Un Grigor Dimitrov visibilmente orgoglioso e sereno analizza la sua faticosa ma straordinaria vittoria in cinque set contro l’azzurro Matteo Berrettini. Entrato nel tabellone principale grazie a una wildcard, il tennista bulgaro riflette sulla sua ritrovata maturità mentale, sul profondo legame con il coach Jamie Delgado e sulla capacità di vivere il presente accettando gli alti e bassi della sua carriera. Con lo sguardo già rivolto alla prossima sfida contro il beniamino di casa Arthur Fery, Dimitrov esprime tutta la sua gratitudine verso il pubblico e il tennis, riassaporando la pura gioia del competere ai massimi livelli. Di seguito, le dichiarazioni rilasciate dal caro vecchio Grigor nel corso della conferenza stampa post-match.
D: Grigor, un’altra grande vittoria oggi. Sei felice, immagino?
GRIGOR DIMITROV: “Oggi è stata una giornata incredibile, incredibile. Che posso dire? Pensavo che il match sarebbe andato un po’ più liscio dopo i primi due set. Ma devo dare un sacco di merito a Matteo (Berrettini, ndr.). Voglio dire, per come ha lottato durante tutta la partita. Tanto di cappello a lui per questo. Non ha mai smesso di lottare, non ha perso la fiducia e per un bel po’ non ha nemmeno perso il servizio. Quello è stato un grosso problema. Però, ripeto, è stata una partita con un’atmosfera pazzesca, e credo di essermi davvero caricato grazie a quella. È stato un momento meraviglioso essere là fuori”.
D: Credi nel destino?
GRIGOR DIMITROV: “Sempre, amico. Sempre. Credo sempre nel destino. Il tetto si è chiuso nelle ultime tre partite. Credo nel destino, ma in questo momento sto solo vivendo il presente. Credo sia tutto ciò che sto cercando di fare ogni singolo giorno quando scendo in campo, che debba giocare una partita o meno. Voglio solo continuare su questa strada. Lo so che suona un po’ come un cliché, ma in questo momento il risultato per me diventa secondario. Credo che si tratti di innamorarsi di nuovo del gioco e di tutto quello che ho passato negli ultimi 12 mesi; la portata di tutto questo per me è completamente diversa. Prendo tutto un giorno alla volta”.
D: Partita fantastica. Hai giocato un match fantastico dal punto di vista tecnico, fisico e mentale. C’è qualcosa che ti sorprende di più tra questi tre aspetti? Tu sei nato nel ’91. Nel 2001 il torneo fu vinto da Goran Ivanisevic, che ottenne una wildcard mentre era al numero 125 del mondo. Tu eri al 146. Pensi che sia fattibile vincere il torneo?
GRIGOR DIMITROV: “Quando hai una racchetta in mano, tutto è possibile. È una bella storia, no? Non voglio correre troppo con la testa. Ma davvero, sono solo orgoglioso. Sono orgoglioso di riuscire a gestirmi nel modo in cui lo sto facendo in questo momento. Sento di aver fatto bene le cose che hai appena menzionato prima. Penso che se anche avessi perso la partita oggi sarei stato comunque orgoglioso, perché sapevo di aver dato tutto quello che potevo. C’è una linea così sottile quando vinci o perdi sul modo in cui ti tratti mentalmente.
È molto difficile da spiegare per me, quindi cercherò di riassumerlo: è come se, quando vinci, inizi a fossilizzarti sulla minima cosa che hai fatto sul campo. E se perdi, ti concentri sulla cosa più grande, giusto? C’è sempre quella linea sottile per cui devi cercare di mantenere un equilibrio da entrambe le parti. Tutto quello che volevo fare era competere, rimanere presente, rimanere in forma fisicamente e mentalmente. Perché se ci pensi, nel terzo e nel quarto set non ho potuto fare granché. Mi stava surclassando completamente. Non c’era molto che potessi fare. C’era quel piccolo margine in cui mi dicevo: ‘Okay, potrei avere una chance’. Poi, a poco a poco, costruisci quella solidità mentale e, quando il gioco si fa duro in quei momenti importanti, sono stato davvero in grado di usarla. Questo ha fatto la differenza oggi”.
