Stan Smith, leggenda della Davis

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Stan Smith, leggenda della Davis

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TENNIS – Nonostante i due Slam vinti in carriera (Us Open ’71 e Wimbledon ’72), Stan Smith sarà per sempre ricordato come uomo Davis per il suo fondamentale contributo, con sette coppe vinte in dieci partecipazioni: nel giorno del suo 67 esimo compleanno riviviamo la storica finale vinta nel 1972 contro la Romania. 

“Si tratta di uno dei più grandi giocatori di Coppa Davis della storia, ha vinto Wimbledon e gli Us Open, con Bob Lutz ha formato un doppio memorabile; quello che colpisce di Stan Smith è che ha vinto un’accentuata goffaggine adolescenziale, riuscendo a diventare un tennista di alto livello, dotato peraltro di un ottimo serve&volley e capace di mettere una storica griffe nel quinto successo consecutivo degli Usa nella Davis del 1972”.

Pensieri e parole di Bud Collins tratti dalla sua famosa enciclopedia del tennis. Parole più che mai d’attualità se non altro perché si parla di Stan Smith, tennista statunitense protagonista degli anni ’70; è notizia di pochi giorni infatti che, dopo qualche stagione di assenza, la sneaker icona di adidas Originals e a lui intitolata, tornerà sul mercato.
Non si scandalizzino gli amanti del tennis, non s’interroghino sul paragone azzardato. Dagli elogi di Collins alle scarpe “Stan Smith” il passo è breve e forse un pelo beffardo ma questo lo sa anche lui, anche Stan. E lo sa per esperienza personale fin da quando suo figlio guardandolo con innocente candore gli chiese: ”Papà, ma sei nato prima tu o le scarpe che portano il tuo nome?”.
Un sorriso amaro, forse, quello di suo padre; il suo nome sarebbe stato per sempre indissolubilmente legato alla calzatura punta di diamante di Adidas.
Come svilire una leggenda in una scarpa dunque.

 

Ma Stan Smith meriterebbe di essere ricordato per ben altro dato che, come testimoniato dall’incipit di Collins, nella finale di Coppa Davis tra Romania e USA si concesse il lusso di scrivere la storia .

Correva l’anno 1972 e la pressione del rumeno Ion Tiriac aveva avuto il suo peso nel convincere l’ITF a eliminare il Challenge Round da quella che è passata alla storia come la prima competizione tennistica tra nazioni ad essere disputata con il nuovo formato; a rendere epici i contorni della sfida contribuirono il tremendo attentato di “Settembre nero” durante le Olimpiadi di Monaco di Baviera e lo scempio del “teatrino” di arbitri e giudici di linea che chiamavano fuori qualsiasi palla degli americani.
Al Club Sportif Progresul di Bucarest la Romania si presentava agguerrita dopo le sconfitte in finale del 1969 e dell’anno prima, rimediate proprio contro Smith e compagni; Nastase e Tiriac aizzavano la folla e in ogni dove tutti erano convinti della vittoria dei padroni di casa, ma in vero si sarebbe consumato di lì a poco l’ennesimo dramma sportivo. Terza finale, terza sconfitta. E da quel giorno mai più i rumeni sarebbero riusciti a centrare la qualificazione per l’atto conclusivo del torneo.
E dire che Tiriac era riuscito a riportare in parità il punteggio dopo aver rimontato di due set Tom Gorman imponendosi 4-6, 3-6, 6-4, 6-3, 6-2 mentre i 7 mila tifosi di casa facevano di tutto per distrarre lo statunitense al servizio. Nel primo match invece Smith si era imposto 11-9, 6-2, 6-3 su Nastase, nonostante quest’ultimo avesse servito invano per il primo set sul 9-8; e nel doppio in coppia con Van Dillen aveva confezionato il bis battendo nuovamente Nastase coudiuvato da Tiriac (con cui aveva vinto il Roland Garros nel 1970).

