Djokovic: “Sono sempre stato un guerriero. Mi rivedo in Sinner”

I bombardamenti a Belgrado e la prima maestra di tennis, Jelena: "Senza il mio passato non sarei Novak Djokovic"

Di Sabrina Giorgi
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Novak Djokovic - Roland Garros 2026 (foto X @RolandGarros)

Novak Djokovic si mette a nudo ai microfoni del Corriere della Sera, ripercorrendo le tappe di un’esistenza tanto gloriosa quanto travagliata. Un percorso, quello di Nole, che non dimentica le proprie origini e la profonda gratitudine verso la sua prima maestra di tennis, ma che lascia spazio anche all’ironia sul tempo che passa. Tuttavia, per comprendere a pieno l’uomo capace di conquistare 24 Slam e quell’oro olimpico che persino a un’icona di perfezione come Roger Federer è sfuggito, bisogna guardare all’anima della sua terra. Djokovic non nutre alcun rancore per il passato: le enormi sofferenze affrontate sono state, a suo dire, il trampolino per una vita magnifica. Il fuoriclasse serbo racconta poi anche del suo legame con Jannik Sinner. In lui rivede se stesso, riconoscendogli l’autentica mentalità del campione e rivendicando con fierezza di averlo aiutato in passato.

Dai rifugi antiaerei alla vetta del mondo

Il suo motore è l’inat, un concetto culturale tipicamente balcanico che mescola un’ostinazione e un orgoglio feroci, capaci di accendersi come risposta viscerale davanti alle ingiustizie. È con questa indole che ha superato le difficoltà economiche degli inizi – quando il padre Srdjan dovette affidarsi agli usurai per sostenere il suo talento – e l’incubo dei 78 giorni di bombardamenti della Nato su Belgrado. Guidato da questa stessa tenacia, ha saputo rompere l’egemonia di Nadal e Federer, costringendoli a fare spazio a un nuovo triumvirato da 66 Slam complessivi, noto come i Big Three. Una scalata leggendaria, segnata inevitabilmente anche dalle sue radicali posizioni sulla spiritualità e sui vaccini, culminate nel 2022 con il fermo a Melbourne e l’espulsione dall’Australia.

Indagare l’origine dell’inat di Novak Djokovic significa immergersi in un percorso di vita in cui ogni istante ha contribuito a forgiare non solo l’uomo, ma il campione che è diventato. Per il fuoriclasse serbo, infatti, ogni attimo vissuto è la ragione del suo carattere e dei suoi valori. “Mi sono sempre sentito un guerriero, uno che non è mai stato autorizzato ad arrendersi“, racconta. Se costretto a individuare il vero momento di svolta, Djokovic torna inesorabilmente ai suoi primi quindici anni di vita. È in quella finestra temporale che il giovane Novak ha vissuto l’orrore della guerra, le notti trascorse nei rifugi con la sua famiglia e l’angoscia costante che gli aerei potessero tornare a seminare morte nei cieli di Belgrado.

Eppure, quell’ingiustizia subita ad appena dodici anni non gli ha lasciato in eredità una rabbia da gestire, né un peso di cui liberarsi. Al contrario, ripercorrendo quei giorni drammatici, Djokovic non prova oggi alcun risentimento. Vede quel periodo buio come un elemento essenziale della propria identità, definendolo “il blocco su cui mi sono costruito“. Ammette che, tornando indietro, non cambierebbe una virgola del suo passato: persino la guerra. Un percorso per cui esprime un’eterna gratitudine all’esistenza e a Dio. Un epilogo che era del tutto inimmaginabile per quel ragazzino che, sul fondo di una piscina vuota di Belgrado, si allenava caparbiamente a colpire la palla. Lì, al riparo dalle bombe, cullava desideri che, passo dopo passo, sono diventati realtà. Così, ha iniziato “a sognarne uno nuovo, ancora più bello e più grande“.

