PREMIUM Halys, Van Assche e gli altri: gli ATP 250 sono un trampolino di lancio che rischia di sparire

Da Jodar a Davidovich, fino al sogno di Halys e Merida. Una tappa fondamentale per entrare tra i grandi del tennis: anche la prima corona di Sinner fu un 250

Di Pellegrino Dell'Anno
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Sono anni che ormai Andrea Gaudenzi, presidente dell’ATP, profila la drastica riduzione, fin quasi all’eliminazione completa, dei tornei di categoria 250, il livello più basso del tour. Questo perché sono eventi che raramente richiamano i migliori giocatori al mondo, per non dire mai (in nove tornei su ventuno disputati finora c’era un top 10 al via, meno del 50%). L’attrattiva, tra montepremi e parterre di giocatori coinvolti, è decisamente troppo bassa in molti casi, e questo spinge i piani alti dell’associazione che governa il tennis maschile ad adocchiare dei provvedimenti.

Ma, sia per gli eventi in sé per sé che per tanti giocatori coinvolti, cancellare i 250 sarebbe una clamorosa ingiustizia. E neanche in grande assonanza con lo spirito del tennis, e specie con l’idea spesso sbattuta ai quattro venti di dare più occasioni a tutti di emergere, di vincere trofei e di scalare la classifica. È infatti innegabile che, proprio per il livello non sempre altissimo, gli ATP 250 risultano spesso la migliore palestra, o trampolino che dir si voglia, per entrare tra i migliori. Lo dicono anche i numeri.

ATP 250, o anche ebbrezza del primo titolo

Nel 2026 ci sono stati finora dieci giocatori ad aver vinto il primo titolo della propria carriera, numero che di certo aumenterà entro fine anno. Sono elencati nella seguente tabella:

TorneoLivello
Tomas EtcheverryRio de Janeiro500
Rafael JodarMarrakech250
Mariano NavoneBucarest250
Ignacio BuseAmburgo500
Kamil Majchrzak‘S-Hertogenbosch250
Alejandro Davidovich FokinaMaiorca250
Zizou BergsEastbourne250
Daniel MeridaUmago250
Quentin HalysKitzbuhel250
Luca Van AsscheEstoril250

Come si può notare, otto giocatori su dieci hanno trovato la prima gioia a livello tour in un ATP 250. Per quanto la cosa curiosa sia che solo tre di questi siano nati negli anni 2000, vale a dire Rafael Jodar, campione a Marrakech, Daniel Merida, che ha sorpreso la platea a Umago, e Luca Van Assche, vincitore la scorsa settimana ad Estoril e finalmente arrivato ai palcoscenici che gli si prevedevano da giovane. L’unico altro nato dal 2000 in poi ad aver vinto il primo titolo quest’anno è stato Ignacio Buse, campione però addirittura in un 500, quello di Amburgo. Che, con la collocazione pre Roland Garros ha perso un po’ di appeal e assomiglia più a un buon ATP 250.

Al netto di ciò, è evidente come questo tipo di tornei non sia solo una chance per i più giovani di iscrivere il proprio nome sulla mappa del tennis. Ma permette anche a giocatori esperti, fermatisi a un passo dalle vittorie per un motivo o per un altro, di laurearsi campioni ATP. Come Quentin Halys, che ha superato i 30 anni, o Alejandro Davidovich Fokina, fino a poco fa il giocatore con la classifica più alta a non aver mai vinto un titolo. Sono occasioni, punti del calendario ormai fissi che hanno anche il diritto di essere onorati e tutelati. Anche molti dei migliori giocatori al mondo hanno vinto il proprio primo titolo in un ATP 250.

Palcoscenico da giovani

Jannik Sinner, escludendo le Next Gen Finals 2019, vanta la prima affermazione ATP a Sofia nel 2020, un torneo di categoria 250. Tra l’altro di fine stagione, senza enorme concorrenza, poca pressione: le condizioni ideali per abituarsi ad affrontare giocatori più grandi ed esperti, e provare sulla pelle cosa significhi vincere. Lo stesso Carlos Alcaraz vinse la prima corona della carriera ad Umago, sempre ATP 250, come successo quest’anno al connazionale Daniel Merida. Le eccezioni ci sono, basti pensare a Jakub Mensik, capace di vincere per la prima volta in tour al Masters 1000 di Miami.

Ma di base è ovviamente più facile riuscire a vincere in contesti dove c’è minore attenzione, soprattutto mediatica, e si può avere anche il tempo di sbagliare. Senza dimenticare che spesso gli ATP 250 sono un crocevia per prepararsi al cambio di superficie o per ottenere punti per le ATP Finals, come accaduto ad Atene tra Musetti e Djokovic nel 2025. In quei casi vincere il primo titolo diventa in effetti più complesso, ma mediamente un giocatore in ascesa ha bisogno di tornei un filo più accessibili per poter consolidare una determinata posizione. Basti pensare che nelle ultime due settimane tre giocatori hanno vinto il loro primo titolo. Gaudenzi dovrà analizzare bene questa situazione.

Gli ATP 250 sono fondamentali

Alla fine, è questa la realtà dei fatti. In un modo o nell’altro, pur non essendo sempre spettacolari o eccessivamente attenzionati (specie, non ce ne vogliano, quelli della parte sudamericana di febbraio), gli ATP 250 sono un tassello da cui il circuito non può prescindere. Specie se si vuole rincorrere l’obiettivo di un circuito sempre più aperto e ricco, che non si riduca ai soliti noti. Questi eventi, avendo infatti un cutoff non altissimo a livello di ranking, permettono la partecipazione anche a diversi giocatori fuori dalla top 100. Quantomeno nelle qualificazioni. Dando così loro opportunità di strappare qualche assegno di buon livello e conquistare tanti punti.

Gli Slam e i 1000 sono i tornei principali, i più attesi, e sono giustamente intoccabili. I 500 hanno spesso dei top player e presentano comunque diverse partite interessanti. Ma sono la cima di una piramide che ha ancora bisogno di appoggiarsi sugli ATP 250 per poter crescere e proporre uno sport che non si limiti ai migliori ma si apra a nuove proposte e soprattutto arrivi in vari Paesi, così da poter sviluppare il tennis a 360 gradi. Un impatto che solo questi tornei riescono a fornire. D’altronde, se gli ultimi due n.1 al mondo hanno vinto entrambi il loro primo titolo a questo livello, dovrà pur esserci un motivo che tenga ancora vivi gli ATP 250. E tra poco ce ne sarà anche uno su erba in Italia.

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