Ma veniamo al dunque, la partita decisiva; lo spannung risolutivo dell’incontro tra le due Nazioni. Nel match tra Smith e Tiriac, quest’ultimo vittima di un crampo, si fa incautamente massaggiare da un raccattapalle ma nonostante “l’aiuto” esterno, le chiamate arbitrali dichiaratamente avverse e tifosi decisamente ostili e quasi scorretti, l’americano riesce ad imporsi in rimonta in 5 set. “Pensavo che non mi avrebbero fatto vincere”, le parole dell’americano.
Nel punteggio finale 4-6, 6-2, 6-4, 2-6, 6-0 spicca l’ultimo set d’antologia; uno dei migliori parziali mai giocati nella storia del tennis. Quinto set memorabile, quinta Davis consecutiva per gli Usa e per Smith che riesce a mettere la sua impronta in tutti e tre i match vittoriosi.
Alla stretta di mano con l’avversario Smith dichiarò di aver perso molto del rispetto che nutriva nei suoi confronti ma Arthur Ashe, che quel giorno rimase sconvolto per le conclamate ingiustizie, si sarebbe così espresso anni dopo: “Ion è così, non è disonesto, non farebbe mai qualcosa di volutamente scorretto. Ma è abituato a credere che sia giusto piegare le regole per arrivare alla vittoria”.

Nel 1972 Smith aveva vinto anche Wimbledon, suo secondo Slam dopo gli UsOpen del 1971, e lo aveva fatto superando Nastase. Corsi e ricorsi certo, ma nessun successo precedente o futuro rispetto a quell’impresa ha mai cambiato di una sola virgola la sua storia. Tutto quello che era avvenuto prima, tutto quello che venne dopo. Niente di tutto questo.
Stan sarebbe stato ricordato per sempre come l’uomo della Davis, con 10 partecipazioni e contributi decisivi alla vittoria della Coppa in ben 7 edizioni; quando poi nell’edizione seguente del torneo avrebbe perso la sua prima partita (con Newcombe al quinto) delle cinque finali di Davis disputate , non lo avrebbe fatto notare nessuno. Era già leggenda.

Nel 1987 è stato inserito nella  International Tennis Hall of Fame. Bud Collins scrive di lui così: “Uno sportivo notevole, sempre concentrato e spesso vincitore. Non è un caso che sia stato inserito nella Top 40 dei più grandi giocatori di tennis di tutti i tempi nella rivista di Tennis Magazine del 2005”.
Ed oggi che la scarpa è tornata prepotentemente alla ribalta  irrompendo sul mercato, sembra quasi di rivederlo tornare a giocare sui campi da tennis con la stessa fierezza di un tempo e la stessa accattivante presunzione dei vincenti.

Per Collins “non è mai stato il migliore, ma è sempre stato tra i migliori,“ ma non chiamatelo eterno secondo perché Stan si è consacrato leggenda prima di molti ed oggi che le sue Adidas sono tornate, è il caso di dirlo: “Bentornato Stan”.
Ma forse non se n’era mai andato e non lo farà mai.

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CARRIERA E STATISTICHE DI STAN SMITH:

SINGOLARE

Migliori risultati negli Slam

Australian Open 3T (1970 – 1975)
Roland Garros QF (1971-1972)
Wimbledon W (1972)
Us Open W (1971)

Dettaglio

Vittorie/Sconfitte 658-271 (70.82%)
Match vinti/Persi al 5 set 15-15 (50%)
Titoli vinti sul cemento 13
Titoli vinti sulla terra 5
Titoli vinti sull’erba 4
Titoli vinti sul sintetico 12
Titoli vinti Indoor 21
Titoli vinti Outdoor 15
Best ranking 3° (23-8-13)
Prize Money 1.774.811 (Singolare e Doppio)

DOPPIO

Vittorie/Sconfitte  552-200 (73.40 %)
Best Ranking 5° (9-4-79)

COPPA DAVIS

Partecipazioni 1968-1969-70-71-72-73-75-77-79-81
Vittorie 15 nel singolare e 20 nel doppio
Sconfitte 5 nel singolare e 3 nel doppio

DI SEGUITO L’ELENCO DEI TITOLI VINTI NELLO SPECIFICO:

Titoli vinti nel Singolare (37)

1969 (1) Melbourne (Outdoor/Erba)

1970 (4) Masters  (Indoor/Sintetico) , Stockholm Open  (Indoor/Cemento) , Phoenix  (Outdoor/Cemento) , Hampton  (Indoor/Sintetico)

1971 (4) US Open  (Outdoor/Erba) , Cincinnati  (Outdoor/Terra) , London / Queen’s Club  (/) , Paris  (Outdoor/Terra)

1972 (9) Stockholm  (Indoor/Cemento) , Paris Indoor  (Indoor/Cemento) , Los Angeles WCT  (Outdoor/Cemento) , Sacramento  (Outdoor/) , Wimbledon  (Outdoor/Erba) , Washington  (Indoor/Sintetico) , Hampton  (Indoor/Cemento) , New York  (Indoor/) , Salisbury  (Indoor/Cemento)

