Racchette rotte, danni e sfoghi: il gesto più universale del tennis. Dagli anni ’60 a Medvedev

L'ultima follia di Daniil, le 1000 e più racchette distrutte da Safin, l'eleganza di Federer: storie e analisi di un bisogno insito in tutti i giocatori

Di Pellegrino Dell'Anno
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Tennis, ATP Monte Carlo Rolex Masters 2026, Danil Medvedev (RUS), Wednesday, April 8, 2026. Photo Felice Calabro'

La distruzione della racchetta. Gesto di estrema frustrazione nel mondo del tennis, troppo spesso trasformato quasi in spettacolo nello spettacolo della partita. Un atto ampiamente, in maniera più che giusta, condannato, bollato di antisportività e cattivi esempi. Ci sono modi diversi, senza dubbio, di sfogare la propria rabbia in maniera più sana, meno vistosa. Anche semplicemente lasciando andare la racchetta, come capitato in passato anche a Federer, piuttosto che abbatterla sul terreno di gioco fino a ridurla a brandelli.

L’ultimo episodio, con Daniil Medvedev che nel 6-0 6-0 subito da Berrettini l’ha più volte abbattuta sulla terra rossa di Montecarlo fino a renderla quasi irriconoscibile, è un importante spunto a tal proposito. Manifesto di una certa irrequietezza che colpisce i giocatori russi più di altri.

Racchette in fumo: una storia dell’altro ieri

Per quanto sia vero che nel tennis moderno sia molto più comune, rispetto a un tempo, vedere gesti di frustrazione sfogati distruggendo racchette, non è un caso unico dei tempi recenti. John McEnroe ha affermato di aver distrutto tra le 300 e le 400 racchette nei suoi sbalzi d’umore in campo, ma si ritrovano tracce in tal senso ben prima, addirittura nel 1958. Secondo il Pittsburgh Post Gazette dell’epoca l’australiano Mervyn Rose, due volte campione Slam, ne avrebbe distrutte un paio di fila agli Australian Championships di quell’anno. E probabilmente tali eventi si verificavano ancora prima, per quanto manchino tracce che possano assicurarlo.

Di certo, questo possiamo già affermarlo, in numero minore per un semplice motivo: i giocatori possedevano meno racchette, in legno. Se oggi anche un tennista di medio livello entra in campo con quattro o cinque racchette nel proprio borsone, agli albori dell’Era Open e negli anni precedenti, c’era molta meno disponibilità. Essendo anche inferiori i guadagni, ci si pensava due volte a distruggere per frustrazione il proprio “arnese”. È quindi giusto affermare che, dagli anni ’80 in avanti (dunque dall’avvento di McEnroe grosso modo), la pratica sia stata sdoganata. Come sfogo di rabbia dopo un errore, frustrazione per aver mancato una grande occasione…o anche semplicemente per regalare un po’ di spettacolo. Soprattutto da parte dei giocatori russi.

Safin e Rublev: dal maestro all’allievo

Marat Safin, avesse concesso più tempo al tennis che a distrazioni varie, avrebbe vinto molto di più per il gioco potente e fluido che esprimeva. Ma un carattere peperino, spesso deflagrato in eccessi non proprio perdonabili, gli ha lasciato a fine carriera solo il record di racchette distrutte. Secondo lui sarebbero 1.055. Un numero naturalmente fittizio, ma vicino alla realtà per un giocatore che trovava sempre la scusa buona per regalarsi qualche fischio o concedere al pubblico una sorta di “divertimento ulteriore”. Una medaglia che si è appuntato sul petto, quantomeno limitandosi a sfracellarle sul terreno. A differenza del suo allievo Andrey Rublev.

L’ex n.5 al mondo, sempre più lontano dai livelli che aveva toccato, è diventato tristemente famoso per due motivi. L’incapacità di superare i quarti in uno Slam e il vizio, pessimo, di autoflagellarsi con la racchetta. Rimane un pezzo di storia, tutt’altro che da incorniciare, quanto accadde a Wimbledon 2024. Nel primo turno, perso clamorosamente contro Comesana, iniziò a picchiarsi con violenza il ginocchio con la racchetta. In preda a una rabbia, visti anche problemi che vanno oltre il tennis, incontrollabile. A tal punto da perdere sangue, tutto per “non rovinare i prati dei Championships”. Perché, a differenza dei frammenti di grafite sparsi sul cemento o dei pezzetti di budello sulla terra rossa, non è permesso causare danni alla sacra erba di Wimbledon. Ma è solo uno dei tanti episodi in cui Andrey ha dato sfogo alla rabbia picchiando la racchetta su sé stesso. Quantomeno, lasciando stare la testa.

