Musetti e l’infortunio all’Australian Open: “Era il mio momento e non ce l’ho fatta”

"Ho ancora molto da migliorare" rivela Lorenzo Musetti pensando alla sua stagione, segnata dagli infortuni

Di Sabrina Giorgi
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Lorenzo Musetti - ATP Cincinnati 2026 (@ X ATPTour)

Il tennis è uno sport spietato, capace di regalarti il paradiso e di togliertelo in uno scatto muscolare di troppo. La stagione di Lorenzo Musetti, finora, è stata l’emblema di questa giostra emotiva. L’anno era iniziato sotto i migliori auspici, con un tennis spumeggiante e solido sul cemento dell’Australian Open. Poi, l’infortunio alla coscia nel bel mezzo della titanica sfida contro Novak Djokovic – in cui Musetti si trovava avanti di due set – ha rappresentato uno spartiacque crudele. Dopo l’amaro ritiro, la parte peggiore è stato il recupero sfiancante per ritrovare sensazioni, certezze e, soprattutto, continuità. Il numero 15 del mondo, si confida ai microfoni di Tennis Channel, durante “The Big T Podcast” prima degli ottavi di finale al Cincinnati Open.

L’infortunio e il ritiro in Australia

Tornare con la mente a Melbourne fa ancora male, ma è anche il punto di partenza necessario per misurare le ambizioni del ventiquattrenne carrarese in vista degli US Open. Alla domanda su come si senta oggi rispetto a quel picco di inizio anno, Musetti non si nasconde. “Beh, di sicuro in Australia stavo giocando il mio miglior tennis“, conferma Lorenzo. “Mi sentivo bene anche mentalmente perché di solito su quei campi mi manca sempre qualcosina [risate]… e sto davvero lavorando duramente anche su su quello. Sentivo che il mio tennis era così buono perché ero così sicuro di me stesso“. Poi, con lieve frustrazione, ammette: “In queste due partite che ho giocato negli ultimi due tornei non avevo quella sensazione, quella lucidità. Non riuscivo davvero a controllare la mia concentrazione in in quei momenti“. Il peso di quell’occasione mancata contro Djokovic – che poi è volato in finale battendo Sinner – resta tangibile: “Quella vittoria mi avrebbe reso il numero tre al mondo“.

La lezione più grande per Musetti, tratta dal dolore e dalla disillusione di quel match contro Djokovic interrotto per infortunio, si riassume in una sola virtù. A una domanda su cosa abbia imparato su sé stesso, Musetti risponde con l’umiltà di chi sa di avere ancora tanto da dare: “Io ho sentito che in Australia era il momento giusto per me. Quello era il mio momento e non ce l’ho fatta. Ma non perché avessi fatto qualcosa di sbagliato. Ho solo potuto cercare di accettarlo e trarre da quella esperienza, da quel dolore – perché è stato davvero doloroso per me – un ‘nuovo Lorenzo’, una nuova versione di Lorenzo. Sento che, a 24 anni, ho ancora molto da migliorare e da imparare“.

Musetti: “Troppo stress ricaduto sul fisico”

Il contraccolpo australiano si è riverberato sui mesi successivi. A Roma, contro Casper Ruud, il corpo di Lorenzo Musetti ha inviato l’ennesimo segnale d’allarme, culminato con la rinuncia al Roland Garros, causa infortunio. Un periodo nero, gestito circondandosi degli affetti più cari per sfuggire all’ossessione del ranking. “Ero supportato da una squadra, da una famiglia. Cercavo davvero di non guardare i numeri perché stavo perdendo molti punti lì. Difendevo le semifinali in Francia. Poi non sono stato in grado neanche di giocare Wimbledon“, racconta l’azzurro. “Sapevo che l’unico modo per tornare era essere pazienti e aspettare il momento giusto. Al contempo ho passato del tempo con la mia famiglia godendomi un po’ ciò che un tennista forse a volte non può godersi“. Sulle reali cause di questi ripetuti infortuni, Musetti nasconde inizialmente dietro un sorriso ironico: “Credo di sapere come mai è successo, ma non voglio dirlo“. Poi, incitato da Andrea Petkovic e Christopher Eubanks è arrivata la rivelazione: “Non c’è un vero motivo. Credo sia stato molto stress che mi sono messo addosso da solo. Il corpo ha risposto così e sono stato davvero fragile dal punto di vista fisico. Questa è la risposta principale che ho trovato“.

Il rovescio a una mano: un’arma a sorpresa

Se la mente e il corpo sono in fase di ricalibrazione, il talento rimane intatto, specialmente su quel lato sinistro del campo dove Musetti dipinge tennis. In un’epoca dominata dal rovescio a due mani in open stance (a stance aperta o semi-aperta), difendere l’efficacia del rovescio a una mano richiede intelligenza tattica non indifferente. “Penso che il rovescio a due mani sia un un vantaggio al giorno d’oggi. Non in termini di qualità del colpo, ma in termini di copertura e difesa” confessa Lorenzo. “Ci sono, per esempio, Jannik (Sinner, ndr.) o Nole (Djokovic, ndr.) o Holger (Rune, ndr.) che quando giocano hanno quell’allungo che noi non riusciamo a fare. Noi dobbiamo fare tipo due o tre passi in più e in quei due, tre passi che dobbiamo fare perdiamo 1 metro, 1 metro e mezzo. Quindi ti devi inventare qualcosa e diciamo che la mia strategia – che in Australia stava funzionando piuttosto bene – era variare molto la traiettoria della palla. Ad esempio con lo slice, a volte sorprendere l’avversario con il rovescio a una mano lungolinea è un’arma“.

Il lavoro sulla risposta

Oltre al gioco da fondo, il tennis moderno si decide nei primi due colpi: servizio e risposta. E proprio sulla risposta, Lorenzo ha lavorato profondamente per adattarsi alla pesantezza di palla dei big server, abbandonando le vecchie abitudini. “Quando sono entrato nel tour faticavo tantissimo nella risposta. Oggigiorno rispondendo sulla prima di servizio non puoi tagliare (slice), non puoi più limitarti a bloccarla. Io non ce la facevo, di solito bloccavo solo le risposte dal lato del rovescio” confessa. Variare la posizione per togliere ritmo è una valida soluzione, tra l’altro già adottata dal campione connazionale: “Anche Jannik lo fa molto. In un momento importante, lui gioca sempre davvero vicino alla riga. Lui va indietro. E questo è qualcosa su cui ho lavorato”.

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