1973 (8) Bastad  (Outdoor/Terra) , Dallas WCT  (Indoor/Sintetico) , Gothenberg WCT  (Indoor/Sintetico) , Brussels WCT  (Indoor/Sintetico) , Munich WCT  (Indoor/Sintetico) , St. Louis WCT  (Indoor/Sintetico) , Atlanta WCT  (Outdoor/Terra) , Philadelphia WCT  (Indoor/Sintetico)

1974 (4) Chicago  (Indoor/Sintetico) , Nottingham  (Outdoor/Erba) , St. Louis WCT  (Outdoor/Terra) , Hempstead WCT  (Outdoor/Cemento)

1975 (1) Sydney Indoor  (Indoor/Cemento)

1977 (1) Los Angeles PSW  (Indoor/Sintetico)

1978 (2) Vienna  (Indoor/Cemento) , Atlanta  (Outdoor/Cemento)

1979 (2) Vienna  (Indoor/Cemento) , Cleveland  (Outdoor/Cemento)

1980 (1) Frankfurt  (Indoor/Sintetico)

Titoli vinti nel doppio (53)

1968 (1) US Open  (w/Lutz, Outdoor/Erba)

1970 (3) Stockholm Open  (w/Ashe, Indoor/Cemento) , Berkeley  (w/Lutz, Outdoor/Cemento) , Australian Open (w/Lutz, Outdoor/Erba)

1971 (3) Stockholm Open  (w/Gorman, Indoor/Cemento) , Cincinnati  (w/Van Dillen, Outdoor/Terra) , Paris (w/Gorman, Outdoor/Terra)

1972 (2) Nice  (w/Kodes, Outdoor/Terra) , Madrid  (w/Nastase, Outdoor/Terra)

1973 (5) San Francisco  (w/Emerson, Indoor/Sintetico) , Bastad  (w/Pilic, Outdoor/Terra) , World Doubles WCT  (w/Lutz, Indoor/Sintetico) , Johannesburg WCT  (w/Lutz, Outdoor/Cemento) , Brussels WCT (w/Lutz, Indoor/Sintetico)

1974 (5) San Francisco  (w/Lutz, Indoor/Sintetico) , US Open  (w/Lutz, Outdoor/Erba) , Boston (w/Lutz, Outdoor/Terra) , New Orleans WCT  (w/Lutz, /) , Atlanta WCT  (w/Lutz, Outdoor/Terra)

1975 (5) Columbus  (w/Lutz, Outdoor/Cemento) , Washington  (w/Lutz, Outdoor/Terra) , Houston (w/Lutz, Outdoor/Terra) , Tokyo Indoor  (w/Lutz, Indoor/Sintetico) , Fort Worth WCT (w/Lutz, Outdoor/Cemento)

1976 (5) Wembley  (w/Tanner, Indoor/Sintetico) , Los Angeles  (w/Lutz, Indoor/Sintetico) , Cincinnati  (w/Van Dillen, Outdoor/Terra) , Rome WCT  (w/Lutz, Outdoor/Terra) , Indianapolis WCT (w/Lutz, Indoor/Sintetico)

1977 (6) Johannesburg WCT  (w/Lutz, Outdoor/Cemento) , Maui  (w/Lutz, Outdoor/Cemento) , Columbus (w/Lutz, Outdoor/Terra) , Las Vegas  (w/Lutz, Outdoor/Cemento) , Washington Indoor (w/Lutz, Indoor/Sintetico) , Hampton  (w/Mayer, Indoor/Sintetico)

1978 (3) US Open  (w/Lutz, Outdoor/Cemento) , Washington Indoor  (w/Lutz, Indoor/Sintetico) , Springfield (w/Lutz, Indoor/Sintetico)

1979 (6) Cologne  (w/Mayer, Indoor/Cemento) , Cleveland  (w/Lutz, Outdoor/Cemento) , Newport (w/Lutz, Outdoor/Erba) , Washington Indoor  (w/Lutz, Indoor/Sintetico) , Denver (w/Lutz, Indoor/Sintetico) , Birmingham  (w/Stockton, Indoor/Sintetico)

1980 (6) Johannesburg  (w/Lutz, Outdoor/Cemento) , Vienna  (w/Lutz, Indoor/Cemento) , US Open (w/Lutz, Outdoor/Cemento) , Las Vegas  (w/Lutz, Outdoor/Cemento) , Frankfurt  (w/Amritraj, Indoor/Sintetico) , Rotterdam  (w/Amritraj, Indoor/Sintetico)