Racchette finite, eccessi e l’arte inversa

Mikhail Youzhny, dei tanti russi saliti alla ribalta dalla metà degli anni ’90, è probabilmente il personaggio più particolare. Giocatore sopraffino, tanto talentuoso e spettacolare quanto indisciplinato, è spesso finito in prima pagina più per atti iconici che per i risultati tennistici (ex n.8 al mondo e qualificato almeno ai quarti in tutti gli Slam). Tra questi, naturalmente, le racchette frantumate, di continuo. Eppure, finché si colpisce il terreno di gioco, per quanto il gesto rimanga ignobile i danni sono minori. Non sono direttamente a sé stessi. Ma il russo, a Miami 2008, fu capace di andare oltre qualsiasi limite: dopo un errore sulla palla break, in preda quasi ad un attacco, iniziò a prendersi a racchettate in testa. Non riportando problemi gravi, ma sanguinando vistosamente.

A confronto, la scena di Goran Ivanisevic a Brighton 2000 è poco più che da commedia. Il croato, che non andava mai in campo con un numero eccessivo di racchette, sotto contro il carneade Hyung-Taik Lee, rimase senza dopo aver distrutto tutte quelle che aveva. E fu costretto a ritirarsi dall’incontro per mancanza di strumenti essenziali. Storie che ben descrivono quanto sia semplice perdere la lucidità e quasi non rendersi conto del contesto. Che farebbero accapponare la pelle a Rafa Nadal che, come Venus Williams, ha fatto di un vanto della propria carriera il non rompere mai racchette in campo. L’americana ha raccontato come ne facesse una vera e propria tattica: “Adoro vedere qualcuno distruggere racchette, soprattutto contro di me. Mi sento la padrona delle marionette, e le vedo danzare per me. Come fossi Geppetto”.

La follia di Medvedev e il significato delle racchette rotte

Del 6-0 6-0, storico, di Matteo Berrettini a Daniil Medvedev, a rimanere nella memoria sarà la compilation del russo. Un climax di distruzione della racchetta, sospinto dagli “olé” del pubblico che ha preferito incitarlo piuttosto che fischiarlo. Prima l’ha scagliata sul telone, poi l’ha abbattuta con veemenza a terra per ben cinque volte, gettandola infine (quasi con un tocco di educazione) nel cestino a bordo campo. Il viso, quello di chi avrebbe voluto essere in qualsiasi altro posto che non fosse Montecarlo, valeva più di mille parole. L’espressione un misto tra rabbia e seccatura: i migliori presupposti per dedicarsi a una paziente distruzione della racchetta.

In questi casi si scivola troppo facilmente nella spettacolarizzazione di un gesto che rimane di sfogo, tentativo di prendersela con qualcosa per non attribuire tutto a sé stessi. Come visto, una caratteristica comune a molti dei grandi tennisti russi, spesso incapaci di combattere i propri demoni, bisognosi di rendere visibili i propri tormenti. Come detto, anche Federer e Djokovic, due campionissimi, o lo stesso Alcaraz, sono incappati in questi tranelli. Allo spagnolo accadde di distruggere la racchetta a Cincinnati 2024, uno dei periodi peggiori della carriera.

A Roger capitava di lasciarla andare, quasi stupito dall’aver commesso un errore o essere stato superficiale, sempre con estrema eleganza. Senza mai lasciare tracce. Modi diversi, stesso intento: attribuire colpe al proprio strumento, al “prolungamento del braccio” quando le cose vanno male. Un modo, comune al n.1 al mondo come al tennista del mercoledì sera, di dare spazio ai suoi problemi causando meno danni possibili a sé stesso. Una manciata di giocatori prende parte agli Slam, ancor meno li vincono: in milioni romperanno una volta nella vita, o lanceranno con foga, la propria racchetta. Il gesto tennistico, quello sì, più comune a tutti, patrizi e plebei. E che è l’ennesimo divisorio tra Jannik Sinner, puro nadaliano in questo senso, e Nick Kyrgios. Che, in termini di racchette rotte e show sul campo, può far concorrenza ai numeri di Safin.

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