L’atmosfera sul Manolo Santana era diversa dal solito nei minuti precedenti all’ingresso di Rafa Jodar e Joao Fonseca. Ubitennis era in loco, a pochi metri di distanza, quando ha preso vita la prima sfida in assoluto tra il fuoriclasse carioca e l’arrembante talento di Leganès, vissuta dagli spalti madrileni con fervore incontrollato, a tal punto da mettere in difficoltà il giudice di sedia, costretto a richiamare puntualmente il pubblico, diviso in due scatenate fazioni. A Madrid, Joao e Rafa hanno scritto il primo capitolo di – ci auguriamo – una lunga serie di duelli, e sul manto rosso della capitale spagnola, è stato Jodar ad aggiudicarsi il primo scontro, lanciando un chiaro messaggio al coetaneo sudamericano, designato già da qualche tempo come futuro antidoto della “duocrazia” Sincaraz.
Rafa e Joao: nati per brillare
Di giovani talenti, ogni anno, ne sbucano fuori a bizzeffe. Ma puntualmente cadiamo nel tragico tranello delle aspettative, e finiamo per restare delusi da meteore che non reggono il fardello della pressione, finendo ben presto nel dimenticatoio. Joao Fonseca e Rafa Jodar, chiaramente, non appartengono a questa categoria, perché – con merito e risultati – si sono già ritagliati in un posto tra i fuoriclasse e tra i migliori 30 giocatori del pianeta. Ma ciò che davvero incuriosisce di questo parallelismo iberico-carioca, è l’ascesa di questi due giovanissimi, così distante, così diversa in tutte le sfaccettature. Il nome di Joao rimbomba per tutta Copacabana praticamente dal 2022, quando fece le sue prime apparizioni nel circuito Challenger, contrastando i rematori terraioli del Sudamerica con un tennis già improntato per una dimensione superiore. Poi il titolo US Open Juniores (in finale contro Tien) e una repentina gavetta prima di sbarcare nel mondo dei grandi. E il suo Brasile, voglioso di idolatrare una nuova star dopo Guga Kuerten, si è prostrato ai piedi di Joao Meravigliao. Orde di sponsor, un’equipe nutritissima con Guilherme Teixeira a capo della banda come Coach. Un team coi controfiocchi allestito ad hoc per colui che, per le vie di Rio, chiamavano già il piccolo Sinner, o ancora meglio, “Sinnerzinho”.
Contemporaneamente a Joao, nella penisola iberica cresce un ragazzo dal talento cristallino, che porta un nome pesantissimo: si chiama Rafael, come il leggendario Nadal Parera. Anche lui è un predestinato, ma il suo paese non attende nessun astro nascente, perché un alieno ce l’ha già, così come lo ha avuto nei due decenni precedenti. Jodar si forgia, guidato soltanto da suo padre, senza essere accecato dalla luce dei riflettori. Come Fonseca, anche Rafa si laurea campione Junior a Flushing Meadows, ma successivamente opta per un percorso diverso, decidendo di entrare a far parte del circuito NCAA negli Stati Uniti, gareggiando per l’Università della Virginia. Un’esperienza formativa, ma durata solo 4 mesi, per tuffarsi nel professionismo. Jodar compie un salto clamoroso nel ranking, scalando più di 500 posizioni in un anno, sempre e solo “scortato” da suo padre nel box. Dinamica che ha letteralmente mandato fuori di testa tutti gli addetti ai lavori. Perché un ragazzo con così tante possibilità, e ormai Top 20, non decide di affidarsi ad un nome blasonato, o allargare il suo team? Per il giovane ragazzo di Leganès, Rafa Jodar Senior è tutto. La presenza del padre seduto all’angolo gli dà equilibrio, e Rafita, al momento, non necessita di nessun altro innesto
I punti di forza, le criticità: come giocano i 2006 più forti del pianeta?
Fonseca e Jodar, così brillanti, ma così diversi. Joao e Rafa sono lo Yin e lo Yang. Due forze straordinarie, ma opposte. Ma veniamo al punto: chi gioca meglio tra i due migliori classe 2006 in circolazione? Le loro filosofie tennistiche sono distanti, e alla stessa stregua, la loro interpretazione del gioco. Il brasiliano danza su range di velocità molto ampi, ed è probabilmente il fattore più evidente quando si segue un incontro dell’atleta verdeoro. A Joao piace muovere l’avversario, ma lo fa quasi sempre con margine, prima di decidere quando entrare nel flow esatta per impennare drasticamente il chilometraggio. Viceversa il madrileno. Chi ha potuto apprezzarlo anche dal vivo, nota una dinamica di gioco lapalissiana. Rafa è un martello monovelocità, che però si staziona a ritmi forsennati. Ed è proprio questa sfaccettatura che manda in tilt gli avversari. Il diciannovenne spagnolo riesce incredibilmente a dare pesantezza e parecchia profondità ad ogni palla, senza rotazioni eccessive.
Grazie ad una comparazione grafica fornita da tennisratio.com, possiamo notare con numeri precisi, le principali differenze tra i due, sotto vari profili di gioco.
