Giocare a Wimbledon è qualcosa che ti resta dentro probabilmente per la vita; la prima volta poi, è sempre speciale soprattutto se il percorso passa dalle qualificazioni. Per alcuni, però, il percorso finisce lì: nel tabellone raggiunto, nella foto da conservare, nella soddisfazione di esserci arrivati. Per altri, invece, comincia davvero dopo. Tyra Grant è una di quelle. A diciotto anni ha battuto Katie Boulter davanti al suo pubblico e ha lasciato la sensazione che la notizia non fosse soltanto il risultato, ma il modo. Non ha recitato la parte della sorpresa: ha comandato, ha rischiato, ha scelto di stare dentro il match con un’idea molto chiara. Aggredire prima di essere aggredita.
Una vittoria pesante, anche perché arrivata dopo un percorso già lungo. Grant aveva superato tre turni di qualificazione e tornava sui campi di Wimbledon dopo l’esperienza vissuta da junior. Il debutto nel tabellone principale, contro una britannica e davanti a un pubblico inevitabilmente orientato, poteva pesare. Invece l’azzurra ha dato subito l’impressione di avere chiaro cosa fare.
“È stato incredibile“, ha raccontato Grant dopo il match. “Arrivavo già da tre partite di qualificazione e allo stesso tempo era la mia prima volta qui dai tempi degli juniores, quindi è stato bellissimo. La cosa davvero positiva è che non ho sentito molta pressione fin dall’inizio. A dire il vero, forse ero un po’ più nervosa nelle qualificazioni. Credo sia perché sentivo di avere la partita sotto controllo e avevo molta fiducia. Anche al momento di chiudere, certo, ho sbagliato la prima di servizio, ma non mi sono sentita così nervosa. È stato bellissimo. Inoltre, vincere contro una giocatrice di casa non è mai facile, soprattutto qui. Però ho amato comunque il pubblico. Ovviamente tifavano più per lei che per me, ma mi sono comunque divertita molto“.
Anche l’impatto con una sala stampa molto più affollata del solito è stato vissuto con naturalezza: “È tanto. Ovviamente mi rende molto felice. Credo di aver vissuto qualcosa di simile un po’ da junior, anche se sicuramente non con così tante persone. Però è bellissimo. È una grande vittoria, quindi è normale che tante persone vogliano parlarne“.
Il rapporto con Wimbledon, per Grant, non nasce oggi. La prima esperienza sull’erba londinese risale agli anni da junior, tra Roehampton e i Championships. “Credo tre anni fa. Ho giocato Roehampton, gli juniores, poi Wimbledon. Ricordo di aver giocato delle buone partite e anche con Eva Lys abbiamo giocato molto bene. Mi viene sempre in mente anche la finale del Wimbledon juniores. È stata molto dura. Penso che l’erba sia una superficie particolare, non abbiamo molte occasioni per giocarci, ma sento comunque di poter giocare bene anche qui, e di questo sono grata“.
Poi il riferimento a Serena Williams, modello non soltanto emotivo ma anche tecnico. “Penso che la prima cosa che salta sia quanto Serena sia aggressiva. Ogni partita, ogni punto, dipende da lei. Ha una grandissima potenza, un grandissimo servizio, una presenza enorme in campo. Questo mi ha davvero ispirata. Mi rivedo in tante piccole cose che fa. Anche io cerco di dettare il punto, di mettere sempre pressione all’avversaria, e crescendo ho sempre guardato a lei per questo. È stato fondamentale. Da quando ho iniziato a giocare era sempre Serena, Serena, Serena. Sono felice che sia qui e sono contenta di essere riuscita a giocare così bene oggi“.
Durante il match si è visto qualche dialogo con il suo angolo, anche se meno del solito. Grant lo ha spiegato con una parola chiave: sicurezza. “All’inizio, in realtà, non avevo visto dove fossero seduti, quindi facevo un po’ fatica a capire dove guardare. Di solito c’è molto più dialogo tra me e il mio allenatore. Oggi mi sentivo più sicura, forse più che in altre partite. Ogni tanto lo guardavo, ovviamente, ma non ho fatto tutte le domande che faccio di solito. Per me è molto utile fare piccole domande tecniche specifiche, perché mi aiutano. Per esempio gli chiedevo dove mettermi in risposta sul servizio. A volte lei serviva con grande precisione e cercavo di capire come spezzarle il ritmo. Però in generale oggi mi sentivo davvero sicura, sentivo di avere già dentro di me le risposte, quindi rispetto ad altre partite ho parlato molto meno con lui“.
La partita, come spesso accade sull’erba, si è giocata molto nei primi colpi. Servizio, risposta e capacità di prendere subito campo. Grant però ha sottolineato anche la fiducia negli scambi da fondo. “Oggi la partita è stata dettata molto da servizio e risposta e, se ci penso, non ci sono stati tanti scambi. In media, la maggior parte dei punti è durata il servizio più uno o due colpi. Però ci sono stati dei momenti importanti.
