È stato uno degli anni migliori nella carriera di Novak Djokovic: nel 2015 il campione serbo è rimasto in vetta alla classifica per tutti i dodici mesi, ha vinto undici titoli, tra cui tre Slam (Australian Open, Wimbledon e Us Open) e sei Masters 1000. Ma in quell’anno d’oro c’è stato qualcuno che è riuscito a interrompere, almeno momentaneamente, il suo dominio: Roger Federer, che proprio a Cincinnati in finale ha messo a segno contro di lui un vero match-capolavoro di stile e di tecnica costringendolo a cedere in due set, 7-6 (1) 6-3.
A Cincinnati si infrange il sogno di Djokovic
E’ il 23 agosto quando Djokovic si appresta a sfidarlo sul terreno superveloce del torneo americano per conquistare l’unico Masters 1000 che ancora manca alla sua collezione. E arriva all’appuntamento forte di tre finali vinte contro lo svizzero: Indian Wells, Roma e Wimbledon. Ma sul cemento di Cincinnati Roger sta vivendo un momento magico e all’ultimo round contro il serbo si trova in un vero e proprio stato di grazia: non ha lasciato per strada neanche un set e non ha mai perso il servizio. E soprattutto ha trovato una nuova arma, ribattezzata Sabr (sneak attack by Roger), l’attacco a sorpresa: un colpo sperimentato al secondo turno contro Bautista Agut e sfruttato poi al meglio proprio in finale contro Djokovic.
L’arma segreta
Si tratta di un attacco in controbalzo sul servizio dell’avversario, con Federer che avanza inaspettatamente dalla linea di fondo per rispondere alla battuta, con un anticipo che spiazza l’avversario togliendogli tempo e spazio per riorganizzarsi sul colpo successivo. Un’arma che ha pesato come un macigno nel trionfo in due set in finale: il Sabr si vede nel primo set, 1-1 servizio Djokovic, 15-40 con risposte superaggressive dell’elvetico. Ma è soprattutto nel tie-break che la nuova arma diventa devastante: avanti 3-1, lo svizzero aggredisce in risposta, conquista il punto e mette Djokovic sulla difensiva, fino a volare sul 7-1. Senza contare gli strascichi successivi: nel secondo set il break per Federer arriva in apertura, proprio sui timori innescati da quella risposta. Inaspettata, sorprendente e soprattutto letale: il 6-3 finale non perdona.
“La mia settimana perfetta”
Federer alza al cielo la coppa in un torneo che ancora una volta premia il suo tennis da maestro. È lo stesso vincitore a definire quella di Cincinnati la sua “settimana perfetta”. Prima sconfigge Feliciano Lopez, gran servizio e ottimo gioco di attacco, poi il sempre solido Andy Murray, eliminato in semifinale 6-4 7-6. Perché il suo tennis veloce e d’anticipo, con discese a rete tanto eleganti quanto pericolose, i suoi colpi fluidi e sempre precisi, tutto questo non perdona sul cemento di Cincinnati.
La risposta e il duello Edberg-Becker
“Penso di essere stato molto creativo in risposta” – dice dopo il trionfo, il settimo in carriera nel Masters 1000 statunitense. “Ho cercato di fare qualcosa di completamente nuovo nei game di risposta. E di certo il servizio mi ha aiutato. E’ tutto molto più facile se riesci a vincere con sicurezza i tuoi game alla battuta”. All’epoca di quel Cincinnati il coach di Federer era Stefan Edberg, un altro che per servizio e gioco a rete ai suoi tempi non scherzava. Nel box di Djokovic invece c’era Boris Becker: dalle due “panchine” si fronteggiavano dunque due campioni che negli anni Ottanta hanno dato vita a una delle più grandi rivalità del tennis. E quella di Cincy è stata quasi una riedizione virtuale di quella sfida.
Cincy e Djokovic
Federer aggiunge un trofeo in bacheca, mentre Djokovic perde qui la sua quinta finale, dopo quelle di 2008, 2009, 2011 e 2012. Il successo del serbo in quel Masters però è solo rimandato: nel 2018 il titolo sarà suo. E con lo stesso avversario.
di Isabella della Gasperina