D: Sei qui grazie a una wildcard. Hai dovuto chiederla tu o sapevi che il club stava valutando di invitarti dato che eri fuori dai primi 100? Come hai vissuto queste settimane prima del torneo?
GRIGOR DIMITROV: “Oh, devi chiedere, devi chiedere. È proprio questo il punto. Sono molto grato a Wimbledon per avermi concesso la wildcard, perché credo che in ogni caso avrei giocato le qualificazioni. Non è un segreto. Qualunque torneo giocassi prima, sapevo che avrei dovuto fare le qualificazioni di Wimbledon. Quindi è stato molto difficile per me pianificare un calendario, non ti mentirò. Le cose stavano davvero così. Ero molto incerto se andare a giocare a Dublino o a Maiorca, perché poi sarei dovuto essere qui per le qualificazioni. C’erano un sacco di “se” nell’aria. Alla fine ho semplicemente chiesto. Se va bene, fantastico. Se no, fantastico lo stesso. Sì, hanno avuto fiducia in me.
Ho ricevuto la notizia e ho potuto iniziare a proiettarmi mentalmente sulla cosa, sapendo che sarei stato nel tabellone principale. Questo mi ha dato alcuni giorni per prepararmi davvero sia fisicamente che mentalmente. Tutta la mia preparazione era basata sul dire: ‘Okay, giocherò qualche partita qua e là, poi andrò a fare le qualificazioni con la speranza di farcela‘. E invece eccoci qui”.
D: Puoi spiegare perché hai riportato Jamie Delgado nel tuo team? Cosa porta al team? Ha vinto il titolo qui con Andy Murray 10 anni fa.
GRIGOR DIMITROV: “Io e Jamie abbiamo sempre lavorato bene. Vediamo il gioco allo stesso modo. Penso che sia bravissimo a gestire tutto il team, me compreso. Parliamo una lingua comune su ciò che deve essere fatto, mi semplifica molto le cose. È molto importante avere una buona sintonia lavorativa. E lui c’è già stato, l’ha già fatto in così tante occasioni diverse con giocatori straordinari in passato. Io ho una data di scadenza, quindi per me era importante stabilire i limiti, le regole e gli obiettivi. È semplicemente così. Non so per quanti altri anni giocherò. Nessuno lo sa al momento.
Ma abbiamo un obiettivo molto chiaro, una visione limpida di ciò che va fatto adesso e di ciò che possiamo fare. Lui è bravissimo in questo, nell’aiutarmi a gestire tutti questi momenti, perché per me è ‘ora o mai più’ per dare l’ultima spinta alla mia carriera. Sì, credo ancora in me stesso. Ho giocato un buon tennis. So di aver avuto una carriera per certi versi piuttosto folle, con alti e bassi, picchi e crolli, tutto quanto. Lo capisco, ne sono consapevole. E non cambierei una virgola. Al momento ci stiamo dando dentro con tutte le forze su ciò che va fatto, indipendentemente dal risultato, e continuiamo a credere nel percorso e nel piano. Anche lui è stato in grado di farlo. È stato capace di rendere le cose un po’ più semplici. Inoltre, l’esperienza che ha accumulato mi fa riflettere da una prospettiva diversa, il che è utilissimo per il punto in cui mi trovo”.
D: Al prossimo turno giocherai contro un giocatore britannico, Arthur Fery, un’altra wildcard. Quanto sai di lui? Essendo uno che ha già battuto Andy Murray qui, com’è giocare contro un britannico e contro il pubblico di casa?
