ATP/WTA: i top e i flop del Roland Garros

Le prime volte di Zverev e Andreeva. Sinner che scioglie. Le magnifiche cavalcate di Cobolli, Arnaldi e Berrettini. E lo psicodramma di Sabalenka. In un'edizione del Roland Garros che definire sorprendente è poco

Di Andrea Ciocci
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Alexander Zverev - Roland Garros 2026 (foto X @rolandgarros)

Fratello sole, che tu sia lodato. Sempre, intendiamoci. Ma perdonami, se puoi, se oggi mi chiedo perché non sono figlio unico. 
Catapultando san Francesco d’Assisi in un torrido pomeriggio di primavera parigina, nell’era del global warming e della sinnermania, chissà se il patrono d’Italia avrebbe composto il Cantico delle creature. Oscurare il sole per far vincere il nostro eroe pusterese ci sembra una soluzione un po’ drastica. E probabilmente non servirebbe. Comunque, il mondo tennistico gira anche quando il numero uno del mondo viene eliminato dal torneo. E per un mancato Career Grand Slam ci sono due prime assolute. Le vittorie major di Zverev e Andreeva. E tanta Italia protagonista. Sul campo e purtroppo in infermeria. Visto il protagonismo soffocante dei bollettini meteo durante l’edizione 2026 del Roland Garros, eravamo tentati di dare i voti secondo la scala Fahrenheit, ma i complottisti avrebbero pensato che a fare le conversioni ci aveva pensato l’IA. E allora ci siamo limitati al caro sistema decimale.

I top

Zverev (10)

Brad Gilbert lo citerà in giudizio per il plagio di Winning Ugly. Ma intanto Sascha ha appena lasciato vacante il trono di miglior tennista a non aver mai vinto uno slam. E chi se ne frega se la finale con Cobolli non ha offerto uno spettacolo esaltante. Stavolta, più che mai, contava mettere le mani sul trofeo. Con Sinner, Alcaraz e Djokovic fuori dai giochi Zverev ha avuto un tabellone morbido fino ai quarti. Dove, dopo tre set filati via lisci, ha fatto capire a Jodar che deve lavorare ancora un po’ per raggiungere il gotha del tennis. In semifinale Mensik ha trovato nella regolarità del tedesco un ostacolo troppo grande. E con Cobolli Alexander ha ingaggiato una battaglia di nervi e corsa lungo cinque set trapunti di bei colpi ma anche tanti errori. La domanda ora è: riuscirà a ripetersi a livello slam, superando uno fra Jannik e Carlos o entrambi? Più no che sì. Ma meglio non scommetterci casa.

Andreeva (10)

I want to thank myself. Il mantra adorabilmente cringe era talmente importante da meritare di essere stampato su una felpa. La chiave per Andreeva, che resta pur sempre una ragazza che sta uscendo dall’adolescenza, era volersi bene e concedersi la possibilità di sbagliare. Grazie alla sapiente e paziente opera di coach Martinez, che sicuramente alterna la consulenza sul campo a quella esistenziale, Mirra sta costruendo gioco, tattica e personalità. Dagli scazzi infantili con lacrima copiosa alla gestione concreta e determinata di partite complesse per il contesto e per eventi esogeni, quali folate di vento da America’s Cup, a volte il passo è breve. Ma le conseguenze enormi: prima vittoria slam e primato nella race per la diciannovenne russa. Il suo percorso è stato relativamente facile, grazie anche alle uscite di scena dei pezzi da novanta. Ma battere l’ottima Cirstea 2026 nei quarti concedendole solo 3 giochi e soprattutto Kostyuk domando vento, emozioni e un’avversaria agguerrita su vari fronti è stata una prova di maturità. Con Chwalinska in finale non c’è stata storia. Troppo il divario di pesantezza di palla fra le due. Soprattutto ora che Mirra vuole bene ai suoi colpi. Essendone ricambiata.

