PREMIUM US Open – Il k.o. di Berrettini fa male. Il brusco stop a Jodar è inspiegabile, quello di Rublev no. Ancora su Djokovic

Matteo e 77 errori gratuiti si gioca un bel tabellone. Matteo: "Una sconfitta che brucia". Il campione serbo si ritirerà a no? Perchè Federer, Nadal, Murray sì e lui forse no

Di Ubaldo Scanagatta
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Matteo Berrettini - Montreal 2026 (foto Florin Baltatoiu)

Non è stata una bella giornata per il tennis italiano perché se era prevedibile che Guerrieri perdesse con De Minaur (62 62 64) e forse che anche Passaro non riuscisse a tener botta con De Jong, anche se l’altra sera era in vantaggio due set a uno quando il match è stato sospeso per la pioggia, invece mi aspettavo che Matteo Berrettini riuscisse a spuntarla con l’argentino Navone sebbene ci avesse perso nell’ultimo duello.

Ma Matteo ieri sera era in mood negativo, perfino dopo aver vinto il primo set. Scuoteva la testa ai cambi campo, parlava con il suo angolo di continuo, si lamentava delle luci del campo 12, “Sto giocando a mosca cieca”, “Ho sbagliato 900 dritti!” – e 900 non erano, ma 53 che sono sempre tanti per uno come lui nell’ambito di 77 gratuiti.

Di sicuro il nervosismo non lo ha aiutato. Perché era nervoso anche a fine primo set? “Non mi sentivo in buona serata, il campo era più lento di sera…non voglio trovare scuse, lui è stato bravo, ma questa è una sconfitta che brucia”.

Se quell’atteggiamento sbagliato e negativo si era già manifestato a fine primo set figurarsi a fine secondo. “Mi sembra che ogni punto che faccio sia un miracolo…” e quando sbagliava qualche palla facile – come gli è capitato almeno un paio di volta sulle diverse palle break che si era conquistato, una per ciascuno dei primi tre turni di battuta dell’argentino nel terzo set con il solito schema, bomba di servizio, missile di dritto – l’ho sentito anche sbottare: “Mi vergogno!

Avrebbe potuto benissimo recuperare il break subito nel primissimo game del terzo set, quando davvero ha sbagliato di tutto e di più. Come se fosse stato morso da una tarantola e, soffrendo, non potesse avere pazienza. Sulla pallabreak per risalire sull’1 a 1 ha sbagliato uno smash sulla rete da principiante. Non era proprio la sua giornata. Eppure si era preparato bene e a lungo al mattino, allenandosi addirittura in tre campi pratica diversi, il n.5, il n.1 e il n.2. Ma la pioggia aveva poi ritardato parecchio l’inizio delle ostilità.

Al suo angolo una task force di coach, il fratello Jacopo più agitato degli altri, Alessandro Bega, Umberto Rianna (che si affannava a raccomandare “La risposta Matteo, la risposta” invitandolo ad essere più aggressivo) Tomas Enqvist (lo svedese era il più tranquillo di tutti) non sapevano più che dirgli. Alle loro spalle Filippo Volandri nemmeno ci provava, tantomeno il manager Dodo Artaldi, mentre proprio sotto a dove ero seduto io c’era in prima fila Giovanni Bartocci, il tifoso ormai storico a New York del ristorante La Pace che, chignon di capelli a  sfidare la gravità, gridava a tutta forza i suoi “Forza Ma” ma ottenendo purtroppo risultati deludenti. Io ero convinto che più che gridargli forza sarebbe stato opportuno invitare Matteo ad avere pazienza, a cambiare atteggiamento, avrei tanto voluto dirgli “Dai, cerca di essere positivo”, perché secondo me quella era la sola chiave per tentare di recuperare una partita via via sempre più compromessa, ma ovviamente me ne sono guardato bene. C’erano troppe altre persone che avevano più titoli di me per dirgli cosa fare.

Va detto che l’argentino che aveva battuto Djokovic è un mastino che non molla mai e alla fine ha meritato di vincere. Ha due gambe formidabili che gli consentono recuperi mostruosi – non c’è stata palla corta di Matteo (poche per la verità e non troppo ben giocate) che lo abbia sorpreso e che lui non abbia trasformato in punto vincente.

 Ma Navone mi ha impressionato soprattutto per la sicurezza e la costanza con cui tirava tutti i rovesci, quasi infallibile, sia quando lo giocava coperto che slice. Ne tirava almeno 4 o 5 incrociati e poi lasciava partire un lungolinea che ha spesso sorpreso Matteo. Mentre sul dritto era meno incisivo: le palle più alte e con meno peso gli davano più fastidio. Insomma bravo Navone. Un vero peccato questa sconfitta perché il tabellone di Matteo pareva promettente. Un prossimo turno abbordabilissimo con l’altro argentino Etcheverry per arrivare  agli ottavi con la rivelazione Merida (che ha dato una lezione di tennis in 4 set a Rublev) o Michelsen che ha sorpreso in tre set Nakashima, il tennista americano che quest’anno aveva vinto più partite sul cemento di chiunque. Insomma i quarti non erano un traguardo impossibile.