1983 (2) Vienna  (w/Purcell, Indoor/Cemento) , Caracas  (w/Fillol Sr., Outdoor/Cemento)

1984 (1) Columbus  (w/Mayer, Outdoor/Cemento)

Si consiglia la lettura di Stan Smith’s Winning Doubles. Stan Smith Champaign, IL: Human Kinetics (2002)

Andrea Pagnozzi

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Vika Azarenka, la campionessa nata due volte

La ‘nuova’ Vika Azarenka è una campionessa ritrovata, dopo essere stata a un passo dal ritiro

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Credere in se stessi, sempre. Banale, certo, ma non così scontato. Per Vika Azarenka, questo concetto apparentemente semplice ma essenziale è un mantra che ne ha scandito l’intera esistenza. Se c’è un’atleta che possiede una fiducia incrollabile nelle proprie possibilità è proprio Vika. Ragazza apparentemente algida ma dal fare cortese, la campionessa bielorussa non è poi cosa fredda (anzi, tutt’altro!) ma possiede invece una volontà d’acciaio. Azarenka ha 31 anni e vanta una carriera ormai lunga ma, soprattutto, tennisticamente è nata due volte. Di questo sono capaci solo i fuoriclasse, ovvio, ma in particolare coloro che sono profondamente convinti di poter intraprendere e completare il percorso della risalita. Volli e fortissimamente volli, questo il motto che accompagna la rinascita di Vika Azarenka.

L’ASCESA ALL’OLIMPO DEL TENNIS – Eh sì, perché la campionessa bielorussa, dopo essere stata una delle regine indiscusse del circuito tra il 2012 e il 2013 e (tra alti e bassi) fino al 2016, conosce poi un periodo di grande crisi. Con il suo tennis esplosivo, a tratti inarrestabile, Azarenka si afferma tra le grandi vincendo il suo primo Slam a Melbourne (2012) dopo aver vinto titoli importanti già nel 2009 e nel 2011 (due volte il torneo di Miami, rispettivamente contro Serena e Sharapova). In quella magica estate australiana, Vika sbaraglia tutte le avversarie e vince il torneo facendo un sol boccone di Maria Sharapova in finale, totalmente inerme di fronte al tennis dominante – e anche chirurgico – dell’avversaria. Vittoria che le vale la prima posizione mondiale. Nello stesso anno si issa in finale allo US Open, fermata da Serena in tre set.

Il momento magico continua anche nel 2013, con il secondo sigillo in Australia (batte Li Na in una finale al cardiopalma) e il raggiungimento di un’altra finale newyorkese, ancora persa contro Serena Williams al terzo set. Poi alti e bassi, tra infortuni e cambio di allenatore, fino alla storica doppietta Indian Wells – Miami nel 2016 ottenuta battendo in finale prima Serena e poi Kuznetsova (terza tennista a realizzarla dopo Steffi Graf e Kim Cljisters).

 

Ma il trofeo più bello per Victoria giunge il 19 dicembre 2016, quando nasce Leo, il bimbo avuto dal compagno statunitense Billy McKeague. I due si separano alcuni mesi dopo e comincia una lunga battaglia giudiziaria per la custodia del piccolo, voluta dall’ex compagno, che costringe Vika a mettere in pausa la carriera tennistica per l’impossibilità di lasciare il suolo americano. Salta dunque tutta la stagione 2017 per riprendere infine le gare nella primavera del 2018.

COMEBACK DIFFICILE E RINASCITA – La ripresa si rivela però complicata e tutta in salita. Ritrovare il tennis ‘di ritmo’ che l’aveva fatta schizzare in cima alla classifica non è scontato. Sono due anni di tante sconfitte e qualche rara vittoria. Nel 2018 giunge in semifinale a Indian Wells e nel 2019 disputa la sua prima finale dopo tre anni, a Monterrey. Poi non gioca più dallo US Open 2019 fino al marzo del 2020. La stagione comincia maluccio, con due sconfitte a Monterrey (prima della pandemia) e Lexington, alla ripresa. Poi, improvvisamente, scatta qualcosa.

