Arnaldi, la ripartenza passa dall’erba: “Voglio la prima vittoria a Wimbledon”

Dopo la grande cavalcata del Roland Garros, il ligure arriva ai Championships con fiducia e senza dolore al piede: “Ho ritrovato continuità negli allenamenti. Sull’erba non ho ancora potuto far vedere davvero il mio tennis”

Di Luca De Gaspari
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Matteo Arnaldi - Roland Garros 2026 (x @rolandgarros)
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Reduce dal miglior Slam della sua carriera, Matteo Arnaldi arriva a Wimbledon con una consapevolezza diversa. Il percorso al Roland Garros gli ha restituito fiducia, partite, condizione e soprattutto la sensazione di poter tornare a esprimere il proprio tennis senza il pensiero costante del dolore al piede, che lo aveva condizionato a lungo tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026.

Il ligure, però, non si nasconde: sull’erba dei Championships è ancora alla ricerca della prima vittoria in tabellone principale. Il debutto sarà contro Quentin Halys, avversario insidioso su una superficie rapida, ma anche una possibile occasione per sbloccarsi in un torneo che finora non gli ha sorriso, tra problemi fisici e occasioni mancate, come la sconfitta al quinto set contro Frances Tiafoe dopo essere stato avanti di due set.

Questa volta Arnaldi arriva da testa di serie e con più giorni di adattamento sulle gambe, dopo il passaggio da Eastbourne e l’arrivo anticipato a Londra. Nell’incontro con la stampa, il ligure ha parlato della gestione del piede, della svolta arrivata dopo il cambio di team, del rapporto con il suo nuovo coach Fabio Colangelo e della ritrovata voglia di stare in campo. Con un obiettivo immediato, semplice solo in apparenza: vincere finalmente una partita a Wimbledon.

Come stai fisicamente dopo Parigi?

MATTEO ARNALDI: Sto bene. A Parigi ho avuto sicuramente un virus, o qualcosa del genere: è durato due-tre giorni. Poi ho ripreso ad allenarmi e siamo andati subito sull’erba, perché so che il piede, quando cambio superficie, mi dà ancora un po’ fastidio. L’obiettivo era passare più tempo possibile sull’erba per arrivare pronti a Wimbledon. Ora non ho più dolore, ed è la cosa principale per me.

Immagino che, mentalmente, tu sia in uno dei momenti migliori della tua carriera. È un buon momento anche per pensare a qualcosa di importante qui?

MATTEO ARNALDI: Sì, dopo un torneo come quello di Parigi ho sicuramente più fiducia. Però qui non ho mai vinto una partita, quindi l’obiettivo principale sarà vincerne una. In questo torneo sono sempre stato un po’ sfortunato, anche per problemi fisici: per due anni ho avuto qualche acciacco, poi un anno ho perso al quinto set contro Tiafoe dopo essere stato avanti due set a zero. E lui comunque è uno che gioca bene sull’erba. So che posso fare bene, ma deve arrivare questa prima vittoria.

Quindi il piede ti dà ancora un po’ fastidio? Senti ancora le conseguenze dell’infortunio di fine 2025?

MATTEO ARNALDI: Sì, anche nel 2026. Fino a Montecarlo ho sempre avuto problemi. Sento fastidio soprattutto quando cambio superficie o quando viaggio un po’. Ci sono giorni e momenti in cui il dolore torna. Io e il mio team, però, adesso sappiamo come gestirlo: anche per questo siamo andati a giocare a Eastbourne e siamo arrivati qui abbastanza presto, per passare più tempo possibile sull’erba e adattarci.

A parte la questione fisica, che è stata centrale nell’ultimo anno, cos’è scattato? A un certo punto sei passato da un periodo complicato, anche in classifica, a un’esplosione da Cagliari in poi, con tantissime partite vinte. Che cosa è cambiato dentro di te, oltre al discorso del piede?

