09/02/2012 23:21 CEST - STORIE DI TENNIS
Uomini e donne
sono uguali
TENNIS - Nel 1973, gli US Open diventano il primo torneo dello Slam a offrire montepremi uguali per i tornei maschile e femminile. Merito delle battaglie di Billie Jean King e Rosemary Casals: amiche, compagne di doppio e di lotta. Erano avversarie nella finale del Pacific Southwest Open del 1971. Una partita destinata a cambiare la storia. Alessandro Mastroluca

“Il tennis è una combinazione perfetta di gesti violenti inseriti in un contesto di totale tranquillità” diceva Billie Jean King. Uno di questi, metaforicamente violento, ha cambiato la storia del tennis. Senza quel gesto, oggi non staremmo discutendo se sia giusto o meno che Victoria Azarenka abbia guadagnato tanto quanto Novak Djokovic agli Australian Open.
Questa è la storia di come tutto è cominciato. È la storia di una finale interrotta, di un doppio ritiro per protesta contro un arbitro e un giudice di linea. Almeno in apparenza. Ma la decisione di Billie Jean King e della compagna di campo e battaglie Rosemary Casals di abbandonare la finale del Pacific Southwest Open del 1971 ha radici e ragioni più profonde. E allora, questa storia, dobbiamo raccontarla dall’inizio. Dall’autunno del 1970, l’ultimo anno in cui si può fare pubblicità in televisione alle sigarette. Stanno avendo molto successo le Virginia Slims, prodotte dalla Philip Morris, anche grazie allo slogan “You’ve come a long way, baby”. Non è un caso se Grace Lichtenstein l'ha scelto come titolo del suo libro sul tennis femminile nei primi anni Settanta. In copertina, una foto di Rosemary Casals.
Lo slogan piace anche a Gladys Heldman, direttrice della rivista World Tennis e amica di vecchia data di Joe Cullman, CEO della Philip Morris. Lo convince perciò a investire parecchio in una serie di tornei pro di tennis femminile. È nato il Virginia Slims Tour.
I primi otto tornei, presentati in un’accesa conferenza stampa, hanno un montepremi complessivo di 105 mila dollari. Le stelle del circuito sono Billie Jean King e Rosemary Casals: cono loro ci sono, tra le altre, Peaches Batkowics, Nancy Richey, Ann Heydon Jones, Francoise Durr. Hanno protestato contro la sperequazione nei montepremi tra uomini e donne del Pacific Southwest Open (12,500 dollari al vincitore del torneo, 1,500 alla vincitrice di quello femminile, torneo in cui non sono previsti prize money per chi perde prima dei quarti di finale) e boicottano il torneo. Vanno a giocare a Houston, il primo torneo del nuovo tour, poi vinto da “Rosebud” Casals. Entrambe saranno sospese dalla USLTA. “Questi uomini ricchi non capiscono quanto abbiamo bisogno dei soldi noi tenniste” dice Billie Jean King, che nel primo Wimbledon “open”, nel 1968, incassò per la vittoria 750 dollari, mentre Rod Laver ne ricavò circa 2000.
King ha incontrato Rosemary Casals nel 1964, a Berkeley. Ancora non aveva sposato l’avvocato Larry King, ma stava già diventando regina. Per tutti era solo la ventenne Billie Jean Moffitt, già capace due anni prima di eliminare al secondo turno dei Championships la testa di serie numero 1, Margaret Smith (futura signora Court), che oggi ha difeso dalle critiche di chi ha sostenuto non si dovesse più intitolarle lo showcourt agli Australian Open per le sue posizioni contrarie alla legalizzazione dei matrimoni omosessuali. Ma questa è un’altra storia.
“Rosebud” Casals vede il tennis non solo come uno sport. “Vincere tornei è un modo per essere accettata” diceva. È una ragazzina di corporatura minuta, di genitori salvadoregni, di umili origini, che ha imparato a giocare sui campi pubblici del Golden Gate Park, a San Francisco. E impara bene, a giudicare dall’opinione entusiastica di Kim Chapin che su Sports Illustrated nel 1966 scrive: “Rosemary Casals da san Francisco colpisce la pallina così forte e si muove intorno al campo con tanta agilità che sembra solo una questione di tempo il fatto che prossimamente diventi la nuova regina del tennis mondiale”.
In realtà, in singolare arriverà al massimo al numero 5 del ranking e non vincerà mai uno Slam. I maggiori successi li ottiene in doppio: vince 112 titoli e diventa la seconda miglior doppista di sempre dopo Martina Navratilova. Gran parte di questi trionfi li ottiene con Billie Jean King, Ma le battaglie più belle, quelle che hanno cambiato la storia, le combattono fuori dal campo.
“Il tennis femminile iniziava a ottenere attenzione” ha spiegato Casals. “Noi non ci limitavamo a giocare e basta. Abbiamo combattuto per quello che credevamo giusto. Eravamo delle militanti, organizzavamo gruppi, incontri, parlavamo incessantemente con i media. Era come un circo”.
