Juan Carlos Ferrero, reduce da un periodo di pausa dal circuito maggiore, è ufficialmente pronto a rimettersi in gioco. A confermarlo è lui stesso, ammettendo senza mezzi termini la sua disponibilità ad allenare di nuovo: “Be’, mi sta già venendo la voglia. Sta nascendo di nuovo in me quell’istinto di tornare alla competizione. La competizione, l’allenare, il migliorare, il vedere che superi le difficoltà… quei momenti sì che mi mancano“. Le carte in tavola sono molte, e le incognite sul suo futuro infiammano già gli appassionati. Intervistato nel noto podcast spagnolo El Larguero, l’allenatore spagnolo ha rotto il silenzio. Riuscirà ad affiancare Jannik Sinner? O prenderà sotto la sua ala protettrice l’emergente connazionale Rafael Jódar? Nel frattempo, i ricordi del trionfale ma burrascoso percorso con Carlos Alcaraz, che a distanza di un anno resta molto caro a Ferrero, offrono spunti di analisi preziosi.
L’ipotesi Sinner
In merito al momento complicato del tennis mondiale e all’infortunio al ginocchio di Jannik Sinner, l’allenatore spagnolo ha puntato il dito contro un sistema spietato: “Un peccato, prima è toccato a Carlos e ora a Jannik. Il calendario porta a moltissime partite a un’esigenza barbarica… in qualsiasi momento può capitare un infortunio“. Alla provocazione di un suo futuro ingresso nel box dell’italiano, Ferrero non ha preclusioni: “Allenare Sinner? Quello che voglio nella mia carriera sportiva è continuare a crescere come allenatore, non mi posso chiudere la porta neanche per Jannik. So che ci sono persone che direbbero che non è etico, ma non pensano minimamente a me. Chiudermi la porta di fronte a un giocatore come Jannik sarebbe da stupidi“. Ma cosa succederebbe se, da coach di Sinner, vedesse Alcaraz tirare un colpo incredibile dall’altra parte della rete? “Non lo so (ride). Dovrò controllarmi e non poco!“.
L’attenzione sul giovane Jódar
Tra le promesse a cui Ferrero è stato affiancato c’è il giovane connazionale Rafael Jódar, studiato da vicino in contesti ufficiali: ” Lo abbiamo avuto in Coppa Davis come sparring e ci avevano già avvertito che stava crescendo forte, che competeva molto bene. Mi ha lasciato un’ottima sensazione quella settimana ad allenarsi con tutti; si vedeva un potenziale importante“. Un talento che va ben oltre la tecnica pura: “Vedo in lui molta fame, tanta voglia. Suo padre e il team che ha dietro hanno fatto un ottimo lavoro per guidarlo molto bene… Io credo che l’anno prossimo vedremo un giocatore con maggiore esperienza, e con possibilità di fare grandi cose di sicuro“. E se arrivasse l’offerta di allenarlo? “Io non mi chiudo la porta. Credo abbia un potenziale immenso, è un giocatore giovane, con grande voglia di mangiarsi il mondo, e se arriva l’offerta la studierò, certo“.
Il retroscena del rapporto con Carlos Alcaraz
Il capitolo Carlos Alcaraz resta il più denso di significati e sfide, fin dagli esordi. “L’ho visto a 12 anni. Era capace di generare, all’interno di un solo punto, tantissimi colpi con grandissima diversità. E a quell’età è molto difficile da vedere“. Un’impressione confermata dal vivo poco dopo. Ma la vera sfida non è stata tecnica, bensì tattica e mentale: “Lavoravo con qualcuno che aveva un repertorio assolutamente impressionante. A livello di struttura era capace di tutto, ma a livello mentale… lì si è dovuto lavorare abbastanza. E quello che andava fatto era più che altro ordinare i suoi pensieri affinché lui scegliesse quale colpo fosse quello adeguato“.
Ferrero ha dovuto arginare l’estremo perfezionismo del ragazzo: “Ho dovuto insegnargli a controllarsi, a controllare se stesso. È sempre stato un giocatore molto emotivo. Io gli dicevo sempre che non doveva flagellarsi troppo… siccome sbagliava un pochino, ed essendo così perfezionista, non appena sbagliava qualcosa si puniva moltissimo“. Oltre al campo, bisognava gestire le insidie del successo: “L’altra cosa era fargli capire i pericoli che ci sono attorno a lui. Diventi molto forte e arrivano sempre più pericoli, le compagnie, le amicizie pericolose… ho sempre cercato, suppongo come anche la sua famiglia, di avvertirlo affinché si rendesse conto di chi era suo amico, di chi ci andava per interesse e chi no. Attento a quello che fai la notte perché ti può condizionare, riposa bene“.
Poi è arrivato l’infortunio al polso: “É quello che ha sempre fatto più paura. Per questo gli ho sempre detto che bisognava curarsi molto, che gli infortuni possono essere gravi. Sono rimasto in contatto con il suo fisioterapista tutto il tempo“. Infine, sul termine del loro sodalizio mantiene assoluto riserbo: “Ciò che succede all’interno non va detto ai quattro venti. Ovviamente va ricordato che abbiamo avuto un’esperienza indimenticabile, che alla fine non ci siamo trovati d’accordo su certi aspetti, io pensavo una cosa, loro un’altra…“.
Ferrero: carriera e le ambizioni future
Riflettendo sul suo percorso in occasione dell’uscita del libro Mentalidad Ganadora (Mentalità Vincente, in italiano), Ferrero ha sottolineato il fascino del viaggio: “Ricordare un pochino gli inizi e il processo da quando si è piccoli fino a quando si arriva lì in alto, beh… è bello ricordarlo dopo aver passato tutto quello che è successo“. La vocazione ad allenare è scaturita quasi in automatico dopo il ritiro dall’agonismo: “Quando ho finito nel 2012 avevo bisogno di un tempo per fermarmi, per separarmi un pochino dal tennis… poi piano piano ho iniziato ad aiutare i ragazzi. A passare in campo, a dare consigli. E da lì nasce in me, poco a poco, come una necessità di iniziare a formare gli altri“.
Per forgiare campioni, serve dedizione totale: “Sì, sono sempre stato molto inquadrato e credo che il 24/7 sia molto importante… o sei un pochino ossessionato con ciò che devi fare, o è molto difficile“. Gestire le pressioni è un compito ingrato, dove il tennis giocato passa talvolta in secondo piano: “Ci sono molte cose su cui un allenatore deve insistere. Il tema dell’allenamento alla fine, spesso, è la cosa minore. Quando un giocatore diventa molto bravo, devi controllare gli allenamenti, i giorni per gli sponsor, i giorni di riposo, i giorni in cui esce con gli amici… In quei momenti le situazioni sono difficili, ma alla fine devi cercare di far vedere al giocatore che è per il suo bene in futuro“. “È difficile, è stressante. Ma beh, allo stesso tempo quando le cose vanno molto bene, ovviamente è molto gratificante“.
Lontano dai riflettori, il richiamo del campo oggi è diventato irresistibile: “La competizione, l’allenare, il migliorare, il vedere che superi le difficoltà… quei momenti sì che mi mancano“. Tanto che, pur avendo scartato le offerte arrivate all’inizio di quest’anno perché “non ero ancora pronto all’epoca“, adesso lo scenario è mutato: “Ora il momento è arrivato… vedremo“. I requisiti per chi vorrà ingaggiarlo, del resto, sono altissimi e limpidi: “Mi piacerebbe molto mettermi in posizione, di nuovo, di allenare qualcuno con reali possibilità di migliorare, di salire in classifica, e ovviamente di vincere grandi cose“.