MATTEO ARNALDI: La cosa principale è che ho ricominciato ad allenarmi. Dopo Madrid ho cambiato il mio team e da lì abbiamo iniziato a lavorare con continuità, dopo un periodo abbastanza lungo in cui non riuscivo a farlo. Abbiamo capito che, seguendo certe routine e arrivando in anticipo ai tornei, potevo allenarmi senza troppi problemi e stare di più in campo. Questa è stata la prima cosa.

Cagliari è stata sicuramente una sorpresa: arrivavo da tre giorni di allenamento, quindi non è che avessi lavorato chissà quanto. Però avevo tanta voglia di giocare a tennis, ed era quello che mi mancava. Credo di averlo fatto vedere anche dal modo in cui ho giocato le partite: spesso ero sotto di un set, ma non avevo dolore, e questo mi ha dato la spinta per continuare a restare lì.

Ho sempre saputo di avere il livello per essere dove sono ora. Quando ho ritrovato fiducia e ho iniziato a sentirmi bene fisicamente, i risultati sono arrivati quasi da soli: stavo sempre meglio, in campo le cose funzionavano di più, mentre prima non funzionavano. Sono tornato ad allenarmi, fisicamente sto di nuovo bene: tutte queste cose insieme mi hanno portato a essere dove sono adesso.

Poi c’è stato il Roland Garros, che è stato qualcosa in più rispetto a quello che ci si poteva aspettare. Però l’ho fatto nel modo in cui so giocare meglio: stando tanto in campo, giocando tante partite lunghe e provando a tirare fuori il massimo.

A Parigi hai vinto diverse partite al quinto set, spesso decise da due o tre punti, da due o tre momenti che potevano girare da una parte o dall’altra. Sull’erba, dove il gioco è molto più veloce e c’è meno tempo per recuperare, mentalmente come ti approcci?

MATTEO ARNALDI: Credo che questo sia stato il problema negli ultimi anni: sull’erba ci sono meno scambi, c’è meno tempo per adattarsi, meno tempo per entrare in partita e fare quello che piace a me. Però, allo stesso tempo, penso di muovermi meglio di tanti altri su questa superficie e di avere diverse caratteristiche che possono adattarsi bene all’erba.

Il problema è che non ho mai avuto davvero la possibilità di farlo vedere. Quell’anno con Tiafoe, in cui ero nettamente avanti, poteva essere l’occasione per mostrare come gioco su questa superficie. Poi lui è stato bravo e la partita è girata per poco. Quest’anno arrivo da testa di serie: non significa che ci siano partite semplici, però magari partite un po’ più adatte a me per entrare bene nel torneo, prendere fiducia su questa superficie ed esprimermi al 100%.

Hai parlato del cambio nel tuo team tecnico. Quando hai iniziato a lavorare con Fabio, che cosa cercavi e che cosa hai trovato?

MATTEO ARNALDI: Io sono sempre stato con Ale, Alessandro Petrone, fin da quando ero piccolo, quindi non era facile cambiare. Avevo bisogno di una persona simile, ma che allo stesso tempo mi desse qualcosa in più. Non l’ho trovata nella prima persona con cui avevo cambiato; in Fabio, invece, ho trovato le caratteristiche di cui avevo bisogno.

A me piace scherzare, divertirmi e prenderla alla leggera fuori dal campo. Poi, quando si entra in campo, cambia un po’ l’attitudine di tutto il team: si diventa seri, si lavora, si gioca, si fa quello che si deve fare. Una volta usciti da quella dimensione, si torna a divertirsi e a scherzare. Non è facile trovare persone che riescano a fare questo e che capiscano il mio modo di approcciare il tennis. In Fabio l’ho trovato e nel team ci siamo trovati tutti abbastanza bene. Credo sia stata la cosa che ha funzionato di più per me.

Un’ultima cosa: negli ultimi cinque anni hai avuto una crescita impressionante. Ho letto da qualche parte che “vivi per il tennis”. È una definizione giusta? Vivi davvero per il tennis?

MATTEO ARNALDI: “Vivere” è una parola grande, perché sicuramente ci sono anche altre priorità nella vita. Però mi è sempre piaciuto giocare a tennis: è una cosa che mi diverte fare, non mi pesa e mi viene naturale.

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