E il circo, a un anno di distanza, si ferma di nuovo a Los Angeles. Il Pacific Southwest Open è un torneo “combined” che appartiene al circuito Gran Prix promosso da Jack Kramer, che è anche l’organizzatore dell’evento. Il torneo maschile lo vince il 43enne Gonzalez, 2-6 6-3 6-3 sul 19enne in ascesa Jimmy Connors. A “Pancho” vanno 10 mila dollari, a Connors 5 mila, ma li rifiuta per restare dilettante.
La finale femminile, nemmeno troppo a sorpresa, è tra Billie Jean King e Rosemary Casals. Il primo set arriva al tiebreak. Sul 2-0 per la King, una palla della Casals viene chiamata buona dalla giudice di linea Betty Chamie, di Pacific Palisades. La King non è d’accordo. “C’erano già state sette, otto chiamate dubbie da parte sua. Ormai colpivo e pregavo” spiegherà. Chiede al giudice di sedia, John Coleman, di cacciarla e sostituirla.
“Non potevamo nemmeno lamentarci troppo con lei” dirà la King, “perché i giudici di linea erano volontari. Dovrebbero essere pagati. Così se sbagliano si possono mandar via. È incredibile che uno sport professionistico abbia arbitri dilettanti: è così poco professionale”.
Ma Coleman non fa nulla. Nonostante le richieste delle giocatrici alla vigilia del torneo, non c’è un arbitro che funga da supervisor. King e Casals, insieme, abbandonano il campo. Doppio default. Doppia sconfitta. Jack Kramer trattiene i 6,500 dollari di montepremi per le finaliste.
Gladys Helman annuncia che le giocatrici saranno multate di 1000 dollari: la decisione, spiega, è stata presa da uno dei manager del Tour, Pit Jones. Minimizza, però, le intenzioni delle giocatrici di intentare causa all’organizzazione per avere i 6500 dollari da dividere.
Kramer ne ha per tutti: “La decisione finale deve spettare al comitato disciplinare della USLTA e a nessun altro. Certo non dovrebbe prenderla Pit Jones, che lavora per la Philip Morris, che sponsorizza il Tour. Spero comunque che questo incidente porti a creare regole più severe che impediscano a un singolo giocatore di rovinare un intero torneo”.
Secca la risposta di Billie Jean King: “A Kramer semplicemente non piace il tennis femminile”. La causa, alla fine, sarà avviata (contro Kramer, i copromotori Joe Bixler e H. William Dougherty, la Pepsi che sponsorizza il Gran Prix, la Southern California Tennis Association e la Youth Tennis Foundation of South California) e poi ritirata. La decisione finale è molto "italiana": viene riconosciuto a entrambe il premio per la sconfitta in finale, di 25oo dollari. Ma vengono allo stesso tempo multate esattamente per 2500 dollari.
Alla fine del 1971, Billie Jean King diventa la prima donna a guadagnare 100 mila dollari di prize money nell’arco di una sola stagione: il presidente Nixon la chiama per complimentarsi. Nel 1972 riceve 15 mila dollari meno di Ilie Nastase, che ha vinto il torneo maschile, per il titolo agli Us Open.
Minaccia l’organizzazione di boicottare l’edizione successiva se i montepremi per uomini e donne non saranno equiparati. Convince le tenniste a unirsi: nasce la Women’s Tennis Association e Billie Jean King è la prima presidente. Vince contro Bobby Riggs la seconda "Battaglia dei sessi". Ma la vittoria più importante arriva fuori dal campo, in una più sostanziale battaglia dei sessi. Nel 1973 gli Us Open diventano il primo Slam a riconoscere premi uguali per i tornei maschile e femminile.
Nel 1975 un sondaggio della rivista Seventeen la elegge “la donna più ammirata al mondo”. Al secondo posto, Golda Meir.
Quel piccolo gesto di rottura, a suo modo violento, ha cambiato la storia. In quel piccolo gesto, in quel doppio ritiro, c’è tutta la forza di Billie Jean. Perché, come diceva, “un campione ha paura di perdere. Tutti gli altri hanno paura di vincere”.
Alessandro Mastroluca
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Normalità? Quale, please? Perchè consideri la terra un'anomalia? Per via dei rimbalzi [...]
Syl
23/05/2012 00:37
Buonasera a tutti.
Posto qui perché non trovo un topic più adatto. Non so se solo io ho notato [...]
walteregow
23/05/2012 00:37
Bellissimo articolo... E' stato scritto da un italiano? :-P
Syl
23/05/2012 00:34
mi dispiace per voi, ma ha gia risposto a questa domanda postagli da un giornalista, e la risposta [...]
cesco
23/05/2012 00:28
Non sono d'accordo, perchè se un Rafa solo dignitoso lo ha battuto in finale,con percentuali di pri [...]
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