Dopo aver più volte considerato l’idea di ritirarsi definitivamente dal circuito, la bielorussa fa un ultimo tentativo, supportata dal nuovo coach, il giovane francese Dorian Descloix. Terminato il riposo forzato dovuto alla pandemia, quella che scende in campo in agosto per il torneo di Cincinnati (ma sui campi di New York) è una giocatrice il cui fuoco dentro brucia di nuovo. Tenuta atletica eccellente, timing perfetto nel colpire la palla, una ritrovata profondità e pesantezza di colpi, siluri che schizzano vicino alle righe. Insomma l’ex n. 1 del mondo gioca di nuovo da numero 1. Niente da fare per Donna Vekic, Caroline Garcia, Alizé Cornet e Ons Jabeur, tutte sconfitte in due set. In semifinale, contro Johanna Konta, la bielorussa fatica di più; perde il primo set, rimonta e la vittoria è sua al terzo. In finale, Naomi Osaka, infortunata, dà forfait. Dopo tre anni e mezzo, la Azarenka solleva nuovamente un trofeo, per giunta in un Premier 5. Ma non finisce qui.

I campi di Flushing Meadows, che tanto le hanno sorriso negli anni passati, le portano ancora fortuna. Vika continua imperterrita la sua corsa e si ripresenta pressoché ingiocabile contro Barbara Haas, Aryna Sabalenka e Iga Swiatek (che poi vincerà a sorpresa il Roland Garros). Karolina Muchova la trascina al terzo ma Vika non si scompone; rimonta e vince. Nasconde la palla e Mertens ai quarti e in semifinale travolge Serena Williams alla distanza, vincendo al terzo set. Dodici vittorie di fila per lei, con un tennis che ricorda da molto vicino quello espresso nel 2012 e nel 2013. Vika è una roccia in campo, è tornata a coniugare le giuste misure e la spinta perfetta con le gambe e il resto del corpo. Senza contare la solidità mentale prolungata, che le permette di essere più lucida e nettamente superiore alle avversarie – la vediamo spesso chiudere gli occhi e isolarsi, in panchina, sull’obiettivo da cogliere in campo.

All’ultimo round, però, contro Naomi Osaka – che stavolta scende in campo – forse paga lo scotto di un tale tourbillon e della lunga tensione mentale. Dopo averla stordita nel primo parziale con un rapido 6-1, Vika esaurisce benzina e lucidità e cede alla giapponese per 6-1 3-6 3-6. Il filotto delle 12 vittorie si interrompe ma Vika è comunque raggiante. Per lei è la quinta finale slam in carriera. Protagonista di un comeback da sogno, ritorna in Top 15. Ma, soprattutto, a 31 anni, può ancora considerarsi tra le più forti del circuito. Nonostante il rapido passaggio dal cemento alla terra, a Roma si issa ai quarti di finale – fermata da Muguruza (che disputerà la finale). Non va oltre il secondo turno al Roland Garros ma, nell’ultimo suo torneo della stagione, a Ostrava, si regala un’altra finale (contro la connazionale Sabalenka, che vince il torneo).

In una stagione difficile, quasi surreale, dopo aver ritrovato la serenità nella vita privata, indispensabile per vincere, Vika Azarenka dimostra di poter ancora “graffiare” le avversarie. Chiude l’anno al n. 13 del ranking WTA, tennisticamente rinata e forgiata dall’esperienza accumulata negli anni, che si manifesta anche nei suoi post Instagram, che sfrutta per condividere (oltre ad alcuni momenti della sua vita quotidiana) pensieri sull’importanza di avere fiducia in se stessi, senza mai dimenticare che niente è impossibile. Prima tennista, poi mamma, quindi tennista e mamma: se lo dice una roccia come Vika, possiamo crederci.

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Massimo Cierro: memorie di un tennista

Non di soli predestinati è fatta la storia del tennis. Oggi vi raccontiamo la storia di Massimo Cierro, ex tennista napoletano, che batté Muster ma non ci riuscì con Connors

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5-2, manca un game, poi set, match e torneo. Al servizio la coppia avversaria. Prima risposta buttata via. Fuori. Palesemente fatto apposta.
“Ma cosa fai, dobbiamo chiudere”.
“No, il torneo si vince quando sarò io a servire!”
“Ma non possiamo rischiare, e poi non ho mai vinto un torneo di doppio, mica vuoi lo perda così?”
“Ho detto che devo essere io a servire il game decisivo della vittoria e basta”.
E via palle sparacchiate nei teloni fino al game in questione.

Al servizio Julio Goes. Il game tanto invocato. Il suo. Doppio fallo.
“A fine match giuro che ti strozzo, non esiste che perda così una partita vinta e il torneo”.
“Non preoccuparti”.
Altro doppio fallo. Rabbia, insulti e lacrime si mischiano.
“Bene, adesso si fa sul serio, piazzo quattro ace e vinciamo il titolo e tu la smetti di frignare! Te l’ho detto, si vince quando sarò io a servire ed ora sono io che sto servendo”.
Due ace e due servizi vincenti, da 0-30, game set, match e torneo. Massimo Cierro vince il torneo in coppia con Julio Goes, tennista brasiliano e persona sui generis che per dimostrare a chi lo pensa di non sbagliare, da vita a una esultanza/danza il cui leit motiv è… indicare i genitali al pubblico.


