“Celebrate the ultimate honor in tennis”, il sito dell’International Tennis Hall of Fame è decisamente autoreferenziale quando allude all’ingresso tra le sue fila del player o del contributor di ogni stagione, ma il pensiero dell’Induction Day non può non farsi strada nella mente di un tennista che inizia a scalare le posizioni della classifica ATP o WTA e a far incidere il proprio nome sui trofei più ambiti.
Essere protagonisti della cerimonia di Newport significa sedersi sull’astronave che viaggia nel tempo, nel vettore che permette gli incontri impossibili tra Martina Navratilova e Suzanne Lenglen o tra John McEnroe e Bill Tilden, vuol dire insomma dare corpo definitivamente alla forse troppo abusata locuzione “fare la storia”, che utilizziamo quando un tennista taglia un traguardo importante per la sua carriera e per la scuola tennistica che rappresenta.
Peraltro il 27 agosto, data della cerimonia per l’anno 2026, andrà a premiare un atleta i cui traguardi storici e la limpidezza del cui estro sono indiscutibili, come lo è il suo prestigio nella comunità sportiva: stiamo riferendoci a Roger Federer.
I titoli
Sabato 8 agosto The Swiss Maestro taglia il traguardo dei 45 anni e la sua aura di marziano dello sport è sempre più palpabile, almeno a giudicare dall’emozione che suscita quando riprende in mano il suo attrezzo preferito, anche solo per racchettare per qualche minuto ai margini di un grande torneo.
Federer è stato il vincitore di venti titoli del Grande Slam, di sei edizioni delle ATP Finals, di una storica edizione della Coppa Davis e di 103 tornei complessivi; è stato numero uno del mondo per 310 settimane, secondo solo a Novak Djokovic che ne conta 428, ma Roger detiene il record di settimane consecutive, con un impressionante periodo di 237 allungatosi tra il 2 febbraio 2004 e il 17 agosto 2008. I numeri sono clamorosi e il fatto che prima Nadal e poi Djokovic abbiamo superato la sua ventina Slam non scalfisce minimamente il valore delle sue cifre.
I suoi record sono fondamentali ma in un certo senso non sono così importanti e la personalità e il fascino dell’asso basilese ne prescindono, e il tempo che passa dilata questa sensazione, più che per tanti altri grandi campioni.
Che un tennista vinca venti o ventuno titoli major è certamente essenziale (ed esiziale) per chi perde una finale che pare già vinta, e il riferimento va all’amarissima sconfitta occorsagli nell’atto conclusivo di Wimbledon 2019 per mano di Djokovic, ma per l’autentico l’appassionato di tennis i ricordi della tristezza e dell’esultanza scolorano e si subordinano alla bellezza delle evoluzioni dei campioni: che nel 1980 a Londra abbia vinto Borg e non McEnroe non ha più, pure per chi come noi provò un magone indicibile guardando Supermac che, seduto sulla seggiola, fissava il terreno di gioco con infinito sconforto, particolare significato.
La sua legacy
Federer non dimenticherà mai quanto avvenne quella volta, ma per chi ama il tennis non è il particolare più rilevante: Roger è stato l’artista che ha posto l’estro al primo posto, che ha praticato un gioco difficilissimo rendendolo semplice ed elementare, come un miraggio che sparisce quando vogliamo toccarlo. E’ stata la rivincita, piena e definitiva per chi ha vanamente desiderato vedere Rosewall sul trono di Wimbledon, o Mecir e Leconte firmare un titolo del Grande Slam.
Chi si struggeva per il talento preso spietatamente a pallate, con Federer ha trovato l’Eden inaspettato, imprevisto proprio perché i tempi per tennisti come lui non sembravano più propizi. Federer ha ripetuto in meglio e più a lungo il fenomeno McEnroe, che ha invertito la tendenza Borg–Vilas–Connors, straordinari campioni che, in particolare il primo e il secondo, non badavano certo all’estetica quanto alla rersistenza e alla ripetitività del gesto; e lo ha fatto con grazia infinita.
Se John si è infatti meritato il titolo tutt’altro che amichevole di Superbrat, Roger ha percorso gli anni della sua carriera con stile unico, uno stile che si può definire perfetto: sempre elegante, nei gesti, nelle parole, mai in imbarazzo e sempre spiritoso quando serviva. I suoi innumerevoi spot commerciali sui tetti di Finale Ligure durante la pandemia, con Mikaela Shriffin e con Robert De Niro, quando Toro Scatenato gli consiglia di ingaggiare Tom Hanks per uno spot e il campione gli risponde basito: “Chi?”, ne sono prova evidente e non sorprendente.
Un uomo che si è impegnato con determinazione ferrea nel costruirsi come sportivo, come persona e come personaggio, raggiungendo vette raramente avvicinate in termini di talento e rigore, un connubio che, come disse una volta Gianni Clerici, nel suo massimo grado produce Mozart. Per lui i 45 anni sono la vigilia della strameritata Hall of Fame, per noi sono un pretesto per rivederlo e riaccendere i fari alla ricerca di un nuovo interprete che gli somigli, almeno a tratti.
Ci restano i tantissimi attestati di stima di grandi leggende dello sport, che addirittura scherzano sulla superiorità di Roger, come quando Edberg riferì di essere il nuovo coach dello svizzero e qualcuno (Supermac?) gli disse: “Ottimo, così finalmente migliori il tuo dritto”, e i suoi innumerevoli miracoli, traiettorie arcane e e inimmaginabili, passanti che nascono da smash e lasciano il rivale impietrito, volée magiche e il rovescio a una mano, che oggi a vederne uno gridiamo al miracolo, mentre quando lo eseguiva lui era solamente uno dei suoi colpi, nemmeno il più appariscente.
Il colpo migliore?
Il colpo migliore? Una risposta certa non è possibile, ma a noi piace ricordare la volée di rovescio con cui, negli ottavi di Wimbledon 2001, Federer annullò la palla-break al sette volte campione del torneo Pete Sampras. Quinto set, 4-4 e 30-40, Pete rispose nei piedi e Federer appoggiò un colpo in mezza volata. Sampras parve avere un passante agevole da eseguire, ma il suo rovescio, colpito da ben dentro il campo, incontrò la racchetta del diciannovenne svizzero, che ammaestrò la pallina con un’esecuzione splendida, prodigio incredibile di coordinazione, estro e riflessi.
Il passante lungolinea sembrava la soluzione migliore per l’americano, d’altronde il divano rimane il punto di vista più adatto per le soluzioni spettacolari; però per il pistolero del Maryland la parte di campo difesa dal ragazzetto basilese dovette sembrare larga la metà rispetto a pochi minuti prima. Sampras, forse presago del passaggio delle consegne, perse 7-5 il quinto set e il sogno del Wimbledon numero otto passò parimenti di mano, avverandosi sedici anni dopo con la vittoria di Roger ai danni di Marin Cilic.
Quella volée ci pare oggi come la Numero Uno di zio Paperone, la monetina che sta alla base del milione; Roger non vinse il torneo, dovette aspettare altri due anni, poi però non si fermò più. E, a ben pensare, sta ancora correndo.
