Il mito di Rafael Nadal si spoglia della sua armatura pubblica per mostrarsi in una veste inedita, intima e profondamente sincera. Nelle note stampa ufficiali rilasciate da Netflix per il lancio della docuserie Rafa, prodotta da Skydance Sports, il campione maiorchino ha concesso una lunga intervista in cui ripercorre i tormenti, le gioie e i retroscena di una carriera leggendaria.
La scelta di aprire il proprio privato: “Ora o mai più”
Per Nadal, la scelta di aprire per la prima volta le porte della propria riservatezza è nata da una consapevolezza temporale ben precisa, legata alla fiducia riposta nel regista Zach Heinzerling e nel produttore David Ellison: “Prima di tutto, è stato per via delle persone che c’erano dietro il documentario. Zach, il regista, mi sembrava la persona giusta per farlo. E poi, per il grande rispetto che ho per David e per tutto quello che ha fatto finora, per tutti i film che la Skydance ha realizzato fino a oggi. Alla fine, è qualcuno del settore con molta esperienza nelle grandi produzioni. La sua prospettiva ha cambiato un po’ la mia visione delle cose. Ho anche capito che era ‘ora o mai più’. Si potrebbe sempre fare un documentario diverso in futuro, ricordando come è stata la mia carriera, ma seguirmi nella mia vita quotidiana, questa era l’ultima occasione per farlo. Quindi è stata una combinazione di fattori che si sono uniti e che mi hanno spinto, alla fine, ad accettare”.
Voltare pagina e guardare al passato con totale serenità
Guardare indietro a una storia costellata di trionfi ma anche di un logorante calvario fisico non evoca dolore nel fuoriclasse di Manacor, bensì una profonda serenità interiore. Quel passato, per quanto segnato da infortuni e da qualche inevitabile rimpianto sul campo, appartiene ormai a un uomo che ha saputo voltare pagina con incredibile lucidità, come dimostra il ricordo di una celebre sfida contro l’eterno rivale Novak Djokovic: “È il passato, ma è un passato positivo. In definitiva, ho avuto una carriera che è stata molto più positiva, e lo dico con il cuore in mano, di quanto avrei mai potuto sognare. Quindi, è doloroso? No, non è doloroso, sono ricordi. Ce ne sono molti belli e altri che lo sono meno. I periodi di infortunio sono sempre i peggiori. Quel passante di Djokovic nella finale in Australia, per esempio, l’ho rivisto e ho detto: ‘Mi fa male guardarlo, mi fa male guardarlo’”. Ha sottolineato il 22 volte campione Slam.
Per poi continuare: “Era un passante così facile. Quando lo vedo, dico: ‘Che errore!‘. Era un passante per vincere praticamente l’Australian Open. Ma non la prendo come una cosa negativa. Sinceramente. Penso che si veda il mondo in un modo totalmente diverso se si è riusciti davvero a voltare pagina dopo aver finito la carriera. Quella vita per me è finita. Voglio dire, ho ricordi fantastici che non mi lasceranno mai, ma non vivo e non penso più come un tennista. Quella fase della mia vita è chiusa, e chiusa bene. La mia mente non sta a pensare a cosa avrei potuto fare o non fare. È finita, ed è finita bene. Ho la capacità di vedere tutte queste cose con totale tranquillità. Quando sono al museo dell’accademia e vedo un video o certe foto, ovviamente mi commuovo. Nel documentario, è successo anche questo. Ma è un capitolo chiuso”
La capacità di adattarsi: la vera essenza di Nadal
La percezione pubblica di Nadal è spesso legata all’immagine del vincente seriale (e come potrebbe essere altrimenti?), ma la sua reale essenza risiede in un concetto molto più viscerale e profondo: la capacità di competere, di adattarsi e di resistere oltre i propri limiti fisici e tecnici. La sconfitta, per Rafa, assume un significato del tutto diverso se affrontata a testa alta: “Perché è così che mi sento. Ero un vincente, certo, non si vince quello che ho vinto io senza essere un vincente. Ma penso che, al di là di essere uno che sapeva come vincere, quello che sapevo fare davvero era competere. Sono sempre stato in grado di trovare un modo per competere, in qualunque circostanza. Davvero, anche se avevo problemi fisici, trovavo il modo di adattarmi e di essere competitivo”. Ha raccontato lo spagnolo. “All’inizio sembrava che giocare sull’erba sarebbe stato più difficile, o anche sul cemento. Ma ho sempre trovato un modo per finire a competere. Quindi penso di aver avuto la mentalità di voler imparare e di trovare un modo per essere competitivo nonostante i miei difetti. In qualunque situazione, cercavo di avere delle occasioni o di creare quelle occasioni per competere. Ecco perché dico che ero più un agonista che un vincente, perché ciò che mi faceva davvero male mentalmente era il non sentirmi competitivo”.