Peccato che abbia perso anche Passaro: avesse vinto avremmo eguagliato il record del 2024 quando 6 italiani raggiunsero il secondo turno: Sinner, Musetti, Bellucci, Cobolli, Arnaldi e Berrettini.  Invece quest’anno lo hanno passato soltanto in 5: Musetti, Cobolli, Berrettini, Darderi e Bellucci 

La sorpresa del giorno comunque è arrivata con la sconfitta nettissima di Jodar, testa di serie n.1,  battuto addirittura 62 61 61 dal lucky loser cinese Bu che nelle qualificazioni aveva perso dal nostro Cinà. Quale fosse il problema di Jodar nessuno lo ha capito. E’ venuto in conferenza stampa e dire che è stato criptico, ermetico, è dir poco. Non ha detto nulla, in pratica. Non ha dato spiegazioni.

Un premio andrebbe dato a chiunque dei lettori di Ubitennis fosse in grado – prima di andarlo a leggere sul tabellone – di dire chi siano le due tenniste thailandesi in che hanno giocato ieri, una vittoriosa e l’altra no. Doppio premio anche a chi sapesse pronunciare il loro nome. Vi dico soltanto che una ha battuto Leila Fernandez e l’altra ha perso con la Noskova.

Alcaraz, al secondo round contro il portoghese Faria che una volta lo aveva battuto, ha spaventato chi avesse visto su qualche sito l’esito del primo set. Lo ha perso infatti 6-4 perché “Ho giocato con troppa fretta, volevo fare il punto subito…poi però ho capito che dovevo invece cercare di costruire il punto e dal secondo set in poi (vinto 6-0) non ci sono stati più problemi. Sono contento della mia prestazione”. Il polso, insomma, sembra essere a posto, a giudicare dai dritti esplosivi che il murciano ha ripreso a tirare come ai bei tempi.  

Anche ieri ha piovuto tanto, le interruzioni hanno provocato più sospensoni,

I giorni di pioggia con tanti match che saltano mentre si gioca soltanto sui due campi provvisti di un tetto – solo l’Australian Open ne ha tre ma scommetto che presto anche l’USTA, la federazione USA che che ha ingaggiato quale CEO il sudafricano Craig Tiley (fino a pochi mesi fa ex Direttore dell’Australian Open) costruirà il suo terzo “tetto” –   fanno sì che si rispolverino anche argomenti che potrebbero sembrare superati.

Tipo quello – suggerito dalla  recente sconfitta di Novak Djokovic vittima di…se stesso, dei suoi 39 anni e di un corpo che pur straordinario sembra non poterne più di quegli sforzi cui Nole vorrebbe continuare a sottoporlo – della estrema difficoltà psicologica per i campioni ad accettare la loro anagrafe, il loro inevitabile declino.

E’ come se il campione – campione di un qualunque sport – avesse paura di affrontare una nuova vita, la seconda, facendo eutanasia e decretando il De Profundis della prima.

Gli sportivi che eccellono nel loro sport godono infatti del grande privilegio di…poter morire due volte, non una sola come i comuni mortali. Ma tutte e due le… “scomparse” paiono a loro quasi immancabilmente premature e allora, con la stessa garra quasi disumana mostrata sui campi per ottenere quei risultati che li hanno fatti diventare celebrità, lottano allo spasimo per non lanciare l’asciugamano della resa su quel ring che si chiama vita. Tanto per la prima quanto per la seconda.

Anche i più saggi non accettano consigli che da se stessi“Il corpo è mio e me lo gestisco io”. Dovrebbero in teoria essere più maturi e invece, più follemente insani pretendono di spingersi oltre i propri limiti, anche a costo di rovinare i meravigliosi ricordi che avevano saputo ispirare quando erano nel pieno delle loro forze, all’apice del loro culmine competitivo. Come fossero immortali anche nella memoria collettivaMa non è sempre così. Ai nipotini a volte resta l’immagine del vecchio nonno un po’ rincoglionito, anche se magari qualche anno prima era stato un uomo brillantissimo e di grande successo.

Lo sport praticato con successo regala grandi momenti, grandi ricordi, ma anni di sconfitte prolungate finiscono per annacquare ogni ricordo, per lasciare il posto a sensazioni meno piacevoli, ammantate di tristezza, e l’idolo di una volta  si trasforma pian piano in un personaggio quasi patetico, incapace di rassegnarsi all’età che non perdona.

Per carità, ognuno è libero di decidere quando abbandonare una vita per subentrare in un’altra, ma che cosa spinge Venus Williams, una tennista capace di vincere 5 Wimbledon e 2 US Open, a collezionare 15 figuracce di fila e a meritarsi sorrisini di compassione, quando prima erano solo di ammirazione?