GRIGOR DIMITROV: “Non sarà una partita facile. L’ho visto giocare. È un grande combattente. Gioca in casa. Insomma, seconda settimana, Wimbledon, un campo importante. Posso assolutamente comprenderlo (sorride). No, affronterò questa partita come ogni altra. Non è cambiato nulla da parte mia. Mi concentrerò solo sul mio lato della rete, su quello che voglio fare e ottenere in campo. Cercherò di trovare una soluzione per quel match. Come ho detto, l’ho visto giocare, è un ottimo giocatore. Sì, sono sicuro che saremo entrambi pronti per la sfida”.
D: Hai parlato molto del vivere il momento, senza pensare ai risultati. Immagino che in uno sport come questo, dove i risultati definiscono quasi tutto, a volte possa essere difficile. Quando è avvenuto questo cambiamento in te? Cosa ti ha spinto ad adottare questa mentalità?
GRIGOR DIMITROV: “Quando ho avuto il tempo di guardarmi dentro negli ultimi 12 mesi, ho avuto il tempo di fermarmi e guardare indietro alla strada percorsa. Ci sono così tanti momenti belli e brutti, di tutto. Ma arriva anche un momento in cui devi semplicemente provare un approccio un po’ diverso per cose diverse. Magari hai combattuto contro qualcosa per così tanto tempo e poi si scopre che forse stavi combattendo la cosa sbagliata. Non lo so. È difficile per me riassumerlo, ma è andata così e, sai, questi sono i momenti che in un certo senso avevo un po’ dimenticato.
Le ultime tre partite che ho giocato – non parlo solo di stasera o di quella prima, proprio le ultime tre – mi hanno davvero ricordato una parte diversa di me stesso. Ed è fantastico. Certo, vincere aiuta. Non fraintendermi. Voglio dire, chi non vorrebbe vincere? Ma ci sono così tante altre cose che sono entrate in gioco e che devi essere in grado di gestire: pensieri e tutto il resto. Quindi ho dovuto lavorare molto su me stesso per questo. E non è finita. Il lavoro non è finito. Penso di essere solo all’inizio. Non fraintendermi, c’è ancora così tanto da scoprire, da provare e potenzialmente da fare meglio. Chi lo sa?Ma al momento sto solo facendo del mio meglio sulle cose che dipendono esclusivamente da me”.
D: Non ci sono molti giocatori che giocano come te. Di fatto, potresti essere l’ultimo dei Mohicani. La gente apprezza il tuo stile old school. Hai persino scavalcato la rete con un salto come facevano i giocatori negli anni ’40. Riguardo alla tua eredità, la gente dirà: “Grigor era un uomo di classe, un tipo forte”. Come interpreti questa popolarità?
GRIGOR DIMITROV: “Non lo so, penso che dovresti chiederlo a loro. È questo il punto. Ovviamente mi sono sentito molto amato e supportato da tutti durante tutta la mia carriera. Su questo non farò il modesto, lo vedo perfettamente, lo percepisco e lo capisco anche. Ma c’è una parte di me che ha sempre voluto vincere non solo per se stessa. Penso che forse sia proprio questa la parte che le persone percepiscono. Che sia per la mia famiglia, per i miei fan, ogni volta che torno in campo voglio vincere, ma voglio vincere anche per loro, per voi ragazzi, per tutti quelli che mi sostengono.
Questo è il mio modo di dimostrare gratitudine. Ripeto, la mia carriera è stata molto tumultuosa, se ci pensi. Lo è stata. Ma d’altra parte ho vissuto dei momenti pazzeschi che custodirò per sempre. Penso che finché giocherò, cercherò sempre di regalare questi momenti sul campo, e fuori dal campo cercherò solo di essere me stesso nel miglior modo possibile. Non voglio nascondermi. Non è mai stato il mio forte, anche se a volte avrei preferito non essere così esposto. Però sì, sono felice di come sono. Lo faccio per l’amore verso questo sport, per l’amore verso i tifosi, la mia famiglia, i miei agenti, gli amici, le persone che mi sono state vicine per così tanti anni, e in particolare nei mesi più difficili. Ed è in quei momenti che vedi davvero la verità in ognuno, una volta che attraversi tutto questo”.