Jelena, la sua prima allenatrice

L’emozione incrina la voce di Novak quando il pensiero corre al 2011, anno in cui portò la coppa del suo primo Wimbledon a Belgrado, a casa di Jelena Gencic. Fu lei, la sua prima maestra di tennis, a intuirne per prima il talento. A lei, tanti anni fa, i genitori affidarono un Novak bambino, sensibile e plasmabile, affinché lo formasse prima come essere umano e poi come sportivo. Tra ore incalcolabili spese in campo e pomeriggi trascorsi a studiare videocassette in bianco e nero di vecchi match, l’influenza di Jelena è stata monumentale.

A soli nove anni, gli ha insegnato ad apprezzare la musica classica, a praticare la visualizzazione e a trasformare la respirazione in un gesto consapevole. Più che un’allenatrice, è stata una vera e propria guida spirituale. Infatti, dichiara con gratitudine: “Senza Jelena Gencic non sarei Novak Djokovic“. Una donna scomparsa nel 2013, ma che ancora oggi determina la carriera del serbo. Tra l’altro, per coincidenza condivide il nome di battesimo con l’attuale moglie del campione. “Nulla è un caso“, afferma lui.

Al piccolo Nole: “Non rinunciare mai ai sogni”

Forte di questa saggezza, se oggi potesse viaggiare nel tempo per parlare al giovane e impaurito se stesso, Nole gli darebbe un consiglio essenziale: “Non rinunciare mai ai sogni. Nemmeno di fronte agli ostacoli più enormi e alle circostanze avverse, perché una via e una persona disposta ad aiutarti si trovano sempre“. Gli spiegherebbe che la disciplina e la costruzione di abitudini sane sono le fondamenta di qualsiasi successo. Ma soprattutto gli imporrebbe di avere pazienza, esortandolo a rifuggire la frenesia giovanile del “tutto e subito” per abbracciare il presente. D’altronde, il piccolo Novak sembrava già intuire una verità fondamentale della sua etica lavorativa: la stagnazione non esiste. “Se non progredisci, regredisci. Non c’è alternativa“, sentenzia, sottolineando come i talenti non vadano solo coltivati, ma continuamente affiancati da nuove capacità.

Djokovic: “Mi rivedo in Sinner”

È guardando a questa costante tensione verso l’evoluzione e il futuro, ben visibile in sfide epocali come la battaglia di Melbourne dello scorso gennaio, che il discorso scivola su Jannik Sinner. Djokovic non si nasconde, ammettendo senza remore di rivedersi nell’azzurro. I punti di contatto sono molteplici e profondi: entrambi figli delle montagne – l’Alto Adige per uno, la Serbia per l’altro –, ex sciatori passati alla racchetta, costretti a lasciare casa ad appena tredici anni per diventare uomini in fretta. Dalla neve, entrambi hanno ereditato l’elasticità, la capacità di scivolare su ogni superficie, la flessibilità delle caviglie e una coordinazione quasi perfetta. “E non sto a entrare in dettagli più tecnici sul tipo di tennis che io e Jannik giochiamo: le similitudini abbondano anche lì. Quindi, in breve: sì, mi rivedo in Sinner” aggiunge Nole.

Tuttavia, più di ogni altra cosa, ciò che li unisce indissolubilmente è una dedizione totale e costante al tennis. In Jannik, Novak osserva e riconosce la stessa insaziabile fame di migliorarsi, quella mentalità da campione di chi si sveglia ogni mattina con il desiderio di superare la versione di sé del giorno prima. “Non c’è vittoria che possa appagare quella fame, nemmeno 24 titoli Slam“, confessa Nole. Una durezza che lo porta ad accogliere con sagace ironia i paragoni con il mondo del calcio: “Mi dicono che sono come Leo Messi… Magari! A 39 anni mi piacerebbe giocare soltanto 90 minuti“.

C’è, infine, un retroscena che rivela l’intima e disarmante coerenza del campione. Quando in passato Riccardo Piatti e poi Darren Cahill gli si avvicinarono per chiedergli consigli su come far crescere il giovane Jannik, Nole non si tirò indietro. Offrì generosamente il suo sapere, aiutando a forgiare colui che, prima o poi, lo avrebbe inevitabilmente battuto. Il motivo di tanta disponibilità lo riassume lui stesso con pochissime parole: “Perché no? In quel momento non potevo non essere fedele a me stesso, non importa quale posta ci fosse in palio. Questo sono io“.

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