 del mondo ed era entrato in tabellone grazie a una wild card. Non aveva mai superato il secondo turno in uno Slam; ora si ritrova tra i migliori quattro nel torneo più antico e più osservato del mondo. Una favola moderna, ma anche un caso statistico rarissimo: Fery è soltanto la quarta wild card dell’era Open a raggiungere una semifinale Slam maschile e il secondo a riuscirci a Wimbledon dopo Goran Ivanisevic.
Il nome del croato, naturalmente, pesa su qualunque racconto di questo tipo; non era certo un carneade, ma un giocatore che aveva già fatto finale tre volte, anche se nel 2001 Ivanisevic arrivò all’All England Club da numero 125 del mondo, con una spalla malconcia e una carriera che sembrava già entrata nella zona dei rimpianti. La wild card gli restituì un’ultima possibilità, lui la trasformò nella corsa più incredibile della storia recente del tennis: semifinale, finale, titolo.
Secondo i dati ATP, dal 1985 solo nove giocatori fuori dalla Top 100 hanno raggiunto una semifinale Slam maschile. La lista è breve e affascinante:
- Patrick McEnroe all’Australian Open 1991 da numero 114
- Jimmy Connors allo US Open 1991 da numero 174
- Henri Leconte al Roland Garros 1992 da numero 200
- Filip Dewulf a Parigi 1997 da numero 122
- Vladimir Voltchkov a Wimbledon 2000 da numero 237
- Goran Ivanisevic a Wimbledon nel 2001 da numero 125
- Aslan Karatsev all’Australian Open 2021 da numero 114
- Matteo Arnaldi al Roland Garros 2026 da numero 104
- Arthur Fery da numero 114 a Wimbledon
Dentro questa lista, però, non tutte le sorprese si assomigliano. Connors nel 1991 non era certo uno sconosciuto: era Jimmy Connors, semplicemente con 39 anni, problemi fisici e una classifica ormai lontana dal suo passato. Leconte, numero 200 a Parigi nel 1992, era un ex finalista del Roland Garros, amatissimo dal pubblico francese, ma precipitato fuori dalle gerarchie. Ivanisevic, come accennato sopra, era un grande campione incompiuto. In questi casi il ranking basso racconta una caduta, non l’anonimato.
Diverso il discorso per i qualificati, forse la categoria più pura dell’imprevisto. Il caso più estremo resta Vladimir Voltchkov: numero 237 del mondo, passato dalle qualificazioni, semifinalista a Wimbledon nel 2000 prima di arrendersi a Pete Sampras. Un salto quasi irreale, dal margine del circuito alla porta della finale del torneo più prestigioso. Prima di lui c’era stato Filip Dewulf, qualificato e semifinalista al Roland Garros 1997; dopo di lui, molto più tardi, Aslan Karatsev, arrivato in semifinale all’Australian Open 2021 partendo dalle qualificazioni e addirittura al debutto nel tabellone principale di uno Slam.
Karatsev è uno dei casi più moderni e più folgoranti: non solo numero 114, non solo qualificato, ma debuttante assoluto nel main draw di un Major. Per due settimane a Melbourne giocò come se la sua classifica fosse un errore di sistema, eliminando teste di serie, travolgendo avversari e fermandosi soltanto davanti a Novak Djokovic. Il tennis aveva passato anni a ignorarlo; in quindici giorni lui si prese tutto il tempo perduto.
In questa geografia delle sorprese c’è spazio anche per Matteo Arnaldi. Il suo Roland Garros 2026 non ha avuto la stessa portata numerica di Voltchkov o Leconte, ma ha avuto un peso narrativo enorme. Il sanremese – che comunque in passato era stato testa di serie in uno Slam – era numero 104 del mondo, veniva da un periodo difficile, e a Parigi ha costruito una corsa durissima, dispendiosa, quasi estrema, prima di doversi ritirare alla vigilia della semifinale contro Flavio Cobolli per un virus. La sua è stata una sorpresa meno “statistica” e più “di contesto”.
Il fatto che Arnaldi e Fery siano arrivati in semifinale in due Slam consecutivi partendo entrambi da fuori i primi cento rende ancora più curioso questo 2026. Per quasi vent’anni, dopo Ivanisevic, nessuno fuori dalla Top 100 era più riuscito a spingersi tra i migliori quattro in un Major. Poi Karatsev nel 2021 aveva riaperto la porta. Ora, nel giro di poche settimane, quella porta si è spalancata due volte.
Un dato che dice molto anche del momento che sta vivendo il tennis maschile. Per anni le sorprese hanno avuto pochissimo spazio, soprattutto negli Slam. Federer, Nadal e Djokovic non lasciavano semplicemente briciole in termini di titoli: occupavano semifinale dopo semifinale, rendevano il tabellone quasi impermeabile agli outsider.
Sinner e Alcaraz hanno già iniziato a disegnare una nuova gerarchia. Ma proprio l’assenza dello spagnolo al Roland Garros e ora a Wimbledon, ha evidenziato come quando manca uno dei punti fermi del circuito, il tabellone diventa più aperto.
Questo non significa che Arnaldi o Fery siano arrivati in semifinale “per caso” o soltanto grazie ai vuoti lasciati dagli altri. Sarebbe riduttivo. Significa però che oggi, rispetto agli anni dei Big Three, c’è più margine perché una corsa inattesa arrivi davvero fino in fondo alla seconda settimana.
Il punto interessante è che oggi, a occupare questo spazio, non ci sono sempre i nomi più attesi della generazione di mezzo. Alcuni, come Tsitsipas e Ruud, sono arrivati anche in finale Slam senza però riuscire a stabilizzarsi davvero al vertice; altri, come Rublev e de Minaur, continuano invece a sbattere contro il muro dei quarti. Rublev è arrivato dieci volte ai quarti di finale senza mai superarli. De Minaur ci ha provato sette volte, senza ancora riuscire a entrare tra i migliori quattro. Dopo la sconfitta negli ottavi contro Cobolli a Wimbledon, l’australiano ha detto di sentirsi “rotto dentro”: parole forti, che raccontano bene la frustrazione di chi vede aprirsi occasioni importanti e non riesce ancora a trasformarle.
E mentre alcuni dei nomi più attesi continuano a fermarsi davanti alla stessa porta, Arnaldi e Fery l’hanno attraversata partendo da lontanissimo. Il vertice esiste, i favoriti restano, ma le maglie si sono allargate. E dentro quelle maglie possono infilarsi anche giocatori che, due settimane prima, nessuno avrebbe immaginato in semifinale.