Chwalinska (9)

Eterea, minuta, voce vellutata e brillantemente low profile nelle dichiarazioni. Ma soprattutto dotata di un gioco mancino, irregolare, pensato e vario. Maja, ex grande promessa a livello junior, è partita dalle qualificazioni e dalla posizione 114 nella classifica WTA. Ha impallinato Zheng, Mertens, Sakkari, Parry, Kalinskaya e la regicida Shnaider. Al suo decimo match la polacca che non ti aspetti ha incontrato la predestinata Andreeva contro cui le sue imprevedibili traiettorie hanno ottenuto pochino. Intanto, si gode il best ranking, che la vede a numero 21. Come sempre in questi casi, considerando anche che ha solo 24 anni, si tratterà di vedere se questo torneo rappresenterà l’inizio di un percorso o l’apice isolato di una carriera vissuta nelle retrovie. La sua storia, però, ricorda quella di molti ex predestinati sopraffatti dalle aspettative e finiti nel vortice della depressione. Il solo fatto che ne sia venuta fuori è una conquista. Se poi ci delizierà con i suoi cambi di ritmo e la sua involontaria vis comica meglio ancora.

Cobolli (9)

Il suo De bello Gallico si è concluso a un set dall’apoteosi. Ma Flavio non può che essere orgoglioso della sua campagna parigina. Prima finale slam, ingresso in top ten. E la solita determinazione ad accompagnare un bagaglio tecnico sempre più solido. Il suo percorso era disseminato di diverse trappole, fra cui l’ostico Tien al terzo turno e la testa di serie numero 4 Auger-Aliassime nei quarti. Esami passati a pieni voti. Mostrando maturità, calma e sapienza tattica. Della semifinale mancata con Arnaldi resta la bella immagine di una conferenza stampa congiunta, in cui il sanremese annunciava il ritiro, mentre Flavio si rammaricava sinceramente. In finale Cobolli non ha sfigurato contro il titubante ma esperto Zverev. Diciamolo, una partita non bellissima. Ma le implicazioni psicologiche per i due contendenti, diversissime ma convergenti, hanno giocato un ruolo chiave. La sfida per Flavio ora è consolidare lo status e, perché no, osare andare oltre. Cosa non facile, ma non certo impossibile.

Shnaider (8)

All’ombra di Andreeva piccole russe crescono. In realtà la piccola di casa sarebbe Mirra, ma la precocità della neo-campionessa del Roland Garros impone il paradosso anagrafico. Diana ha un nuovo allenatore, Sascha Bajin, che sta cercando di dare ordine al suo gioco. A Parigi ha approfittato del clamoroso cupio dissolvi di Sabalenka nei quarti. Ma è stata brava a non farsi risucchiare nello psicodramma. Vincere 10 giochi di fila con 6-0 annesso nel terzo set, dopo che l’avversaria ha servito per il match, non è mai semplice. Specie se dall’altra parte della rete hai la numero uno del mondo. Prima di ciò, un cammino semplice, con una buona vittoria negli ottavi in un’altra partita pazza su Keys negli ottavi, anche qui con un bagel nel set decisivo. Poi ha bucato la prova del nove in semifinale con Chwalinska. Rimanendo irretita dalle trame raffinate della polacca. Continuità e inquadramento tattico sono gli aspetti su cui Shnaider deve ancora lavorare. Ma sia lei sia Bajin lo sanno bene.

Arnaldi (8,5)

Vinci un challenger a Cagliari – sarà il potere taumaturgico di Binaghi? – e in sorte hai una semifinale al Roland Garros contro un tuo connazionale. Che però non giocherai per un virus beffardo. Nel mezzo, battaglie sfiancanti al solo descriverle con Collignon al terzo turno (7-6 al quinto) e Tiafoe negli ottavi (6-4 al quinto con l’americano che ha servito per il match). Prima di loro aveva liquidato Griekspoor e Tsitsipas, non propriamente due passanti. Poi nei quarti l’altro derby sfortunato in cui Berrettini è stato costretto al ritiro. E la beffa del walkover in semifinale. Sembra proprio l’Arnaldi di due anni fa, resistente e gran difensore ma capace di contrattaccare quando necessario. Ora è numero 33 ATP, vicinissimo al suo best ranking. E sembra finalmente un giocatore libero da fastidi fisici. E questa è la notizia più importante.