Serena Williams che a momenti sembra intenzionata a tornare a giocare a 45 anni? Capirà e si fermerà prima della sorella maggiore, di Venus?

C’è chi ha esagerato nel senso opposto, come Bjorn Borg che ha mollato racchette, baracca e burattini a 26 anni (1983), salvo poi pentirsene ed effettuare nel’91 a 37 e a Montecarlo il ritorno più patetico che si potesse immaginare (fu ridicolizzato dallo spagnolo Jordi “Medalla” Arrese 62 63).

Invece chi non ha mai manifestato l’intenzione di volerci ripensare è un’altra baby pensionata,  l’australiana che giocava a cricket Ash Barty, che attaccò la racchetta al chiodo dopo aver vinto l’Australian Open 2022 a 25 anni.

Prima di arrendersi agli acciacchi del suo corpo, Rafa Nadal, ha lottato come e più di quanto aveva sempre fatto sul campo, scendendoci mille volte nonostante il parere contrario dei medici incluso quello di sua maggior fiducia (Cotorro) – “Se gli avessi dato sempre retta avrei vinto una decina di Slam in meno” – ma d’altra parte come lo si poteva criticare se poi era stato capace di prodursi in una leggendaria rimonta contro Medvedev nella finale dell’Australian Open 2022 e aveva quasi 36 anni? Però, ecco il rovescio della medaglia. Nel 2024 a 38 anni Rafa prima perde secco al secondo turno del torneo olimpico da Djokovic sul suo campo – era il loro duello n.60 e Nole forse gli regala anche qualcosina per non umiliarlo– e qualche mese dopo trascina alla sconfitta la Spagna con l’Olanda  in Coppa Davis a Malaga perdendo 64 64 da Van de Zandschulp. Non avrebbe fatto meglio a smettere prima?

Bisogna avere il coraggio e la forza di farlo. Come Chris Evert, classe 1954, che nella finale dell’89, a 35 anni, annunciò all’US Open che avrebbe smesso di giocare ma poco dopo colse la vittoria decisiva in Fed Cup sulla Spagna battendo Conchita Martinez.

Anche Pete Sampras, classe 1971, giocò la sua ultima partita a 31 anni quando – battendo il rivale di sempre Andre Agassi – vinse il suo ultimo torneo, l’US Open 2002. Pistol Pete non l’aveva annunciato che sarebbe stata l’ultima, come invece fece Flavia Pennetta quando prese tutti in contropiede – perfino l’amica ed avversaria in finale all’US Open 2015, Roberta Vinci – dicendo: “Prima che cominciasse questo un torneo, un mese fa, presi una grande decisione per la mia vita. Ecco perché vorrei oggi dire arrivederci al tennis!”. Flavia giocò fino alle finali WTA di Singapore e poi basta. E non si è mai fatta prendere dalla nostalgia al punto di riprendere la racchetta in mano.

Ho detto di Nadal a 37 anni e la delusione in Davis, potrei dire di Andy Murray che venendo alle Olimpiadi 2024 lui che aveva vinto l’oro nel 2012 e nel 2016, scrisse sui social “Sono arrivato a Parigi per il mio ultimo torneo” ma finì per giocare solo il doppio, e dire anche di Roger Federer il quale, senza considerare la “sua” Laver Cup come il canto del cigno, dopo aver “rimediato” un brusco 6-0 nel quarto set con Hurkacz nel “suo” regno di Church Road, ha capito che non era più il caso di “erodere” seppur minimamente il proprio mito. L’orgoglio del grande campione.

Dei Fab Four manca all’appello il …pensionato più riluttante di tutti: Nole Djokovic che a suo tempo aveva detto di volere partecipare ai Giochi Olimpici di Los Angeles del 2028, quando avrebbe 42 anni!

Il punto è che Nadal (anca e regione ileopsoas) , Murray (anca e gambe) e Federer (ginocchio) hanno capito che il loro corpo non ne poteva proprio più. Ma Djokovic, al di là di tante riprove, lo ha capito? Oppure lui si fida di quelle partite che lo vedono ancora vittorioso, come la semifinale vinta su Jannik Sinner a Melbourne al quinto set? “Chiunque gioca contro di me – disse a Parigi dopo aver perso da Fonseca – deve battermi. Non vincerà gratis, anche se dovessi giocare su una gamba sola, non regalerò una partita a nessuno”.

Ne sanno qualcosa Sinner (Australia) e Aliassime (Wimbledon) e anche chi lo ha battuto a fatica come Draper a marzo…

Vedremo quali tornei Novak deciderà di giocare da qui alla fine dell’anno. E chissà l’anno prossimo. Ma deve rimettere a posto lo stomaco prima di qualsiasi cosa. Non può continuare ad avere …crisi di rigetto.

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