Partiamo dalla fine, perché con Nick Kyrgios spesso è il modo più onesto per raccontare l’inizio. Quello visto a Stoccarda contro Corentin Moutet è stato ancora un giocatore di tennis. Sgombriamo dunque subito il campo da ogni tipo di supposizione. Non è stata una comparsa nostalgica, non è un ex campione invitato per riempire il programma, non è esclusivamente funzionale ad highlights e social. Kyrgios ha servito, ha colpito, ha accelerato, ha giocato nei pressi della rete. E ha dato la sensazione, almeno per 69 minuti, di poter ancora fare cose che a pochissimi riescono naturali. Il 6-3 6-4 con cui ha battuto il francese, testa di serie numero 8 del BOSS Open di Stoccarda, ovviamente non è un manifesto tecnico né una promessa di resurrezione. Però va preso sul serio, relativamente alla prestazione di quei 70 scarsi minuti di buon tennis.
Ma la domanda vera è: quanto può durare? Perché il tennis, soprattutto quello moderno, non perdona il corpo e di episodi recenti ne abbiamo visti tanti. Il braccio può ricordare tutto, la mano può restare una delle più educate del circuito, il servizio può ancora uscire dalle sue corde con quella violenza pigra e quasi insolente che ha sempre reso Kyrgios diverso dagli altri. Ma il corpo ha bisogno di abitudine alla sofferenza, al sacrificio, alla ripetizione. Ha bisogno di recuperare dopo una partita, poi dopo un’altra, poi dopo una settimana intera. E Kyrgios, negli ultimi anni, ha giocato troppo poco per sapere se questo ritorno sia l’inizio di qualcosa. O soltanto lo spazio breve di un lampo, come forse è più probabile che sia. Bello, vero, ma forse passeggero.
Da Wimbledon al silenzio: il corpo che si è rotto
Per capire il peso di questa vittoria bisogna tornare a Wimbledon 2022, il punto più alto della carriera di Kyrgios. Finale con Novak Djokovic, il Centrale più iconico al mondo, l’attenzione globale e la consapevolezza che Nick, nel suo caos, era arrivato dove si pensava potesse arrivare, per una volta il talento aveva trovato il proprio sbocco naturale. Quel giorno non vinse, ma uscì da Wimbledon con una statura nuova che andava oltre l’uomo degli eccessi, verbali e non solo, delle racchette spezzate e dei monologhi con il box.
Poi, quasi subito, il tennis è diventato un elenco di assenze. Ginocchio, polso, ricadute, operazioni, tentativi di ripartenza e nuovi stop. Kyrgios ha parlato di ricostruzione del polso e di quattro interventi al ginocchio, una frase che da sola basta a spiegare il peso del suo calvario. Il problema a quel punto non è mai stato soltanto rientrare. Il problema è stato rientrare e restare, perché un conto è preparare una partita, o un torneo, un altro è ricostruire una carriera. E una carriera, a trentuno anni, non si rimette in piedi soltanto con due buone settimane di allenamento.
Nel 2023 si è visto pochissimo. Il 2024 è stato praticamente un anno cancellato. Nel 2025 ha provato a riaprire la porta dei tornei, ma senza quei successi che si aspettava. Nel 2026, prima di Stoccarda, aveva giocato una sola partita ufficiale: Brisbane, a inizio gennaio, persa contro Aleksandar Kovacevic per 6-3 6-4. Una sconfitta senza scandalo, ma anche senza troppe illusioni. L’ennesima apparizione di un giocatore che il circuito non aveva dimenticato, ma che il circuito, a quel punto, non sapeva più dove collocare.
Dallo show di Dubai, al tennis vero di Stoccarda
In mezzo c’è stata anche la famosa “Battle of the Sexes” contro Aryna Sabalenka, giocata a dicembre a Dubai. Ufficialmente un’esibizione, mediaticamente un evento, tennisticamente qualcosa di molto più vicino allo spettacolo fine a se stesso che a una partita vera. Kyrgios vinse 6-3 6-3 con la numero uno del mondo WTA, ma il contesto era tutto fuorché ordinario: regole modificate, un solo servizio a disposizione per entrambi, campo ridotto dalla parte di Sabalenka, atmosfera da show, ingresso da arena, intrattenimento, pubblico, luci, rumore.
Non fu tennis nel senso più puro del termine, fu un prodotto, magari anche riuscito, per chi cercava intrattenimento, ma non poteva dire nulla sullo stato reale di Kyrgios come giocatore del circuito ATP. Non poteva dirlo perché il tennis vero è un’altra cosa: è punteggio, pressione, punti, routine, rimbalzi sporchi, gambe che bruciano, spostamenti da un torneo all’altro. Per questo la partita con Moutet pesa molto di più, non perché fosse il test definitivo, il francese arrivava da una serie negativa e l’erba non è esattamente il territorio più rassicurante per il suo tennis, ma perché a Stoccarda Kyrgios ha rimesso il corpo dentro una partita vera. E l’ha fatto vincendo.
