Nelle settimane precedenti, il circuito è stato scosso dalla notizia di un’ipotetica rivoluzione messa in atto dall’ATP – prevista per il 2028 – che inficerebbe sulla specialità del doppio. Su Ubitennis, abbiamo già approfondito la questione, raccontando le prime reazioni del backstage, e dei professionisti della disciplina, che si sono subito mobilitati per tentare di arrestare un cambiamento che ucciderebbe sportivamente, e lavorativamente, i doppisti.
Una specialità già sottodimensionata, e poco remunerata dal circuito ATP, che tutela di gran lunga il singolare, destinando soltanto il 20% del montepremi di ciascun torneo al doppio. L’entrata in vigore dell’ipotetico nuovo regolamento andrebbe ad aggravare ancor di più una situazione già non del tutto paradisiaca per i tennisti professionisti della disciplina “a coppie”, che vedrebbero il loro montepremi dimezzato, rendendo praticamente impossibile la loro sopravvivenza nel tour.
Boutter: “Perdere il doppio sarebbe deplorevole”
Sulla delicata questione si è anche espresso l’ex tennista francese ed ex Direttore del Moselle Open, Julien Boutter, intervistato dall’Equipe. Boutter, che nel corso della sua carriera si è dedicato sia al singolare che al doppio, ha poi vissuto in prima persona la gestione di un’intera tappa di categoria ‘250, comprendendo la differenza sostanziale di introiti tra le due specialità tennistiche. “Il doppio è una disciplina incredibile. Fa parte del mondo del tennis, è una questione culturale, quindi perderlo sarebbe deplorevole“, sottolinea l’ex tennista francese, che però non ha potuto esimersi dall’analizzare la dinamica in maniera oggettiva: “In qualità di direttore del torneo, ultimamente osservavo quali giocatori si iscrivevano nei due tabelloni pensando che ciò avrebbe consentito di risparmiare… Ci si rende conto che negli ultimi dieci anni i giocatori di singolo e gli specialisti del doppio sono diventati due categorie completamente distinte. Perché il tennis è diventato talmente impegnativo che i ragazzi non riescono più a conciliare il doppio come facevano Evgeny Kafelnikov, Wayne Ferreira, Jonas Björkman e tutta quella generazione. Il livello è aumentato e si è intensificato a tal punto che non possono più sprecare energie, nemmeno per tre o quattro partite di doppio”.
“In termini di popolarità non c’è alcun interesse”
La testimonianza di Boutter conferma – ma non v’era alcun dubbio su ciò – che il circuito ATP sia stuzzicato dall’idea di ridimensionare fortemente il doppio per una mera questione economica, dato che i match e i nomi dei specialisti della disciplina non vendono abbastanza biglietti, portando pochissimi introiti. L’ex tennista francese ribadisce: “In termini di popolarità, non c’è alcun interesse per un torneo, né per il suo pubblico, nell’avere giocatori che praticano solo il doppio. Al Moselle Open siamo sempre stati un po’ protetti perché, di solito, c’era una squadra francese in finale. Quindi, automaticamente, il palazzetto era praticamente pieno. Ma altrimenti, è un disastro! Posso persino dirvi che a un certo punto i giocatori di singolare ne avevano abbastanza perché nel palazzetto non potevano allenarsi a causa degli specialisti di doppio che occupavano i campi. Quando sei costretto a condividere il campo con giocatori che fanno le loro serie di servizi e risposte, la cosa fa arrabbiare tutti…”
“Agli organizzatori viene chiesto di spendere soldi per qualcosa che non frutta guadagno”
Nonostante il legame affettivo e i ricordi di Julien, quest’ultimo non utilizza mezzi termini quando si parla del rapporto tra il doppio e gli interessi economici dei tornei. E la sua testimonianza non è altro che un assist nei confronti dell’ipotetica rivoluzione messa in atto dall’ATP: “A noi organizzatori di tornei viene chiesto di spendere soldi per qualcosa che non frutta alcun guadagno. Non ha alcun senso. In un’azienda, puoi tranquillamente investire nella pubblicità, ad esempio, perché poi ne trarrai un ritorno. In questo caso, invece, paghiamo i giocatori, oltre alle spese che comportano, e loro non contribuiscono a vendere nemmeno un biglietto. Questo sistema non è sostenibile. Al Moselle Open, su un budget di un milione di euro, il 20% veniva destinato al doppio, tra montepremi e logistica. Con quei 200.000 euro potresti organizzare un torneo per ragazzi di 14-16 anni che sono tra i migliori al mondo. È una scommessa sul futuro perché forse, tra due o tre anni, saranno nel tuo tabellone. Hai una storia da raccontare e questi soldi vengono investiti in modo utile“.