Agadir, Marocco. 1992. Cierro vs Davin. Match point Cierro sul 6-5. Massimo si gira verso Castellani che lo segue in quel periodo.
“Cosa faccio, che ho una paura?”
“Batti e scendi”.
“Sicuro Albè?”
“Batti e scendi”.
“E battiamo e scendiamo”.
Se Castellani ha detto di far così, si fa così. Servizio, risposta nei piedi, splendida volée stoppata, Davin prende la palla al secondo rimbalzo e la ributta di là. Racchetta in aria ed esultanza. L’arbitro chiama la parità. Proteste di Cierro, perplessità di chiunque ha visto. Il match continua ma per Massimo è finito là. Vince Davin 7-6 al terzo.


Massimo Cierro da Napoli, famiglia di tennisti e il fratello Gianni come coach, raggiunse l’apice della notorietà battendo a Roma nel 1991 Karel Novacek, top 10 e fresco vincitore del torneo di Amburgo dove aveva steso Becker in finale. Cierro non era, per gli addetti ai lavori, un (cog)nome nuovo, di lui si parlava già da un po’ per i buoni risultati che stava ottenendo nel circuito. Durante la sua carriera avrebbe raccolto diversi scalpi tra cui un giovanissimo Muster, Korda, Schapers, Alberto Mancini, Martin Jaite, perso incontri ben giocati come quello col finalista di Roma 1988 Perez Roldan e giocato non come avrebbe potuto e voluto contro Connors (Roma 1989) e Vilas. Vinse cinque titoli di Campione d’Italia (tre in doppio e due in singolare) che gli valsero anche, cosa bizzarra, un contratto con Lacoste, da sempre marchio di riferimento della “francesità”.

 

Ha prodotto un modello di racchetta davvero strano Lacoste, in mano a Forget va che è una meraviglia. Ha la particolarità di essere simmetricamente ammaccata ai lati dell’ovale, che chi la vede pensa di essere ubriaco prima di realizzare che proprio di un’ammaccatura si tratta. Massimo non è che ci si trovi tanto bene, e prima di partire per Parigi va in una autocarrozzeria e fa dipingere di nero le sue vecchie racchette su cui farà apporre il logo del coccodrillo.

Parigi finalmente. Primo turno sul campo 1 contro Henry Leconte. Caos tra racchette vecchie pittate, nuove ammaccate e l’emozione e difficoltà di giocare al Roland Garros contro un francese. Leconte è tanta roba, tanta spocchia e ancor maggiore talento e braccio veloce. Poco da fare, buon secondo set, primo e terzo un po’ meno e il match viene archiviato nella cartella “è meglio perdere che non essersi mai incontrati.”

Sarà vero che uno sportivo abbisogni di una corretta alimentazione? Cierro ricorda, in quel di Rotterdam, quando con l’amico Cancellotti commentavano le imprese culinarie di Camporese, mentre loro pesavano e contavano anche le foglie di insalata. Qualche giorno dopo avrebbero commentato quelle tennistiche. Omar vinse il torneo in finale contro Ivan Lendl, match che chiunque può trovare sul tubo e apprezzarne il folle finale con la chicca della telecronaca del duo Scanagatta/Lombardi.

In rilassati pomeriggi al sole, Cierro nei panni di Massimo, racconta di questo ed altro, di quando in un primo turno a Roma, si prese a male parole con Pistolesi rimediando una multa di consistenza appena inferiore al piacere della vittoria o quando il giovane Nargiso affermava senza pudore alcuno di essere nel tennis quello che Maradona era nel calcio prendendosi gli insulti e sfottò di chiunque. E ancora della annichilente personalità di Capitan Panatta, della competenza di Paolo Bertolucci, di Barazzutti “dedizione e lavoro” e Zugarelli mix degli ultimi due. Sorride nel ricordare la testa scollegata dal talento di Paolo Canè contro cui ha anche vinto, la tigna organizzativa di Piatti, di cui ha battuto l’allora pupillo Furlan e di quando Rino Tommasi, durante un US Open, lo umiliò nelle sue pagelle che la metà sarebbe bastato.