Si è rivisto il servizio, naturalmente. Così come è rivista la capacità di accorciare gli scambi senza dare l’impressione di forzare, si è rivisto il tocco nei pressi della rete, il dritto pesante, la palla che esce rapida dal piatto corde, quasi senza preparazione. Si è rivisto anche quel linguaggio del corpo a metà tra la sfida e l’indolenza che con Kyrgios può essere irritante, ma fa parte del pacchetto. La cosa più importante, però, è che si è rivisto un giocatore e non era scontato.
Sinner, la polemica e il personaggio che divora il tennista
Il problema, con Kyrgios, è che negli ultimi anni il personaggio ha spesso continuato a giocare anche quando il tennista non poteva farlo. Lo ha fatto in televisione, nei podcast, sui social, nelle interviste e lo ha fatto anche nel caso Sinner, sul quale l’australiano è stato tra le voci più dure e più insistenti. Dopo la vicenda Clostebol e la sospensione di tre mesi concordata da Jannik con la WADA, Kyrgios ha attaccato più volte il sistema, parlando di mancanza di equità e lasciando intendere che il trattamento riservato al numero uno del mondo fosse troppo leggero.
Posizione legittima? Sì, se resta dentro il terreno dell’opinione. Fastidiosa? Spesso, soprattutto quando il confine tra critica al sistema e bersaglio personale è sembrato assottigliarsi troppo. Kyrgios ha sempre avuto questo talento parallelo: trasformare ogni argomento in una scena in cui lui finisce comunque al centro e con Sinner è accaduto ancora, ma proprio per questo il ritorno di Stoccarda ha un valore particolare: per la prima volta dopo tanto tempo, Kyrgios ha fatto parlare il tennis più delle parole.
E sarebbe un bene anche per lui se la proporzione restasse questa. Perché il circuito ha bisogno dei giocatori che giocano, non solo di quelli che commentano, provocano, accendono discussioni o spostano l’attenzione. Kyrgios, quando sta bene, non è un di cui del tennis: è uno che sposta l’equilibrio tecnico. È uno che sull’erba può ancora dare fastidio, soprattutto se il servizio lo accompagna e se il corpo gli concede di muoversi senza paura, ma deve dimostrarlo una partita alla volta, senza chiedere credito infinito al passato.
Il talento non basta, ma c’è ancora
La vittoria con Moutet ovviamente non cambia la storia degli ultimi anni, però potrebbe cambiare, un minimo, la prospettiva. Kyrgios non rientra più soltanto come nome. Rientra con una prestazione. E c’è differenza. Battere un top 40, su erba, in due set, dopo tutto quello che ha passato, non è mai banale. Non significa che possa arrivare a Wimbledon e diventare automaticamente un pericolo per tutti.
Significa, più semplicemente, che il tennis è rimasto lì, sotto la polvere degli infortuni e che adesso arriva la parte più difficile. Non il colpo spettacolare, non il tweener, non il servizio a 220 all’ora, non la volée giocata d’istinto; la parte più difficile è svegliarsi il giorno dopo e capire come risponde il ginocchio prima, il polso poi, infine la schiena. Last but not least la testa. Perché di tutto questo poi, la parte più difficile è accettare che non si può più vivere di eccezioni, perché un torneo non è un’esibizione e una stagione non è una clip.
Kyrgios ha detto di voler guardare soprattutto all’erba e a Wimbledon, il luogo che gli riporta alla mente pensieri di sicuro positivi; comprensibile. È anche l’unica prospettiva sensata: superficie rapida, punti più brevi, servizio valorizzato, meno scambi lunghi, più possibilità di nascondere qualche limite atletico. Ma Wimbledon non perdona comunque. Non perdona nei cinque set, non perdona nel recupero tra un turno e l’altro, non perdona chi arriva senza partite nelle gambe.
Per questo l’impressione resta doppia. Da una parte, Kyrgios ha dimostrato di essere ancora Kyrgios: non quello pieno, non quello della finale di Wimbledon, forse nemmeno quello che poteva battere chiunque nella giornata giusta, ma un giocatore vero sì. Dall’altra, è difficile pensare che una vittoria possa cancellare anni di inattività. Cinque partite, o poco più, in un arco così lungo non bastano per costruire continuità. Possono bastare per accendere un pomeriggio, non necessariamente per reggere un’estate.
E allora il ritorno di Stoccarda va preso per quello che è: una bella notizia, non ancora una prova definitiva. Un promemoria del talento, non ancora una garanzia di tenuta. Kyrgios ha ancora il tennis nelle mani, ora deve capire se il corpo è disposto a seguirlo.