Una disamina piuttosto lucida, quella di Nadal. “Perdere mi faceva male, lo sport consiste nel vincere. Ma perdere dopo essere stato competitivo… mentalmente riuscivo a gestirlo bene. Quello che gestivo peggio era il non sentirmi in grado di competere bene, ed è per questo che dico di essere più un agonista che un vincente. Alla fine, la gente ti vede entrare in campo vestito da tennista professionista, la gente di solito ti vede lottare, vincere, emozionarti, combattere in campo, ma spesso è difficile immaginare tutto quello che succede dietro le quinte. È vero che in quattro episodi è difficile mostrare tutto, mettere tutto insieme, ma penso che ci si possa fare un’idea delle sfide che ti trovi ad affrontare e che attraversi. Soprattutto in una carriera come la mia, che è segnata, ovviamente, da momenti di grande gioia, ma anche da autentiche difficoltà”.
L’ammissione di Rafa: “Il mio corpo diceva ‘basta’, ma la mia mente voleva continuare”
Una delle domande che più ha tormentato gli appassionati negli ultimi anni è stata il motivo per cui abbia continuato a lottare nonostante un corpo ormai martoriato. La risposta di Nadal spazza via ogni speculazione, rivelando un amore puro per il gioco e il desiderio autentico di esplorare le proprie possibilità fino all’estremo prima del definitivo addio: “Perché ero felice di fare quello che facevo, prima di tutto. Mi piaceva davvero quello che stavo facendo. E non è perché non avessi nient’altro nella mia vita. So che a volte sembra che sia per quello che uno continua ad andare avanti. Ma assolutamente no. Infatti, ho finito la mia carriera sportiva e, come si può vedere, non mi sono fermato. Ho un sacco di cose da fare che mi interessano, che mi piacciono e che mi rendono felice. Mi piaceva davvero quello che facevo. Il mio corpo diceva ‘basta’, ma la mia mente voleva continuare” ha ammesso.
Fino a sviscerare ancor di più le proprie ragioni: “Ho sempre voluto esplorare, vedere fino a dove potessi davvero arrivare. E, infatti, quando mi sono ritirato… ho davvero spinto al massimo perché mi avevano detto che credevano che mi sarei ripreso dall’operazione e che sarei stato in grado di competere di nuovo normalmente, quindi mi sono dato un tempo ragionevole per vedere se fosse vero. La gente pensava: ‘Questo ragazzo, in queste condizioni, perché non si ritira?‘. Non mi sono ritirato perché, in primo luogo, volevo esplorare per vedere se dopo l’operazione, che comporta una lunga convalescenza, il mio corpo si sarebbe adattato e mi avrebbe permesso di giocare con reali possibilità. Quindi mi sono dato quel tempo. Quando ho visto che non era possibile, allora mi sono ritirato. Sì, allora mi sono convinto che fosse arrivato il momento. Ma se non avessi agito allo stesso modo di quando ho avuto l’infortunio al piede, o gli infortuni al ginocchio, o quando sono rimasto fermo per otto mesi… sembra semplicemente che non ci sia via d’uscita. Quindi, mi sono sempre dato un tempo ragionevole, lavorando ogni giorno per vedere se c’era davvero una soluzione al problema. E le altre volte la soluzione c’era, e questa volta ho visto che era finita, che avevo un problema cronico”.