Cierro è stato numero 113 del mondo. Dotato di buona gamba e capacità di muovere il gioco, avrebbe potuto avere una carriera migliore se avesse creduto maggiormente in se stesso da dedicarsi con più convinzione anche alla stagione sul duro. Purtroppo in quegli anni il tennis in Italia nasceva e finiva sul rosso e nessuno pensava di poter azzardare altro ed oltre. Eppure si poteva. I successi di Pozzi, Camporese e del Pescosolido di Scottsdale stavano a dimostrarlo, iniziando a sdoganare il concetto, tutto latino, dell’imprescindibilità del tennis dalla terra.

Chi non agisce non ha rimpianti. Massimo ha quelli di aver buttato qualche match, su tutti quello contro Connors e di non aver intrapreso la carriera di coach. Adesso si gode la sua vita di tecnico federale, insegnando tennis in un circolo sul mare nella sua Napoli, raccontando a chi vuol saperne, dell’Italia del tennis negli anni ’80 e ’90, di quando Mc Enroe e Lendl avevano pensionato le star del decennio precedente e Becker, Edberg e Wilander dominavano ignari che la generazione del 1970/71 stava per spazzare via tutto, ridisegnando il tennis e trasportandolo in una nuova era.

Il libro della Storia dell’uomo raccoglie tanti capitoli e tante singole storie. La copertina di ognuno ha per l’icona l’eroe degli avvenimenti che narra. Quella di Massimo Cierro è quella di un ragazzo normale, che si divertiva a giocare a tennis e che, passo dopo passo, si è ritrovato a recitare se stesso con una racchetta in mano, nei grandi teatri che quel palcoscenico offriva. Non di soli predestinati son pieni gli avvenimenti. Una canzone la canta per primo il cantante, ma poi a tutti appartiene.

“La storia siamo noi
nessuno si senta offeso
siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo
la storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso”


Ancora, su Massimo Cierro: fu lui a soprannominare ‘Diavolo’ lo svedese Kent Carlsson

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Au ReVoir Edouard, tennista quasi mai peRVenuto

A fine 2016 ha annunciato il ritiro dal singolo Edouard Roger-Vasselin. Nel menefreghismo più totale. Oggi gioca le ATP Finals con Melzer. Il ritratto di un tennista mediocre tracciato da un innamorato Davide Orioli

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Edouard Roger-Vasselin (via Twitter, @FFTennis)

Ormai quasi quattro anni fa, un Roger abbandonava l’attività di singolare. Si era a fine 2016 e fu una settimana movimentata per il tennis: l’assalto a Petra Kvitova, il fidanzamento di Serena, il ritorno di quell’altro Roger, il ritiro di Ivanovic. Oltre al prevedibile riprendere di tornei e competizioni. Non sorprende che in mezzo a tutto ciò fosse passata inosservata la notizia del mezzo ritiro di un giocatore. Edouard Roger-Vasselin, da quel momento, si sarebbe infatti concentrato solo sul doppio.

Oggi Roger-Vasselin è ancora in piena attività, e nelle ultime quattro stagioni ha vinto otto titoli con cinque partner diversi e raggiunto anche una finale Slam, a Wimbledon nel 2019, in coppia con Nicolas Mahut. A partire dal torneo di Bercy 2019 e per tutto il 2020, invece, ha sempre giocato in coppia con Jurgen Melzer ed è riuscito a trovare abbastanza continuità da centrare la qualificazione per le ATP Finals (esordirà quest’oggi alle 19, contro Pavic e Soares).

Per celebrare questo piccolo traguardo raggiunto dal tennista francese – che aveva già giocato le Finals nel 2014, assieme a Benneteau, raggiungendo la semifinale – vi riproponiamo un articolo scritto dal nostro Davide Orioli, rimasto (colpevolmente!) incastrato nel limbo degli articoli che non hanno mai visto la luce. Davide era e rimane un grande estimatore del Roger meno famoso. Ma non per questo, meno degno di celebrazioni.

 

Diciamoci la verità Edouard, la notizia del tuo mezzo ritiro sarebbe passata inosservata anche a metà dicembre, anche quando i tabloid e i siti vanno a recuperare match d’archivio, statistiche insulse, gossip inventati pur di riempire la prima pagina con qualcosa di inerente al tennis. E questo perché tu, caro Edouard, non conti quasi nulla; non hai vinto niente, non hai carisma, non sei bello, non sei personaggio. Hai però una cosa buona: un animo gentile e fanciullo. Una totale mancanza di cattiveria sia umana che agonistica, che forse in carriera ti è costata qualcosa. Ma, allo stesso tempo, ti ha fatto guadagnare un riconoscimento che nessun altro ha: divenire il paladino, l’uomo simbolo, il portabandiera del Bagel di Ubitennis. Traguardo del quale, da perdente quale sei, non sei nemmeno a conoscenza.