Kostyuk (8)

Chissà se avrà sperato di poter mantenere l’imbattibilità per tutto lo swing sul mattone tritato. L’ucraina era una delle papabili al titolo. Soprattutto dopo la falcidia di teste di serie. Non è andata così, ma Marta è consapevole di aver fatto un salto di qualità. Tre turni relativamente facili e poi gli scontri decisivi con Swiatek, eliminata in due set di cui solo il primo combattuto, e Svitolina in tre set non lottati. In un derby ucraino che potrebbe aver sancito il passaggio del testimone. Ora Kostyuk è numero 12 WTA. La top ten è tutt’altro che un sogno.

Mensik (8)

Con quella faccia da Ivan Drago ceco, Jakub incute già timore. A far ancora più paura, però, sono le sue accelerazioni. A Parigi ha mostrato anche doti atletiche e resistenza notevoli. Come nel match di secondo turno contro Navone. Dove è stato costretto al quinto e ha vinto solo al tiebreak decisivo, al settimo match point. Tanto consumato da non potersi rialzare, concluso l’ultimo punto, per diversi minuti. Il suo cammino è proseguito con le vittorie su De Minaur, Rublev negli ottavi (ancora 5 set) e Fonseca nei quarti. Facilmente, in tre set. In un match che sa di sfide future in cui il brasiliano ha opposto resistenza solo nella frazione finale. Con Zverev in semifinale ha prevalso la resistenza del tedesco, con Jakub che aveva la spia del serbatoio accesa. A neanche 21 anni, Mensik è uno su cui puntare. Già a Wimbledon, se si adatterà agli insidiosi prati dei primi turni. Dal terzo turno in poi, meglio non trovarselo dall’altra parte della rete. Forse anche prima.

Berrettini (7,5)

L’occasione era ghiotta. Quarti al Roland Garros contro Arnaldi. Traguardo raggiunto solo nel 2021. Ma perché da quell’anno non aveva più partecipato allo slam parigino per i maledetti infortuni che lo hanno frenato in carriera. Ma la prospettiva di un altro stop di parecchi mesi gli ha saggiamente suggerito di ritirarsi dopo neanche due set per un problema nuovo all’anca. Si possono fare tutte le speculazioni del mondo. Predisposizione, fisico non proporzionato fra torso e gambe. Intervengano pure i dottori che si sono laureati su Facebook. Le cose succedono (vedi Sinner) e talvolta bisogna semplicemente accettarle. Il suo torneo è stato ottimo. Fucsovics, Rinderknech, Comesana in 5 set mostruosi, partita durata 5 ore e 16 minuti e finita per 15-13 nel tiebreak finale con un paio di match point annullati all’argentino. In ottavi Matteo ha vendicato Sinner eliminando Juan Manuel Cerundolo. E poi l’infausto match con Arnaldi. La beffa ora è che, qualora recuperi in tempo dal problema all’anca, Berrettini non ha la classifica per evitare le qualificazioni a Wimbledon. E una wild card non sembra così probabile. Vedremo, ma intanto bentornato nella seconda settimana di un major.

Fonseca (7,5)

Recuperare due set di svantaggio contro Mephisto Djokovic non è da tutti. Anzi, è da due. Lui e Melzer nel 2010. E confermare quel risultato con una vittoria di peso negli ottavi ai danni di Ruud è ancora più significativo. Joao c’è, questo è chiaro. Per lui un torneo in cui ha rimontato due volte due set. Oltre che a Nole, anche a Prizmic al secondo turno. Con Mensik nei quarti è parso un minimo più lento e praticamente mai in partita. Che questo slam gli abbia dato maggior consapevolezza, soprattutto sul piano atletico-agonistico?