Il valore delle radici e le rivalità sane con Federer e Djokovic
Il viaggio della sua vita non sarebbe stato lo stesso senza il supporto del proprio nucleo familiare e il rapporto sincero con i suoi più grandi rivali – Roger Federer e Novak Djokovic – elementi che hanno plasmato l’uomo e preservato l’atleta dalle ipocrisie del circuito professionale. Fuori dal campo, il tennis lascia spazio ai rapporti umani più puri e alla sua nuova vita da spettatore: “Ovviamente, quando sei più giovane vivi tutto in modo un po’ più intenso, è diverso. Ma abbiamo avuto rivalità generalmente sane, considerando tutto quello che abbiamo passato, tutto quello per cui abbiamo lottato, tutte le volte che ci siamo affrontati. Sarebbe stato facile avere degli attriti. Ora che ho finito la mia carriera e incontro Federer o Djokovic, sono felice di vederli. Questa è la realtà. E parlo regolarmente al telefono con Roger, quindi la vedo come una cosa positiva. La mia prospettiva non è cambiata molto. Quando smetti, ti senti molto più libero di parlare di tutto, senza riserve. Quando giochi, c’è sempre un po’ di quella riservatezza, non condividi, non ti apri, specialmente con i rivali. Non vuoi mostrare come sei veramente, perché può avere un impatto. Io ho sempre agito con naturalezza e non ho mai giocato al gatto e al topo. Ho cercato di essere reale, di essere autentico, di dire quello che mi stava succedendo” ha evidenziato Nadal.
Adesso, il suo rapporto con il tennis è vissuto con maggiore distacco: “Guardo le partite, guardo momenti dei tornei, i tornei che mi piacciono di più, guardo parti di partite. Raramente guardo una partita intera, a meno che non sia davvero interessato, a volte Martín Landaluce o Alex Eala. Se c’è un Carlos contro Jannik, allora sì, mi piace guardarlo. Ora Rafa Jodar ha avuto una grande crescita nell’ultimo anno. Mi piace vedere come sta evolvendo, come reagisce a tutte queste nuove esperienze che sta vivendo. Ma non ho un rapporto quotidiano al di là dell’essere un puro appassionato di tennis, non tutti i giorni, ma comunque un appassionato”.
La trappola dell’ego: “La vita reale è più importante di quella sportiva”
Infine, Nadal volge lo sguardo a ciò che rimane quando i riflettori si spengono. Tra le scelte fatte per salvaguardare la propria normalità e il messaggio da trasmettere alle future generazioni, l’ex numero uno del mondo mette in guardia contro il pericolo più grande per un atleta: l’ipertrofia del proprio ego, ricordando che la felicità risiede nella stabilità della vita reale: “Non ho quasi nessun rimpianto. Ci sono cose che avrei cambiato, senza ombra di dubbio. Non mi piacciono le persone che dicono: ‘No, sono quello che sono e non cambierei nulla della mia vita‘. Beh, amico mio, ti sbagli, perché sicuramente hai commesso degli errori nella tua vita.‘ Ovviamente ho fatto degli errori. Ho sempre cercato di prendere decisioni per il bene della mia carriera sportiva: ho rifiutato di giocare innumerevoli esibizioni, ho rifiutato di vivere fuori dalla Spagna, ho rifiutato cose che erano allettanti perché pensavo fosse la cosa migliore per la mia carriera.
“L’unica cosa a cui non ho rinunciato, credo, è stata l’avere una vita vera e normale. A quello non ho mai voluto rinunciare: mantenere quella che è la mia vita reale al di fuori dello spettacolo dei tornei, tornare a casa, avere gli stessi amici, avere una famiglia vicina. Sono sempre stato consapevole, sia per educazione che per convinzione personale, che tutto ciò che stavo vivendo era temporaneo. L’ego è uno dei più grandi difetti dell’umanità in generale, ma in termini di solo sport l’ego causa così tanti problemi. Penso che a volte possa anche essere positivo dal punto di vista competitivo, ma ho sempre capito che la vita reale era molto più importante della vita sportiva” ha concluso.
