Guardare Sinner: un esercizio di attenzione a cui non siamo più abituati

Altro che linearità. Sinner non si lascia esaurire nell’evidenza: per comprenderlo bisogna sostare nella partita, con la stessa pazienza con cui lui l’attraversa, e al contempo risalire la tortuosa memoria del suo tennis, tornando a incontri lontani, confrontando soluzioni e riconoscendo variazioni minime, alcune maturate nell’istante, altre sedimentate nel tempo. Il suo gioco ci restituisce alla fatica — e al piacere — di pensare la complessità.

Di Jenny Rosmini
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Jannik Sinner - Wimbledon 2026 (x @Wimbledon)

Di Jannik Sinner si dice che giochi come una macchina. La macchina non sbaglia, non esita, non soffre, non si contraddice; elabora un’informazione e restituisce senza esitazione e senza troppi fronzoli, la risposta più efficiente, niente di più. Sinner, con la regolarità naturale dei suoi colpi, la ripetibilità dei gesti e la scarsa propensione a rappresentare pubblicamente ciò che gli accade dentro, sembra offrire un corpo perfetto a questa metafora.

Nella contrapposizione con Carlos Alcaraz, poi, l’immagine ha trovato la propria forma definitiva. Alcaraz sarebbe l’invenzione, l’istinto, il disordine creativo; Sinner l’algoritmo, la ripetizione, l’esecuzione. Da una parte il tennis che sorprende, dall’altra quello determinista senza iato.

Questa distinzione, naturalmente, non intende stabilire una gerarchia né ridurre Alcaraz alla sola spettacolarità. Il suo tennis possiede una ricchezza tecnica, atletica e immaginativa straordinaria, e la sua capacità di ampliare il campo delle possibilità rappresenta una delle forme più alte e uniche del gioco contemporaneo.

La dicotomia, infatti, dice forse più del nostro modo di guardare che dei due giocatori. La loro differenza è reale ed è parte del fascino del confronto; diventa però sterile quando si irrigidisce in formule perentorie, utili più a semplificare che a comprendere. Viviamo in una cultura che riconosce con facilità (e ormai pretende) soltanto ciò che si manifesta nell’immediatezza: il gesto isolabile, la sequenza spettacolare, il frammento che può essere estratto dal suo contesto e trasformato in contenuto godibile. Una giocata di Alcaraz possiede spesso una bellezza autosufficiente: può essere separata dalla partita e continuare a produrre stupore ed eccitazione, raggiunge lo spettatore prima ancora di passare attraverso la riflessione. La bellezza di Sinner, invece, resiste maggiormente alla frammentazione. La sua unità di misura non è sempre il punto in sé, ma la relazione — complessa, laboriosa e intricata — fra i punti.

Per comprenderlo non basta osservare dove arriva la palla. Bisogna ricordare dove era arrivata prima, accorgersi che la posizione in risposta è arretrata (o avanzata) di mezzo metro, che una direzione al servizio è comparsa nel momento in cui il punteggio l’ha resa necessaria, che una palla corta è stata scelta non per decorare lo scambio ma per trovare fiducia, lanciare un messaggio all’avversario o chiudere un punto decisivo. Il piacere del suo tennis si trova spesso nelle pieghe più profonde della partita: nel lento accumularsi delle informazioni, nel progressivo mutare delle condizioni, nell’evoluzione delle situazioni di gioco, nelle tensioni nervose che attraversano il campo. Sinner non ci offre soltanto qualcosa da guardare: ci conduce dentro il pensiero vibrante della partita e ci invita a seguirne le propagazioni, simili a cerchi che si allargano sull’acqua dopo il lancio di una pietruzza.

La finale di Wimbledon contro Alexander Zverev ha mostrato con particolare chiarezza questo processo. Per quasi due set Sinner non ha avuto una soluzione definitiva. Il servizio del tedesco gli impediva di entrare davvero nei game di risposta e la partita sembrava procedere secondo un ordine stabilito dall’avversario. Sinner non ha spezzato quell’ordine con un’improvvisa manifestazione di genio. Ha cominciato a modificarlo dall’interno, con ammirevole e stupefacente resilienza, riuscendo piano piano a comporre l’architettura sontuosa del suo tennis in cui la tecnica ha sostenuto la mente e la mente ha mantenuto disponibile la tecnica anche nei momenti più difficili.

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