Mi ricordo, caro Edouard, quando la nostra storia d’amore tennistico cominciò: eravamo a Chennai, tre anni orsono. Entrambi neofiti. Io per la prima volta scrivevo articoli, tu per la prima volta ti giocavi un torneo con buone chance. In finale un omone grosso e potente di nome Stan fece polpette di te, era il 2014 e quello svizzero dal naso paonazzo 3 settimane più tardi avrebbe alzato al cielo il suo primo trofeo Slam. “Fallire. Provare di nuovo. Fallire meglio” portava tatuato, e porta ancora, sull’avambraccio. Dovrebbe vergognarsene, come può giudicarsi un fallimento un tennista che ha vinto in carriera 3 slam? Quel tatuaggio è tuo, tuo di diritto caro Edoaurd. Perché ti sei posto obiettivi piccoli, realistici e plausibili, e sei riuscito a fallire anche quelli. Invece che mirare alle aquile hai tirato ai polli, e hai preso i sassi.

Mi ricordo, sì io mi ricordo caro Edouard, che ero cronista timido e non mi osavo al mio primo torneo fermare tennisti nei vialetti, non sapevo manco se era concesso, non lo so nemmeno ora. Ma passando di lì col tuo coach mi guardasti con quel tuo sorriso bambino mentre andavi a prepararti per la semifinale contro Granollers. Ed era uno sguardo così umano, terra terra, umile, che mi venne naturale fermarti e scambiare due parole. Da lì diventasti il mio eroe. Edouard Roger-Vasselin, il tennista così semplice e disponibile, così educato.

Édouard Roger-Vasselin

Mi ricordo, sì io mi ricordo, che mi confessasti il tuo sogno. Non è Wimbledon. Non è la moglie pin up. Non era manco la Davis che pure non sei andato lontano dal vincere. Magari l’avresti vinta pure, se in finale non avessero convocato in doppio contro quel solito svizzero di cui sopra e il suo amichetto un po’ più bravo di lui, uno zoppo e un giullare. Potevi fare la voce grossa, dire: “Sono il campione di doppio del Roland Garros!”. Invece ti sei preso i soliti sberleffi restando in tribuna.

No il tuo sogno dicevo, era semplice, piccolo, umile: raggiungere la seconda settimana di uno slam. Non solo non ci sei mai riuscito, ma da perfetto fallimento sei andato due volte a un misero punto, contro Kevin Anderson a Parigi, prima di arrenderti e accantonare il tuo desiderio. Sì ok, ti sei consolato in doppio: con Benneteau (un altro perdente mica da poco, dieci finali ATP e mai un titolo compresi 5 championship point sprecati contro Joao Sousa, all’epoca sconosciuto fuori dalla top100) avete vinto il RG. Ma si sa, il doppio è il cimitero dei mediocri, o il divertimento dei campioni. È dove vincono quelli che altrove non potrebbero mai, per grazia e generosità dei più forti. Che lo ignorano o si distraggono.

La notizia del tuo ritiro dal singolo mi ha colto come un colpo al ventre, lo confesso. Perché hai anche un bello stile di gioco e avresti meritato di più; di più di tanti pedalatori da fondo, ragazzini viziati, servebot, one-trick-pony et similia. Ma soprattutto perché, dovessi mai tornare a scrivere un Bagel, di chi narrerò le gesta? Chi prenderò per i fondelli o caro Edouard, il diversamente Roger che ho sempre messo nei tag anche in articoli in cui non ti menzionavo minimamente? Ma in un certo senso ti capisco, per uno come te è coerente ritirarsi da perdente in carica. Fallire, provare di nuovo, fallire sempre alla stessa maniera. Non come Stan. Ti ho voluto bene, quasi quanto l’altro Roger, per esserne l’antinomia, il peRVente peRVetto.

Da domenica sono a Sydney, torno a fare l’inviato. Credevo che il mio obiettivo personale sarebbe stato un selfie con la Bouchard. Invece la mia priorità sarà di vagare alla ricerca di un nuovo Vasselin, un altro tennista dall’indole semplice e la sconfitta nel DNA. Non sarà facile rimpiazzarti, lo ammetto. Buon prosieguo di carriera in doppio, cher Edoaurd. Ci rivediamo a Parigi con velleità di secondo titolo, e che la terra rossa ti sia lieve.

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