Per Novak Djokovic, classe 1987, lo US Open ha certamente un significato speciale. È il torneo dove nel 2023 ha conquistato il 24 titolo Slam, staccando ulteriormente i 22 di Rafa Nadal e i 20 di Roger Federer, e pareggiando quelli vinti da Margaret Court (di cui però 13 da dilettante). Nondimeno, quella gioia si accompagna alla constatazione che, al momento, rimane l’ultimo Slam vinto. E sono trascorsi tre anni.
Gioia e amarezza insieme, dunque, proprio come nella finale del 2021 persa contro Daniil Medvedev, per un Grande Slam sfumato all’ultimo match, dopo 27 vinti consecutivamente a partire dall’Australian Open. Comprensibilmente bloccato dalla tensione a una sola vittoria da un traguardo che definire storico per una volta non sarebbe un abuso del termine (anzi, gli starebbe starebbe stretto), alla delusione si unirono alcune lacrime di commozione per un sostegno del pubblico mai come allora dalla sua parte, complice la possibilità di divenire testimoni di un evento atteso dal 1969, quando fu Rod Laver, unico nell’Era Open, a vincere i quattro tornei dello Slam. Solo a New York, per citare la tagline pubblicitaria inventata da un personaggio interpretato da Steve Martin. E solo a New York Nole potrà aggiungere altri tre record alla sua chilometrica lista. Andiamo a scoprirli.
Il più vecchio in assoluto a vincere lo US Open. E non solo
Nole detiene già il record di più anziano vincitore dello USO nell’Era Open, vale a dire l’attuale periodo iniziato nell’aprile 1968. Aveva 36 anni e 111 giorni in occasione del titolo 2023. Meglio di lui, tuttavia, con 38 anni e 242 giorni, ha fatto lo statunitense William Larned, al suo settimo e ultimo successo, nel 1911 – sembra passato un secolo. All’epoca erano gli US National Championships e Larned, in qualità di campione in carica, scese in campo giusto per la finale, o meglio il challenge round, battendo lo sfidante tre set a zero.
A ogni modo, ognuno gioca secondo le regole del proprio tempo e per Djokovic il trionfo significherebbe diventare non semplicemente il più vecchio vincitore della storia del torneo, bensì anche il più vecchio vincitore Slam (parliamo sempre di singolare) dell’Era Open, battendo i 37 anni e 2 mesi di Ken Rosewall (Australian Open 1972). Invece, per tentare di superare i 41 anni e 6 mesi di Arthur Gore (Wimbledon 1909), Novak dovrà aspettare l’Australian Open 2029. Al momento appare prematuro, ma non siamo certo qui a dire chi deve fare cosa e quando.
Più vittorie allo US Open
A New York, Nole ha alzato la coppa quattro volte (2011, 2015, 2018, 2023) con un bilancio di 95 vittorie e 15 sconfitte. Il record per il maggior numero di incontri vinti appartiene a Jimmy Connors con 98, dunque l’aritmetica è piuttosto semplice: primato eguagliato raggiungendo gli ottavi di finale, superato con i quarti e un bel 100 – la cifra tonda fa sempre la sua figura – in caso di semifinale. Salvo l’eventuale forfait di un avversario e conseguente walkover, ça va sans dire.
Più incontri disputati allo US Open
Il raggiungimento del penultimo atto porterebbe in dote anche un altro record, quello in solitaria relativo agli incontri disputati. Come abbiamo visto dal suo bilancio newyorchese, Djokovic ha disputato 110 match. Con le 17 sconfitte qui subite, Connors ne conta 115. Superando i quarti di finale, il fenomeno di Belgrado si assicurerebbe il sesto match che lo porterebbe a 116 totali.
Chi c’è tra Djokovic e i nuovi record
Sul cemento di Flushing Meadows non ci sarà quello scollamento tra seeding e valore reale visto al Roland Garros e a Wimbledon – certo non è colpa di Auger-Aliassime e Shelton (e ne nominiamo solo due) se avevano teste di serie fuori da ogni realtà per quelle superfici, soprattutto sulla terra di Parigi. A ogni buon conto, per puntare alle 98 vittorie si tratterà di battere due tennisti non compresi fra i primi 32 del torneo e al terzo turno una delle otto teste di serie più basse, sempre che questa rispetti il proprio blasone.
Djokovic, ora numero 5 del mondo, è incappato nella sconfitta al terzo round quest’anno al Roland Garros con la n. 30 Fonseca e prima ancora a New York 2024 con la n. 28 Popyrin. Per arrivare a “quota 100 e 116”, rispettivamente match vinti e disputati, come detto serve la semifinale e il livello (teoricamente) si alzerebbe. Tuttavia, escluse le due citate sconfitte, negli ultimi due anni Nole è sempre stato presente fra gli ultimi quattro.
Sinner, Alcaraz e Zverev di traverso sul 25°
Gli ultimi due confronti con Alexander Zverev sono stati a livello Slam nel 2025: vittoria di Sascha per ritiro serbo causa infortunio in Australia e successo di Nole in quattro set a Parigi. Non promette benissimo per il tedesco. Però, secondo alcuni, quello che ha perso (ripetiamo, perso) la finale di Wimbledon da Sinner è stato il miglior Zverev di sempre. Meglio di quello che ha battuto Federer in semi e Djokovic stesso in finale alle ATP Finals 2018? Non male solo per aver tirato un dritto vincente sul set point del primo parziale.
Tra parentesi, ma anche no, era il quarto winner da quel lato a fronte di dieci gratuiti (sì, impattava il dritto con sicurezza insolita, ma lo sbagliava con frequenza… solita), su una palletta troppo morbida offertagli da Sinner, il suo classico colpo lungolinea che sotto pressione finisce in corridoio, solo che era dal centro quindi è rimasto dentro. E, tirando le somme, Sascha ha raccolto meno di Kecmanovic.
Insomma, al netto di giornatacce dovute all’età, delle quali però l’avversario deve essere in grado di approfittare senza andare nel panico per la ghiotta chance, sul campo Djokovic è sicuramente inferiore solo a Sinner e Alcaraz. Per quanto riguarda Carlos, come ha rilevato anche Greg Rusedski, la sua presenza è tutt’altro scontata e ancora di meno possiamo prevedere il livello del suo tennis. Non resta che Jannik, che senza dubbio avrà avuto ottime ragioni per rinunciare a inseguire il sogno di un’impresa fantastica (il “Masters Slam”) e punta al suo sesto titolo Major. Con il suo antagonista più credibile rappresentato dai “piccoli crolli con cui dobbiamo convivere”, per usare le parole di Simone Vagnozzi.
Alla fine, superando le stantie e fallaci retoriche del duro lavoro, della dedizione e tutto quanto fa bias del successo – pure parecchio offensivo per quella stragrande maggioranza costituita da coloro che non ce la fanno, implicitamente accusati di passare le giornate tra Netflix e social media invece di metterci impegno e allenamento – per l’assalto ai (nuovi) primati buona parte della faccenda si riduce ad avere gli avversari giusti. In ogni caso, se esiste solo la vaga ombra di un’opportunità per scrivere il proprio nome in corrispondenza di un record, Novak Djokovic è l’uomo su cui puntare.