Per esempio nell’ultimo game, quando sono andata 15-30, abbiamo scambiato un po’ di più, e quei punti sono stati molto importanti per la mia consapevolezza, perché anche se magari il punto non lo vincevo direttamente con il servizio, sentivo che nello scambio ero sopra io. Credo che nella maggior parte dei punti giocati da fondo fossi io ad avere il controllo; magari poi sbagliavo, ma questo mi ha aiutato molto anche a servire con sicurezza e soprattutto a rispondere sapendo che, se riuscivo a far partire lo scambio, non avevo tutta questa fretta di chiudere“.
Sull’erba, Grant ha spiegato di sentirsi già piuttosto a suo agio, soprattutto negli spostamenti. “Mi sento molto bene negli spostamenti, in realtà fin da subito. Già dal primo giorno in cui mi sono allenata qui, prima delle qualificazioni, andavo molto bene. Il secondo giorno ho fatto un po’ più fatica, però poi è andata meglio. È sempre stata più una questione di timing che di spostamenti. Penso che questo dipenda anche dal fatto che avevo già giocato qualche volta sull’erba qualche anno fa, quindi sapevo un po’ cosa aspettarmi. Inoltre, in generale, con Matteo (Donati, allenatore n.d.c.) e con Pindu (Massimiliano Pinduccio preparatore atletico) a casa stiamo lavorando molto sullo stare bassi e sul muoverci bene, e ho fatto preparazione sul cemento indoor, quindi ci sono anche alcune somiglianze. A parte un po’ di difficoltà di timing il secondo giorno, per il resto abbastanza bene“.
La dedica della vittoria è andata prima di tutto alla famiglia e al team. “Sicuramente ai miei familiari a casa. Mia mamma, per esempio, era con mio fratello a un torneo a Biella, quindi non è potuta essere qui. La dedico a tutta la mia famiglia, a mio nonno, a mia nonna e a tutti quanti, perché l’anno scorso ho avuto un periodo un po’ più difficile verso la fine dell’anno e loro mi sono stati accanto. Sicuramente la dedico a loro. Poi ovviamente anche al team, perché Matteo Donati, Pindu e Fabio Gorietti mi sono stati vicini, soprattutto Matteo che ha vissuto un po’ più da vicino il periodo dell’anno scorso. E poi anche agli amici, perché mi sono arrivati tanti bei messaggi. Quindi un po’ a tutti“.
Dal punto di vista tecnico, il tema centrale resta la sua volontà di aggredire. Grant lo dice senza troppi giri di parole: è il modo in cui vede se stessa in campo. “È fondamentale. Come dicevo prima, cerco sempre di dettare il gioco. Ovviamente questo comporta più vincenti ma anche magari qualche errore in più. Però, per come la vedo io e per come sono stata cresciuta,è l’unico modo di giocare per me. Non mi vedrei mai a correre da un lato all’altro e limitarmi a rimettere la palla in campo. A me piace proprio la sensazione, anche quando l’altra serve bene, di provare a impattare più forte.
Qualche volta provo anche troppo, però secondo me oggi sono stata molto brava a unire risposte più impattate, di timing, con le risposte in back, che secondo me le hanno messo ancora più pressione al servizio. Spesso vedevo che non riusciva a sfondare e questo forse l’ha portata a fare qualche errore in più. Quindi sì, oggi sono stata molto brava. Non era scontato, perché magari poteva succedere che mi svegliassi e provassi a tirare tutto al massimo, però sono contenta di essere riuscita a trovare il giusto equilibrio“.
Poi c’è il sogno, dichiarato senza abbassare lo sguardo e con la freschezza di una 18enne. Perchè se non si sogna a quest’età, quando farlo? “Il sogno più grande, da quando sono piccola, è sempre stato diventare numero uno del mondo. Spero di vincere tanti Slam. Adesso non voglio darmi un numero, perché non voglio mettermi pressione e nemmeno limitarmi, quindi vedremo come andrà. Però spero che il duro lavoro di tanti anni venga ripagato. Sono obiettivi importanti, ma penso che sia giusto averli“.
E se c’è un torneo che occupa un posto speciale nel suo immaginario, quello è Roma. “Sono nata a Roma, sono italiana, e sarebbe meraviglioso vincerlo. Però alla fine la vittoria è la vittoria in qualunque torneo. Diciamo che Roma è forse un po’ sopra gli altri, ma in generale tutti i tornei contano“.
La chiusura riporta Grant alla sua età e alla sua quotidianità. La musica, i viaggi in macchina verso il circolo, la preparazione prima del match. “Mi piace molto ascoltare musica e, a dire la verità, proprio subito prima di entrare in campo non ne ascolto tantissima. Mi piace di più magari stare a parlare con gli allenatori. Però la mattina appena sveglia, mentre mi preparo, oppure soprattutto nei viaggi in macchina dall’hotel al circolo, o mentre mi scaldo atleticamente prima del warm-up in campo, mi piace ascoltarla. Un po’ di tempo fa ascoltavo molta più musica in inglese, ultimamente più italiana. Ti direi che i miei cantanti preferiti sono Capo Plaza e poi mi piace anche Artie 5ive, quelli comunque della mia età. Però Capo Plaza lo ascolto tanto“.