…E i flop

Sinner (4)

Gli si addice di più il paragone con la perfetta macchina di Formula 1 che si blocca a 50 metri dal traguardo piuttosto che quello con Dorando Pietri (più robotica, meno romanticismo). La sconfitta dal 6-3 6-2 5-1 in suo favore contro il Cerundolo minore nel secondo turno parigino ha dell’incredibile. Ed è indiscutibilmente un enorme passo falso. Ma non diteci che non avete pensato a un possibile crollo fisico dell’altoatesino, magari non così teatrale, quando avete letto i bollettini meteorologici parigini. Si, perché la questione del caldo sta diventando una psicosi collettiva. Colpa del gene dei capelli rossi. No, del team che non lo ha fatto riposare. Macché: di Binaghi che lo ha costretto a giocare a Roma. In realtà è evidente che la giornata storta può capitare anche se di partite ne hai giocate 4 o 5 (vedi il caso Spizzirri in Australia). Certo è che Sinner e i suoi sanno perfettamente che dovranno fare gli accertamenti del caso. Se c’è una causa, verrà individuata per certo. Nel frattempo, please, astenersi genetisti del web.

Sabalenka (4)

Se è davvero entrata in una rage room dopo l’orrenda sconfitta nei quarti, empatizziamo per le suppellettili, i vetri, i cristalli e i muri perimetrali, designati tutti a vittime sacrificali della frustrazione di Aryna. Bilancio danni? Sicuramente a 6 zeri. In linea, d’altronde con l’incredibile 6-0 subito dalla bielorussa nel set decisivo da una poco più che tenace Shnaider. Gestita tranquillamente dalla numero uno del mondo fino al 5-3 in suo favore nel secondo set. Di lì un voglio morire di Sabalenka  – 10 giochi consecutivi per la russa – da manuale di psicanalisi. In un torneo dove Sabalenka sembrava non poter perdere o quasi. Complici le uscite premature delle principali rivali e un tabellone agevole (Kasatkina e una buona Osaka  – per quanto buona possa essere nel 2026 –  non sono certo ostacoli insormontabili). La pressione spiega il blocco nei quarti. Già, ma le occasioni perse cominciano a pesare sempre di più.

Gauff (4)

Come quelle case che poggiano su fondamenta instabili, il tennis incompiuto di Coco sembra predisporla a crolli inattesi. La sua esplosività e quei piedi da quattrocentista non possono sempre compensare i buchi tecnici. E la notizia non confortante è che le sue lacune cominciano a procurarle sconfitte non solo con le primissime della classe. A Parigi, da campionessa uscente Gauff è uscita mestamente al terzo turno. Battuta in tre set lottati da Potapova. Che, sì, è un’avversaria piuttosto calda. Ma che è anche capace di battersi da sola. Al momento, la soluzione del rebus appare lontana.

Auger-Aliassime (5)

Passavano i giorni e l’unico modo per inquadrare insieme due teste di serie nella disastrata metà alta del tabellone era usare un drone, ma di quelli che salgono a quote himalaiane. Eppure Felix continuava a essere relativamente snobbato dai pronostici. Perché? Probabilmente per la sensazione di incompiutezza tecnico-tattica che trasmette il canadese. Un ottimo professionista con limiti chiari e forse non superabili dal lato del rovescio. Da testa di serie numero 4, quindi assai nobile, a parte un primo turno dove ha rischiato moltissimo e vinto solo 7-6 al quinto con Altmaier, ha regolato piuttosto agevolmente Burruchaga, Nakashima, Tabilo. Poi nei quarti è parso impotente dal secondo set in poi contro i poderosi kick che Cobolli indirizzava verso il suo rovescio. Si dice deluso. Beh, ne ha ben donde.

Rybakina (4)

Perdere al secondo turno da Starodubtseva è un picco di sciupio che probabilmente Elena non aveva ancora scalato. Con la fresca erbetta sotto le suole, riuscirà a dimenticare e far dimenticare la sua insipida campagna 2026 sul rosso? Forse sì, a patto che al boom boom asfissiante che premia maggiormente sui prati unisca un minimo di continuità e un abbozzo di trama tattica.