Da questo confronto tra Rafa e Joao, emergono dati interessanti. Analizzando gli incontri dei rispettivi giocatori nelle ultime 52 settimane, si registra innanzitutto una differenza marcatissima tra i due per quanto concerne la Dominance Ratio, statistica che indica il controllo di un giocatore sulla partita e la sua performance, basata sul rapporto tra i punti vinti in risposta e i punti persi al servizio rispetto all’avversario. In questa statistica, Jodar fa registrare una DR di 1.5, mentre Fonseca si stalla a 0.9. Ed anche sulla voce “Match Efficency” – ovvero la capacità di un giocatore di convertire le loro prestazioni in vittorie effettive -, lo spagnolo varca addirittura la soglia del 2,4. Il brasiliano resta invece a 1,7.
Dal grafico in sovrimpressione, invece, si evince come un tennista si trovi più a suo agio a performare con un colpo, sotto pressione, a dispetto di un altro. I fondamentali di Jodar sono effettivamente straordinari, ma se c’è un’area dove sarebbe necessario intervenire è chiaramente il servizio. Al momento, lo spagnolo non dispone di particolari variazioni, e quando non riesce a imprimere grandi velocità, diventa tremendamente prevedibile per l’avversario. Joao, invece, riesce ad eseguire molto bene kick, slice e flat, riuscendo a togliere riferimenti e a variare di più nei turni di battuta. I dati vedono il brasiliano viaggiare su buone percentuali quando è in svantaggio al servizio, mentre Rafa soffre parecchio e raramente riesce a ribaltare la situazione da uno 0-40. In risposta, invece, ecco che Jodar si riprende la scena, performando nettamente meglio rispetto a Fonseca nei pressure points.
Come vivono il match?
I dati servono a dare dei riferimenti tangibili, ma il tennis, quello vero, lo si legge nei dritti usciti fuori di un millimetro, nelle sfuriate, nelle reazioni alle batoste prese. I due classe 2006 sono emersi così rapidamente per la loro fortissima personalità, per la voglia di rischiare più degli altri. Quello di Joao e Rafita è un tennis che ruba la scena, che aizza le folle, anche se in modo diverso. A Fonseca basta liberare il turbo dritto, estendere il suo urlo sino a che la pallina non si posi sul telone, ed ecco gli spalti s’infiammano, e diventa torcida. Il suo è un coinvolgimento più attivo, un interscambio continuo col pubblico. Fonseca vive la partita in questo modo, assorbe energia e la restituisce alla gente. Se in fiducia, lo fa notare. A sé stesso, al proprio box, all’avversario. E se in difficoltà, o appannato, avviene esattamente lo stesso. Il brasiliano stenta a mascherare le proprie emozioni, e forse su ciò riesce ad essere più genuino dello spagnolo, molto più inespressivo, anche se dentro di sé ribolle il sangue latino.
Coetanei sì, ma non nel tour
I due attualmente sono separati da pochissime posizioni nel ranking mondiale, ma forse la forbice si allargherà al termine del Masters di Montreal, dove tutti sono realmente in lizza per il titolo, nessuno escluso. Il sogno proibito è vederli in finale, battagliare l’uno contro l’altro per la contendersi un trofeo prestigiosissimo. E pensare che soltanto un anno fa, Rafael Jodar Jr non faceva parte nemmeno della top 500 mondiale. La sua ascesa è paranormale, inconsueta. Molto più lineare – o giù di lì, perché sono serviti picchi importanti per raggiungere la cima – quella di Fonseca, arrivato ben prima del collega spagnolo ai piani alti del circuito, e nonostante la tenera età (19), ha già sopportato e superato una miriade di critiche, poiché – anche a causa di una condizione fisica non perfetta – ha commesso qualche passo falso. L’età e la stessa, ma le fasi della carriera non sono esattamente sulla stessa linea. Jodar sta vivendo un periodo magico, sembra infermabile, e non quando scende in campo non fa alcun tipo di calcolo. Vede solo strada libera dinanzi a sé, e picchia come un fabbro. Certo, non gli si possono mica addossare le colpe di essere una new entry, ma chissà se riuscirà a giocare con la mente così libera anche quando dovrà fare i conti con le varie cambiali.
Alle loro spalle, non sembrano esserci coetanei così ben assortiti come loro. Martin Landaluce – altro 2006, spagnolo – è quello che si avvicina di più, per il momento. E la sua buona versatilità può essere una chiave per il futuro. Budkov Kjaer e Cinà sono gli altri talenti Next-Gen in scia nella top 200, e l’azzurro è persino classe 2007. Joao e Rafa sono giovanissimi, e già assoluti protagonisti del circuito. Hanno affrontati i mostri sacri lì davanti e hanno battagliato quasi alla pari, senza mai sfigurare. Il futuro è certamente roseo per entrambi. Ma arriveranno nell’Olimpo? Dipenderà dalla loro costanza, dalla cura dei dettagli, dalle persone delle quali si circonderanno, dalla gestione della pressione. Fonseca sta già imparando. Jodar imparerà, o forse, senza accorgercene, lo ha già fatto.
