PREMIUM Darderi versus Luciano: a Bastad la rabbia divora Luli

La finale persa contro Rublev riporta al centro il temperamento dell’azzurro. Luciano conosce il problema e ne ha parlato più volte: la sua rabbia può liberarlo dalla pressione, ma rischia anche di consumare energie decisive

Di Carlo Galati
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Per qualche secondo Luciano Darderi è diventato l’Incredibile Hulk in terra svedese. Il problema è che, invece di travolgere Andrey Rublev, ha finito per strappare soltanto la propria maglietta. Il dritto dell’azzurro ha pizzicato il nastro ed è terminato lungo, consegnando al russo il break e il primo set della finale di Bastad. Racchetta scagliata a terra, maglietta aperta con le mani e cappellino lanciato via. Tre gesti in pochi secondi che raccontano uno dei limiti sui quali Luli deve ancora lavorare: il suo avversario più difficile, troppo spesso, resta Luciano Darderi.

La scena ha prodotto anche un curioso ribaltamento dei ruoli. Dall’altra parte della rete c’era Rublev, uno dei giocatori più emotivi del circuito, protagonista in passato di sfoghi ben più preoccupanti e da tempo impegnato in un complesso lavoro su se stesso. Eppure, per confronto, il russo è sembrato quasi Bjorn Borg. Concentrato, ordinato, soprattutto capace di lasciare che fosse Darderi a combattere contemporaneamente contro due rivali.

Una finale persa prima di tutto sul campo

Sarebbe però semplicistico sostenere che Luciano abbia perso soltanto per quella reazione. Rublev ha giocato meglio, vincendo l’87% dei punti con la prima di servizio e completando il 6-4 6-3 in 77 minuti. L’equilibrio è durato fino al 4-4, poi il russo ha conquistato cinque game consecutivi, portandosi avanti di un set e di due break. Darderi ha avuto una possibilità per riaprire il secondo parziale sullo 0-2, ma non è riuscito a sfruttarla. Da quel momento Rublev non ha più corso veri pericoli. I numeri della finale, dunque, non mentono, ma neppure le immagini. Il passaggio tra la fine del primo set e l’inizio del secondo è stato lo snodo dell’incontro e l’esplosione di Luciano è caduta esattamente lì, nel momento in cui sarebbe servita la maggiore lucidità.

Non è una questione estetica e nemmeno moralistica. È un problema di economia agonistica. Nel tennis le energie mentali sono limitate quanto quelle fisiche, soprattutto in una finale. Darderi ne spende ancora troppe per regolare i conti con l’errore precedente, per rivolgersi al proprio angolo, al padre Gino o semplicemente a se stesso. In quei momenti non cerca una soluzione: continua a processare ciò che è già accaduto. Il punto successivo comincia, ma Luciano è ancora dentro quello appena perduto.

“Mi arrabbio per un errore commesso tre punti prima”

La consapevolezza, almeno, non gli manca. Durante il torneo di Santiago, il 26 febbraio, aveva spiegato il meccanismo dei suoi sfoghi: “Per adesso mi arrabbio molto per togliermi la pressione”. Alla domanda sul ruolo del suo team aveva risposto scherzando, ma non troppo: “Sopportare le parolacce”. Aveva anche ammesso quanto fosse difficile controllare le emozioni durante una partita.

Tre giorni più tardi, dopo la semifinale vinta contro Sebastian Baez, era stato persino più preciso: A volte mi arrabbio per un errore commesso tre punti prima. Ma anche se sembro molesto con me stesso, dentro cerco sempre di restare positivo”. Una frase che, riletta dopo Bastad, sembra quasi la didascalia della finale contro Rublev… che non sarà stata persa per questo, ma che di sicuro non lo aiuta.

A Indian Wells, il 6 marzo, Luciano aveva poi allargato il discorso al rapporto con il padre: “A volte mi arrabbio in campo con lui, ma non è colpa sua. Lui, poverino, sopporta le cose che faccio”. Nella stessa intervista aveva riconosciuto che l’aspetto mentale fosse quello più importante sul quale lavorare. Al Roland Garros si era verificato un altro episodio: racchetta a terra e discussione con uno spettatore che gli aveva urlato “spaccala, spaccala”“Mi ha fatto innervosire”, aveva raccontato poi in conferenza stampa.

Non spegnere il fuoco, ma imparare a governarlo

Il temperamento di Darderi non è soltanto un difetto. È anche il carburante che lo ha portato fino al numero 16 del mondo. Senza quella ferocia probabilmente non avrebbe salvato quattro match point contro Zverev a Roma, né sarebbe sopravvissuto alla maratona notturna con Jodar, raggiungendo la prima semifinale Masters 1000 della carriera. Non bisogna trasformarlo in un automa né sottrargli il fuoco che alimenta il suo tennis. Deve però imparare a decidere quando accenderlo (se accenderlo…) e, soprattutto, quando spegnerlo.

La sua stagione resta eccellente: primi ottavi agli Australian Open, finale a Buenos Aires, titolo a Santiago, semifinale a Roma e finale a Bastad, con un bilancio di 25 vittorie e 16 sconfitte. Oggi è numero 21 ATP, tre posizioni più indietro rispetto alla scorsa settimana, ma a 24 anni ha già conquistato cinque titoli nel circuito maggiore, tutti sulla terra. Non siamo davanti a una crisi, dunque, ma al limite che potrebbe separarlo dal salto successivo. Per entrare stabilmente tra i migliori dieci non gli serve necessariamente un dritto più potente: gli serve imparare a far morire un errore nel momento esatto in cui viene commesso.

Da Bastad si passa immediatamente a Estoril, dove Darderi sarà la seconda testa di serie dietro proprio a Rublev. Il tabellone potrebbe riproporre la stessa finale e Luciano dovrà anche compensare i 250 punti conquistati lo scorso anno a Umago, destinati a uscire dal ranking. Prima ancora degli avversari, però, dovrà affrontare quel dritto sbagliato tre punti prima. La vera prova di forza non sarà strappare un’altra maglietta, ma riuscire finalmente a recidere il filo che lo tiene legato all’errore precedente per continuare a guardare avanti. Con serenità.

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