Djokovic (5)

Il samba amaro che Fonseca lo ha costretto a danzare nel terzo turno dell’open parigino è suonato come alcune malinconiche performance da balera. In cui il vecchio, glorioso ballerino non può che soccombere alla legge del tempo. Dopo Melzer (2010) Joao è stato solo il secondo giocatore a recuperare uno svantaggio di due set a Novak. Precedentemente Djokovic aveva eliminato Mpetshi Perricard e Royer. Ordinaria amministrazione. Il match con il fenomeno brasiliano è stato bellissimo. Ma una certa rassegnazione nelle dichiarazioni post-partita ha preoccupato i suoi fan. Solo qualche mese fa avremmo giurato che il serbo sarebbe stato pronto a fare ricorso, perché nel contratto con il suo orologio biologico pare si faccia chiara menzione all’eternità agonistica. E però la partita con Fonseca aveva le sembianze dell’ultimo ballo. Almeno a Porte d’Auteuil.

Svitolina (5,5)

Evidentemente, i teatri slam le sono indigesti. Per una campionessa come lei, peraltro in un picco assoluto di forma, si pensava a una possibile vittoria liberatrice a livello major. Lei, che non ha mai disputato neanche una finale a livello slam, stavolta sembrava poter fare l’ultimo passo. Invece, a fermarla nei quarti è stata la connazionale Kostyuk. Sicuramente una delle avversarie più quotate in questo scorcio di stagione. Ma Elina ha dato la netta sensazione di non credere, lei per prima, di poter sfatare il tabù. Ha perfino rischiato tantissimo al primo turno contro Bondar, sconfitta solo al tiebreak della frazione decisiva. Poi giusto un match lottato con Bencic in ottavi, ma con un perentorio bagel rifilato alla svizzera nel set decisivo. In rapporto all’esperienza e allo stato di forma, i quarti parigini rappresentano per l’ucraina un passo falso.

Swiatek (4)

Il brutto è che si sta abituando a perdere. Ancora peggio, tante avversarie le hanno preso le misure. Anche sulla sua superficie. Iga è troppo intelligente per non essere conscia di questa nuova condizione. Ciò non toglie che trovare gli aggiustamenti non sarà semplice. Un servizio che non le dà sufficienti sicurezze e una tendenza a commettere errori nei momenti topici: il suo Roland Garros è stato quanto mai sbiadito. Battere Jones, Bejlek e Linette è come fare una passeggiata nel parco. E poi Kostyuk ha messo in luce tutti i difetti della versione attuale della polacca. Sembra incredibile, ma pare una vecchia giocatrice nata nel 2001. Risalirà la china?

Ruud (5)

Lotta, corre, sbuffa. Annulla match point. Ma non è più il Ruud che ha rischiato nel 2022 di diventare numero uno del mondo. Qui a Parigi non era favorito, ma una semifinale poteva tranquillamente arrivare. Invece è stato costretto subito al quinto da Safiullin. Per poi eliminare Medjedovic facilmente. E ritrovarsi a un passo dal baratro. Anzi due, come i match poi annullati, contro Paul. Battuto al dodicesimo gioco del parziale decisivo. Con Fonseca il suo gioco è parso un po’ superato. A neanche 27 anni sembra che il meglio per lui sia già passato.

Paolini (5)

Se ci si mettono anche problemi fisici, per Jasmine si fa dura. A Parigi è uscita mestamente con Sierra al secondo turno. A causa anche di un fastidio al piede. Nessuna tragedia, tutto è recuperabile. Soprattutto, va cercata di nuovo quella spensieratezza che l’ha portata a livelli altissimi. E non solo per una questione di classifica o risultati. Divertirsi innanzitutto.

Darderi (5,5)

Quanti dottori c’erano al Roland Garros? Quanti che non si siano occupati degli italiani? Eh sì, perché anche Darderi ci ha fatto sapere di aver giocato sapendo di doversi operare alle tonsille. Nonostante ciò, ci ha provato fino in fondo. Uscendo però al secondo turno dopo una battaglia durata cinque set contro Comesana. Il recupero per Wimbledon sembra certo.

Cocciaretto (5)

Anche lei ha qualche problema fisico. Al ginocchio. La sua prestazione al Roland Garros è stata insufficiente. Perdere al primo turno da Korneeva non è il massimo. Farlo senza lottare non ne parliamo. In prospettiva, potrebbe esserci bisogno di uno stop per risolvere la questione. Peccato, perché la stagione era iniziata alla grande. C’è tempo, però, per togliersi qualche altra soddisfazione. Purché recuperi del tutto.

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